Il “Santo Grial” di Valencia. Il calice usato da Gesù?

Símili modo postquam coenátum est, accípiens et hunc præclárum Cálicem in sanctas ac venerábiles manus suas“. È ciò che dice il sacerdote prima di consacrare il Preziosissimo Sangue, intendendo con quell’aggettivo “hunc” (questo) che il calice che ha tra le mani e dentro il quale da lì a pochi istanti, per divina virtù, sarà contenuto il Sangue dell’Uomo-Dio, è misticamente lo stesso tenuto in mano dal Signore Gesù la sera del Giovedì Santo durante la celebrazione della prima messa della storia. Tuttavia il medesimo aggettivo si può intendere non solo nel senso mistico, ma anche in uno “materiale”: ossia indicherebbe un calice ben preciso. Alcuni dicono sia la coppa conservata nella Cattedrale di Valencia.

fonte: http://www.catedraldevalencia.es/el-santo-caliz_historia.php
(Traduzione a cura di Giuliano Zoroddu)

Sia per i dati archeologici che per la testimonianza della tradizione e dei documenti posseduti, è del tutto plausibile che questa bellissima coppa fosse nelle mani del Signore la vigilia della sua passione
[…] Il Santo Cáliz di Valencia provoca allo stesso tempo ammirazione e scetticismo. Il visitatore si sente prima affascinato dalla bellezza del “Grial”, dalla sua forma perfetta e peregrina, dai dettagli d’oro e dalle perle e pietre preziose. L’osservatore arriva anche con la mente piena di leggende e film e, persino prevenuto, dai romanzi e dalla letteratura pseudoscientifica sul tema “Graal”. Ma anche con scetticismo. Come può quella coppa di aspetto medievale essere la coppa dell’Ultima Cena? Perché sta a Valencia? Non è uno dei tanti presunti Graal? Perché non è famoso come la Sindone di Torino o la Tunica di Treviri? E così tante altre domande che sentiamo ogni giorno nella Cattedrale.
Non deve ingannarci l’apparenza. In realtà, la reliquia è la parte superiore, che è una tazza di agata finemente lucidata, che mostra venature di colori caldi quando rifrange la luce. È una preziosa “coppa alessandrina” che gli archeologi considerano di origine orientale e di un periodo fra i 100 e i 50 anni prima di Cristo. Questa è la conclusione dello studio condotto dal professor D. Antonio Beltrán e pubblicato nel 1960 – “El Santo Cáliz de la Catedral de Valencia” –  mai confutato e che è alla base della crescente considerazione e della conoscenza del Santo Cáliz.
Molto più tarde sono le maniglie e il piede d’oro finemente inciso, che racchiude una coppa  o “naveta” di alabastro, di arte islamica, diversa dalla coppa. Tutto questo, proprio come i gioielli che adornano la base sono medievali. Le dimensioni sono modeste: 17 cm. di altezza, 9 cm. di larghezza della coppa e 14,5 x 9,7 cm la base ellittica.
Venezia e altri luoghi conservano calici di pietre semi-preziose di origine bizantina e in Spagna ci sono esemplari simili dall’XI al XII secolo, ma questi sono vasi liturgici, incastonati in oro e argento e ricoperti di metallo all’interno. Tuttavia, nel comporre il calice di Valencia, gli orafi misero in risalto la coppa, nuda di ornamenti, con grandi manici per prenderla senza toccare il prezioso e delicato vaso di pietra traslucida.

La tradizione ci dice che è la stessa Coppa che il Signore usò nell’Ultima Cena per l’istituzione dell’Eucaristia, che fu poi portata a Roma da San Pietro e conservata dai Papi suoi successori fino a San Sisto II. Fu allora, nel III secolo, che mediante il diacono San Lorenzo, originario della Spagna, il Calice fu inviato a Huesca, sua terra natale, per scamparlo alla persecuzione dell’imperatore Valeriano. Conferma questa permanenza del Santo Calice a Roma la frase del Canone Romano: “accípiens et hunc præclárum Cálicem” (prendendo questo glorioso calice:); espressione che non troviamo in altre antiche Anafore. E non possiamo dimenticare che la preghiera eucaristica romana è la versione latina di un’altra in lingua greca, perché questa fu lingua propria della Chiesa di Roma fino al Papa San Damaso (sec. V).

La Santa Cena con il Calice della Cattedrale di Valencia (Juan de Juanes, 1560,Museo del Prado, Madrid).

Durante l’invasione musulmana, a partire dal 713, il Calice fu nascosto nei Pirenei, passando per Yebra, Siresa, Santa María de Sasabe (oggi San Adrian), Bailio e, infine, nel monastero di San Juan de la Peña ( Huesca). Si può riferire ad esso un documento dell’anno 1071, conservato nel detto monastero, che menziona un prezioso calice di pietra. La reliquia fu consegnata nel 1399 al re d’Aragona, Martino l’Umano, che la tenne in suo possesso, nel palazzo reale de La Aljafería di Saragozza, fino alla sua morte, nel Real di Barcellona nel 1410, menzionando il Santo Calice nell’inventario dei suoi beni (Manoscritto 136 di Martino l’Umano, Archivio della Corona d’Aragona, Barcellona, ​​dove è descritta la storia del vaso sacro). Nel 1424, il secondo successore di Don Martin, il re Alfonso V il Magnanimo, portò il reliquiario reale al Palazzo di Valencia e, a motivo del soggiorno di questo re a Napoli, fu consegnato con le altre reliquie reali alla Cattedrale di Valencia nell’anno 1437 (Volume 3.532, 36 v. V. Dall’archivio della cattedrale).
Fu conservato e venerato per secoli tra le reliquie della Cattedrale, e fino al XVIII secolo fu usato per contenere l’Ostia consacrata nel “monumento” (il sepolcro, ndr) del Giovedì Santo. Durante la Guerra d’Indipendenza, tra il 1809 e il 1813, fu portato ad Alicante e Ibiza e infine a Palma di Maiorca, per sottrarlo alla rapacità degli invasori napoleonici. Nel 1916 fu finalmente installato nella vecchia sala capitolare, che fu trasformata nella cappella del Santo Calice. Proprio questa esposizione pubblica permanente della sacra reliquia ha permesso di diffondere la sua conoscenza, molto limitata durante la permanenza riservata nel reliquiario della Cattedrale. Durante la guerra civile (1936-1939) rimase  nascosto nel comune di Carlet.

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