Pio VII, i Francesi e la Marchesa del Grillo

di Giuliano Zoroddu

Roma, Palazzo del Quirinale. Notte fra il 5 e il 6 luglio 1809. Un contingente francese, comandato dal generale Radet, si presenta davanti a Pio VII.

“Santo Padre, vengo per ordine del mio sovrano l’imperator de’ Francesi, a dire a Vostra Santità , se vuole rinunciare al dominio temporale degli Stati della Chiesa, ritirando nel tempo stesso la fulminata bolla di scomunica. A questa sola condizione potrà Ella restare tranquilla in Roma”. Il gran Sacerdote dell’Altare levando gli occhi al cielo e mostrandolo eziandio colla mano, rispose: “Non posso. Io non ho agito che dopo avere consultato lo Spirito Santo. Mi taglierete piuttosto in pezzetti (parole proprie del Papa) ma non ritratterò niente di quel che ho fatto”. Tosto il generale soggiunse: “Se Vostra Santità fa la esposta rinuncia, io non dubito che tutto accomoderassi, e che l’ imperatore avrà tutto il riguardo per Vostra Santità”. Alzatosi Pio VII dalla sedia, in aria maestosa ed autorevole, ricordandosi di esser Principe temporale e Vicario di Gesù Cristo, esclamò: Non posso, non debbo, non voglio: ho promesso a Dio di conservare alla Chiesa i suoi Stati ed i suoi diritti, e non mancherò mai al pronunciato giuramento”. Riprese allora il generale: “Dispiacemi che Vostra Santità non voglia condiscendere ad una tale domanda, mentre si espone a nuovi travagli”. “Ho detto (soggiunse il Papa) che veruna cosa mi rimuoverà. Eccomi pronto a versare l’ultima stilla del mio sangue ed a perdere in quest’istante la vita, prima di violare la promessa da me fatta a Dio[1].

La scena fu proposta con rigorosa esattezza storica da Mario Monicelli nel suo Il marchese del Grillo del 1981 con Alberto Sordi nei panni del Marchese libertino e affascinato dalle idee francesi e Paolo Stoppa nei panni di Pio VII.

Il Sommo Pontefice non dovette invero versare il suo sangue, tuttavia con rassegnazione accettò come proveniente dalla mano del buon Dio cinque anni di prigionia ed esilio a Fontainebleau, finché tramontata sul campo di Lipsia la stella del Corso, auspice la Vergine Maria Ausiliatrice, il 24 maggio 1814 rientrò finalmente a Roma, dopo aver trionfalmente attraversato i suoi Stati tra le acclamazioni del popolo.

Giovanni Gasparro, Quum memoranda (Servo di Dio, Papa Pio VII Chiaramonti)
Olio su tela, 90 X 70 cm, 2014. Roma, Fondazione Pio Alferano

Le vicende che abbiamo stringatamente esposto, dimostrano quanto valga quella promessa che Cristo Signore fece a san Pietro fra le rocce di Cesarea di Filippo: “Tu es Petrus, et super hanc petram ædificabo Ecclesiam meam, et portæ inferi non prævalebunt adversus eam”; e quanto siano effimeri i piani del mondo e del suo principe, Satana. Come spiegava schiettamente la Signora Marchesa del Grillo al figlio Onofrio.

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Marchese del Grillo: “Mamma il Medioevo è finito! La Chiesa, il Papato e tutti noi siamo finiti! E so’ proprio ‘sti Francesi che tu disprezzi che hanno portato ‘na ventata d’aria nova dappertutto”
Marchesa: “Noi non abbiamo bisogno d’aria nuova, caro Onofrio, e le finestre de ‘sto palazzo resteranno chiuse finché er Papa non sarà tornato”.
Marchese del Grillo: “E allora passerai il resto della tua vita al buio, mamma, perché ricordati che il futuro è nelle mani dei Francesi e in quelle di Napoleone che li guida”.
Marchesa: “No! Il nostro futuro è nelle mani del Signore! … e quel Napoleone che guida i Francesi, come dici tu, finirà presto o tardi cor culo per terra, e ricordati tu invece che morto un Papa, se ne fa sempre un altro!”.


[1] Erasmo Pistolesi, Vita del Sommo Pontefice Pio VII, Tomo II, Roma, 1824, pp. 275-276

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