Gli affetti di Miss Barrett

di Isabella Spanò. Monologo teatrale inedito (2005)

PREMESSA. Il monologo che segue trae spunto dalla vicenda umana, non meno che letteraria, di Elizabeth Barrett Browning. Ho cercato di rendere al meglio il personaggio romantico con uno stile consono. N.B.: non ho letto “Flush”.
Amo i monologhi per il teatro, ed in particolare, tra quelli di autori moderni, “Canto alla durata”. Allo stesso modo ricordo ancora la magistrale interpretazione di Flavio Bucci in “Le opinioni di un un clown”, cui ebbi modo di assistere anni fa a Roma. Ma sono per me indimenticabili anche celebri monologhi recitati da attori come Buazzelli o Lavia.

Non avessi la poesia… Non avessi la poesia, come potrei colmare questa solitudine? Troppo grandi sono queste stanze di Wimpole Street, e fredde, e austere. Zeppe di cimeli esotici, che servono solo ad infiammarmi ancor più dal desiderio di raggiungere quei luoghi remoti.

Là in Giamaica potrei forse fare qualcosa, per gli schiavi della nostra superstite piantagione di canna da zucchero.

Schiavi! È talmente insopportabile pensarli chini senza tregua sotto il sole estenuante, dove neanche i panama dei sorveglianti bastano a tenere al riparo la pelle. E so che, quando si accasciano al suolo per la fatica, le frustate a sangue non si contano.

Sono arrivata per caso una sera nel salotto, dove mio padre stava sorseggiando il Tia Maria con Lord Davenport, davanti al crepitio del fuoco. Rideva sprezzante, parlando delle battiture dei lavoranti negri. Odio con tutte le mie forze quelle risate, quel dire volgare e sguaiato, e soprattutto quel cuore impietoso.

Mio padre è indegno del proprio rango – ed è passibile di mille inferni danteschi, ben più di quanti siano i suoi lontani uomini crocefissi.

Ma quale riscatto posso mai dar loro io? Adesso ho soltanto la voce della mia penna. Vorrei scrivere per quella gente ancora, come ho già scritto per i bambini degli opifici della nostra sciagurata nazione, forzati a respirare i vapori dell’acetilene per quindici ore al giorno – e per qualche penny, unicamente.

Provai strazio nel tradurre i versi sul leggendario Prometeo incatenato alla roccia, a braccia aperte come Cristo: quanto più strazio per quegli esseri.

Sono crocefissa anch’io, qui dentro. Mi rifugio nei miei libri come in un nido; però troppo angusto per una donna ormai adulta.

Ma oggi, 20 dicembre 1844, altro nido forse già mi attende, più caldo e vivo, intrecciato di braccia d’uomo. Mi ha scritto un giovane, si chiama Robert Downing – no, Browning. È stato tanto gentile; anzi, più che gentile. C’è un’insolita tenerezza che pervade l’ammirazione per le mie liriche.

Così, mi ritrovo già a merlettare sulle sue parole. È ovvio: per me una parola pesa molto, pesano le intime vibrazioni sonore; e pesano gli accordi tra parola e parola. Sono poeta, e colgo tutta la scala musicale variamente composta anche su un foglio di carta da lettere.

E Robert è riuscito a costruire per me una melodia.

Ho pudore a rispondergli, ma è assai maggiore la volontà di farlo.

Se Robert mi amerà e se divamperà in questo petto il medesimo sentimento, troverò, sì, il coraggio di fuggire da un padre che ride, superiore, del dolore del suo simile all’altra estremità del mondo e del dolore di sua figlia imbalsamata in una casa silenziosa – una casa che non sarebbe aperta per la stagione degli inviti e dei balli nemmeno se non fossi una povera invalida.

Allora mi eleverò io al di sopra di lui, nell’empireo dell’amore che nessuno potrà raggiungere, intangibile e assoluto.

Lascerò sul velluto del divanetto le due preziose bambole di porcellana: non porterò con me nemmeno la piccola Daisy dal vestito a balze, l’amica d’infanzia. Ma mi seguirà il cocker – senza guinzaglio; e mio fratello Bro, guardandomi dall’alto dei nembi.

Non sarà come per Juliet. Ci benediranno gli anelli e, contro tutti, riusciremo a partire. Per l’Italia degli artisti. Per Firenze, dove dell’arte risiede la quintessenza. E se potremo, poi, per le Antille.

Un giorno, mio figlio porrà un’insegna al cancello di ghisa della nostra vecchia dimora dell’Herefordshire. Ci sarà scritto: “Questa fu Casa Barrett di Hope End, ma né qui, né altrove Elizabeth finì di sperare”.

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