L’Anghinolfi &C.? Nel 2016 parlavano alla Comm. Infanzia della Camera dei Deputati, invitati da dep. PD

Vanna Iori (deputata reggiana del PD): Volevo solo ringraziare e dire che il motivo per cui ho proposto questa audizione è che per la prima volta abbiamo non solo la denuncia di un fenomeno, ma anche un tentativo di risposta. Tengo a sottolinearlo, perché di auditi che ci hanno sottoposto problemi ne abbiamo avuti altri; di risposte vere, concrete, che hanno dato dei risultati non ne abbiamo avute, quindi grazie davvero.

Si tratta di politica, certo. Ma le dichiarazioni di Vanna Iori, paiono speculari a quelle della Mori (che parlado della Val d’Enza usava la parola “esemplare”). Nessuno può mettere in dubbio la buona fede dando un giudizio in foro interno, ma gli errori in vigilando sono lì da vedere. In ogni caso rimandiamo all’archivio completo.

Il testo completo dell’audizione lo trovate qui. sul sito della Camera. Lo riportiamo di seguito con grassettature nostre.

***

PRESIDENZA DELLA VICEPRESIDENTE
SANDRA ZAMPA

  La seduta comincia alle 14.05.

  (La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente.)

Sulla pubblicità dei lavori.

  PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso impianti audiovisivi a circuito chiuso.

  (Così rimane stabilito).

Audizione di rappresentanti del Servizio sociale integrato dell’Unione dei comuni della Val d’Enza.

  PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sui minori fuori famiglia, l’audizione dei rappresentanti del Servizio sociale integrato dell’Unione dei comuni della Val d’Enza.
  Ringrazio per la loro presenza il sindaco di Bibbiano con delega al sociale, Andrea Carletti, la responsabile del Servizio sociale integrato, dottoressa Federica Anghinolfi, il medico legale e criminologo dell’AUSL di Reggio Emilia, dottoressa Maria Stella D’Andrea. Sono presenti all’audizione anche la dottoressa Rossella Pomentale e la dottoressa Cinzia Magnarelli, assistenti sociali del Servizio sociale integrato, e la dottoressa Roberta Chierici, coordinatrice degli educatori territoriali della Val d’Enza.
  Anche per ottemperare alle vostre richieste partirei dalla dottoressa Anghinolfi, dandovi venti minuti per la vostra presentazione, in modo che i colleghi abbiano cinque o dieci minuti per rivolgervi eventuali domande e per dare a voi la possibilità di replica. In ogni caso tutto il materiale verrà acquisito ed eventuali interventi scritti più lunghi saranno poi utilizzati nel materiale a stampa.
  Lascio quindi la parola alla dottoressa Federica Anghinolfi, responsabile del Servizio sociale integrato dell’Unione dei comuni della Val d’Enza.

  FEDERICA ANGHINOLFI, responsabile del Servizio sociale integrato dell’Unione dei comuni della Val d’Enza. Buonasera e grazie dell’invito. Parto subito con una premessa prima di un video che volevamo proiettare per dare visibilità ai minori vittime, che sono purtroppo costretti a uscire dai nuclei familiari quando i genitori commettono nei loro confronti azioni di gravi violenze, di maltrattamenti e abusi sessuali.
  Avremmo voluto portare almeno due esperienze delle vittime, però probabilmente non riusciremo, quindi faremo solamente una prima parte e comunque abbiamo lasciato agli atti il materiale e il video delle vittime.
  Partirei proprio dalla storia di una giovane che abbiamo chiamato «Pippi» con un nome di fantasia, una storia di prostituzione minorile in cui la bambina era stata prostituita dalla mamma. Tutto il lavoro che abbiamo svolto, che è partito nel 2014, ha dato modo di rilevare, con una metodologia che ci siamo gradualmente costruiti sul campo, una maggiore affinità nel leggere i fattori di rischio e di protezione dei minori, coinvolgendo la comunità locale, quindi scuole di ogni ordine e grado, educatori, altri colleghi dei servizi, nell’individuare le caratteristiche dei bambini che poco a poco entrano in una sorta di vuoto, perché non sufficientemente accuditi, amati, curati dai loro genitori.
  Tanto c’è da fare nella parte della prevenzione perché, se si riuscisse da subito, già dalle scuole materne e dai nidi, a lavorare per sostenere i genitori nelle loro responsabilità di cura, si potrebbero evitare tante storie terribili che possono arrivare ai Servizi quando i bambini sono già diventati adolescenti.
  Nella storia di Pippi i segnali erano da tempo evidenti, ma i Servizi sono arrivati quando la ragazzina aveva 17 anni e la sua storia di prostituzione minorile era iniziata a 12.

  (Si procede alla proiezione di un breve filmato)

  FEDERICA ANGHINOLFI, responsabile del Servizio sociale integrato dell’Unione dei comuni della Val d’Enza. Intorno alla storia di Pippi si è poi costruita un’attività di supporto e di aiuto, partendo da una forte collaborazione con le forze dell’ordine, con la magistratura minorile e con delle associazioni che ci aiutano nel reperire risorse affidatarie; quindi dalla prima fase dell’aiuto alla ragazza, che lentamente ha condiviso la sua storia con gli operatori dei servizi (assistente sociale e psicologa), si è poi coinvolto un team che ha iniziato a lavorare in sintonia, coinvolgendo anche avvocati, medico legale e psicoterapeuti specializzati nel trattamento del trauma.
  Ora Pippi ha quasi 20 anni e, dopo 2 anni di comunità, un buon lavoro psicoterapeutico e un processo alle spalle, che ha visto condannata la mamma a 11 anni, sta uscendo da questo buco nero.
  Non è però solo di lei che volevamo parlare, ma la sua è una storia importante. Abbiamo appena concluso un convegno regionale di due giornate, in cui abbiamo cercato di rappresentare come si può lavorare per accogliere, ascoltare e andare oltre il vissuto di negazione degli operatori, ma anche delle forze dell’ordine e della stessa società civile di fronte a questa realtà. Gli ultimi dati pubblicati sul maltrattamento minorile indicano che in Europa ci sono più di 18 milioni di bambini e di ragazzi sotto i 18 anni che sono maltrattati, ogni anno 852 morti fra i bambini sotto i 15 anni.
  Questi sono dati macro che ci dicono di un fenomeno molto forte ed evidente, ma che non fa rumore. Il problema probabilmente sta nel voler provare a metterci gli occhi, il cuore e soprattutto la responsabilità, perché provando a vedere ovviamente si possono aiutare molti bambini e ragazzi. Sappiamo che, come la letteratura sta dicendo da almeno trent’anni, se le vittime di violenza, di maltrattamento e di abusi sessuali nell’infanzia non vengono trattati in modo adeguato, diventano quasi sempre degli offender, quindi sono catene che di generazione in generazione producono dolore a loro stessi ed ai loro figli, e hanno anche dei costi importanti per i Servizi.
  Per quanto riguarda la Val d’Enza, è un’Unione che ha 62.000 abitanti, 12.000 dei quali minorenni; in carico come area della tutela ne abbiamo circa 900, di questi circa 90 sono vittime di abusi sessuali, gravi maltrattamenti, violenza assistita e violenza psicologica.
  Sono dati che, confrontandoci anche con il gruppo della Regione Emilia-Romagna che cura le linee d’indirizzo sul maltrattamento e abuso, sono in trend con i dati dei Paesi occidentali industrializzati. Nella nostra regione siamo l’unico distretto con questa percentuale, che però è in linea con i dati occidentali.
  Il lavoro capillare di ascolto che abbiamo messo a disposizione per i vari testimoni soccorrevoli e i vari stakeholders presenti nei punti fondamentali, in particolare la scuola – che è un luogo veramente molto interessante in cui poter cogliere e non negare, e fare prevenzione – ha avvicinato molto i servizi sociali e le scuole, quindi gli insegnanti non si sono sentiti soli nel dover affrontare i primi segnali problematici.
  Gli insegnanti sono i primi ad essere preoccupati però, se non trovano dei luoghi nei quali poter condividere la loro frustrazione, la loro responsabilità, è logico che la negazione arriva, perché ascoltare queste esperienze non è umano, soprattutto ascoltarle con il cuore, e la difesa è ovviamente emotiva, quindi la vicinanza emotiva che gli operatori dovrebbero mettere in campo per trattare questi temi anche a livello preventivo è fondamentale.
  Noi operatori siamo esseri umani, e per mantenere la nostra parte motiva sana indubbiamente occorre che ci siano delle strategie della supervisione e della formazione che devono essere messe in campo da tutti coloro che fanno questo lavoro.
  Questo ci ha dato modo di essere sentinelle attive, quindi le scuole hanno cominciato a segnalare delle situazioni, tanto che nella casistica dei 90 prima citati, 31 sono di violenza sessuale, 26 di violenza assistita, 19 di maltrattamento fisico.
  La violenza assistita, che è collegata alle separazioni conflittuali tra genitori, è un flagello rispetto alla crescita sana e al processo evolutivo dei minori; 26 casi è un dato alto, altissimo è quello della violenza sessuale, meno rilevante quello del maltrattamento fisico.
  Sul maltrattamento fisico la negazione sta nel fatto che a volte si cerca di pensare che, se in Maghreb, Centro Africa o Cina queste cose sono permesse, allora vuol dire che possono essere permesse anche qua, ma non è assolutamente vero, perché le vittime di maltrattamento nei momenti in cui vengono maltrattate sviluppano all’interno della loro formazioni psicofisica gli stessi danni e lo stesso dolore che prova un bambino occidentale, per cui c’è molto da fare anche per creare una cultura che stia attenta al maltrattamento fisico e che possa aiutare i genitori a capire che la pedagogia nera non è una buona pedagogia, però questo fa parte degli aspetti preventivi.
 Il 90 per cento degli abusi sessuali sono avvenuti all’interno delle mura domestiche, quindi possono essere coinvolti madri, padri, nonni. È logico che a quel punto la famiglia diventa un pericolo, cioè chi ha responsabilità genitoriale diventa un pericolo e gli enti preposti devono fare una scelta di allontanamento in accordo con la magistratura minorile.
  Diventa necessario lavorare con i vari organi giudiziari (a questo punto sono reati perseguibili d’ufficio, per cui c’è il Tribunale minorile ma ci sono anche la Procura ordinaria, la Procura penale e tutta la parte che riguarda le indagini), e il Servizio non solo aiuta il minore e gli mette a disposizione tutti i dispositivi necessari, ma deve anche svolgere la funzione genitoriale e quindi con il mandato del Tribunale per i minorenni prendere tutte le decisioni necessarie al benessere del minore, anche la curatela.
  Nel momento in cui il Tribunale per i minorenni dà la curatela al Servizio e ci sono delle decadenze o delle sospensioni delle potestà genitoriali, gli operatori diventano coloro che hanno responsabilità genitoriali nei confronti di questi ragazzi, bimbi e bambine. Per quanto riguarda l’età andiamo dai 3 ai 20 anni, perché abbiamo dei prosegui amministrativi.
  La difficoltà nel costruire una rete di aiuto fuori dalla famiglia, coinvolgendo famiglie affidatarie, lavorando perché ci siano dei luoghi nel territorio che non vittimizzino due volte il minore – perché l’abuso istituzionale a volte è ancor peggio di quello dei genitori, e l’abuso istituzionale sta nel privare questi minori della loro vita, della loro scuola, delle loro attività sportive, delle loro relazioni amicali, del loro paese, del loro contesto – e dar loro la possibilità di spostarsi in bicicletta, di poter salutare qualcuno ed entrare in un negozio a comprare qualsiasi cosa, quindi non deportare questi bambini in altri luoghi.
  Abbiamo capito di dover lavorare perché ci sia una filiera corta, perché i bambini possano stare protetti ma possibilmente sul territorio, perché possano avere i sostegni adeguati da parte di adulti accoglienti, di dover lavorare tanto con le famiglie affidatarie e, nel caso non si riesca, trovare comunità familiari o comunità educative dove possano trascorrere la loro vita, ovviamente con le terapie salvavita, che è la psicoterapia specializzata in età evolutiva, perché tutti questi bimbi hanno traumi gravi con un rischio psichico futuro difficile.
  I loro traumi sono collegati al trauma da stress complesso e portano a personalità completamente frammentate, e questo può condurre alla lunga a psicopatologie, rischi di tossicodipendenza, atteggiamenti antisociali, e li ritroviamo in carcere o all’interno Pag. 6di comunità terapeutiche per tossicodipendenti.
  Una buona prevenzione e, se non si riesce, una buona cura psicoterapeutica nell’età minorile, può concludersi in due o tre anni, mentre una mancata cura dura tutta la vita, per cui saranno necessari danari pubblici per il carcere, le comunità terapeutiche, le comunità psichiatriche, e perché ci saranno altri figli e altri maltrattamenti.
  Per poter prevenire e fornire agli enti locali gli strumenti per svolgere queste funzioni ci siamo presi la legge regionale, la legge n. 14 del 2008. C’è un primo livello, che è un livello territoriale, e un secondo livello, che è un livello specialistico che per legge dovrebbe essere provinciale, e ci siamo detti che non possiamo avere una filiera lunga, dobbiamo creare delle connessioni con il territorio, quindi ci siamo assunti con gli amministratori la responsabilità di sperimentare il secondo livello in ambito locale.
  Questo ha dato dei frutti, perché si è intervenuti tempestivamente; ad esempio sull’emergenza interveniamo in 24 ore, e, se necessario, in 24 ore il minore viene collocato fuori famiglia, se deve iniziare una terapia, la inizia e avvia tutto il percorso con le autorità giudiziarie.

  Sarebbe importante mettere a sistema esperienze che diano la possibilità di intervenire in modo efficace, perché siamo stati chiamati dal Garante dell’infanzia e si è scoperto che anche a livello regionale la legge n. 14 era applicata parzialmente, cioè l’articolo 18, quello sull’intervento e sulla cura anche giudiziaria, non solo cura psicoterapeutica, non veniva applicato se non a Bologna.
  È chiaro che in termini di risorse, quando un ente locale è chiamato a sostituire i genitori, a mettere a sistema gli aiuti necessari che sono la comunità o la casa famiglia, la psicoterapia, il processo, l’avvocato, il CTP, i costi sono altissimi e non ci sono capitoli di spesa che aiutino a farlo.

  PRESIDENTE. Passerei la parola alla dottoressa Maria Stella D’Andrea, medico legale e criminologo dell’AUSL di Reggio Emilia. Ricordo che alle 15.00 dovremmo tornare in Aula.

  MARIA STELLA D’ANDREA, medico legale e criminologo dell’AUSL di Reggio Emilia. A questo punto mi sembra corretto dare direttamente la parola al sindaco, perché abbiamo solo pochi minuti.

  ANDREA CARLETTI, sindaco di Bibbiano. Buongiorno a tutti, innanzitutto grazie, presidente, e grazie ai componenti della Commissione presenti per questa opportunità di ascolto e di condivisione. Mi vorrei soffermare su alcuni aspetti.
  Partiamo innanzitutto da un riferimento, da una premessa fondamentale: 8 comuni, l’Unione dei comuni della Val d’Enza, 62.000 abitanti, un sistema di servizi di welfare di comunità composto da operatori estremamente competenti, un sistema abituato a saper innovare, rimodulare le proprie azioni, i propri comportamenti, i propri progetti in base al mutamento dei bisogni, e una straordinaria capacità maturata nel tempo a lavorare in rete sociale, comparto educativo, comparto sanitario.
  Questa è la premessa fondamentale per cogliere l’approccio che abbiamo messo in campo a partire dal 2014 rispetto a questo fenomeno manifestatosi con numeri estremamente significativi.
  Al manifestarsi di queste situazioni avevamo davanti due scelte: trattarle con una certa superficialità e volgere lo sguardo da un’altra parte o assumerci doverosamente la responsabilità di mettere in campo tutte le azioni possibili per ridare speranza, futuro e dignità a questi minori. È questa la strada che abbiamo intrapreso con grande determinazione, innanzitutto con azioni concrete, perché quando si tratta di fenomeni di questo tipo non bastano le parole, occorrono atti concreti.
  C’era bisogno di mettere a disposizione dei nostri operatori del sociale e degli operatori della sanità formazione e competenze per affrontare in maniera adeguata e qualificata questo fenomeno. Ci siamo rivolti al Centro studi Hansel e Gretel di Torino, che è uno dei centri maggiormente qualificati su questi temi, e questo è stato un elemento determinante; quindi la formazione, rafforzare il lavoro di rete, chiedendo a tutti un’assunzione di responsabilità dinanzi alla sfida che ci trovavamo di fronte.
  Terzo elemento anche di carattere politico: non avere paura di essere etichettati, perché in una realtà di 62.000 abitanti che presenta numeri di questo tipo c’è tale rischio. Abbiamo deciso però di cercare di cogliere anche l’elemento positivo: qui finalmente i minori hanno trovato il coraggio di denunciare perché sapevano di poter contare su una rete di operatori in grado di raccogliere questo loro grido e accompagnarli fuori dal tunnel.
  Altro elemento: non lasciare soli gli operatori, perché – credetemi – è estremamente difficile e complesso dal punto di vista fisico, ma anche dal punto di vista psicologico affrontare e ascoltare alcuni racconti, c’è il rischio che qualcuno cerchi di isolare questi operatori che affrontano temi che mettono in discussione la comunità, che cerchi anche di delegittimare le loro competenze. Noi abbiamo sempre detto pubblicamente che siamo al fianco dei nostri operatori, li sosteniamo in questa sfida.
  Altro elemento: questo è un tema che non può essere delegato solo agli operatori del sociale, della sanità o del settore educativo, ma si deve richiamare l’intera comunità a un senso di responsabilità per riuscire a cogliere anche nel quotidiano indicatori che possano far pensare che in quel determinato contesto familiare o educativo ci possano essere cose estremamente negative, che possono mettere a rischio dei minori.
  In merito alla testimonianza di Pippi, l’Unione dei comuni della Val d’Enza, a fronte dell’azione legale intrapresa, ha deciso di costituirsi parte civile. Questo è stato un segnale molto importante innanzitutto nei confronti della vittima: le istituzioni credono alle tue denunce e saranno al tuo fianco. Ero presente in rappresentanza degli altri sindaci in occasione della lettura della sentenza ed è stata un’emozione incredibile quando è arrivata la condanna che fa anche scuola.
  Il lavoro di squadra con le forze dell’ordine è stato richiamato anche dagli operatori, ma qui non siamo venuti con la presunzione di aver individuato una ricetta che ci permetta dall’oggi al domani di risolvere questi problemi, siamo venuti con l’umiltà di raccontare che in questi due anni abbiamo affrontato il fenomeno in un certo modo, stiamo raccogliendo dei risultati, non intendiamo tornare indietro, vogliamo con grande determinazione continuare, cercando di capire, attraverso il coinvolgimento di tutti i livelli istituzionali, come possiamo insieme debellare questo tipo di fenomeno.
  Abbiamo avuto fin dall’inizio al nostro fianco la Regione Emilia-Romagna ed il Garante per l’infanzia – la Regione fra l’altro ha delle linee di indirizzo estremamente avanzate e qualificate –; la parlamentare Vanna Iori ci ha seguito in questo percorso, a settembre inaugureremo nel mio comune, ma con valenza sovracomunale, un appartamento, che sarà un centro di riferimento importantissimo in cui fare psicoterapia per i minori maltrattati, consulenza medico-legale, consulenza legale, formazione per gli operatori. Questo era l’impegno che ci eravamo assunti lo scorso anno e che porteremo a termine come programmato.
  Abbiamo bisogno di una normativa anche nazionale che dia forza alle azioni che il sistema degli enti locali cerca di portare avanti sui territori. Ultimi dati per darvi l’idea di un lavoro che è stato costruito nel tempo e che penso denoti un certo tipo di visione: negli ultimi cinque anni abbiamo dimezzato le risorse per gli inserimenti di minori in comunità, abbiamo raddoppiato contestualmente le risorse per gli affidi, abbiamo raddoppiato le risorse per l’educativa territoriale, perché ritenevamo che quella fosse la strada da intraprendere con coerenza di azioni, di comportamenti anche di investimenti da parte degli enti locali e dell’Unione dei comuni della Val d’Enza.
  Noi intendiamo continuare in questa direzione. Grazie per l’opportunità di essere stati ascoltati dalla Commissione.

  PRESIDENTE. Sono io che la ringrazio e mi scuso, ma purtroppo oggi abbiamo in Aula un provvedimento molto delicato e importante per il contrasto alla povertà, a cui anche questa Commissione ha contribuito con l’indagine sulla povertà minorile, ed è molto contrastato, quindi è importante votare, altrimenti saremmo rimasti, ma ci hanno chiamato.
  Trovo sinceramente molto preoccupanti i dati che avete portato, perché non credo che ci sia una concentrazione di casi nei vostri territori: sono 62.000 abitanti, quindi che ci siano 900 casi di minori in carico ai servizi e di questi il 10 per cento per situazioni così gravi è molto preoccupante, se è la spia di un dato nazionale.
  Nei prossimi giorni con la collega Iori e con chi vorrà cercheremo di capire la situazione in Campania per le vicende che sono emerse: è un quadro davvero inquietante.
  Lascio la parola al collega Romanini e vi chiedo di inviarci la vostra documentazione scritta.

  MARIA STELLA D’ANDREA, medico legale e criminologo dell’AUSL di Reggio Emilia. Aggiungo solo una cosa rispetto ad un fatto che non emerge, e ve lo lancio come provocazione: non esiste un corso di studi che prepari la persona che andrà a laurearsi e che tratta con i minori, sia medico, infermiere, ostetrica o quant’altro, un percorso di formazione sulla violenza ai minori; quindi chi li intercetta è perché si è autoformato, altrimenti sono personaggi che passano davanti agli occhi come dei fantasmi senza essere intercettati.

  GIUSEPPE ROMANINI. Mi scuso, ma continuiamo a ricevere dei messaggi per andare in Aula a votare con rapidità. Ringrazio gli auditi che hanno portato un’esperienza illuminante molto importante. Ci avete presentato dei dati che dimostrano come il problema sia sottovalutato dai più, anche dalle amministrazioni, probabilmente perché è più semplice girare la testa dall’altra parte che farsi carico di una questione che dal punto di vista organizzativo dei servizi, di specializzazione e di costi è veramente difficile da affrontare.
  Penso che nel modello che avete rappresentato il livello trasversale dovrebbe trovare almeno collocazione provinciale, che non sia corretto, se non altro da un punto di vista di risorse, che l’Unione dei comuni debba farsi carico del livello di specializzazione trasversale che un Servizio di questo tipo richiede. Si parlava di corsi di preparazione ad hoc e cogliamo per quanto possibile la sollecitazione, che credo sia importante, per quanto riguarda l’adeguamento delle normative a livello nazionale, nonostante la Regione Emilia Romagna sia piuttosto avanti.
  È però necessario anche stanziare delle risorse specifiche, perché altrimenti rimarrà un tema affidato a poche, illuminate e organizzate amministrazioni, e il resto dei comuni d’Italia in un momento di crisi (oggi alla Camera parliamo di povertà) non potrà che girare la testa dall’altra parte.

  VANNA IORI. Volevo solo ringraziare e dire che il motivo per cui ho proposto questa audizione è che per la prima volta abbiamo non solo la denuncia di un fenomeno, ma anche un tentativo di risposta. Tengo a sottolinearlo, perché di auditi che ci hanno sottoposto problemi ne abbiamo avuti altri; di risposte vere, concrete, che hanno dato dei risultati non ne abbiamo avute, quindi grazie davvero.

  ROSETTA ENZA BLUNDO. Mi scuso per non aver potuto prendere parte ai lavori della Commissione fin dal loro inizio, ma ricordo che questa mattina erano in corso votazioni in Assemblea, sia alla Camera sia al Senato, che si sono protratte fino a poco tempo fa.
  Mi spiace tantissimo e ringrazio la collega Iori per aver sollecitato una vostra audizione, perché ritengo di grande importanza conoscere delle esperienze utili e significative, quindi vi ringrazio e leggerò attentamente il resoconto di quanto è stato detto.

  PRESIDENTE. Nel ringraziare i nostri ospiti, dichiaro conclusa l’audizione.

  La seduta termina alle 14.55. Pag. 9

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