La parabola modernista : uno sguardo panoramico (parte prima)

Nota di Rs: pubblichiamo in due parti questo breve saggio a cura di un caro collaboratore che già contribuì alla trascrizione integrale della conferenza tenuta da me e da Luca Fumagalli a Como il 20 settembre 2012. Buona lettura! (Piergiorgio Seveso, Presidente SQE di Radio Spada)

di Catholicus

1 – Le radici remote del modernismo

“Se non capiamo cosa è successo nel passato non capiremo nemmeno cosa succederà nel futuro!”. Una simile affermazione, densa di saggezza, sembrerebbe partorita dalla mente di uno studioso della storia recente della Chiesa, che si fosse assunto il compito  di scoprire le ragioni ultime della profonda crisi che attanaglia ormai da un sessantennio tutte le strutture della Chiesa Cattolica, ed invece è farina del sacco di un noto e bravo esperto meteorologo, il capitano Paolo Sottocorona, conduttore della rubrica meteorologica di La 7. Non è la prima volta che il bravo Sottocorona si produce in vere e proprie perle di saggezza, che impreziosiscono la sua interessante trasmissione, ricca tra l’altro di una bella galleria fotografica di eventi atmosferici ed ameni panorami. Facciamo quindi tesoro di questo consiglio per porci alla ricerca delle radici della profonda, irreversibile crisi che rischia di far scomparire la Chiesa Cattolica dalla faccia della terra.

 Le “uscite dal seminato”, per così dire, si sono sempre verificate nella storia della Chiesa. Le eresie, ancor prima di essere definite in tal modo, ci sono sempre state lungo i venti secoli di storia della Chiesa di Cristo; i primi dissidi risalgono addirittura al Collegio apostolico, e videro due opposti schieramenti: da un lato coloro che ritenevano che l’evangelizzazione andasse limitata al solo popolo d’Israele (il “popolo eletto”), e dall’altro San Paolo ed altri, che invece avevano compreso subito che essa doveva estendersi anche ai pagani, fino ai confini del  mondo (a tutte le terre allora conosciute e raggiungibili). Del resto non era questo l’incarico affidato da Gesù ai suoi Discepoli al momento della Sua Ascensione al Cielo? incarico ben espresso dalle Sue parole “Andate dunque e fate miei discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”  (Matteo 28, 18-19). E allora, come è  possibile parlare di rispetto delle religioni non cristiane, intendendo con ciò la rinuncia ad annunciare la salvezza eterna portata nel mondo dal Figlio di Dio fatto uomo, Nostro Signore Gesù Cristo? e come è  possibile rinunciare a presentare il Cristianesimo come l’unica vera “porta del Cielo”, l’unica strada sicura e veloce per ottenere la salvezza della propria anima? né tantomeno si può pretendere di parlare di ecumenismo come riconoscimento dell’ eguaglianza di tutte le religioni (anche  limitando l’espressione alle sole tre grandi religioni monoteiste), messe tutte sullo stesso piano e raggruppate in una specie di ONU delle religioni.

I movimenti ereticali dell’alto e basso Medioevo, fino all’avvento della Riforma Protestante, ebbero un carattere episodico e locale (si pensi ai nestoriani, agli albigesi o càtari, ai valdesi ecc.), mentre il quadro di riferimento generale si manteneva stabile ed universalmente accettato (la cosidetta “Cristianità”). Non era ancora sorta la contrapposizione tra cattolici e protestanti, come accadde poi con Lutero, Calvino e Zwingli, e la Cristianità era ancora un monolito, un “unicum”. Grazie anche al potere temporale in mano al “Sacro Romano Impero”, saldamente ancorato al potere spirituale (investitura divina), l’Europa era unificata sotto un impero cristiano e professava un’unica religione.

Lo scisma d’oriente, risalente al 1054, non incrinò più di tanto l’unità religiosa dell’Europa, dato  che i bizantini erano già da tempo un “corpus” a sé stante; l’impero romano d’oriente, infatti, si era estraniato dalla storia dell’occidente europeo, rimanendo legato alle culture orientali e fortemente influenzato dal potere politico-religioso dell’Islam; basti pensare, infatti, al problema dell’iconoclastia, che caratterizza da sempre la cultura islamica e che finì per contagiare anche la cultura bizantina e le chiese orientali, lasciando ad esse come unica forma di arte sacra le sole icone che, pur belle, non possono assolutamente reggere il confronto con i nostri capolavori artistici religiosi (come la Vergine delle Rocce e l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, o i bellissimi quadri del Beato Angelico e di Raffaello Sanzio). Ciò si verificò anche nel campo dell’architettura sacra: le chiese bizantine, a meno che non risalgano all’era costantiniana, non possono reggere il confronto con le nostre belle chiese romaniche, gotiche, barocche.

Quindi, nonostante ci fosse stato lo scisma d’oriente, l’unità religiosa europea non ne risentì più di tanto e proseguì compatta per altri cinque secoli, fino a quando apparirono all’orizzonte Lutero, Calvino, Zwingli ed Enrico VIII d’Inghilterra.

Purtroppo, però, come successe con l’impero romano, il benessere e l’agiatezza portarono al  rilassamento ed alla corruzione  dei costumi. Così con il progresso economico e la diffusione di un certo benessere sociale ci fu dapprima un allentamento dell’unità politica europea (comuni, principati, signorie) e, malgrado la fioritura delle lettere e delle arti,  i costumi si rilassarono e la morale conobbe la  corruzione (si pensi al Boccaccio e al suo “Decameron”), che  si diffuse dalla società civile a quella religiosa, dal potere politico a quello religioso (la simonia, i barattieri, la questione delle indulgenze).

Si arrivò così all’aperta ribellione al papato di una parte del clero dell’epoca, abilmente strumentalizzata e gestita da feudatari che si opponevano all’impero cristiano (il Sacro Romano Impero,  simbolo dell’unità civile e religiosa europea). Come spesso accade, la commistione tra politica e religione fu causa di gravi danni per la società intera; in questo caso il danno fu la frammentazione dell’unità politico-religiosa del vecchio continente, mai più ricostituita. Per poterla mantenere almeno all’interno dei singoli Stati fu ideato il famoso principio del “cuius regio, eius religio”.

Come dicevamo, la prima grande rivolta contro l’autorità religiosa dell’Europa cristiana si ebbe  con la Riforma Protestante; da allora il quadro di riferimento della civiltà europea non sarebbe stato più lo stesso di prima; ma, poiché “Dio vede e provvede”, alla rivolta protestante seguì una tenace controriforma cattolica (si pensi a S. Ignazio di Loyola, a S. Carlo Borromeo ecc.), che cercò di riequilibrare le sorti della Chiesa di Cristo  (che nei secoli a seguire sarebbe  stata identificata con la sola Chiesa Cattolica e non, come hanno voluto farci credere subdolamente i modernisti impossessatisi del CV II, con tutte le varie confessioni cristiane, inclusi quindi eretici e scismatici) e di ridare credibilità al papato, ormai largamente inviso a luterani, calvinisti ed anglicani.

Pur convinti del fatto che le radici remote del modernismo vadano ricercate nella rivoluzione luterana,  prima grande ribellione contro il trono e l’altare (entrambi tali per  diritto divino, all’epoca), vorremmo focalizzare la nostra  analisi su di un’epoca più recente, quella di Santa Maria Margherita Alacoque (metà del XVII secolo) e dell’apparizione del Sacro Cuore di Gesù, quando Luigi XIV  fece “il gran rifiuto” di consacrare la Francia al Sacro Cuor di Gesù, il che comportò, un secolo dopo, lo scoppio della Rivoluzione Francese e la morte violenta di Luigi XVI e della regina Maria Antonietta.

In questa  seconda, grande rivolta contro l’autorità e la tradizione cattolica (dopo quella di Lutero, Calvino, Zwingli ed Enrico VIII), oltre che contro la monarchia capetingia, emerge tutta la malvagia natura dello spirito giacobino (si pensi alle stragi dei vandeani), visto qui come nemesi storica del “gran rifiuto” del Re Sole, il figlio del miracolo (Louis “Dieudonné”), come veniva chiamato, poiché nato dopo un voto fatto alla Madonna dai genitori, Luigi XIII e Anna d’Austria ( rimasti senza discendenza per  ventidue anni), che dopo aver a lungo impetrato la grazia dalla Madonna, per riconoscenza  aggiunsero il nome Deodato (Dieudonné) a quello di Luigi.

Da un punto di vista cattolico, cioè alla luce del Vangelo, dello Spirito di Verità (e non con i paraocchi dell’ideologia) possiamo quindi interpretare  la rivoluzione francese come una punizione del Cielo per il “gran rifiuto” di Luigi XIV, il Re Sole (il più potente monarca del suo tempo)  di consacrare la Francia al Sacro Cuore di Gesù, rifiuto che un secolo più tardi avrebbe condotto alla rovina la dinastia capetingia.

Come accennato sopra, suor Lucia rivelò che NSGC, in una locuzione interiore, le disse che i Papi, che si rifiutavano di consacrare la Russia al Cuore Immacolato di Sua Madre, sarebbero andati incontro alla stessa punizione alla quale andarono incontro i re di Francia (ovviamente si riferiva all’uccisione di Luigi XVI e di Maria Antonietta ad opera dei rivoluzionari).   In quel messaggio a suor Lucia, a Rianjo in Spagna nel 1931, Nostro Signore affermò: “fate sapere ai Miei ministri, dato che seguono l’esempio del Re di Francia nel non esaudire le Mie richieste, che essi lo seguiranno nella sventura. Non è mai troppo tardi per fare ricorso a Gesù e Maria.” Gesù stava  facendo esplicito riferimento alle richieste del Sacro Cuore comunicate al Re di Francia per mezzo di Santa Margherita Maria Alacoque, il 17 giugno 1689. Come risultato del rifiuto di  Luigi XIV,  ripetuto successivamente dal nipote Luigi XV e dal pronipote Luigi XVI, la controchiesa protestante e massonica riuscì a scatenare con successo la Rivoluzione Francese. Il 17 giugno 1789 (Festa del Sacro Cuore), esattamente nel centesimo anniversario in cui Santa Margherita aveva messo per iscritto i grandi progetti del Cielo per il Re, il Terzo Stato si ribellò e si autoproclamò Assemblea Nazionale. Il 21 gennaio 1793 la Francia, ingrata e ribelle verso il proprio Dio, osò decapitare il suo Re più Cristiano.

A Rianjo, Gesù rivelò a Suor Lucia che questo oscuro capitolo della Storia si sarebbe ripetuto, e questa volta sarebbero stati i ministri della Sua Chiesa (i vescovi, e forse persino il Papa stesso) ad esserne le vittime impotenti: così infatti riferì Suor Lucia, parlando di un messaggio affidatole da Gesù per i Papi che si ostinavano a non voler dar corso alle richieste consegnate da Maria SS.ma ai pastorelli di Fatima (consacrazione della Russia al Suo Cuore Immacolato, introduzione della pia devozione dei primi 5 sabati del mese, accanto a quella dei primi 9 venerdì del mese, recita quotidiana del Santo Rosario con una precisa supplica).

L’ecatombe del clero cattolico profetizzata da NSGC a Suor Lucia costituirà forse l’epilogo del modernismo? Non possiamo saperlo, possiamo solo attendere fiduciosi il trionfo del Cuore Immacolato di Maria SS.ma, alla quale Nostro Signore ha affidato il compito di schiacciare la testa al serpente infernale.

La rivoluzione francese, quindi, dette iniziò a quella ribellione all’autorità costituita che nel secolo successivo, avrebbe contagiato anche l’ambiente religioso, in particolar modo la Chiesa Cattolica. La ribellione del clero cattolico darà infatti origine a quel movimento che è stato definito “modernismo”, termine con il quale si  vuole indicare il rifiuto della Tradizione  e del Magistero bimillenario della Chiesa di Cristo. 

L’ Illuminismo e la rivoluzione francese costituiscono infatti una vera e propria ribellione alla Rivelazione, ai suoi dogmi, all’autorità pontificia, alla devozione alla Madonna ed ai Santi, al magistero ed a tutta la Tradizione della Chiesa Cattolica precedente.

 La rivoluzione giacobina sposta l’accento dalla trascendenza all’immanenza, dal Cristocentrismo all’antropocentrismo, volendo porre l’uomo al centro del cosmo, al posto che spetta a Dio (la Dea Ragione), come succederà con la rivoluzione attuata nella Chiesa Cattolica con il Concilio Vaticano II; come non ricordare  l’ormai famosa frase pronunciata da Paolo VI all’ONU nel 1965 “anche Noi abbiamo il culto dell’uomo”?

L’illuminismo precede e prepara il positivismo, il culto dell’onnipotenza della scienza, delle “meravigliose sorti e progressive”.

Queste due peculiarità diverranno poi due veri e propri cardini del modernismo cattolico.

2 – le fasi del modernismo cattolico

Per meglio comprendere origini, sviluppi e prospettive del modernismo cattolico in senso stretto, cioè nelle sue vicende più recenti, è opportuno  dividerlo nelle sue fasi principali (un po’ come si suol fare per lo studio della storia politica, distinguendo antichità, medioevo, età moderna ed età contemporanea). Nel nostro caso potremmo dividere la parabola modernista in tre distinte fasi: il modernismo delle origini, dall’epoca di Pio IX alla morte di San Pio X,  il modernismo del secondo dopoguerra, o neomodernismo, e la fase attuale, che stiamo attraversando ai nostri giorni, caratterizzata dal consolidamento del potere modernista all’interno della Chiesa, in parallelo col potere dei progressisti (in realtà élite massonica) in ambito civile, politico,  un novello cesaropapismo, quindi, stavolta però di stampo luciferino, satanico,  non cristiano. Questo consolidamento però lascia intravedere i prodromi del declino, e successiva sconfitta, del potere dei modernisti, sia a livello politico che religioso (il “Trionfo del Cuore Immacolato di Maria SS.ma”).

Il modernismo delle origini :  i primi ribelli – la prima sconfitta

Nel suo libro “Quello che i cattolici devono sapere…almeno per evitare una fine ridicola” Agostino Nobile (un nome, una garanzia di onestà intellettuale cattolica) sostiene la tesi secondo la quale il comunismo, il nazismo e l’attuale relativismo politico-religioso sarebbero tutti figli della rivoluzione francese (pag.182). Una tesi, questa, che ci trova pienamente concordi. Infatti, a parer nostro, il modernismo religioso, originatosi e sviluppatosi in seno alla Chiesa Cattolica, appare figlio della moderna massoneria (quella, per intenderci, nata a Londra nel 1717), dell’Illuminismo e della rivoluzione francese, e si affaccia ufficialmente nell’orbe cattolico con il positivismo scientifico e l’affermazione del trinomio rivoluzionario “Libertè, Egalitè, Fraternité” : la libertà di liberarsi violentemente dei propri nemici (in primis della Chiesa Cattolica), l’uguaglianza delle sole élites illuminate (a cui tutti gli altri devono obbedienza cieca ed assoluta), la fraternità massonica (fatta di complotti e ladrocini) per sconfiggere intere nazioni.

Ma è  con il mito ottocentesco della scienza e con la ribellione all’autorità costituita ed alla sana tradizione (l’Ancièn Régime) da parte del liberalismo borghese (la rivoluzione borghese di Luigi Filippo, in Francia, nel 1830) che questa corrente di pensiero prende sempre più piede, sfociando in un’aperta ribellione alla Chiesa Cattolica ed al Papa, accusati di oscurantismo, di abuso della credulità popolare (con i misteri, i dogmi), di ostacolo al progresso scientifico.

L’ubriacatura per l’evoluzionismo darwiniano, le scoperte archeologiche e la paleontologia giocano un ruolo determinante a favore del nascente modernismo, con la contrapposizione tra evoluzionisti e creazionisti in tema di origine della vita, tra determinismo e casualità (si vedano, su questo tema,  Jacques Monod “Il caso e la necessità”, 1970, Werner Keller  “La Bibbia aveva ragione”, 1955, e Bernhard Bavink “La scienza naturale sulla via della religione” , 1944, un po’ datati, forse, ma di sicuro interesse).

Man mano che il mito della libertà dal potere temporale esercitato per diritto divino e dell’onnipotenza della scienza cresce, diminuisce la fede ed aumenta l’irrequietezza. I moti del 1848 ne sono l’esempio eclatante. Si passa dall’infatuazione giacobina per il Papa liberale (Pio IX) all’odio viscerale per lo status quo e per la Chiesa che ne è vista come la garante. Una ribellione al Papa, a Santa Romana Chiesa ed alla verità rivelata. Un moto di rivolta analogo a quello dell’89 in Francia, che si estende dalla società civile a quella religiosa.

Le manifestazioni  di questo nuovo modo di pensare all’interno della Chiesa, dai suoi vertici alla base, si presentano originariamente  nel secolo XIX, dato che il movimento che prese il nome di “modernismo” si manifestò apertamente all’epoca di Papa Mastai Ferretti, Pio IX, (che tentò di combatterlo promulgando i famosi documenti pontifici “Il Sillabo”  e “Quanta cura”), per poi rafforzarsi a cavallo del  nuovo secolo. Fu il primo Papa del secolo XX ad opporre una sistematica e decisa resistenza a questa deriva dottrinale di una parte del clero cattolico (all’epoca decisamente minoritaria), Ci  riferiamo ovviamente a Papa Giuseppe Sarto, Pio X, ed alla sua nota battaglia antimodernista, i cui documenti principali sono l’enciclica “Pascendi”, il decreto “Lamentabili”, il “Sacrorum antistitum”, contenente il “giuramento antimodernista”, e la lettera “Notre charge apostolique”, rivolta al clero francese. L’attuale gerarchia modernista al potere nella Chiesa da oltre 50 anni, in occasione del centenario della morte di Papa Sarto, nel 2014, ha voluto celebrarlo presentando Pio X come un grande riformatore e precursore del Concilio, il che dimostra come chi è al potere, e  lo esercita senza scrupoli né vergogna, può  falsificare la realtà per adattarla alla propria ideologia (come hanno fatto i comunisti e le sinistre, e  sta ora facendo la chiesa modernista).

In un primo momento il modernismo fu caratterizzato da un’ ingenua espressione del dissenso dall’autorità pontificia e dalla tradizione cattolica, una ribellione aperta, senza veli, con tutta l’enfasi e l’entusiasmo dei neofiti (termine appropriato, dato che il modernismo si è subito configurato come un’altra religione, diversa dal cattolicesimo). Infatti i modernisti mostrarono di preferire le “meravigliosi sorti e progressive” dell’umanità rispetto alle verità eterne rivelateci da Nostro Signore Gesù Cristo. La storicizzazione della Sacra Scrittura, le simpatie per  l’evoluzionismo darwiniano ne sono una chiara conferma. Presi da tale entusiasmo, i primi novatori non si curavano di ammantare il loro pensiero dietro il velo dell’ambiguità, del dire e non dire, o ritrattare, per renderlo più accettabile, specialmente dalla gerarchia ecclesiastica. Anche il cardinal Borromeo, nel 1962, parlava di  un modernismo “ingenuo, aperto, aggressivo e battagliero, dei tempi di Pio X”.

Così facendo, i modernisti provocarono la giusta reazione di chi era ben saldo nella Tradizione Cattolica bimillenaria, in primis Papa Pio X. Lo stesso Roncalli, più tardi, divenuto Papa, ammetterà che il suo amico di gioventù, Enrico Buonaiuti, avrebbe dovuto essere più prudente, perché i tempi non erano ancora maturi (per l’apostasia? per tradire Cristo con la scusa dell’aggiornamento?), e quindi avrebbe dovuto procedere con maggior cautela ad esporre le sue idee.

Nella sua lotta al modernismo nascente, papa Sarto fu coadiuvato  da un drappello di coraggiosi e fedelissimi collaboratori: i cardinali Gaetano de Lai, l’uomo forte di Pio X, e Merry del Val, quest’ultimo Segretario di Stato, monsignor Umberto Benigni, creatore del famoso “Sodalitium Pianum”, la polizia segreta di papa Sarto, Padre Guido Mattiussi, soprannominato «cane poliziotto dell’ortodossia ufficiale» e il vescovo di Arezzo mons. Giovanni Volpi, definito “Martello invincibile contro il modernismo, la setta e la perfidia antica”.

Le figure di maggior spicco nel fronte modernista di questo periodo sono Loisy, Le Roy, Tyrrel, Laberthonnière, e in Italia Buonaiuti e Murri. Non è il caso  condurre qui una dettagliata analisi del loro pensiero, essendoci posto il solo obiettivo di realizzare una veloce panoramica della parabola modernista.       

La riscossa dei modernisti :  la conquista del potere.

(hanno occupato tutte le sedi, ma hanno perso la fede (S: Atanasio).

Già negli anni ’20 i comunisti bolscevichi iniziarono ad infiltrare loro agenti all’interno dei seminari, per poter giungere sino ai vertici della Chiesa e da lì iniziare l’opera di demolizione del Cattolicesimo, visto il fallimento degli assalti frontali (cfr Istruzioni del’Alta Vendita, della loggia massonica carbonara della prima metà dell’Ottocento).

Un primo importante  risultato lo ottennero imponendo al cardinal Siri di rinunciare all’elezione pontificia, avvenuta il 26 ottobre 1958 e da lui già accettata (aveva anche scelto il nome, Gregorio XVII). La prima fumata era stata indubbiamente bianca, i portavoce vaticani diffusero subito la notizia che Siri era diventato papa ed aveva scelto quel nome. Stranamente, però, il nuovo pontefice tardava ad affacciarsi al balcone del palazzo apostolico. Dopo una buona mezz’ora ecco arrivare l’altra fumata, stavolta decisamente nera (si è poi saputo, da un rapporto segreto della FBI reso pubblico negli anni ’90, che in quella mezz’ora si era svolta una furibonda lotta attorno alla stufa della cappella sistina e ad uscirne vincitori erano stati i prelati neomodernisti, ribelli massoni, o comunque legati alla massoneria). Dopo due giorni di intense trattative ecco apparire la seconda fumata bianca, che annunciava al mondo l’elezione di Angelo Roncalli al soglio pontificio,  il “papa buono”.

Un altro risultato i sovietici lo portarono a casa con il famigerato “Accordo di Metz” tra Vaticano e Kremlino, all’epoca del Concilio Vaticano II, ottenendo la rinuncia del Vaticano a condannare i crimini dei regimi comunisti in cambio della partecipazione di alcuni membri (collaborazionisti) della Chiesa Ortodossa Russa all’assise conciliare.

Un terzo risultato lo ottennero i Protestanti: la rinuncia della Chiesa Cattolica a considerarli eretici ed a pregare e agire per il loro rientro nell’Ovile Santo (come disse la Madonna a Bruno Cornacchiola, quando  era entrato a far parte attivamente di una setta protestante). Un cambio di rotta, un’inversione “a U”, rinnegando il Concilio di Trento, la Controriforma,  oltre quattro secoli di magistero papale; ne sono testimonianza il “subsistit in” di Lumen Gentium, 8/b e il documento “Unitatis Reintegratio”. La riforma liturgica di Montini-Bugnini, con la creazione del NOM, un ambiguo rito cattoprotestane (poco cattolico e molto protestante) e l’abbandono della lingua bimillenaria di Santa Romana Chiesa (il latino) hanno  dato poi il colpo di grazia alla Chiesa preconciliare, al suo magistero, alla sua liturgia, alla sua pastorale (cambiata la messa, cambiata la religione, come sentenziava Martin Lutero).

Un altro risultato ancora lo ottennero gli ebrei osservanti (i talmudisti), cioè la rinuncia del Vaticano a considerarli deicidi, a chiamarli “perfidi ebrei” (letteralmente: increduli, bisognosi di conversione), a pregare per la loro conversione,  a considerare l’Antica Alleanza definitivamente superata dalla Nuova Alleanza. Il documento che testimonia quest’altro voltafaccia del clero modernista fu Nostra Aetate, ultimo documento del CV II (in caudam venenum, ha commentato qualcuno…). Con papa Wojtyla essi sono divenuti improvvisamente i nostri “fratelli maggiori nella fede”, e si è arrivati addirittura ad includerli nelle preghiere dei fedeli (nella messa) affinché “ci insegnino a leggere la Bibbia” (sic!). Per quanti, poi,  si affannano a sostenere la teoria ratzingeriana della “ermeneutica della continuità”, basti ricordare quanto ha recentemente affermato il cd “papa emerito”, cioè che la Chiesa Cattolica non deve adoprarsi per la conversione del popolo ebreo, il quale quindi può salvarsi anche rifiutandosi di accettare Cristo come unico Salvatore degli uomini.

Con i due documenti conciliari appena citati si è data la stura ad un ecumenismo ossessivo ed intollerante (verso i veri cattolici, sprezzantemente definiti “tradizionalisti”), che non ammette contraddittorio, che rifiuta di rispondere “punto su punto”, avvalendosi, per imporsi,  della sola demonizzazione dell’avversario e dell’autoritarismo  clericale, come se non sapessero che l’ecumenismo è nato in casa protestante per cercare di riunire la miriade di sette in cui si è  frantumato il mondo protestante, e che la Chiesa Cattolica preconciliare ha sempre vietato a clero e laici di parteciparvi.

Una capitolazione totale della Chiesa  Cattolica, quindi, nei confronti del mondo, dei suoi nemici storici , degli eretici, degli ebrei, degli islamici, dei seguaci di tutte le false religioni, dei comunisti. Una resa senza condizioni, la sua, che fa pensare ad un piano preordinato alla scomparsa totale del Cattolicesimo dalla faccia della terra (in questo consisterebbe “L’ultima battaglia del diavolo”, come la definisce il reverendo Paul Kramer nel suo libro omonimo).

La deriva dottrinale, dapprima cavallo di battaglia della Nouvelle Théologie, una congrega di teologi ribelli ed eretici, si è poi imposta all’intero orbe cattolico grazie ad nefasto Concilio Vaticano II ed ai papi che lo hanno gestito.

Alla deriva dottrinale è seguita, come appena detto, la deriva liturgica, realizzata anche grazie all’abbandono della lingua bimillenaria della Chiesa, la lingua latina, che ha consentito ai novatori di manipolare e falsificare la Sacra Scrittura (si pensi al “pro multis”, al “pax in terra homini bonae voluntatis”, ecc.).

Una tale contraffazione della vera Chiesa Cattolica è stata spacciata per semplice “aggiornamento pastorale”,  facendosi forti di un’autorità usurpata e immeritata, complici i mass media in mano alla massoneria, vera regista occulta della rivoluzione portata dentro le mura leonine. Impossibile che la rivoluzione non si estendesse poi alla catechesi, come è successo fin dall’epoca del famoso ed eretico “catechismo della Chiesa olandese”.

Sebbene al Concilio Vaticano II, vero fulcro della sovversione modernista, i membri del partito moderato-conservatore (il Coetus Internationalis Patrum, in cui figuravano, tra gli altri,  i cardinali  Ottaviani Bacci,  Ruffini,  l’arcivescovo Marcel Lefebvre ed il vescovo de Castro Mayer, ma non il cardinale Giuseppe Siri, che pur essendo vicino alle posizioni del Coetus, non ne fece mai parte ufficialmente)  fossero in schiacciante maggioranza,  il gruppuscolo dei novatori modernisti, riuniti nella cd “Alleanza europea” (formata in gran maggioranza da vescovi tedeschi, austriaci, olandesi, francesi, belgi e svizzeri, di matrice spiccatamente progressista) riuscì ad avere la meglio e a prendere in mano le redini dell’assemblea con una tattica partigiana (come dichiarò successivamente don Giuseppe Dossetti, pupillo del cardinal Lercaro), una ferma determinazione ed un piano preparato meticolosamente e segretamente in precedenza, attuato mediante sopraffazione ed intimidazione dei troppo timorosi avversari.

Una delle raccomandazioni papali in fase preparatoria era stata quella di non organizzare incontri di fazioni in sede extra-conciliare, ma già durante la prima sessione i prelati tedeschi e olandesi avevano largamente disatteso tale monito, per cui non c’è da stupirsi se il gruppo del “Coetus”, che comprendeva, circa 450 Padri conciliari, si sia dato da fare (sostanzialmente con il beneplacito di Ottaviani) per organizzare conferenze e dibattiti presieduti dai più insigni teologi conservatori, quali Monsignor Spadafora, Monsignor Lattanzi, Monsignor Landucci, Frà (poi Cardinale) Ciappi, teologo della Casa Pontificia, e l’Abate Berto (teologo personale di Léfèbvre).

Dopo il Concilio Vaticano II il Coetus Internationalis Patrum, uscito in larga parte sconfitto, si dissolse, anche perché due dei suoi più autorevoli esponenti, i cardinali Ottaviani e Ruffini, avevano ormai un’età avanzata.

Così a Concilio terminato i progressisti poterono orgogliosamente affermare che esso era stato il 1789 della Chiesa Cattolica (così il card. Suenens), che  la Chiesa si era riconciliata con lo spirito dell’Illuminismo, del 1789 (Ratzinger) e che Gaudim et Spes era stato l’antisillabo (sempre Ratzinger, che poi avrebbe elaborato la teoria dell’ermeneutica della continuità per tentare di conciliare l’inconciliabile).

Qualcuno potrebbe chiedersi  perché facciamo iniziare la seconda fase del modernismo dal secondo dopoguerra e non dalla morte di San Pio X, evento posto a conclusione della prima fase. Il periodo che va dalla morte di Papa Sarto all’elezione di Papa Roncalli si presenta come un periodo di transizione, di complotti, intrighi, cospirazioni, simile al famoso “decennio di preparazione” del risorgimento italiano.

I tre decenni che intercorrono tra il 1914 e la fine del secondo conflitto mondiale sono un intervallo tra un conflitto aperto e l’altro, un periodo in cui i modernisti non escono allo scoperto, preferendo adottare una tecnica carbonara (cioè massonica) per tenersi in contatto e preparare la rivincita appena se ne fosse presentata l’occasione, occasione che si presentò alla morte di papa Pacelli.

Il conclave del 1958 si può considerare come l’evento che consentì ai ribelli modernisti, la massoneria ecclesiastica, appoggiata dalla massoneria internazionale (prevalentemente quella di stampo giudaico-anglosassone, essendo entrambe queste componenti di antica tradizione anticristiana ed  anticattolica) di porsi alla guida della Chiesa Cattolica per imprimerle una svolta decisiva, in rotta di collisione con due millenni di storia cristiana.

L’assalto alla baionetta alla sana dottrina cattolica non si fece attendere molto; la convocazione del Concilio permise ai cattivi maestri puniti dai papi preconciliari (i teologi della Nouvelle Théologie) di tornare all’attacco  ed attuare la loro vendetta. Un altro colpo mortale alla Chiesa di Cristo lo inflisse  papa Montini con la sua letale riforma liturgica, assegnata ad un  prelato modernista in odore di affiliazione alla massoneria, monsignor Annibale Bugnini. I nemici storici di Cristo e della Chiesa Cattolica vennero tutti accontentati : gli ebrei con il documento Nostra Aetate; i protestanti con “Unitatis reintegratio”, il famoso “subsistit in” di Lumen Gentium 8/b e la riforma liturgica filoprotestante; i comunisti con il famigerato “accordo di Metz” e la rinuncia a condannare pubblicamente il comunismo ateo ed omicida  (cosa che suscitò l’ira e lo sdegno dello stesso Padre Pio).

Il clima di rifiuto e di ribellione al magistero perenne della Chiesa Cattolica è divenuto palpabile quando, durante il CV II, i progressisti, con l’appoggio di Roncalli e poi di Montini,  rifiutarono di condannare apertamente il comunismo ateo ed omicida (crogiolandosi nell’illusoria utopia che così esso potesse evolversi democraticamente) suscitando lo sdegno di larga parte del clero dell’epoca (tra l’altro, anche di Padre Pio). Ben presto nell’assise conciliare iniziò ad aleggiare uno spirito ribelle, di rivolta contro la Tradizione e tutto quello che essa rappresentava, spirito che si può sintetizzare nel motto “vietato vietare”, divenuto poi il cavallo di battaglia della rivolta del ’68 e della  contestazione generale,  la cui origine va ricercata proprio qui, tra i rivoluzionari  in talare. Tra i giovani ribelli del ’68, infatti, ve ne  erano molti provenienti dalle comunità di base parrocchiali e dalle università cattoliche (come Mario Capanna, in Italia, e Daniel Cohn Bendit in Francia).  Gli allievi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano, erano affascinati dagli scritti di Rahner, Congar, De Lubac ecc., e seguivano attentamente le sessioni del concilio, per trarne spunti per la loro attività rivoluzionaria (ciò  non fa che confermare come il CV II sia da considerarsi il “padre spirituale” della contestazione generale, e come tale ne sia in larga parte responsabile).

Emblematico il caso della Francia che,   ancora molto cattolica,  seguiva con passione il Concilio Vaticano II (che stava profondamente rinnovando, ma  anche lacerando, il cattolicesimo tradizionale). Lì i movimenti di azione cattolica,  in particolare gli scouts, che rappresentavano allora una parte non trascurabile della gioventù cristiana, avevano modificato i rapporti gerarchici nelle loro strutture a partire dal 1964, mettendo in discussione il tradizionale modello organizzativo di tipo militare e introducendo nei gruppi forme di collegialità decisionale. Nello stesso anno la gerarchia doveva riprendere il controllo della Jeunesse étudiante chrétienne, palesando così il  rifiuto del principio di autorità, alla cui demolizione contribuì non poco lo stesso Paolo VI,  che in quegli anni, tra l’altro, ridava fiato al movimento dei preti operai, già condannato nel 1959. Più in generale, erano molti i cristiani preoccupati di rinnovare le relazioni tra fedeli e autorità religiose, di rivisitare pratiche e dogmi,  insomma di conciliare fede e rivoluzione.  Quindi non si può negare che il clima di ribellione creato dai modernisti contro Pio XII e la Chiesa preconciliare,  arroventatosi durante il CV II, abbia a sua volta influenzato e fatto esplodere un’analoga rivoluzione nell’ambito della società civile e della politica.

Una volta impossessatisi del potere, i rivoluzionari progressisti diventarono ben presto dittatori implacabili: ne seguirono, e ne seguono tuttora,  epurazioni, emarginazioni,  destituzioni, ghettizzazioni, e questo sia in ambito civile e politico che in quello religioso.  Si è così consumata (anzi, si sta consumando tuttora) quella che può essere definita la peggiore vendetta tra opposte fazioni presenti nell’ambito della chiesa Cattolica dalla sua origine ai tempi nostri.

Con il CV II ed il successivo postconcilio, infatti,  è’ successo in ambito religioso quello che si è verificato in ambito civile, laico, dopo la fine della seconda guerra mondiale : nella società si è pian piano diffusa l’egemonia del pensiero di sinistra in quasi tutti gli ambiti del consorzio civile (nella scuola, nella magistratura, nella stampa, nelle televisioni ecc.). Un esempio per tutti: basti pensare all’ostilità manifestata dai progressisti al momento dell’introduzione della c.d. giornata del ricordo, per far memoria delle vittime delle foibe, causate dai comunisti titini alla fine del secondo conflitto mondiale; su quegli eccidi doveva calare il silenzio, non se ne doveva parlare assolutamente, per non intaccare l’aura di superiorità morale dei comunisti rispetto ai nazisti, per non incrinare il mito del comunismo portatore di libertà, debellatore delle dittature nazista e fascista, quasi che solo le stragi naziste siano state crimini contro l’umanità, mentre quelle comuniste (molto più numerose in termini di vittime) siano state esempi di civiltà, di progresso o, al massimo, errori di “compagni che sbagliano”, secondo il noto tormentone sovietico.

Così quando questo clima d’intimidazione, di ostracismo, di messa al bando, è passato dall’ambito politico a quello religioso, si  è verificato anche nella Chiesa ciò che già era successo nella vita civile :  qui si era avuta la vendetta dei comunisti contro i fascisti, le destre, e tutto ciò che appariva non allineato alla nuova linea politica dettata dai vincitori; là, nella Chiesa, c’è stata la vendetta dei modernisti contro i tradizionalisti, eredi di coloro che da Pio IX a Pio XII avevano combattuto e punito i cd “novatori”;  una vendetta spietata, senza esclusione di colpi, senza fare prigionieri.

Tutti coloro che non si sono dimostrati proni, supini di fronte al nuovo verbo vaticansecondista (che ha letteralmente ribaltato, cioè tradito, la dottrina e la tradizione cattolica bimillenarie), alla rivoluzione attuata dai neomodernisti durante il CV II,  sono  stati presi di mira, sono diventati gli unici nemici della  Chiesa (ormai prona dinanzi al mondo ed a tutte le sue perversioni e schifezze), e come tali osteggiati e perseguitati senza pietà. Questa vendetta si è consumata dapprima durante il concilio, poi durante i decenni successivi, periodo che viene normalmente indicato come “post-concilio”.

Relativamente ai protagonisti di maggior rilievo di questa seconda fase del modernismo cattolico, premesso che  non intendiamo analizzare in questa sede il loro operato, ci limitiamo a indicare i nomi più significativi, come fatto per i modernisti delle origini. Ecco allora apparire subito i papi del Concilio, Roncalli e Montini, e poi i teologi della cosidetta Nouvelle Théologie, Chenu, Congar, De Lubac, Danielou, ed ancora Bea,  Schillebeeckx, Frings, Kung, Rahenr (quest’ultimo la vera eminenza grigia del Concilio), Lercaro, Dossetti (il partigiano del Concilio) e, last but not least, monsignor Annibale Bugnini, l’artefice della riforma liturgica, coadiuvato da 6 pastori protestanti, affiancatigli da Paolo VI al fine di rendere il nuovo rito  quanto più gradito possibile ai protestanti (confermando così l’assioma luterano espresso dal motto “cambiata la messa, cambiata la religione”).

Un commento a "La parabola modernista : uno sguardo panoramico (parte prima)"

  1. #Alberto Prosperi   31 Luglio 2019 at 1:02 pm

    Ottima Analisi, peccato che non si accenni alla Crisi Ariana, che ha tanti elementi di somiglianza con la Crisi Attuale.

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