La via illuminativa o lo stato delle anime proficienti

Foto da: Tecnoservice200

Dal Compendio di Teologia Ascetica e Mistica del Padre Adolphe Tanquerey. [RS]

 

La via illuminativa o lo stato delle anime proficienti.

961. Purificata l’anima dai passati peccati con lunga e laboriosa penitenza proporzionata al loro numero e alla loro gravità; rassodatasi nella virtù con la pratica della meditazione, della mortificazione e della resistenza alle inclinazioni cattive e alle tentazioni, si entra nella via illuminativa.

É chiamata così perché consiste principalmente nell’imitare Nostro Signore con la pratica positiva delle virtù cristiane; ora Gesù è la luce del mondo e chi lo segue non cammina nelle tenebre: “Qui sequitur me non ambulat in tenebris, sed habebit lumen vitae”.

Introduzione

Prima di descrivere le virtù che devono praticarsi dalle anime proficienti, dobbiamo chiarire tre questioni preliminari:

1) chi sono coloro ai quali si conviene la via illuminativa;

2) qual è il programma da seguire in questa via;

3) qual è la differenza tra le anime pie e le anime fervorose che camminano per questa via.

I. Chi sono coloro ai quali conviene la via illuminativa.

962. S. Teresa descrive così gli abitanti della terza mansione, vale a dire le anime proficienti: “Hanno gran desiderio di non offendere la divina Maestà; schivano anche i peccati veniali; amano la penitenza; hanno le loro ore di raccoglimento; impiegano utilmente il tempo; si esercitano in opere di carità verso il prossimo.

Tutto è ben regolato in loro: le parole, le vesti, il governo della casa, quelle che ne hanno”.

Da questa descrizione si possono dedurre le seguenti conclusioni.

963. 1° Poiché la via illuminativa consiste nell’imitazione di Nostro Signore, per entrarvi bisogna adempiere queste tre condizioni, che ci rendono capaci di seguire il divino Maestro con la pratica della virtù di cui ci ha dato l’esempio.

A) Bisogna aver già acquistato una certa purità di cuore per poter aspirare senza troppa temerità a quell’unione abituale con Nostro Signore che è supposta dall’imitazione delle sue virtù: finché l’anima è esposta a cadere ogni tanto nel peccato mortale deve anzitutto lottare energicamente contro le occasioni di peccato, le cattive tendenze della natura e le tentazioni; solo superate queste difficoltà potrà utilmente occuparsi della parte positiva delle virtù.

Bisogna pure che abbia in orrore il peccato veniale deliberato e che si studi di schivarlo.

B) Bisogna pure che l’anima abbia mortificato le sue passioni.

Infatti, per seguire Nostro Signore, occorre rinunziare non solo al peccato mortale ma ancora al peccato veniale deliberato, specialmente a quello che si commette frequentemente e a cui si ha affetto.

Ora, solo lottando valorosamente contro le passioni e i vizi capitali si arriva a quella signoria di sé che rende capaci di praticare le virtù nella loro parte positiva e di accostarsi così gradatamente al divino Modello.

Allora infatti si può avere una vita ben regolata, momenti di raccoglimento, e impiegare il tempo nell’adempimento dei doveri del proprio stato.

964. C) Infine è necessario avere con la meditazione acquistato convinzioni profonde su tutte le grandi verità, a fine di poter dare nell’orazione maggior tempo ai pii affetti e alla preghiera propriamente detta.

Infatti con questi affetti e con la domanda attiriamo in noi le virtù di Nostro Signore e riusciamo a praticarle senza troppa difficoltà.

Si riconoscono quindi i proficienti a questi principali due segni:

1) sentono grande difficoltà a fare orazione puramente discorsiva perché l’attrazione dello Spirito Santo li porta ad associare ai ragionamenti molti affetti;

2) hanno desiderio ardente ed abituale di unirsi a Nostro Signore, di conoscerlo, di amarlo, di imitarlo.

965. 2° Da quanto abbia detto derivano le principali differenze fra le due vie, purgativa ed illuminativa.

A) Lo scopo così per l’una come per l’altra è pur sempre lo sforzo e la lotta; ma gl’incipienti lottano contro il peccato e le sue cause, mentre le anime proficienti lottano per ornare l’anima con l’acquisto delle virtù di Nostro Signore.

Non vi è però opposizione tra queste due direzioni; l’una prepara l’altra: distaccandosi dal peccato e dalle sue cause, si praticano già le virtù nel primo loro grado, che è soprattutto negativo; le virtù positive poi, che si praticano nella via illuminativa, perfezionano il distacco da se stessi e dalle creature; nel primo caso si insiste sul lato negativo, nel secondo sul lato positivo della virtù due cose che si integrano a vicenda.

Non si cessa quindi nella via illuminativa dal fare penitenza e dal mortificarsi, ma si fa coll’intento di unirsi meglio e meglio rassomigliare a Nostro Signore.

B) I mezzi, pur restando sostanzialmente gli stessi, differiscono nel modo onde sono adoperati: la meditazione, che era discorsiva, diventa affettiva; il pensiero che si fissava abitualmente su Dio, si concentra di più su Nostro Signore, bramoso di conoscerlo, amarlo, imitarlo: Gesù diventa veramente il centro della nostra vita.

II Programma da seguire nella via illuminativa.

966. Questo programma deriva da quanto abbiamo detto.

1° Il fine diretto è di conformarci a Nostro Signore in modo da fare di lui il centro della nostra vita.

A) Ne facciamo il centro dei nostri pensieri.

Ci dilettiamo di studiarne la vita e i misteri; il Vangelo ha per noi nuove grazie: lo leggiamo lentamente, affettuosamente, rilevando i minimi particolari della vita del Salvatore e soprattutto le sue virtù.

Vi troviamo argomenti di meditazione inesauribili, dilettandoci in meditarne le parole, minutamente analizzarle e applicarle a noi.

Quando vogliamo praticare una virtù, la studiamo innanzitutto in Gesù, richiamandocene gli insegnamenti e gli esempi, in questi trovando il motivo più potente per ricopiarne in noi le disposizioni e le virtù.

Gesù è pure il centro dei nostri pensieri nella santa Messa e nella Comunione: le preghiere liturgiche sono per noi ottimo mezzo di studiarlo.

Ci studiamo infine con pie letture di conoscere meglio l’insegnamento di Nostro Signore, soprattutto la sua dottrina spirituale, Gesù cercando nei libri: Jesum quaerens in libris.

967. B) Questa conoscenza conduce all’amore, onde Gesù diventa il centro dei nostri affetti.

a) Come infatti si potrebbe studiare quotidianamente Colui che è la stessa bellezza e la stessa bontà, senza sentirsi presi d’amore per lui?

“Dacché conobbi Gesù Cristo, diceva Lacordaire, nulla mi parve più abbastanza bello da guardarlo con concupiscenza”.

Se gli Apostoli sul Tabor, vedendo l’umanità di Nostro Signore trasfigurata, furono talmente rapiti d’ammirazione e d’amore da gridare: “É bene per noi il rimanercene qui, bonum est nos hic esse”, quanto più siamo rapiti noi di fronte alla divina bellezza che rifulge in Gesù risuscitato?

b) E come non amarlo, meditando spesso l’amore di cui ci diede e non cessa di darci prova nell’Incarnazione, nella Redenzione e nell’Eucaristia?

S. Tommaso compendiò, in una strofa mirabilmente concisa, i grandi benefici del Salvatore verso di noi “[Se nascens dedit socium, Convescens in edulium, Se moriens in pretium, Se regnans dat in praemium] Ha dato se stesso ai suoi discepoli Mangiare insieme con loro in se stesso come nostro riscatto quando stava per morire nel prezzo, la sentenza si dona come ricompensa”.

Il giorno che nacque si fece nostro compagno di via, nostro amico, nostro fratello, e non ci lascia mai soli.

Istituendo l’Eucaristia, diventa nostro cibo e col suo corpo, col suo sangue, con la sua anima, con la sua divinità, sazia le anime nostre affamate e sitibonde di lui.

Morendo sulla croce, sborsa il prezzo del nostro riscatto, ci libera dalla schiavitù del peccato, ci rende la vita spirituale e ci dà la maggior prova d’amore che si possa dare agli amici.

Finalmente in paradiso ci dà se stesso in ricompensa, lassù lo possediamo per tutta l’eternità e la nostra felicità si confonde quindi innanzi con la sua gloria.

Non potremo dunque essere mai abbastanza riconoscenti alla infinita sua bontà né amarlo mai abbastanza.

968. C) Ora l’amore conduce all’imitazione.

Appunto perché si è attratti verso l’amico dalla stima che si ha delle sue virtù, si desidera di ricopiare in sé queste medesime virtù, onde fare con lui un sol cuore e un’anima sola.

Si sente infatti che, a rendere quest’unione intima e profonda, bisogna fondarla sulla comunione dei pensieri, dei sentimenti, delle virtù dell’amico; si imita istintivamente ciò che si ama.

Onde Gesù diventa il centro delle nostre azioni e dell’intiera nostra vita.

Pregando, attiriamo in noi Nostro Signore col suo spirito di religione, per glorificare Dio e chiedere efficacemente le grazie di cui abbiamo bisogno.

Lavorando, ci uniamo al divino operaio di Nazareth per attendere come lui alla gloria di Dio e alla salute delle anime.

Volendo acquistare una virtù, attiriamo in noi Gesù modello perfetto di tale virtù e ci sforziamo di praticarla con lui.

Perfino le ricreazioni si fanno in unione con lui e nel suo spirito, onde lavorare poi meglio a gloria di Dio e a vantaggio della Chiesa.

969. 2° Ma per ottenere questo fine, occorrono dei mezzi, e questi mezzi saranno, oltre la preghiera e l’orazione affettiva, lo sforzo costante di praticare le virtù cristiane che ci fanno meglio conoscere, amare e imitare Nostro Signore, vale a dire le virtù teologali e le virtù morali.

Si mira alla virtù soda, fondata non su emozioni ma su convinzioni profonde.

A) La pratica di queste virtù corre parallela, nel senso che uno non si può esercitare nelle virtù morali senza esercitarsi pure nelle virtù teologali e viceversa.

Non si può coltivare la prudenza cristiana, senza essere nello stesso tempo guidati dai lumi della fede, sorretti dalla speranza e stimolati dall’amor di Dio; parimenti la fede e la speranza suppongono la prudenza, la fortezza e la temperanza; e così si dica delle altre virtù.

Vi sono però virtù che convengono meglio a questa o a quella classe di persone che si esercitano nella via illuminativa.

Così coloro che entrano in questa via insistono di più su certe virtù morali, di cui sentono maggior bisogno per trionfare della sensualità o della superbia.

Più tardi, dominati questi vizi, uno si applicherà più specialmente alle virtù teologali, che più direttamente ci uniscono a Dio.

970. B) A intendere meglio questa dottrina, sarà bene indicare brevemente fin d’ora la differenza che corre tra queste virtù.

a) Le virtù teologali hanno per oggetto diretto Dio stesso e per motivo un attributo divino; così con la fede io credo in Dio, appoggiato sulla divina sua autorità; con la carità io l’amo per la sua infinita bontà.

In tal modo queste virtù ci uniscono direttamente a Dio: la fede ce ne fa partecipare il pensiero, la carità l’amore.

b) Le virtù morali hanno per oggetto diretto un bene creato e per motivo il bene onesto; così la giustizia ha per oggetto di rendere a ciascuno il suo, e per motivo l’onestà.

Queste virtù preparano l’unione con Dio, allontanando gli ostacoli, come sarebbe l’ingiustizia; iniziano anzi quest’unione, perché, essendo giusto, io mi unisco a Dio che è la stessa giustizia.

Ma spetta alle virtù teologali, che sono più direttamente unificanti, il perfezionare quest’unione.

971. C) Ne viene che chi studi le virtù secondo l’ordine di dignità, deve cominciare dalle virtù teologali; chi invece segua l’ordine psicologico, che va dal meno perfetto al più perfetto, come qui facciamo noi, deve cominciare dalle virtù morali, senza per altro dimenticare la precedente osservazione sullo sviluppo parallelo delle virtù cristiane.

III. Due categorie di anime proficienti.

Nella via illuminativa si possono distinguere molte categorie di anime, ma soprattutto due principali: le anime pie e le anime fervorose.

972. 1° Le prime hanno buona volontà, slancio verso il bene e fanno sforzi seri per schivare le colpe deliberate.

Ma sono ancora vane e presuntuose; poco abituate all’abnegazione, difettano di energia e di costanza, massime quando sopraggiungono le prove.

Onde variazioni molte nella loro condotta; disposte a soffrire tutto quando le prove sono ancora lontane, mancano di pazienza e si lagnano quando sono di fronte al dolore o alle aridità; pronte a prendere generose risoluzioni, non le osservano poi che imperfettamente, soprattutto se sorgono difficoltà impreviste.

Lenti quindi ne sono i progressi, onde hanno bisogno di coltivare le virtù della fortezza, della costanza e dell’umiltà.

973. 2° Le anime fervorose sono più umili e più generose.

Diffidenti di sé e fidenti in Dio, già abituate all’abnegazione cristiana, sono più energiche e più costanti.

Tuttavia questa rinunzia di sé non è né assoluta sé universale: hanno gran desiderio di perfezione, ma la loro virtù non fu ancora abbastanza rassodata dalla prova.

Presentandosi la consolazione e la gioia, le accettano volentieri e vi si adagiano con compiacenza; non hanno ancora l’amore della croce.

Le forti risoluzioni prese al mattino non vengono eseguite che in parte, perché non sono abbastanza costanti negli sforzi.

Sono già abbastanza avanti nell’amore divino da rinunziare alle cose pericolose, ma si affezionano talora troppo a ciò che Dio permette di amare, ai parenti, agli amici, alle consolazioni che provano negli esercizi spirituali.

Occorre quindi che si distacchino ancora più perfettamente da tutto ciò che ostacola l’unione con Dio.

Non tratteremo a parte di queste due categorie di anime; ma tra le virtù che descriviamo, il direttore sceglierà quelle che convengono meglio ad ogni anima.

Divisione del secondo libro.

974. Lo scopo delle anime proficienti è di fare di Gesù il Centro della propria vita; onde:

1° si applicheranno diligentemente all’orazione affettiva per attingervi la conoscenza, l’amore e l’imitazione del divino modello.

2° praticheranno pure, in modo speciale ma non esclusivo, quelle virtù morali che, liberandole dagli ostacoli che si oppongono all’unione con Dio, cominceranno ad unirle a Colui che è l’esemplare d’ogni perfezione.

3° Quindi le virtù teologali, che avevano già praticate nella via purgativa di conserva con le virtù morali, si sviluppano in loro e diventano il principale motore della loro vita.

4° Ma, essendo la lotta tutt’altro che finita, vi saranno ancora contrattacchi del nemico che bisognerà prevedere e vittoriosamente combattere.

Onde quattro capitoli.

Cap. I. ‑ dell’orazione affettiva propria di questa via.

Cap. II. ‑ delle virtù morali.

Cap. III. ‑ delle virtù teologali

Cap. IV.‑ della lotta contro i contrattacchi del nemico.

Capitolo I.

Dell’orazione affettiva.

975. Le anime proficienti continuano a fare gli esercizi spirituali degl’incipienti, n. 657, aumentandone il numero e la durata e accostandosi così alla preghiera abituale già descritta al n. 522, che non si attua interamente se non nella via unitiva.

Si applicano soprattutto all’orazione affettiva, che a poco a poco sostituisce per loro la meditazione discorsiva.

Ne, esporremo quindi: 1° la natura; 2° i vantaggi; 3° le difficoltà; 4° il metodo che vi si può seguire.

ART. I. Natura dell’orazione affettiva.

976. 1° Definizione.

L’orazione affettiva, come dice la parola, è quella in cui dominano i pii affetti, ossia i varii atti, della volontà con cui esprimiamo a Dio il nostro amore e il desiderio di glorificarlo.

In questa orazione il cuore ha parte maggiore della mete.

Gl’incipienti, come abbiamo detto al n. 668, hanno bisogno d’acquistare convinzioni, onde insistono sui ragionamenti, dando posto molto limitato agli affetti.

Ma a mano a mano che queste convinzioni si radicano profondamente nell’anima, occorre minor tempo per rinnovarle, onde lasciano maggiore campo agli affetti.

Invaghita dell’amor di Dio e della bellezza della virtù, l’anima si innalza più facilmente con pii slanci all’autore d’ogni bene per adorarlo, benedirlo, ringraziarlo, amarlo; a Nostro Signore Gesù Cristo, suo Salvatore, suo modello, suo capo, suo amico, suo fratello, per presentargli i più affettuosi sentimenti; alla SS. Vergine, madre di Gesù e madre nostra, dispensiera dei divini favori, per esprimerle il più filiale, il più confidente il più generoso amore, n. 166.

Altri sentimenti le scaturiscono, spontaneamente dal cuore: sentimenti di vergogna, di confusione e di umiliazione alla vista delle proprie miserie; desideri ardenti di far meglio e confidenti preghiere per averne la grazia; sentimenti di zelo per la gloria di Dio che la muovono a pregare per tutte le grandi cause della Chiesa e delle anime.

977. 2° Passaggio dalla meditazione all’orazione affettiva.

A questa orazione non si giunge così tutto d’un tratto.

Vi è un periodo di transizione in cui si mescolano più o meno le considerazioni e gli affetti.

Ve n’è un altro in cui le considerazioni si fanno ancora ma sotto forma di colloquio: Aiutatemi, o Signore, a intendere bene la necessità di questa virtù; e si fanno alcuni minuti di riflessione; poi si continua: Grazie, o Signore, dei vostri lumi divini; degnatevi di imprimermi più profondamente nell’anima queste convinzioni, perché possano più efficacemente influire sulla mia condotta …

Aiutatemi, vi prego, a vedere quanto io sia lontano da questa virtù … e che cosa debbo fare per meglio praticarla … già fin di quest’oggi.

Viene poi il momento che i ragionamenti cessano quasi intieramente o almeno si fanno così brevi che la maggior parte dell’orazione trascorre in pii colloqui.

Si sente però talora il bisogno di rifarsi momentaneamente alle considerazioni per dare sufficiente occupazione alla mente.

In tutto ciò bisogna seguire i moti della grazia accertati dal direttore.

978. 3° Segni che giustificano questo passaggio.

A) Conviene conoscere i segni onde si arguisce che è tempo di lasciare la meditazione per l’orazione affettiva.

Sarebbe cosa imprudente farlo troppo presto; perché, non essendo allora l’anima ancora abbastanza progredita per alimentare questi affetti, cadrebbe nelle distrazioni o nell’aridità.

Ma sarebbe anche a dolore che si facesse troppo tardi; perché, secondo l’avviso di tutti gli autori spirituali, l’orazione affettiva è più fruttuosa della meditazione, essendo specialmente gli atti della volontà quelli per cui glorifichiamo Dio e attiriamo in noi le virtù.

B) Questi segni sono i seguenti:

1) quando, nonostante la buona  volontà, torna difficile far ragionamenti o trarne profitto, e d’altra parte uno si sente portato agli affetti;

2) quando le convinzioni sono così profondamente radicate che l’anima si sente già convinta fin dal principio dell’orazione;

3) quando il cuore, distaccato dal peccato, corre facilmente, a Dio o a Nostro Signore.

Essendo però noi cattivi giudici in causa propria, sarà bene sottoporre questi segni al giudizio del direttore.

979. 4° Mezzi per coltivare gli affetti.

A) i pii affetti si moltiplicano e si prolungano principalmente, con l’esercitarsi nella virtù della carità, scaturendo essi da un cuore in cui domina l’amor di Dio.

È l’amore che ci fa ammirare le perfezioni divine; illuminato dalla fede, ci mette dinanzi agli occhi la bellezza, la bontà, la misericordia infinita di Dio; onde nasce spontaneo un sentimento di riverenza e di ammirazione che eccita a sua volta la riconoscenza, la lode, la compiacenza; quanto più si ama Dio e tanto più questi vari atti continuano.

Lo stesso avviene dell’amore a Nostro Signor Gesù Cristo: quando si ripensa ai benefici indicati al n. 967, ai patimenti sostenuti per noi, da quest’amabile Salvatore, all’amore di cui ci dà continua prova nell’Eucaristia, uno si abbandona facilmente a sentimenti di ammirazione, di adorazione, di riconoscenza, di compassione, di amore, e sente bisogno di lodare e di benedire Colui che ci ama tanto.

980. B) A fomentare questo divino amore, si consiglierà ai proficienti di meditare spesso sulle grandi verità che ci ricordano ciò che Dio ha fatto e non cessa di fare per noi:

a) L’abitazione delle tre divine persone nell’anima nostra e la paterna loro azione su noi ( n. 92‑130 ).

b) La nostra incorporazione a Cristo e la parte sua nella vita cristiana ( n. 132‑153 ); la sua vita, i suoi misteri, soprattutto la dolorosa sua passione e l’amor suo nell’Eucaristia.

c) La parte della SS. Vergine, degli Angeli e dei Santi nella vita cristiana ( n. 154‑189 ): abbiamo così un mezzo prezioso di variare gli affetti, rivolgendoci ora alla Madre celeste, ora ai SS. Angeli, soprattutto all’angelo custode, ora ai Santi, massime a quelli che c’ispirano maggior divozione.

d) Le preghiere vocali che, come il Pater, l’Ave Maria, l’Adoro te devote latens deitas, etc … sono piene di sentimenti di amore, di riconoscenza, di conformità alla volontà di Dio.

e) Le principali virtù, come la religione verso Dio, l’obbedienza verso i superiori, l’umiltà, la fortezza, la temperanza, e principalmente le tre virtù teologali.

Si considereranno queste virtù non così in astratto ma come praticate da Nostro Signore, e appunto per assomigliare a lui e dargli prova del nostro amore si cercherà di praticarle.

f) Non si lascerà di meditare sulla penitenza, sulla mortificazione, sul peccato, sui novissimi, ma in modo diverso dagl’incipienti.

Si considererà Gesù come perfetto modello di penitenza e di mortificazione, come carico dei nostri peccati che sono da lui espiati con lungo martirio, sforzandoci d’attirarlo in noi con tutte le sue virtù.

La meditazione sulla morte, sul paradiso e sull’inferno si farà per distaccarsi dalle cose create e unirsi a Gesù, onde assicurarsi la grazia d’ una buona morte e un bel posto in paradiso presso Gesù.

ART. II. Vantaggi dell’orazione affettiva.

Sono vantaggi che derivano dalla natura stessa di questa orazione.

981. 1° Il principale è una più intima e più abituale unione con Dio.

Moltiplicando gli affetti, produce in noi un aumento d’amore di Dio; onde gli affetti vengono ad essere effetto e causa: nascono dall’amore di Dio, ma anche lo perfezionano, perché le virtù crescono con la ripetizione degli stessi atti.

Aumentano pure la conoscenza delle divine perfezioni.

Perché, come nota S. Bonaventura, “il miglior modo di conoscere Dio è di sperimentare la dolcezza del suo amore: modo di conoscenza più eccellente, più nobile e più dilettevole della ricerca per via di ragionamento”.

Come infatti si giudica meglio dell’eccellenza di un albero col gustarne i saporosi frutti, così si giudica meglio dell’eccellenza degli attributi divini con lo sperimentare la soavità dell’amor di Dio.

Questa conoscenza aumenta a sua volta la carità e il fervore, e ci dà nuovo slancio a praticare più perfettamente tutte le virtù.

982. 2° Aumentando la carità, l’orazione affettiva perfeziona pure tutte le virtù che ne derivano:

a) la conformità alla volontà di Dio; perché si è lieti di fare la volontà della persona amata;

b) il desiderio della gloria di Dio e della salvezza delle anime; perché, quando uno ama, non può tenersi dal lodare e fare lodare l’oggetto del suo amore;

c) l’amor del silenzio e del raccoglimento; perché si vuole stare da solo a solo coll’amato, onde pensare più spesso a lui e ripetergli il proprio amore;

d) il desiderio della comunione frequente; perché si desidera di possedere più perfettamente possibile l’oggetto del proprio amore, beati di riceverlo nel cuore e restargli uniti per tutto il giorno;

e) lo spirito di sacrificio; perché si sa che non possiamo unirci al divin Crocifisso e per lui a Dio, se non in quanto rinunziamo a noi stessi e ai nostri comodi, onde portare la croce senza stancarci e accettare tutte le prove che la Provvidenza ci manda.

983. 3° Vi si trova pure spesso la consolazione spirituale; non vi è infatti gaudio più puro e più dolce del trovarsi in compagnia d’un amico; e, poiché Gesù è il più tenero e il più generoso degli amici, si gustano, lui presente, gaudii di paradiso: esse cum Jesu dulcis paradisus.

È vero che accanto a questi gaudii vi sono pure talora aridità o altre prove, ma si accettano con dolce rassegnazione ripetendo continuamente a Dio che si vuole amarlo e servirlo a qualunque costo; e il pensiero che si soffre per Dio è gia addolcimento di pena e consolazione.

Si può aggiungere che l’orazione affettiva è meno faticosa dell’orazione discorsiva; perché in quest’ultima uno si stanca presto nel filo dei ragionamenti, mentre che, abbandonando il cuore a, sentimenti di amore, di riconoscenza, di lode, l’anima gode dolce riposo e serba gli sforzi pel tempo dell’azione.

984. 4° Infine l’orazione affettiva, semplificandosi, ossia diminuendo il numero e la varietà degli affetti per intensificarne solo alcuni, ci conduce a poco a poco all’orazione di semplicità, che è già contemplazione acquisita e prepara quindi alla contemplazione infusa o contemplazione propriamente detta le anime che vi sono chiamate.

Ne parleremo nella via unitiva.

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.