L’Unione Fiorentina dei Greci e dei Latini.

a cura di Giuliano Zoroddu

L’8 febbraio 1438 sbarcava a Venezia una legazione bizantina, capeggiata dall’imperatore Giovanni VIII: era diretta al Concilio che papa Eugenio IV aveva convocato a Ferrara (poi verrà spostato a Firenze a motivo della peste) per discutere dell’unione ecclesiastica fra Greci e Latini. Ci siamo più volte soffermati su questo importante momento della storia della Chiesa, presentando i principali protagonisti e riportando alcune diatribe di questa sacra assise di prelati dalla non comune cultura. Oggi, ci piace ricordare, il “lieto fine” (sebbene effimero, come abbiamo visto qui) del Concilio Fiorentino, quando il 6 luglio 1439 fu proclamata la tanto sospirata Unione fra Oriente e Occidente. Lo facciamo con le parole dell’abate Rohrbacher.

La bolla di Unione bilingue

Il segretario del concilio, uno di essi [dei Greci, ndr], dice in propri termini: «Noi ci radunammo tutti nella casa dell’Imperatore ed esaminammo le proposizioni dei Latini e le trovammo giuste ed esatte tutte e cinque: la prima, della processione dello Spirito santo; la seconda, dell’azzimo e del pane con lievito; la terza, del primato del Papa; la quarta, dell’addizione [del Filioque, ndr]; la quinta, del Purgatorio. Noi stringemmo assai l’Imperatore, dicendo: Noi riceviamo tutto e la si finisca» [1]. L’imperatore consentiva che si riconoscesse il primato del Papa in generale, ma non in particolare, che si potesse appellare a lui dal giudizio di tutti i Patriarchi, né ch’egli avesse potestà, senza l’Imperatore e i Patriarchi, di celebrare i Concili generali. E perciò il principe raccolse, il 17 giugno, i prelati greci, i quali tutti, eccettuato Marco d’Efeso, votarono per l’unione. La seguente domenica esaminarono i privilegi del Papa e li approvarono tutti, da due punti in fuori, cioè: ch’egli non potesse convocar Concili ecumenici senza l’Imperatore e i Patriarchi, e che, nel caso di appellazione dal giudizio di questi, egli non potrà avocar la causa a Roma, ma spedirà giudici sui luoghi. Il Papa rispose a mezzo di tre cardinali: ch’egli voleva tutti i privilegi della sua Chiesa, le appellazioni, reggere e governar tutta la Chiesa del Cristo come Pastore delle pecorelle; che inoltre egli aveva l’autorità per celebrare un Concilio ecumenico, quando ciò fosse necessario, e che tutti i Patriarchi eran tenuti obbedire alla sua volontà. Tutte le quali cose furon provate dottamente ai Greci dal Provinciale dei Domenicani [Giovanni da Montenero, ndr]. L’imperatore che si vedeva togliere la specie di primato che i suoi predecessori s’aveano arrogato sulla Chiesa, poco mancò non rompesse lutto il negoziato; ma i Vescovi greci cominciavano forse a intravedere la base della lor propria libertà e indipendenza nella indipendenza e libertà del Romano Pontefice. Ciò che v’ha di sicuro è che pochi giorni dopo stesero l’articolo relativo al Papa, in questi termini: «Intorno al primato del Papa noi confessiamo che egli è il Sommo Pontefice, l’intendente, il luogotenente e il vicario del Cristo, il pastore e il dottore di tutti i cristiani, per reggere e governar la Chiesa di Dio, salvi i privilegi dei Patriarchi d’Oriente, cioè di quello di Costantinopoli, ch’è il secondo dopo il Papa , indi di quello di Alessandria , di Antiochia e infine di Gerusalemme». Questo disegno fu gradito dal Papa e dai Cardinali, e si convenne di dar opera sino dalla mattina dopo a comporre il decreto dell’unione. A tal effetto furon tenute diverse conferenze; perché bisognò esaminare, pesare ogni frase, ogni parola ogni particella; infine, letto il progetto, fu approvato da ambo le parti. Si nominarono quinci e quindi sei commissari per la redazione definitiva della bolla; i quali vi faticarono intorno per ben otto giorni con tanta applicazione che si radunavano due volte al giorno. La bolla fu letta nell’assemblea generale del 4 luglio davanti al papa e all’imperatore; e avendola tutti approvata di comun consenso, fu stabilito che sarebbe solennemente pubblicata due giorni dopo nell’ultima sessione dei Latini e dei Greci. Non vi si parlò della forma della consacrazione alla messa, atteso che i Greci protestarono in privato ed in pubblico davanti al papa, che su questo articolo essi non avevano avuto mai altra credenza che quella della Chiesa Romana. Di che il Papa si dichiarò soddisfatto.

Perciò il 6 luglio 1439, ch’era lunedì, giorno dell’ottava degli Apostoli san Pietro e san Paolo, si celebrò l’ultima sessione del Concilio fra i Greci e i Latini nella chiesa cattedrale di Firenze, nel medesimo ordine che fu osservato a Ferrara, colla sola diversità che il trono del Papa, il quale doveva officiare pontificalmente, fu messo, secondo il costume, vicino all’altare. I magistrati della repubblica vi convennero in corpo; tutti i prelati, Greci e Latini, andarono secondo il loro grado a fare profonda riverenza al Papa e a baciargli la mano. La musica dell’imperatore cantò il Veni Creator, in maniera soavissima. I Greci notarono e adorarono con molta religione e rispetto la messa e tutte le cerimonie della Chiesa Latina. Terminalo tutto l’ufficio, il Sommo Pontefice andò a pigliare il suo posto sopra il trono vicino all’altare a destra; l’imperatore fece altrettanto sopra altro trono a sinistra, e più in basso tutti i prelati nelle loro sedie coi loro ornamenti pontificali. Il decreto dell’unione fu letto, prima in latino dal cardinal Giuliano di Santa Sabina, indi in greco da Bessarione, metropolitano di Nicea. Era concepito in questi termini:

Eugenio Vescovo, Servo dei servi di Dio, a perpetua memoria.

In accordo per tutto quanto segue con il Nostro carissimo figlio Giovanni Paleologo, nobile Imperatore dei Romani, con coloro che fanno le veci dei Nostri Venerabili Fratelli Patriarchi e con gli altri rappresentanti della Chiesa Orientale.
Gioiscano i cieli, esulti la terra, perché distrutta la muraglia che separava la Chiesa d’Occidente da quella d’Oriente, ecco che la pace e la concordia sono tornate; infatti la pietra angolare, lo stesso Gesù Cristo che ha fatto di due un popolo solo, vincolo indissolubile di carità e di pace, ha congiunto entrambi i muri e li manterrà uniti con il legame di una perpetua unità. E dopo una lunga notte di tristezza e le fitte e odiose tenebre di una lunga separazione, finalmente è apparso per tutti il giorno sereno della unione tanto desiderata.
Gioisca anche la Madre Chiesa, che ormai vede i suoi figli tornare all’unità e alla pace dopo essere stati tanto a lungo divisi; essa, che prima piangeva così amaramente per la loro divisione, con ineffabile gioia rende grazie a Dio onnipotente per la loro meravigliosa concordia di oggi. Esultino tutti i fedeli in ogni parte del mondo, e quelli che portano il nome di cristiani si rallegrino con la Chiesa Cattolica, loro Madre.
Ecco, infatti che i Padri Occidentali e Orientali, dopo un lunghissimo periodo di dissensi e di discordie, affrontando i pericoli del mare e della terra, superate fatiche di ogni genere, sono convenuti, lieti e alacri, a questo santo Concilio ecumenico col desiderio di rinnovare la sacratissima unione e ristabilire l’antica carità. E non sono stati delusi nella loro attesa. Infatti dopo lunghe e laboriose ricerche finalmente, per la misericordia dello Spirito Santo, hanno infine raggiunto questa unione così desiderata e così santa.
Chi potrà ringraziare degnamente Dio onnipotente per i suoi benefici? Chi non sarà stupito per l’abbondanza di una così grande e divina misericordia? Quale cuore sarà tanto indurito da non essere toccato e commosso dalla grandezza della divina bontà?
È veramente un’opera divina e non frutto della fragilità umana; per questo bisogna accoglierla, con estrema venerazione e celebrarla con lodi a Dio. A te la lode, a te la gloria, a te il rendimento di grazie, o Cristo, fonte di misericordia, che hai ricolmato di bene così grande la tua Sposa, la Chiesa Cattolica, ed hai mostrato a questa nostra generazione i miracoli del tuo amore, perché tutti raccontino le tue meraviglie. Veramente Dio ci ha fatto un dono grande e divino, e vediamo coi nostri occhi ciò che molti prima di noi, pur avendolo intensamente desiderato, non avevano potuto vedere.
Infatti, i Latini e i Greci, riuniti in questo sacrosanto Concilio ecumenico, hanno dato prova di grande impegno reciproco per discutere, tra le altre cose, con la più grande diligenza e prolungato esame anche l’articolo della divina processione dello Spirito Santo.
Dopo aver riferito le testimonianze tratte dalle Sacre Scritture e da molti passi dei Santi Dottori, dell’Oriente e dell’Occidente, poiché gli uni dicono che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio, e gli altri invece che procede, dal Padre attraverso il Figlio, ma volendo tutti esprimere la stessa cosa con formulazioni diverse, i Greci hanno assicurato che, dicendo che lo Spirito Santo procede dal Padre, non intendono escludere il Figlio; ma che, sembrando loro, a quanto dicono, che i Latini professassero che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio come da due princìpi e da due spirazioni, essi si astenevano dal dire che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio. Quanto ai Latini, hanno dichiarato che dicendo che lo Spirito Santo procede dal Padre e dal Figlio non avevano l’intenzione di negare che il Padre sia la fonte e il principio di ogni divinità, cioè del Figlio e dello Spirito Santo; né volevano sostenere che il Figlio non abbia dal Padre il fatto che lo Spirito Santo procede dal Figlio, né infine ammettere due princìpi o due spirazioni, ma affermare un solo principio e una sola spirazione dello Spirito santo, come hanno sempre sostenuto. E poiché da tutte queste espressioni scaturisce una sola e identica verità, si sono finalmente e unanimemente intesi e accordati, in uno stesso spirito e in una uguale interpretazione, sulla seguente formula d’unione santa e gradita a Dio. Nel nome della Santa Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, con l’approvazione di questo santo Concilio universale Fiorentino, Noi definiamo che affinché tutti i cristiani credano, ricevano e professino, come tutti professano, questa verità di fede, che, cioè, lo Spirito Santo è eternamente dal Padre e dal Figlio, che ha la sua essenza e il suo essere sussistente ad un tempo dal Padre e dal Figlio, e che procede eternamente dall’uno e dall’altro come da un solo principio e per una sola spirazione, Noi dichiariamo che quello che hanno detto i Santi Dottori e Padri, cioè che lo Spirito Santo procede dal Padre per mezzo del Figlio, mira a far comprendere che il Figlio, proprio come il Padre è causa, secondo i Greci, principio, secondo i Latini, della sussistenza dello Spirito Santo. E poiché tutto quello che è del Padre, lo stesso Padre lo ha donato al suo unico Figlio generandolo, a eccezione del suo essere Padre, lo stesso fatto che lo Spirito santo proceda dal Figlio, il Figlio lo ha ricevuto fin dall’eternità dal Padre, dal quale è anche fin dall’eternità generato.
Definiamo, inoltre, che la spiegazione data con l’espressione Filioque è stata lecitamente e ragionevolmente aggiunta al simbolo per rendere più chiara la verità e per una necessità urgente di quel momento.
Parimenti definiamo veramente consacrato il Corpo del Cristo nel pane di frumento, sia azzimo che fermentato, e che i sacerdoti devono consacrare il Corpo del Signore usando dell’uno o dell’altro pane, ciascuno secondo il rito della propria Chiesa, sia essa Occidentale od Orientale.

Inoltre definiamo che le anime dei veri penitenti, morti nell’amore di Dio prima di aver soddisfatto con degni frutti di penitenza ciò che hanno commesso o omesso, sono purificate dopo la morte con le pene del Purgatorio e che riceveranno un sollievo da queste pene, mediante suffragi dei fedeli viventi, come il sacrificio della messa, le preghiere, le elemosine e le altre pratiche di pietà, che i fedeli sono soliti offrire per gli altri fedeli, secondo le disposizioni della Chiesa. Quanto alle anime di coloro che, dopo il battesimo, non si sono macchiate di nessuna colpa, e anche riguardo a quelle che, dopo aver commesso il peccato, sono state purificate o in questa vita o dopo la loro morte nel modo sopra descritto, esse vengono subito accolte in cielo e vedono chiaramente Dio, uno e trino, come egli è, ma alcune in modo più perfetto di altre, a seconda della diversità dei meriti. Invece, le anime di quelli che muoiono in stato di peccato mortale attuale o con il solo peccato originale, scendono immediatamente all’inferno per essere punite con pene diverse.
Definiamo inoltre che la Santa Sede Apostolica e il Romano Pontefice hanno il primato su tutto l’universo; che lo stesso Romano Pontefice è il Successore del beato Pietro principe degli Apostoli, è autentico Vicario di Cristo, capo di tutta la Chiesa, Padre e Dottore di tutti i cristiani; che nostro Signore Gesù Cristo ha trasmesso a lui, nella persona del beato Pietro, il pieno potere di pascere, reggere e governare la Chiesa universale, come è attestato anche negli atti dei Concili ecumenici e nei sacri canoni. Rinnoviamo, inoltre, l’ordinamento tramandato nei canoni da osservare tra gli altri venerabili Patriarchi, per cui il Patriarca di Costantinopoli sia secondo, dopo il santissimo Pontefice Romano, il Patriarca d’Alessandria sia terzo, quello di Antiochia quarto, quello di Gerusalemme quinto, senza alcun pregiudizio per tutti i loro privilegi e diritti.
Dato a Firenze nella sessione pubblica del Concilio celebrata solennemente
nella chiesa maggiore l’anno dell’incarnazione del Signore 1439, il giorno prima delle none di luglio, che è il 6, del Nostro pontificato l’anno nono.
Io Eugenio, Vescovo della Chiesa Cattolica, cosi ho sottoscritto definendo.

Vengon poscia le sottoscrizioni di  otto cardinali […] primo è il beato Nicola Albergati, cardinale di Santa Croce. Dopo i cardinali, si vedono le sottoscrizioni dell’imperatore Giovanni Paleologo, del suo confessore Giorgio, protosincello; d’Isidoro metropolitano di Kiev e di tutta la Russia; dei metropolitani di Eraclea, di Monembasia, di Cizico, di Trebisonda, di Nicomedia, di Lacedemone, di Mitilene, di Amasea , di Rodi e delle Cicladi, di Distro, di Ganna, di Melenici, di Drama. Noi notiamo in particolare la sottoscrizione d’Ignazio , metropolitano di Tornovo, capitale della Bulgaria, e quella di Damiano, metropolitano della Moldavia e della Valacchia, e di più deputato di quella di Sebaste. Si vedono altresì molti vescovi latini

[…] Finalmente, in questo momento solenne, l’imperatore di Costantinopoli, i nobili Greci, gli ambasciatori di Trebisonda, quelli del re degli Iberi, gli arcivescovi e vescovi russi, del pari che tutti gli altri, i quali sommavano un cinquecento, si approssimarono al Papa piegando il ginocchio secondo il costume e gli baciarono le mani.


(Storia universale della chiesa cattolica dal principio del mondo sino ai di’ nostri dell’abate Rohrbacher, Vol. XI, Torino, 1861, pp. 481-485. Il testo è stato leggermente aggiornato nel linguaggio dal redattore)


[1] Mansi, t. 31, col. 1014-1015

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