Il Trionfo della Croce a Las Navas de Tolosa

a cura di Giuliano Zoroddu

Il  16 luglio, festa della Madonna del Carmine, è una giornata che condensa vari anniversari: la scomunica di Michele Cerulario e l’inzio dello scisma greco ne 1054 (vedi qui); la morte del grande Pontefice Innocenzo III nel 1216, la canonizzazione di san Francesco d’Assisi nel 1228. A queste date ne vanno aggiunte altre due nettamente contrapposte: l’inizio del calendario islamico (venerdì 16 luglio 622) e la vittoria dei Crociati spagnoli a Las Navas de Tolosa sui Mori nel 1212. È di quest’ultimo grandioso avvenimento della storia della Cristianità, peraltro annualmente celebrato liturgicamente (vedi qui), vi vogliamo parlare.  

Lo zelo d’Innocenzo aveva spesso soffocate le dissensioni tra i re di Spagna. Egli li conciliava tra loro, li incoraggiava e li confermava, tra gli altri il re di Leon, il quale fortemente si sospettava avesse fatto alleanza coi nemici della fede. «Ora – scrisse egli agli arcivescovi di Toledo e di Compostela – è il momento che tutti i fedeli devono prestarsi vicendevole assistenza; poiché il nemico della croce non cerca soltanto di opprimere la Spagna, i suoi sforzi tendono a porre dappertutto i cristiani sotto il giogo. Cessi fra i cristiani ogni soggetto di discordia, e si sottomettano al nostro giudizio. Le ecclesiastiche censure debbono .spaventare i principi ed i sudditi che mai tradissero la causa della fede».

All’avvicinarsi della pentecoste 1212 un numeroso esercito si avviava da ogni parte a Toledo. I vescovi di Castiglia, come pure i più illustri cavalieri vi arrivarono; poscia le milizie delle città, esercitate dal tempo più remoto al maneggio delle armi. Erano seguite dai loro cavalli e carri, da munizioni di guerra e di bocca in quantità bastevole per esse e per gli stranieri. I frati e i gran maestri di quasi tutti gli ordini cavallereschi di Spagna, gran copia di Cavalieri del Tempio e di s. Giovanni avevano risposto alla chiamata. Si ammirava l’infanteria portoghese, tanto impetuosa nell’assalto quanto paziente negli stenti della guerra; era comandata dall’Infante Pietro, terzogenito del re Sancio.
Distinguevasi il re di Aragona, che si era posto alla testa delle famiglie più nobili e aveva al suo seguito una schiera di frombolieri e di fanti. Per sopperire a sì fatti preparativi questo monarca aveva imposto ai suoi sudditi una contribuzione su ciascun paio di buoi e su tutte le bestie da soma.

L’arcivescovo di Bordeaux aveva indotto il re di Navarra a dimenticare le sue dissensioni col re Alfonso ed a superare in quell’estremo bisogno quell’avversione per gli uomini che lo teneva rinchiuso nel suo palazzo di Tudela. Arnaldo, abate di Cîteaux, promosso di fresco all’arcivescovado di Narbona, accompagnò pure a Toledo l’arcivescovo di Bordeaux ed il vescovo di Nantes.
Tutti conducevano numerose truppe. Trai signori secolari di Francia si notava il visconte di Turena, il conte della Marca, Ugo de la Ferté, fedele compagno di Simone di Monfort. Le città mandarono dei borghesi ed i conventi dei religiosi. Le esortazioni e le promesse del papa sortirono buon successo anche in Italia. Più tardi arrivò il duca Leopoldo d’Austria con numeroso seguito. Duemila cavalieri, oltre gli scudieri, diecimila lance e pressoché cinquantamila uomini a piedi erano venuti da’paesi posti al di qua dei Pirenei.

L’esercito poteva sommare ad oltre centomila uomini. L’arcivescovo Rodrigo, ch’era presente, pone diecimila uomini a cavallo, e centomila a piedi. Le truppe stavano accampate sotto tende e sotto alberi piantati nelle ridenti campagne irrigate dal Tago. In Europa non si era mai raccolta tanta moltitudine in un sol punto. Il re attenne la sua parola e fornì viveri in abbondanza ai soldati, come aveva promesso per i suoi messaggeri. Si fecero anche giornaliere distribuzioni ai convalescenti, alle donne ed ai fanciulli. Il re sovvenne a tutto; diede da vivere ed un soldo ai servi, fornì cavalli ad un gran numero di cavalieri , e per gran parte mise in punto quelli che dovevano servire a cavallo. La sua benevolenza ed i nobili suoi sentimenti mantenevano una franca gaiezza in tutto l’esercito.
Da un’altra parte la vigilanza dei vescovi manteneva la pace in quella moltitudine d’uomini diversi d’indole e di costumi, e uniti soltanto dalla brama di far provare ai nemici della cristianità la potenza delle sue armi ed il coraggio dei suoi difensori. Non cessò di regnare la più perfetta armonia fra i membri di quella grande famiglia. 
I primi arrivati però cominciavano ad annoiarsi d’un riposo che durava già da oltre un mese.

Innocenzo, incerto dell’esito di una lotta tanto più grave in quanto che stava per decidere dell’impero della fede su d’una vasta estensione di paese, alle armi materiali del valore aggiunse le spirituali della preghiera. Il mercoledì, 23 maggio, giorno in cui doveva l’esercito porsi in marcia, ordinò in Roma una generale processione di ecclesiastici e laici, affinché Iddio concedesse la vittoria alle armi cristiane. Al mattino fu veduto il popolo adunarsi in tre chiese, far le sue preci e al suon delle campane indirizzarsi alla piazza di Laterano. I fedeli a piedi eran preceduti dal vessillo della fede, le donne vestite dimessamente, e tutti serbavano un religioso silenzio. Il papa esso pure , accompagnato dai cardinali, vescovi e cappellani, si recò nella chiesa; quivi innalzò agli sguardi del pubblico un pezzo della croce del Signore, lo portò al palazzo di Laterano, e dalla grande gradinata fece un’allocuzione al popolo. Tutti ritornarono poscia alle chiese; le donne in quella di s. Croce, dove officiava un cardinale. Dovevasi inoltre coll’orazione, col digiuno e colle limosino procurar di attirare la benedizione divina sulle armi dei fedeli.
Somiglianti processioni si fecero in Francia.

Dopo Carlo Martello, la cristianità non era mai stata minacciata da pericoli si grandi. Si diceva esser venuta dall’Africa gente senza numero nella penisola per rinforzare i mori; che lo sbarco era durato quindici giorni, e che Mohamed-ben-Nasser, sicuro della vittoria, aveva fatto bruciare i suoi vascelli. La sorte delle armi stava per decidere se la Spagna sarebbe stata governata da re cristiani o dal capo dei Saraceni; se gli abitanti di quelle contrade avrebbero seguito la religione di Maometto o la fede di Cristo.

Il 21 giugno l’esercito cristiano partì da Toledo. Prese le piazzeforti di Magalon e di Calatrava. I forestieri, malcontenti di non aver potuto saccheggiare quest’ultima, si ritirarono, ad eccezion di un piccolo pugno di cavalieri francesi; ma l’esercito era così numeroso che appena si accorgeva del vuoto che vi lasciava la defezione degli stranieri.

Il 14 di luglio andò ad accamparsi a Navas di Tolosa dirimpetto all’esercito musulmano comandato dal miramolino di Marocco o d’Africa, Mohamed- ben- Nasser. Nel dopopranzo Mohamed mise in ordine di battaglia l’esercito innanzi al proprio campo e si tenne, in quella postura fino alla sera. Il bisogno di riposo per gli uomini ed i cavalli, quello di riconoscere la forza e la posizione del nemico impedirono ai crociati di misurarsi coi Mori. Questa prudenza tornò loro assai vantaggiosa. Gli avversari, immaginandosi che avessero paura divennero più arditi, e spinsero la presunzione fino a far annunziare a Jaen ed a Baeza che fra tre giorni vi avrebbero condotto i tre re prigioni. Alla domenica i saraceni rimasero sotto le armi dal mattino fino a mezzodì. Il loro sovrano, assiso all’ombra della rossa sua tenda e in mezzo ad una pompa reale, aspettava l’assalto.

I cristiani, osservando accuratamente il nemico, custodivano il proprio campo e rimanevano immobili. Alfonso non voleva profanare il giorno consacrato al Signore col far spargere il sangue. Soltanto alcune leggere scaramucce interruppero la muta aspettazione delle due tarmate.
I re di Castiglia, d’Aragona e di Navarra impiegarono il dopopranzo nel concertare le disposizioni per il domani. I vescovi percorsero le tende dei grandi signori e dei borghesi incoraggiando gli uni e promettendo agli altri le benedizioni di Dio. Alfonso, alla vigilia di si grande avvenimento, conferì l’ ordine della cavalleria al suo cugino Nunez, figlio di Sancio di Navarra.

Alla mezzanotte l’araldo d’armi fece risuonare nel campo questo grido: «Levatevi, combattenti del Signore». Tosto si celebrò il mistero della morte del Salvatore, indi si ascoltarono le confessioni, si distribuì l’eucaristia, poscia ciascuno, pronto a combattere, andò a prender posto avanti al campo.

Ciascun re, secondo si era concertato, divise il suo esercito in tre corpi: i castigliani erano al centro, gli aragonesi alla sinistra, i navarresi ed i francesi alla destra. Rodrigo, il zelante e pio arcivescovo di Toledo, gli altri vescovi ed i più illustri signori di Castiglia formavano la retroguardia, dove si trovava il re Alfonso.

I nemici occupavano la punta scoscesa della montagna al di là di una foresta e dietro il letto di un profondo torrente.
 Il principe dei mori, coperto d’un nero mantello d’Abdulmumen, stirpe vittoriosa degli Almohadi, colla spada al fianco, il corano fra le mani, stava sotto una tenda formata di turcassi. Innanzi alla tenda quasi vivente baluardo , vedevasi il fiore dell’infanteria, ordinata in densi battaglioni, adorna degli abiti più splendidi; più fanti collocali nelle prime file erano incatenati con quelli posti al centro per non lasciar alcuna speranza di fuga. Più innanzi stava il corpo degli Almohadi, formidabili pei loro cavalli, per armi e pel numero. Squadroni di beduini, espertissimi nel maneggiare la lancia, sia inseguendo, sia fuggendo, proteggevano i fianchi dell’esercito; erano pericolosi particolarmente nelle pianure, dove nulla impedisce i loro movimenti, e dove cagionano perdite e scompigli ad un esercito regolare. I più prodi dei cavalieri marocchini, per conciliarsi il favore dell’emiro coll’arditezza del valore, avevano lasciato i cavalli e combattevano a piedi. La vista non poteva raggiungere la moltitudine dei nemici; si valutarono i loro cavalieri a ottanta mila; nessuno conosceva il numero dei pedoni.

La mattina del 16 luglio 1212 Alfonso diede il segnale dell’assalto. I Mori cominciarono ad arretrare; ma, sopraggiunti nuovi soldati, respinsero gli assalitori al suono della loro musica guerriera. Il primo corpo dei cristiani, incomodato dalle asprezze del suolo, ripiegò sul secondo con qualche svantaggio. Il centro sostenne la pugna; ma i Cavalieri del Tempio e di Calatrava trovandosi esausti, e non potendo avanzarsi i corpi collocati ai fianchi, alcuni crociati si volsero addietro. Il re di Castiglia allora disse ad alta voce all’arcivescovo di Toledo: «Arcivescovo, io e voi moriamo qui!». «No, mio re, – rispose l’arcivescovo – qui trionferete dei vostri nemici». «Avanti dunque – aggiunse tosto il re – in soccorso di quelli che si trovano nel maggior pericolo!». Il nobile Gonzales-Giron e suo fratello Rodrigo accorsero coi loro compagni, e il re volle slanciarsi sulle loro orme; ma il prode e prudente Fernando Garcia gl’impedi di seguirli, perché era d’uopo risparmiare i rinforzi e spedirli solamente al bisogno.
Il re disse di nuovo all’arcivescovo Rodrigo, che lo riferisce nella sua storia: «Arcivescovo, moriamo qui! poiché una tal morte in questo momento ci conviene!» L’arcivescovo gli rispose: «Se piace a Dio di darvi la vittoria, non vi coglierà la morte; ma se Dio ha altrimenti ordinato, tutti siam pronti a morire con voi».  E in mezzo a tutto  questo il vecchio monarca non cambiava né volto, né gesto, né tono di voce; ma intrepido, come un leone, era deliberato di vincere o di morire.
I Navarresi dal canto loro salivano le alture atterrando tutto quanto si presentava innanzi ad essi; ma l’oste moresca, formidabile pel numero, terribile per la moltitudine delle frecce che lanciava nelle file degli assalitori restava immobile.

Il combattimento era già durato fino a mezzodì, e la vittoria era ancora indecisa. Allora Alfonso riunisce la retroguardia, e nel momento decisivo si precipita con impeto sui Mori alla testa della sua cavalleria. Accanto alla croce del Signore portata da un canonico di Toledo innanzi all’arcivescovo, sventolava la bandiera reale coll’immagine della beata Vergine, fedele protettrice della Spagna. La aveva spiegata per ordine del re un cavaliere dei più nobili e più prodi nel più forte della mischia.
Su questa bandiera specialmente i nemici fecero piovere un nembo di saette e di pietre. Irritato Alfonso da tale insulto, si slanciò in mezzo ai più densi squadroni nemici e si aperse un passaggio.

I Navarresi, col loro re alla testa, ruppero la catena che circondava il grosso dell’armata dei Mori. Un nobile cavaliere, Nunez de Lara, la sorpassò col suo cavallo per trascinarvi i suoi compagni. Il re Pietro lo segui coi suoi aragonesi.

L’emiro musulmano vide bentosto piegare perfino le sue guardie del corpo, presa la sua grande bandiera, ucciso il suo primogenito: allora per consiglio di suo fratello prese la fuga accompagnalo da soli quattro uomini, traendo seco i suoi tesori, che, nonostante tutta la sua fiducia nella vittoria, aveva fatto prima caricare sopra cammelli e cavalli. Si portò nella vicina città di Baeza e proseguì senza posa fino a Jaen il suo viaggio, doonde scese pel Guadalquivir, non credendosi sicuro, se non a Siviglia. «Non so che consiglio darvi; vi assista Iddio!» Fu questa la sola consolazione che offrì agli abitanti scoraggiati di Baeza.

Allora compiuta fu la disfatta; i nemici fuggirono innanzi ai Castigliani, Aragonesi e Navarresi, che li oppressero da tutte parti , li inseguirono quattro leghe al di là del campo, e fino a due ore dopo il tramonto del sole; alcuni corpi staccati non lasciarono loro riposo neppur durante la notte. I Mori perdettero più gente nella fuga che nella battaglia, benché il campo della pugna fosse siffattamente coperto di cadaveri che si stentava a attraversarlo anche a cavallo. Per testimonianza dell’arcivescovo Rodrigo, ch’era presente, il numero dei Saraceni uccisi fu stimato di circa duecentomila. «Riguardo ai nostri – aggiunge egli – venticinque appena mancarono all’appello».

Mentre i crociati inseguivano i fuggitivi, l’arcivescovo, i vescovi e gli ecclesiastici con lacrime di gratitudine intonarono sul campo di battaglia l’inno di ringraziamento. Sarebbe impossibile , dice l’arcivescovo Rodrigo testimonio oculare, il descrivere con degne parole i prodigi di valore di ciascun principe, i tratti eroici dei nobili, il perseverante valore dei popoli riuniti. Il desiderio d’ acquistare gli allori della vittoria o la palma del martirio fu il solo motivo che spinse i guerrieri a si eroici sforzi. La principale gloria però di quella giornata appartiene al re Alfonso di Castiglia. La gioia che provava ciascun guerriero gli faceva obliare le fatiche della guerra. Soltanto dopo il tramonto del sole i vincitori presero possesso del campo nemico. Era cosi vasto che l’esercito cristiano a stento poteva coprirne la metà. Che ricco bottino in oro, argento, monete, ornamenti! Che lusso nelle seriche vesti, nei vasi preziosi che divennero preda del vincitore! Si conterebbe a stento il numero dei cammelli e d’altri animali che toccarono loro da dividere. I guerrieri cristiani però, animati dallo zelo più puro per la fede, gelosi dell’onore cavalleresco, e fedeli al re, non si ristettero dall’inseguire i nemici per prender parte a tanta magnificenza. Erano inoltre ritenuti dalla minaccia di scomunica che l’arcivescovo di Toledo aveva fatta il dì innanzi centra chiunque macchiasse la vittoria coll’avidità del bottino.

Alfonso, pago d’aver salvatoli suo paese dall’invasione di quei pericolosi vicini e d’essersi vendicato del noia sanguinosa giornata d’Alarcos, abbandona la preda ai re d’Aragona e di Navarra, pregandoli di dividerla tra i guerrieri. Vi si trovarono provvisioni di bocca in abbondanza e si gran copia d’armi che il legno delle frecce e delle lance fu più che bastevole a mantenere i fuochi per due giorni all’ esercito , non essendosene consumata neppur la metà. Fu d’uopo adoperar oltre duemila bestie da soma per trasportare i turcassi pieni di frecce. Alfonso, volendo dissipare il timore della sua famiglia, si affrettò a spedire un fedele servo per recare sì felice novella.

Nessuna vittoria riportata sui saraceni aveva ancor gittate tanto lustro sulla Spagna. Si spedirono corrieri in tutte le parti per far noto l’esito della battaglia. Si voleva spargere dappertutto questa felice notizia; e qual cristiano non ne doveva gioire? Alfonso diè immediatamente al papa una relazione della campagna, e al tempo stesso gli spedì l’alferez, bandiera principale, affidata ai guerrieri mori più prodi, come pure la tenda serica dell’ emiro al-Moumenin. Pietro d’Aragona fece pure omaggio ad Innocenzo della lancia dell’ emiro che per più secoli si vide sospesa alla volta di s. Pietro, qual testimonio della divina protezione accordata ai fedeli. Quando Innocenzo ricevette il messaggio del re, convocò il clero, stabilì una festa in memoria di questo avvenimento, fece leggere al popolo congregato la lettera di Alfonso e la tradusse egli medesimo. Indi lodò le imprese ed il valore del principe, esortandolo a riferir l’onore della vittoria non a sé, ma al Dio degli eserciti, la cui potenza aveva operato sì grandi cose. Questo trionfo era riguardato di tanta importanza per la cristianità che nelle contrade più remote ne vennero raccolte le minime particolarità e diedero luogo alle più miracolose narrazioni. In  Francia si pretendeva aver veduto, durante le processioni, in cielo dei segni precursori di quella vittoria; ma per perpetuarne la memoria Alfonso istituì un’annua festa ai 16 di luglio.

A fine di consolidare il trattalo d’amicizia conchiuso con Sancio di Navarra, Alfonso gli cedette quindici piazze che da lungo tempo occupava.

La vittoria di Navas di Tolosa infranse per sempre la potenza dei maomettani in Ispagna. Da quell’epoca l’influenza dei loro re cessa, ed i sovrani di Castiglia danno maggior estensione ai loro stati. Appena Maometto si fu imbarcato per l’Africa a fin di distrarre il suo cordoglio in nuovi preparativi di guerra, diversi principi musulmani si sollevarono nei suoi domini di Spagna. Valenza riconobbe per re il suo fratello; uno dei suoi cugini si fece riconoscere collo stesso titolo a Cordova; Siviglia, come altre città dell’Andalusia, si sottomisero ad un arabo destro, che seppe approfittare dello sconvolgimento del regno.

(Storia universale della chiesa cattolica dal principio del mondo sino ai di’ nostri dell’abate Rohrbacher, Vol. IX, Torino, 1861, pp. 41-46. Il testo è stato leggermente aggiornato nel linguaggio dal redattore)

Un commento a "Il Trionfo della Croce a Las Navas de Tolosa"

  1. #bbruno   9 Agosto 2019 at 7:14 pm

    una volta il musulmano la Chiesa lo indicava come “nemico della Croce”, oggi la chiesa lo stesso musulmano lo chiama “fratello”, quindi amico della Croce?
    una volta la potenza di Dio operava la disfatta dell’ esercito musulmano, a salvezza del popolo cristiano, ora la misericordia di Dio impone al cristiano l’abbraccio del musulmano, pena la condanna di Dio…

    e con tutto ciò saremmo davanti alla stessa chiesa e allo stesso Dio….

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