M. Viglione a RS, intervista a tutto campo: “essere insorgenti e sovranisti. Ma sempre controrivoluzionari”

Ringraziamo Massimo Viglione, che si è “concesso” alle domande della nostra redazione in un’intervista a 360° su molti temi di attualità ed altri a lui (e a noi) cari. Invitiamo chi ancora non se lo fosse aggiudicato ad acquistare il suo magistrale saggio Il destino dell’Italia. Dalla Rivoluzione unitarista al dissolvimento odierno. Per capire e reagire (Edizioni Radio Spada, 2016) cliccando qui.

a cura di Ilaria Pisa

RS: Il tuo amore per l’Italia traspare ogni giorno dalle riflessioni che condividi con i tuoi numerosi follower, e si è per così dire sostanziato nel bellissimo saggio che hai dato alle stampe con noi tre anni fa. Che cosa significa amare davvero l’Italia? Ti definiresti un patriota? Uso il termine maliziosamente, è chiaro, lascio a te di indicare sinonimi più pregnanti.

L’amor di patria, quando per patria intendiamo un’entità spirituale, culturale e identitaria ancor prima che politica, è valore legittimo e doveroso in quanto pienamente naturale, la cui radice profonda non differisce dall’amore che si ha per la propria famiglia o per la propria fede e civiltà. Il problema dell’Italia è che essa ha subito una cesura violenta, rivoluzionaria e anti-italiana, nel senso più profondo del concetto, proprio con la sua formazione statuale, avvenuta contro tutto quello che era la sua naturale e ormai venticinque volte secolare tradizione, storia, civiltà stessa. E soprattutto contro la sua già quindici volte secolare identità religiosa.

Ciò ha provocato una ferita interna agli italiani come popolo e a ogni italiano verso se stesso che non si è più rimarginata e le cui conseguenze ci appaiono oggi in maniera devastante, al punto di essere giunti al disfacimento della stessa sovranità nazionale dello Stato nato con il Risorgimento nella più completa indifferenza degli italiani stessi, indifferenza dovuta a una trasmutazione antropologica avvenuta negli ultimi decenni. Ma di tutto questo immenso discorso parlo nel libro pubblicato con Radio Spada, come tu giustamente ricordi.

Invece mi preme ribadire che il mio amore per l’Italia, e per gli italiani, l’ho sentito istintivamente fin da bambino, e col tempo si è maturato con motivazioni pienamente razionali e fattuali, inquadrate nella comprensione del ruolo storico e metastorico che Dio ha destinato al nostro popolo. O, per meglio dire, all’insieme delle nostre popolazioni (perché un popolo “italiano” in quanto tale non esiste, nemmeno oggi a 160 anni di distanza dall’unificazione: esiste invece come insieme di popolazioni accomunate da medesimo destino storico, religioso, di sangue, e, soprattutto, di fede). Questa visione globale ci dice, inequivocabilmente, una volta paragonata al destino di tutti gli altri popoli della storia di questo pianeta, che nessuno può vantare, nemmeno lontanamente, il privilegio di aver donato all’umanità il più grande (qualitativamente parlando) e determinante impero della storia, ricco della più importante cultura giuridica mai espressa, che ha permesso l’unificazione politica di tre mondi (Europa, Africa e Asia: ma nello specifico molti di più) nella quale è sorto il supremo ideale dell’universalismo religioso e politico che ha accolto la venuta al mondo del Salvatore e della sua Chiesa.

In tal modo, questa terra ha dato all’umanità la grande maggioranza dei papi, dei santi, dei Dottori, come anche i più grandi uomini politici e statisti, intellettuali e filosofi, letterati e artisti, navigatori e scienziati, imprenditori e benefattori, fino all’assoluta inarrivabile eccellenza della maggior concentrazione di produzione di Bellezza mai avutasi nella storia umana, con i più grandi geni della pittura, dell’architettura e della musica (e a scendere fino alla insuperabile bontà delle sue cucine regionali, perfino della moda e del buon gusto).

Per quanto riguarda l’intera civiltà umana, per gli italiani non è questione di arrivare primi in una fantomatica gara di grandezza. Per gli italiani… non esiste gara che tenga, perché non esiste confronto.

E questa è una delle ragioni essenziali dell’odio inestinguibile che le forze della dissoluzione, che io definisco – al seguito della scuola di pensiero controrivoluzionaria – la “Rivoluzione”, prova verso la nostra civiltà e verso gli italiani, gli artefici primi della santità, della bellezza e della cultura nel mondo. Ovvero, i più grandi artefici di civiltà, cultura e bellezza della storia umana.

Tutto questo al netto, ovviamente, dell’immensa pazzesca decadenza attuale degli italiani stessi. La quale esiste proprio in rapporto alla guerra che essi subiscono da parte delle forze della Rivoluzione da quasi tre secoli.

RS: Un patriota è identitario? È sovranista? Oggi è grande la confusione di termini.

I neologismi degli ultimi decenni e anni sono creati dalla Rivoluzione appositamente per cambiare il modo di pensare delle tanto disprezzate “masse”. È un nominalismo sovversivo (non per niente il nominalismo fu combattuto nel Medioevo da tutti i migliori santi e teologi) atto a svuotare di contenuto il Bene e a riempire di menzogna il nulla. Potremmo fare molteplici esempi, ma andremmo troppo per le lunghe e fuori discorso.

Per restare nell’ambito preciso della domanda, possiamo dire che ovviamente un patriota è identitario, intendendo con identitarismo la difesa di quanto accomuna storicamente, spiritualmente, culturalmente ed etnicamente un popolo. Oggi, poi, deve essere anche “sovranista” (tipico termine nominalistico rivoluzionario), in quanto il progetto della Rivoluzione è quello della distruzione degli Stati nazionali e delle entità locali naturali per la creazione progressiva della Repubblica universale mondialista e sinarchica, gnostica, liberale ed egualitaria. Ovvero, per il più mostruoso “mix” di anarchia e totalitarismo mai concepito.

Non è un caso che i sovranisti di ieri (gli uomini del Risorgimento) abbiano unificato l’Italia per odio alla Chiesa Cattolica e alla civiltà italiana così come era da 25 secoli, mentre i loro logici prosecutori sono proprio i mondialisti ed europeisti internazionalisti al servizio della sinarchia finanziaria. Ovvero, detto in altri termini: se io fossi stato vivo nel XIX secolo, o sotto Napoleone, sarei stato un insorgente controrivoluzionario o un “brigante” antiunitario, che si sarebbe opposto alla Rivoluzione Francese e a quella Italiana, quindi all’unitarismo e al “sovranismo”. Mentre oggi, proprio in quanto controrivoluzionario e insorgente (o “brigante”, fate voi), devo essere al contrario “sovranista”, devo difendere la sovranità nazionale italiana: perché gli “unitari” di ieri sono i “mondialisti” di oggi. Massoni i primi, massoni (almeno ideologicamente parlando) i secondi, che portano avanti, nelle sue varie fasi, il piano della Rivoluzione anticristiana e antiumana.

Insorgente ieri come antiunitario, insorgente oggi come sovranista. Sempre e comunque, controrivoluzionario.

RS: È noto che non ti riconosci nella dicotomia destra/sinistra, in quanto costringe ad adottare una terminologia comunque rivoluzionaria, tuttavia non hai mai fatto mistero della tua passione politica. Ma è tempo di politica partitica questo? Che suggerimenti daresti a un giovane che si volesse impegnare, ad esempio, in Lega o in FDI o in altre formazioni “di destra”?

Ti ringrazio per questa domanda, che mi fornisce la possibilità di chiarire un concetto di fondo sul quale non raramente si fa confusione. Chiedo venia anticipatamente per la lunghezza della risposta, ma credo sia importante chiarire questi concetti.

La dicotomia Destra-Sinistra (la maiuscola è d’obbligo, per distinguere il valore in sé dal partitismo becero attuale) nasce in effetti nel 1789, con la Rivoluzione dell’Assemblea Nazionale Costituente in Francia. E furono i rivoluzionari a sedersi “alla sinistra del Re” e questo atto ha un’importanza – politica e metapolitica – fondamentale, che non è possibile approfondire in questa sede. Solo di conseguenza i controrivoluzionari si sedettero “alla destra del Re”.

Voglio dire che la Destra e la Sinistra esistono perché esiste la Rivoluzione, che sì è proclamata, fin dal primo istante, di “Sinistra”. È fin troppo facile vedere – anzi, è impossibile non vedere – che tutte le forze della dissoluzione si definiscono sempre e immancabilmente, quasi “feticciamente” (mi si passi il neologismo), di Sinistra (anche se non mancano molti casi di forze politiche che si oppongono apparentemente alla Sinistra, senza definirsi di Destra: ma poi ci si accorge infallibilmente che vivono di inganno o compromesso e che parte essenziale dei loro ideali è di fatto di Sinistra) e questo accade appunto perché la Rivoluzione è la Guerra a Dio (nella Bibbia, la sinistra rappresenta sempre il male e il demonio, mentre gli eletti andranno alla destra di Dio). È chiaro, per rispondere con precisione alla tua domanda, che noi, aderendo col cuore e con la mente e con la volontà alla società cristiana prerivoluzionaria, siamo fuori, o, per meglio dire, veniamo prima, della dicotomia “Destra-Sinistra”, vivendo in funzione dell’Assoluto e della piena e perfetta Verità, che è infinita ed è aldilà di qualsiasi partizione ideologica. Ma è pur vero che, avendo i piedi ben fermi nel fango di questa terra, finché esiste la suddetta dicotomia in quanto esiste ed opera e domina ovunque la Sinistra, non possiamo fare a meno di essere, nostro malgrado, di “Destra” (rigorosamente con la D maiuscola): altrimenti, sarebbe come vivere a Mosca negli anni Trenta e dire: “io non sono per Stalin né contro Stalin”… Ma siccome c’è Stalin… se non sei contro di lui… allora sei con lui!

Insomma, la dicotomia non ci appartiene e noi apparteniamo invece al mondo della Verità oggettiva. Ma finché la realtà concreta ci costringe a essere sotto il tallone della Sinistra, non possiamo non dirci di Destra. O, perlomeno, non possiamo fare finta che il vero nemico è la Sinistra e che è quasi onnipotente (quasi… e… oggi).

Il problema semmai è chiarire bene cosa si debba intendere esattamente con Destra (ma questo richiederebbe un trattatello apposito), per non cadere nei facili e a volte insopportabili fraintendimenti.

Specificato questo, poi si passa, ahinoi, miserevolmente, alla “destra” (quella minuscola), ovvero al partitismo. E qui dal Male si precipita nel disastro totale. Bisogna essere molto pragmatici, proprio perché non si parla più di grandi valori (o anti-valori: “Destra-Sinistra”) ma della degenerazione attuale del democratismo rivoluzionario, che era già pessimo nel XIX secolo e nel dopoguerra, figuriamoci oggi. In tal senso, proprio nel pragmatismo necessario (quando una città è assediata dal nemico, non si può prendere il tè delle cinque con le tazzine di porcellana, occorre combattere pure con gli stracci addosso, perché questa è la realtà), ognuno quando vota, o se proprio si vuole impegnare nella politica attiva, deve scegliere il “meno peggio” e darsi da fare per migliorare la situazione, senza cadere però nell’arrivismo personale che acceca la mente e toglie libertà di giudizio, facendo in modo che poi da Destra si diventi di destra, e alla fine magari di centro, per poter continuare la propria “carriera”.

Oggi, in Italia, rebus sic stantibus, gli unici due partiti che portano avanti almeno alcune tematiche importanti e difendono, almeno parzialmente, determinati valori, sono, come tu hai detto, la Lega e Fratelli d’Italia (Forza Italia è diventata lo zerbino della Rivoluzione). Non v’è altra scelta (oppure, se esiste alternativa, è del tutto resa inutile dall’inconsistenza del seguito che riceve). Ciò non toglie che anche queste due forze politiche presentino gravi lacune, soprattutto dal punto di vista morale (non tocco nemmeno l’aspetto religioso).

L’alternativa vera è ancora tutta da costruire. E non può essere che una forza politica pienamente controrivoluzionaria. Sarà pure impossibile: ma quel che è certo, è che finché non ci sarà una forza politica pienamente tradizionale e controrivoluzionaria, mai si potrà sperare nel vero Bene del popolo italiano.

A questo riguardo, ci tengo a specificare che la buona battaglia contro il male, il servizio al Bene, alla Verità, alla Giustizia e alla Bellezza, per un cattolico vero oggi, non possono che avvenire tramite il servizio alla Tradizione cattolica e alla Controrivoluzione. Devo dire la verità: come nel caso di Destra-Sinistra, mi vengono sempre un po’ i nervi quando sento le farisaiche sparate di coloro, che con tronfia proclamazione pubblica, ci comunicano che il cattolico vero non è tradizionalista o controrivoluzionario o altro, ma solo “cattolico”. Mi vengono i nervi perché mi sembra di sentire un bambino di seconda elementare che sguaina la spada di plastica e pontifica, dicendo cose banalissime con la certezza interiore di comunicare chissà quale geniale trovata…

È come per la Destra-Sinistra. Finché nella Chiesa è in atto la Rivoluzione gnostica, è impossibile definirsi semplicemente cattolici, perché così si definiscono anche i conservatori vaticanosecondisti, i moderati, i progressisti, ecc. ecc. Ma non siamo uguali a loro, perché se fossimo tutti “cattolici” saremmo pure noi erranti o eretici come loro. Siamo obbligati, nostro malgrado, a definirci “tradizionalisti”, sia per distinguerci correttamente da loro, sia perché veramente lo siamo, e solo in quanto tali, nella odierna drammatica realtà, siamo cattolici veri.

Idem per la definizione di controrivoluzionari. La Rivoluzione è il motore della dissoluzione umana in corso, e data da sette secoli. Oggi tutto è sotto Rivoluzione, tutto, perfino il clero cattolico, dai più alti vertici ai pretonzoli immigrazionisti e genderisti con tutta la legione dei “diversamente ortaggi”. Non esiste una sola realtà pubblica che non sia sotto l’attacco – quasi sempre vincente – della Rivoluzione gnostica, liberale ed egualitaria, ovvero, sotto l’influsso delle forze del Male. Pertanto, non essere controrivoluzionari significa essere dalla parte della Rivoluzione (come prima con Stalin…). Invece, se si vuole combattere la Rivoluzione, lo si può fare solo da controrivoluzionari veri e pieni in nome della Tradizione cattolica di sempre, nella guerra alla Sinistra religiosa, politica, culturale, economica e civile, sostenitrice del nichilismo e della perdizione umana.

Per questo io, pur nel mio nulla, mi definisco e sono un controrivoluzionario e un tradizionalista (ovviamente cattolico, e lo sono proprio in quanto cattolico!) e cerco di attivarmi come posso affinché altri lo diventino e riescano a migliorarsi nell’esserlo. Almeno, per quel pochissimo che posso.

La Rivoluzione satanica si combatte solo con la Controrivoluzione cattolica e tradizionale.

RS: Se potessi essere consigliere di Matteo Salvini per una settimana, quali sono le cose più urgenti che gli suggeriresti di fare o di non fare?

Ovviamente non sono così importante da poter essere preso in considerazione da Matteo Salvini. Comunque, dovendo rispondere alla tua scherzosa ipotesi, mi limito a dire che, nella consapevolezza di poter chiedere una o al massimo due cose (e già sarebbe un miracolo), gli direi di non continuare a commettere il più clamoroso e inveterato errore di tutte le forze politiche e partitiche italiane non di sinistra dal 1945 in poi (DC in primis, quindi lo stesso MSI e infine Forza Italia, almeno quella vecchia maniera), ovvero: il bugerarsene pienamente del ruolo che la cultura (scuola, università, editoria) e i media (giornali, televisioni, internet, ecc.) hanno nella formazione delle menti dei giovani e dei non più giovani. La forza della Sinistra risiede tutta nel controllo della cultura, dei media, della magistratura, dei docenti, dei giornalisti, degli intellettuali organici (il famoso e riuscitissimo piano Gramsci): la Sinistra controlla tutta la società e le menti e quindi determina la politica anche quando perde le elezioni (come ben vediamo in questi giorni), perché appunto controlla anche settori della magistratura, come ben sappiamo. Controllando la società, controlla la politica: quanto accade contro Salvini stesso – assolutamente scandaloso! – ne è la riprova inconfutabile.

Gli chiederei quindi, senza mezzi termini, di fare un piano Gramsci al contrario, ovvero di dare inizio alla immensa opera di de-sinistrizzazione dell’Italia e degli italiani, promuovendo una vera Cultura cattolica e classica, identitaria e tradizionale, della Verità sostanziale, della Bellezza e della difesa della Vita e della morale naturale, tramite istituzioni ad hoc che permettano il fiorire di una alternativa nella scuola, nell’università, nelle case editrici, nei media, al cinema, in tv, ovunque. In concreto: gli direi di mettere a disposizione i necessari mezzi economici, strutturali e mediatici per la riconquista culturale – e quindi politica – di quella parte ancora troppo vasta della popolazione italiana che vive vittima dell’inculturazione sinistrorsa. È questa infatti l’unica via per liberare la società italiana dal totalitarismo in cui è caduta da decenni.

Ovvero, gli chiederei esattamente quanto, come detto, dal 1945 a oggi, nessun partito e politico non di sinistra ha mai fatto. Disgraziatamente per noi.

RS: In tema di economia, come ti definiresti? Capitalista, anticapitalista, liberista, distributista, corporativista, statalista…

Nessuno di questi. Tutti concetti figli di ideologie rivoluzionarie, o di rivisitazioni rivoluzionarie di strutture della passata società cristiana. Mai liberista-capitalista e statalista-anticapitalista, le piaghe del XIX e XX secolo, gemelle eterozigote figlie della Rivoluzione Francese (e dell’illuminismo), antitesi – soprattutto la seconda diade, ma anche la prima, meno grave in sé ma forse ancor più deleteria per la mens delle persone – dell’economia naturale della Cristianità del pieno Medioevo (e anche della prima età moderna).

Il corporativismo, come il distributismo, da parte loro sono strumenti socialmente più giusti, ma come medicine atte a tamponare un male (il liberismo appunto e il collettivismo), ma non a guarirlo, a cancellarlo definitivamente. Il corporativismo contemporaneo è ideologico, e in quanto tale differente dal sistema delle corporazioni medievali e moderne della Cristianità, le quali erano inquadrate, non dimentichiamolo, in un sistema di libera imprenditorialità non capitalista ma moderata dalla morale cristiana. La più alta forma di civiltà è stata quella dei Comuni e delle Signorie, dove l’armonia sociale, il benessere, la ricchezza, ma anche la carità diffusa, hanno prodotto un comunitarismo sociale fatto progresso economico generale – e di costante sostegno cristiano per i più deboli – che ha prodotto le più grandi meraviglie artistiche di tutti i tempi e un livello di civiltà e cultura mai eguagliato. In questo contesto, vi erano le corporazioni che avevano lo scopo dell’aiuto reciproco dei componenti, ma non quello ideologico di controllare e strutturare l’intera società. Così come la libera imprenditoria produceva ricchezza, ma non ancora in maniera liberista e capitalista, in quanto tutto il tessuto sociale (mercanti, operai, gilde, corporazioni, contadini, piccoli commercianti, uomini politici e di cultura) erano inquadrati nella visione comune di una società cristiana che ancora non conosce le storture del liberismo sfruttatore e quelle inumane del collettivismo.

Capisco ovviamente che chiunque potrebbe dire che le mie sono solo belle parole, perché oggi tutto questo non è più possibile e la civiltà comunale e signorile è solo un lontano ricordo, anche perché il clero stesso è il primo a essere divenuto schiavo dei padroni della finanza internazionale. È vero, ovviamente. Ma ritengo che la soluzione economica non proverrà da una dottrina specifica (che, come detto, al massimo può essere una “medicina”, un male minore), ma dalla radicale modificazione e rigenerazione religiosa, morale e politica dell’umanità futura. Perché, in un mondo corretto, la politica è soggetta alla morale, e la morale alla vera Fede. E l’economia è ancella della politica (e non il contrario, come avviene oggi, dove si è esattamente sovvertito l’ordine naturale).

La vera cura economica (ovvero, la distruzione dell’artificiale debito pubblico che tutti ci schiavizza nella trappola usuraia della finanza e al contempo la restaurazione di una economia umana, libera e finalizzata alla crescita generale della società e fondata sui valori di fratellanza cristiana) non si trova nelle ideologie o nei tentativi curativi, ma nella ricristianizzazione dell’intera società e nella subordinazione dell’economia alla politica, a sua volta subordinata alla morale e alla Verità della Fede.

Oggi, occorre combattere anzitutto la finanza. E la si combatte annientando la trappola del debito pubblico con la riacquisizione della proprietà popolare della moneta, e, ancor più, la folle “economicizzazione” della mentalità umana. La vera vittoria della Rivoluzione è iniziata con l’istituzione della cattedra di Economia alla Federico II di Napoli a metà Settecento. Ma questo è un discorso enorme, che mi attirerebbe la maledizione di milioni di persone, anche ben pensanti… La prima dittatura totalitaria è quella dell’economicismo parossistico della società postcapitalista e postcollettivista. Come il pansessualismo: soldi e sesso sono due delle tre punte del forcone di Satana.

RS: C’è speranza di emendare l’Unione Europea? 

NO. Non è un’entità che ha preso una cattiva strada. È uno strumento perfettamente organizzato per la distruzione della civiltà europea e cristiana, e degli stessi europei, come vediamo chiaramente tanto dalle sue politiche immigrazioniste che da quelle culturali ed economiche. È il Kapò di tutti noi europei, e degli italiani in primis, i più odiati dalle forze della Rivoluzione. Questo è ancora più vero soprattutto da Maastricht in poi, con la conseguente l’introduzione dell’euro, quindi con la distruzione della sovranità monetaria dei singoli Stati – eccetto la Germania. Ma vi è anche un aspetto più amministrativo e ideologico: l’UE è una vera e propria “scuola di formazione” per “dissolutori di professione”, perfettamente massonica nella sua essenza e meccanica. Basti pensare alla loro segretezza, all’elitarismo con cui vengono selezionati, alle pretese assurde (dall’imposizione agli italiani della pasta olandese al finanziamento per la messa in commercio di prodotti cibari con insetti!) finalizzate alla sovversione non solo economica ma anche morale e fisica dei cittadini. Per non parlare di quello che hanno fatto alla Grecia e si preparano a fare all’Italia.

È la UE la prima sostenitrice dell’aborto, dell’eutanasia, del gender, dell’omosessualismo, di ogni forma di dissoluzione morale e civile. È in essa che i movimenti della dissoluzione trovano costante appoggio.

È essa che manovra l’invasionismo del nostro continente e dell’Italia in particolare per la creazione della futura razza unica mondiale.

L’UE è quanto di più massonico esista. Non importa che vi siano poteri a essa superiori cui essa stessa risponde: ciò è vero, ma la UE rimane il più riuscito e profondo tentativo politico-istituzionale rivoluzionario della storia umana. In essa non v’è alcun bene, come invece accade perfino in altre entità statali pienamente controllate dalle forze del male, come gli USA. In fondo, è Isengard.

Questa deve morire, per poter rinascere differente. Come è morta l’URSS. Finché non muore, è un nostro nemico irriducibile, e chiunque la difende, anche solo in parte, è solo un povero illuso. Nel migliore dei casi. Dobbiamo quindi impegnarci al massimo per far crescere e rendere determinanti i movimenti politici “sovranisti”, specie quelli più legati alla Tradizione europea e cristiana.

RS: L’Italexit monetaria è una soluzione praticabile, qualcuno la percorrerà nel vicino futuro?

Gli italiani sono stati antropologicamente modificati negli ultimi 160 anni, e specialmente dalla Seconda Guerra Mondiale in poi: gli italiani di oggi sono invertebrati, e parlo innanzi tutto dei ceti dirigenti, delle persone colte, dei cosiddetti “moderati”, la più grande sciagura della nostra storia, i primi complici, mascherati dalla veste della “professionalità” e della “serietà” della dissoluzione umana in corso. Non siamo capaci di fare più nulla, figuriamoci di avere il coraggio di un atto eroico come l’uscita dell’Euro. No, non avverrà mai, almeno non per sola iniziativa degli italiani. Potrà avvenire solo nel contesto di una ribellione generale dei popoli europei contro il Moloch brusselliano. Anche se, occorre dire, che, grazie a Dio, negli ultimi anni si riscontra una certa maggiore consapevolezza popolare dell’immensa trappola in cui si è caduti, come dicevo prima.

In fondo, siamo proprio il popolo più ideologicamente diviso al proprio interno (basti pensare che ancora perdiamo tempo con l’ANPI e il pericolo fascista!) e quello più lobotomizzato mentalmente.

Nonostante ciò, io spero e credo in una futura insorgenza degli italiani: ma dovrà arrivare la fame e la disperazione. Dovranno strappare i figli ai genitori. Allora sì che gli italiani insorgeranno, come hanno già fatto. È questione di tempo.

Noi nel frattempo possiamo solo lavorare per risvegliare le coscienze.

RS: Passiamo al tema religioso, che è caro a entrambi anche più del politico. L’Italia può ancora dirsi, oggi, un Paese cattolico?

L’Italia ha iniziato a scristianizzarsi con il Risorgimento liberale e l’affermazione progressiva dei movimenti socialisti e anarchici verso la fine del XIX secolo, grazie anche alla diffusione della stampa e della scuola massoniche. Ma ancora fino alla Seconda Guerra Mondiale, si poteva definire un Paese cattolico in generale. Ciò che ha distrutto il sensus fidei del nostro popolo non è stato nemmeno il Risorgimento massonico o il socialismo e manco il comunismo. È stata la Democrazia Cristiana e il liberalismo religioso che ha trionfato a seguito del Concilio Vaticano II.

Questo micidiale e ricercato connubio ha permesso il trionfo del laicismo nella società, e pertanto ha provocato la perdita non solo della Fede in sé, ma del senso comune e della morale pubblica, come ovvia conseguenza, e pertanto ci ha portato al disastro odierno.

Ma, come sempre accade, nel più buio più totale, anzi, proprio a causa di questo buio, qualcosa inizia a cambiare in meglio e si intravvedono le prime luci di una rinascita della fede, grazie anche allo spaventoso stato di crisi e dissoluzione della Chiesa.

Pertanto, direi che l’Italia non è più – da molto tempo – un Paese cattolico. Ma rimane sempre un Paese di cattolici, pochi nel senso pieno del concetto, molti “in nuce” o almeno in potenza, per “senso” interiore. Pochi, sempre meno, ma qualitativamente migliori di quelli del dopoguerra, se così si può dire, in quanto più consapevoli. E più arrabbiati, almeno quei gruppi che si stanno risvegliando. Lo stesso sempre crescente interesse per la Tradizione e la Messa in Rito Romano antico ne è conferma evidente.

RS: Qual è il più grande male che affligge i cattolici odierni? Sia come laici, sia come clero.

I mali sono enormi e multiformi, e ormai sedimentati da decenni di apostasia collettiva.

Il Concilio Vaticano II prima, e subito dopo la più terrificante sciagura della storia della Chiesa, ovvero la riforma liturgica, hanno portato alla progressiva ma costante perdita del Sensus Fidei, da cui deriva la perdita del senso comune e della moralità razionale e naturale. Da questa infernale mistura derivano a valanga tutti gli altri mali. Fino alla legione di preti cialtroni, sovversivi e “diversamente ortaggi” da cui siamo devastati oggi, con tanto di suore da balera o agognanti rivendicazioni sacerdotali, femministe e abortiste.

Se ci riferiamo invece a un aspetto specifico – come mi sembra di capire dalla domanda – e più legato a questi anni, io ne individuerei uno – assolutamente destabilizzante e credo ancora oggi poco compreso nella profondità della sua gravità – nella dilagante papolatria. So bene che il termine a molti tradizionalisti non piace e capisco ovviamente il perché (l’amore, la devozione per il papa e l’obbedienza dovutagli non si discutono), ma io lo intendo come una sorta di idolatria sostitutiva del vero amore dovuto alla Chiesa (e quindi al papa). È una sorta di sentimentalismo antirazionale per il quale “ci si innamora” dell’uomo per il suo modo di essere, ma non del papa in quanto Pietro, non del Papato, ancor meno della Chiesa e per nulla della Fede e di Dio. O meglio: si identifica la Fede con l’uomo, senza nessun riferimento dottrinale, nel capovolgimento dell’ordine dei ruoli. Al punto tale che si accetta senza discutere ogni cosa l’uomo faccia o dica indipendentemente dalla sua adesione alla Verità. Si adora il servo e ci si dimentica del Padrone: ecco la papolatria. Male possibile oggi, ovviamente, vista l’epoca e i fatti cha stiamo vivendo: in passato non esisteva, in quanto si era veramente e correttamente cattolici.

Detto senza mezzi termini: come è possibile che milioni di cattolici, magari pure “conservatori”, non si accorgano di quanto sta facendo Bergoglio da sei anni, e, ancor più e peggio, il suo entourage? Io non credo che non se ne accorgano, penso che siano vittime, nella maggior parte dei casi (non tutti: non pochi di loro sono veramente complici), di un sentimentalismo idolatrico, radicato al punto tale da portarli alla più strafottente menzogna piuttosto che ad avere la forza di ammettere la più evidente delle realtà. E, occorre dire, in questo ha una responsabilità molto grande Giovanni Paolo II, l’istitutore del culto umano del papa. Non è senza significato infatti che la papolatria generale e pubblica sia diminuita con Ratzinger (che certo non è il tipo da suscitare l’emozione di centinaia di milioni di persone) e ricresciuta con Bergoglio, che è una sorta di brutta e spenta copia di Woytjla.

Un altro errore è quello compiuto poi da molti di coloro che invece stanno aprendo gli occhi su quanto sta accadendo nella Chiesa, ma si limitano agli ultimi sei anni e lanciano continui strali maledicenti su Bergoglio, senza però accettare la più evidente delle realtà: ovvero, che Bergoglio è egli stesso il frutto maturo (e non certo ultimo) di un processo che è iniziato sessant’anni fa (e anche prima, a dire il vero), e non un meteorite caduto dal cielo. Voglio dire che, pur consapevoli della tragedia in corso, si limitano a prendersela con Bergoglio per non ammettere che invece la crisi coinvolge anche chi lo ha preceduto, fino a risalire alle origini. Realtà troppo dura – per quanto evidente come la luce del giorno – da accettarsi, perché occorre ammettere che si è stati nell’errore per decenni e, in ogni caso, va a tangere il sentimento per figure ritenute intoccabili e quasi perfette (ancora una volta, la papolatria). Ma la realtà è più dura di ogni idolatria. E se non si vuole perpetuare nell’errore, occorre vincere se stessi.

La Crisi della Chiesa ha radici bisecolari, ed esplode con il Concilio e vince con la riforma liturgica (e tutte le follie del postconcilio): non ammettere questo, vuol dire negare che l’erba è verde e il cielo azzurro. E non è esattamente un atteggiamento cristiano…

RS: Inutile girarci attorno: la Chiesa attraversa una tragica crisi che vuole minarne alla radice la Fede e l’Autorità, portando satanicamente milioni di fedeli all’apostasia. Hai appena esposto perfettamente quando tutto questo è cominciato, da quanto tempo i germi covavano sotto la superficie, in quale occasione è esplosa (Concilio Vaticano II) la suppurazione. Quanto è difficile accettare l’idea di sessant’anni di menzogna? E il cattolico che voglia restare tale, quali passi (anche pratici) deve intraprendere?

Tutti i più grandi maestri di morale insegnano che la regola aurea per combattere un male è l’agere contra. La pigrizia si combatte lavorando sodo, l’avarizia con la generosità, ecc. Pertanto, chi vuole veramente crescere nella fede o tornare seriamente a Dio (ma anche chi vuole reagire alla decadenza odierna, tanto religiosa che politica, morale, civile e culturale), deve tornare alla Tradizione di sempre, a quel passato che fece la Chiesa maestra dell’umanità e fucina di santità, cultura e bellezza. Per fare questo, occorre la vera e definitiva riscoperta della vera Fede. E siccome lex orandi, lex credendi (“Come si prega, così si crede”), il primo passo è la riscoperta della Messa (e della collegata spiritualità) del Rito Romano antico, la frequentazione di sacerdoti veramente legati alla Tradizione di sempre, la pratica di una spiritualità essenzialmente intrisa di patristica, agostinismo e tomismo, forgiata su quanto insegnato infallibilmente dalla Chiesa nei documenti conciliari e papali del passato, nel catechismo, come sugli scritti dei maggiori padri spirituali (dall’Imitazione di Cristo al Sales, da Sant’Alfonso a Padre Pio, solo per citare alcuni dei più famosi). Occorre buttare l’uomo vecchio per creare l’uomo nuovo: la frase evangelica, mai come oggi è attuale, e nel senso contrario a quello massonico: ovvero, occorre buttare l’uomo nuovo massonico (vecchio come il cucco) per ritrovare l’uomo antico cattolico, che è il vero “uomo nuovo”.

Il Concilio Vaticano II è ormai vecchio come la Rivoluzione. Sono vecchi anche i suoi sostenitori, anche quando sono giovani di età, perché sono vecchi dentro nella loro insulsa spiritualità. Solo una Controrivoluzione spirituale ci può portare al rinnovamento nella costante fedeltà alla Chiesa di sempre, a Dio che non muta, alla prima e unica Pentecoste, fonte unica di salvezza che “fa nuove tutte le cose”. Insomma, occorre tornare alla Tradizione cattolica. I mezzi, anche umani (sacerdoti in primis, quindi anche laici degni, ognuno nel proprio ruolo), per intraprendere correttamente tale via, ci sono: basta volerlo.

RS: Il più grande pregio di Ratzinger e il suo più grande difetto.

Partiamo dal difetto. È un uomo della crisi della Chiesa. Anzi, potremmo dire che è l’uomo della Crisi della Chiesa, essendo già giovane perito presente al Concilio e vista tutta la sua inarrestabile carriera. Ancora oggi, più che novantenne, detiene, a suo modo, un ruolo insostituibile. In tutto quanto avvenuto in questi ultimi sessant’anni… lui c’era. E, progressivamente, con autorità e responsabilità sempre maggiori, fino al vertice stesso della Chiesa. e, stando al vertice, ha compiuto uno degli atti più rivoluzionari della storia, anche per la modalità con cui è avvenuto e ancora oggi avviene.

Certamente dagli anni Ottanta in poi ha rappresentato l’ala conservatrice del clero conciliare. Anzi, all’interno del clero conciliare, ha espresso la massima esternazione della sana dottrina, nel senso che nessuno lo ha fatto più di lui, anche da pontefice.

Ma non possiamo nasconderci che questo conservatorismo è stato in gran parte un fallimento, come oggi possiamo incontrovertibilmente verificare. Non solo: l’ermeneutica della continuità è insostenibile, in quanto falsa in sé. Su questo, paradossalmente, sono – credo di poter dire: siamo – perfettamente d’accordo con tutta la scuola del modernismo estremo (Alberigo, Melloni, ecc.): il Concilio è stato un evento epocale che ha mutato per sempre il senso stesso della Chiesa.

Insomma, Ratzinger… è il “meno peggio” di un mondo destinato a essere il ponte di sostegno della Rivoluzione nella Chiesa. In quanto tale, la sua responsabilità è altissima. E poi… le dimissioni e la loro ambiguità…

Veniamo al pregio: a mia opinione, al di là dell’indubbia intelligenza e cultura (forse la maggiore, all’interno del clero conciliare) e di un certo – e voglio pensare sincero – mantenimento del sensus fidei, ciò che mi è sempre riuscito più gradevole in lui è l’aver mantenuto il contegno cardinalizio prima e papale poi. Non mi riferisco solo al comportamento “fisico”, aulico, al modo di parlare o di pregare. Mi riferisco anche, e semplicemente, ai suoi Angelus dedicati alla vita dei santi, al costante ricordo della grandezza della Chiesa del passato, al ribadimento delle verità essenziali della fede (sebbene non raramente con “avvelenate polpette” di modernismo spirituale): questo non può essere negato e, data la devastazione del presente, ci appare come un nostalgico ricordo di un “mondo passato”.

In questo consiste il mistero di Ratzinger: nelle tenebre della sua teologia modernista, ma al contempo nella luce della sua spiritualità sostanzialmente tradizionale. Nella luce di aver restituito, almeno parzialmente, il Rito Romano Antico ma al contempo nella scelta costante di non celebrarlo mai pubblicamente e di non fare mai nulla di concreto per difenderne concretamente l’applicazione; nella luce dei suoi insegnamenti morali, e nelle tenebre delle dimissioni più nefaste della storia umana.

Forse, Joseph Ratzinger è il più grande mistero della storia della Chiesa contemporanea: un vero Giano Bifronte, che guarda indietro per andare avanti. Ed è ancora tra noi.

RS: Idem per Bergoglio: il suo maggior pregio e il suo più grande difetto.

Il difetto: è l’uomo giusto, al momento giusto, nel posto giusto. Solo… per le forze della Rivoluzione mondialista e anticristiana. Che, del resto, lo hanno messo lì a ragione veduta e non per non fare nulla…

Il pregio: suo malgrado, sta aprendo gli occhi a milioni di persone, i cosiddetti “conservatori”, che per decenni sono state accecati dal gioco “luce-tenebre” di Wojtila-Ratzinger.

E non lo ringrazieremo mai abbastanza per questo.

RS: Se un tuo ex allievo volesse entrare in un seminario (modernista), che cosa gli suggeriresti?

Farei tutto il possibile per fargli cambiare idea. Prima per convincerlo a entrare in un seminario tradizionale. Poi, se non ci riesco, per non farsi prete e vivere altrimenti la sua vita di fede. Infine, se proprio non ci riesco… pregherei per la sua salvezza dell’anima e per quella di tutti coloro che con cui si relazionerà nella sua vita.

RS: Un personaggio del passato con cui vorresti bere una birra (o un calice di vino: non ricordo quale preferisci).

Sicuramente il vino (sebbene sia mezzo astemio… ma la birra non mi piace proprio. Lo so, sono un caso più unico che raro…).

Potrei spiattellarti un elenco che non finisce più, mettendoci pure le argomentazioni che tratterei. In pratica, hai risvegliato il sogno più costante della mia vita (avere la macchina del tempo e girarmene per tutto il resto della mia vita in tutte le epoche per vedere fisicamente tutti gli eventi e i loro protagonisti, partendo ovviamente dalla Palestina di venti secoli or sono…). Ma vi risparmio. D’altro canto, c’è solo l’imbarazzo enorme della scelta, e francamente… non so scegliere. Concedimene almeno tre (ma è una scelta quasi fatta a sorte).

Costantino: ho molto da chiedere a chi ha cambiato per sempre il corso della storia romana, della Chiesa, dell’umanità. Soprattutto, tenterei di capire la sua anima, un mistero per tutti.

Carlo V d’Asburgo: potrei parlare con lui per quindici giorni consecutivi almeno.

Pio IX: il sogno di una vita intera. Potermi inginocchiare e dire: “Mio Papa e mio Re”.

RS: E infine, a quale Santo sei più devoto?

L’elenco è molto lungo, risponderò schematicamente e solo con i maggiori santi. In primis, l’Arcangelo Michele, cui ho consacrato la mia persona. Poi Pio da Pietrelcina, Gaspare del Bufalo (sono stato dall’asilo alla maturità nelle scuole del Preziosissimo Sangue), Caterina da Siena, Agostino e Tommaso d’Aquino, Francesco di Sales, maestro insuperato di vita. Come Papi, ovviamente Pio IX e Pio X. Inoltre, ho una devozione speciale per san Giovanni Evangelista, l’uomo del Logos e l’uomo della Carità. Il prediletto di Cristo.

Ma tutto questo (e tanto altro) sarebbe nulla, senza l’amore per Colei che mi ha richiamato dalle tenebre alla luce. E senza la quale la mia vita (e forse la mia anima) sarebbe perduta.

A Lei, la Madre di Dio, Regina dei Santi, e Madre del Divino Amore, che è lo Spirito Santo, devo tutto e a Lei mi affido in ogni momento della mia vita.

Grazie per l’intervista.

Un commento a "M. Viglione a RS, intervista a tutto campo: “essere insorgenti e sovranisti. Ma sempre controrivoluzionari”"

  1. #bbruno   17 Luglio 2019 at 3:11 pm

    D’accordissimo su tutto… sulla necessità dell’ ‘agere contra’, di scegliere il possibile ( che il ‘meglio’ è purtroppo spesso nemico del ‘bene’…), sulla negatività assoluta e distruttruìice del’ U E, sull’economia da finanza vampiresca, sul valore unico dell’ Italia, per effetto delrande compito assegnatale da Dio (all’ Italia vera, non quella raffazzonata dal Frankensatein massonico ora vigente, e dalla quale temo proprio Dio abbia ritirato definitivamente la sua benedizione, per la sua indegnità o per il suo vile lasciarsi fare)…,
    ma in disaccordo totale sul punto , purtroppo troppo ripetuto, della Chiesa ‘in crisi’, addirittura in una crisi ‘bisecolare’….
    La Chiesa, nella sua componente umana, avrà pure conosciuto, e dal suo inizio (vedi san Paolo) , le sue crisi – dottrinali… morali… di conduzione politica, quando divenuta anche realtà statuale…, ma mai la Chiesa ha perduto la sua anima santificatrice, in quanto Sposa di Cristo, e quindi tuttuno con Cristo, unico Salvatore.. Ma questa chiesa, di cui si parla come ‘chiesa in crisi’, e pur sempre ritenuta cattolica, non ha nessun riferimento a Cristo, è una povera squadra di giocatori al fare ‘religioso’, al pari, come essa stessa proclama, degli altro club che partecipano allo stesso giuoco. Che cosa è la ricerca ossessiva del dialogo, dell’incontro, del mettersi alla pari di tutti, dell’ esclusione della propria unicità…. se non negazione del volere essere Chiesa di Cristo, unica Arca di salvezza? Una chiesa che è CRISI essa stessa, malattia, perturbazione dell’ ordine divino… altro che forza unica di santificazione! Una povera baldracca sulla pubblica strada del commercio ‘religioso’ !… E i suoi uomini ‘guida’, i suoi ‘pastori’, da Roncalli a Bergoglio, passando per tutti gli altri ( eccellendo tra questi, per i suoi alti ‘meriti’ e capacità d’inganno, il Ratzinger todesco), non sono che i poveri gestori del casino detto cattolico, e i loro seguaci, i poveri e tristi clienti della lor casa di prostituzione..

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