Santa Marta, principessa d’ospitalità, serva del Signore

a cura di Giuliano Zoroddu

Nella festa di santa Marta di Betania, vergine, sorella dei beati Lazzaro e Maria Maddalena (ricordiamo che prevalentemente i Latini identificano Maria di Magdala con Maria di Betania e anche con la anonima peccatrice ricordata da san Luca, vedi qui) proponiamo al lettore il commento del grande abate benedettino dom Prosper Gueranger.

L’albergatrice del Signore.

«In qualunque città o villaggio voi entriate – diceva l’Uomo- Dio ai suoi discepoli – informatevi chi vi sia che lo meriti, e rimanete presso di lui» (Mt. 10, 11). Ora, racconta san Luca, avvenne che siccome essi erano in viaggio, egli stesso entrò in un certo villaggio, e una donna di nome Marta lo ricevette in casa sua (Le. 10, 38). Dove cercare un più splendido elogio, dove trovare una più sicura lode della sorella di Maddalena, che nel raccostamento di questi due testi del santo Vangelo? Questo certo luogo in cui essa fu scelta da Gesù per dare a lui un degno asilo, questo villaggio – dice san Bernardo (II Discorso sull’Assunzione) è la nostra umile terra, sperduta come una borgata oscura nell’immensità dei domini del Signore (Bar. 3, 24-25). Il Figlio di Dio, partito dal cielo, andava alla ricerca della pecorella smarrita, guidato dall’amore (Sai. 18; Mt. 18, 12). Sotto le sembianze della nostra carne di peccato (Rom. 8, 3), era venuto in questo mondo che era opera sua, e il mondo non l’aveva conosciuto (Gv. 1, 10); Israele, suo popolo, non aveva avuto per lui nemmeno una pietra su cui potesse posare il capo ( Mt. 8, 20 ), e l’aveva lasciato mendicare nella sua sete l’acqua dai Samaritani (Gv. 4, 6, 7). Quanto a noi, i riscattati della gentilità che egli andava cercando così attraverso rinunzie e fatiche, non è forse vero che la sua gratitudine deve essere anche la nostra per colei che, sfidando l’impopolarità del momento e la persecuzione dell’avvenire, volle saldare verso di lui il nostro comune debito?

Il privilegio di Marta.

Gloria dunque alla figlia di Sion che, fedele alle tradizioni di ospitalità dei patriarchi suoi antenati, fu benedetta più di loro nell’esercizio di questa nobile virtù! Quegli antenati della nostra fede, sapevano, più o meno oscuramente, che il desiderato d’Israele e l’atteso delle genti doveva apparire come un viandante e uno straniero sulla terra (Ger. 14, 8, 9). Anzi, pellegrini essi stessi d’una patria migliore, senza fissa dimora (Gen. 18, 1-5; 23, 6; 26, 28), onoravano il futuro Salvatore che si presentava in incognito sotto la loro tenda (Ebr. 11, 8-16), così come noi veneriamo Cristo nell’ospite che la sua bontà ci manda (Mt. 35, 40). Per essi come per noi, questa relazione che veniva loro mostrata fra Colui che doveva venire e lo straniero che cercava un asilo, faceva dell’ospitalità una delle più nobili ancelle della carità. Più d’una volta, la visita di Angeli che si prestavano sotto le sembianze umane ai buoni uffici del loro zelo, manifestò infatti la compiacenza che ne aveva il cielo (Ebr. 13, 2). Ma se è opportuno stimare nel loro giusto valore quelle celesti premure di cui la nostra terra non era degna, quanto più in alto si eleva tuttavia il privilegio di Marta, vera dama e principessa della santa ospitalità, dal momento che ne ha posto lo stendardo sulla vetta a cui dovettero convergere tutti i secoli dell’attesa e quelli dell’avvenire! Se fu nobile cosa onorare Cristo prima della sua venuta in coloro che da vicino o da lontano ne erano le figure; se Gesù promette l’eterna ricompensa a chiunque gli dà asilo e lo serve nelle sue mistiche membra, è certo più grande e merita di più colei che ricevette in persona Colui il cui semplice ricordo o il solo pensiero dà alla virtù in ogni tempo merito e grandezza. E come Giovanni supera tutti i Profeti (Le. 7, 28) per aver mostrato presente il Messia che essi annunciavano a distanza, così il privilegio di Marta, che trae la sua eccellenza dalla propria e diretta eccellenza del Verbo di Dio da lei soccorso nella carne che aveva assunta per salvarci, la pone al disopra di tutti coloro che mai praticarono le opere di misericordia.

Azione e contemplazione.

Se dunque Maria ai piedi del Signore sceglie per sé la parte migliore (Lc. 10, 42), non abbiamo a credere che quella di Marta debba essere disprezzata. Il corpo è uno, ma ha parecchie membra e non tutte queste membra hanno lo stesso compito; così l’impiego di ciascuno in Cristo è diverso secondo la grazia che ha ricevuta, sia per profetizzare, sia per servire (Rom. 12, 4-7). E l’Apostolo, esponendo questa diversità della chiamata divina: «In virtù della grazia che mi è stata data – dice – raccomando a ciascuno di voi di non voler sapere più del necessario, ma tanto che basti, secondo la misura di fede che Dio ha distribuito a ciascuno» (ibid. 3). O discrezione, custode della dottrina come pure madre delle virtù (Regola di S. Benedetto, 64), quante perdite nelle anime e talora quanti naufragi tu faresti evitare! «Chiunque – dice san Gregorio con il suo sempre giusto criterio – chiunque si è consacrato interamente a Dio, deve aver cura di non dedicarsi soltanto alle opere, e di tendere anche alle vette della contemplazione. Tuttavia è di somma importanza su questo punto sapere che vi è una grande varietà di temperamenti spirituali. Uno che poteva attendere pacificamente alla contemplazione di Dio rimarrà schiacciato dalle opere; un altro che l’abituale occupazione umana avrebbe mantenuto in una vita onesta, si ferisce mortalmente con la spada di una contemplazione che supera le sue forze: o per mancanza dell’amore che impedisce al riposo di diventare torpore, o per mancanza del timore che protegge dalle illusioni dell’orgoglio e dei sensi. L’uomo che desidera essere perfetto deve per questo esercitarsi dapprima nella pianura alla pratica delle virtù, per salire quindi più sicuramente sulle vette, lasciando in basso ogni impulso dei sensi che non possono far altro se non distogliere le ricerche della mente, e ogni immagine i cui contorni non riuscirebbero ad adattarsi alla luce senza contorni che egli brama vedere. All’azione dunque il primo tempo, alla contemplazione l’ultimo. Il Vangelo loda Maria, ma Marta non vi viene affatto biasimata, poiché grandi sono i meriti della vita attiva, per quanto migliori siano quelli della contemplazione» (Moral. in Job. V, 26, passim).

La figura della Chiesa.

E se vogliamo penetrare più addentro il mistero delle due sorelle, osserviamo che, per quanto Maria sia la preferita, non è già tuttavia nella sua casa, né in quella di Lazzaro il fratello, ma nella casa di Marta che ci viene mostrato l’Uomo-Dio soggiornare con quelli che ama. Gesù – dice san Giovanni – amava Marta, e la sorella di lei Maria, e Lazzaro (Gv. 11, 5): Lazzaro, figura dei pazienti che la sua misericordiosa onnipotenza chiama ogni giorno dalla morte del peccato alla vita divina; Maria, che si consacra fin da questo mondo alle cure dell’eternità; e inifne Marta, nominata qui per la prima come la maggiore del fratello e della sorella, misticamente la prima secondo quanto diceva san Gregorio, ma anche come colei dalla quale l’uno e l’altra dipendono in quella casa la cui amministrazione è affidata alle sue cure. Chi non riconoscerebbe qui l’immagine perfetta della Chiesa in cui, nella dedizione di un fraterno amore sotto l’occhio benigno del Padre che è nei cieli, il ministero attivo presiede al governo di tutti coloro che la grazia conduce a Gesù? Chi non comprenderebbe ancora le preferenze del Figlio di Dio per quella casa benedetta? L’ospitalità che egli vi riceveva, per quanto devota, gli dava minor sollievo per il suo faticoso cammino che non la visione già perfetta del volto di quella Chiesa che l’aveva fatto discendere dal cielo sulla terra.

L’onore di servire.

Marta aveva dunque già compreso che chiunque è primo deve essere il servo: così come il Figlio dell’uomo è venuto non per essere servito, ma per servire (Mt. 20, 26-28), e come più tardi il Vicario di Gesù si chiamerà Servo dei servi di Dio. Ma servendo Gesù, siccome serviva con lui e per lui il fratello e la sorella, chi potrebbe dubitare che più di ogni altro essa entrava a far parte delle promesse dell’Uomo-Dio allorché egli diceva: «Chi mi serve mi segue; e dove sarò io, ivi sarà anche il mio servo; e il Padre mio lo onorerà» (Gv. 12, 26)? Crediamo forse che in questa circostanza l’Emmanuele abbia potuto non tener conto di quella regola così nobile dell’ospitalità antica, che creava fra l’ospite e lo straniero una volta ammesso al suo focolare legami pari a quelli del sangue, quando al contrario il suo Evangelista ci dice che «a quanti lo ricevettero, diede il diritto di diventare figli di Dio» (ibid. 1, 12)? Infatti «chiunque lo riceve – dichiara egli stesso – non riceve soltanto lui, ma il Padre che lo manda» (Mc. 9, 36). La pace promessa ad ogni casa che si fosse mostrata degna di ricevere gli inviati del cielo (Mt. 10, 12, 13), la pace che non sta senza lo Spirito di adozione dei figli (Rom. 8, 15), era discesa su Marta con un’abbondanza senza pari. L’esuberanza troppo umana che si era palesata dapprima nella sua premurosa sollecitudine, era stata per l’Uomo-Dio l’occasione di mostrare la sua divina gelosia per la perfezione di quell’anima così devota e così pura (Lc. 10, 41). Al sacro contatto, la viva natura dell’ospite del Re pacifico smise quanto le restava di febbrile inquietudine; e serva più attiva che mai, più accetta di qualunque altra (Mt. 26, 6; Gv. 12, 2), attinse dalla sua fede ardente in Cristo Figlio del Dio vivo (Gv. 11 , 27) l’intelligenza dell’unico necessario e della parte migliore (Lc. 10, 42) che doveva un giorno essere anche la sua. Oh, quale maestro della vita spirituale, quale modello è qui Gesù di discreta fermezza, di paziente dolcezza, di celeste sapienza nella guida delle anime alle vette più sublimi (Gv. 11)!

Betania.

Fino al termine della sua vita mortale, secondo il consiglio della stabilità che dava ai suoi (Lc. 10, 7), l’Uomo-Dio rimase fedele all’ospitalità di Betania: è di qui che partì per salvare il mondo nella sua dolorosa Passione; ed è vicino a Betania che, lasciando il mondo, volle risalire in cielo.

Servita dal Signore.

Entrata per sempre in possesso della parte migliore, come è bello, o Marta, il tuo posto in cielo. Infatti colui che serve degnamente acquista un grado elevato – dice san Paolo – e giustamente grande è la sua fiducia nella fede di Gesù Cristo (I Tim. 3, 13). Il servizio che i diaconi di cui parlava l’Apostolo compiono per la Chiesa, tu l’hai compiuto per il suo Capo e Sposo; tu hai ben governato la tua casa (ibid. 4), che era l’immagine di quella Chiesa amata dal Figlio di Dio. Ordunque, ci assicura ancora il Dottore delle genti, «Dio non è ingiusto e quindi non può dimenticare l’opera tua, la carità che hai dimostrata per il suo nome, nell’aver servito i santi» (Ebr. 6, 10). E il Santo dei Santi, divenuto egli stesso tuo ospite, lascia già ben intravvedere la tua grandezza, quando parlando del servo fedele messo a capo della sua famiglia per dare a ciascuno il cibo al tempo giusto, esclama: «Beato quel servo che il padrone, tornando, troverà a fare il suo dovere! In verità vi dico: gli darà l’amministrazione di tutti i suoi beni» (Mt. 24, 46, 47). È dunque giunto il momento dell’incontro eterno! Assisa ormai nella casa di quell’ospite fedele più di ogni altro alle leggi dell’ospitalità, tu lo vedi far della sua tavola la tua tavola (Lc. 22, 30), e cingendosi a sua volta i fianchi servirti come tu avevi servito lui (ibid. 12, 37).

Al servizio della Chiesa.

Dal seno del tuo riposo, proteggi coloro che continuano a curare gli interessi di Cristo quaggiù, nel suo corpo mistico che è tutta la Chiesa, nelle sue membra affaticate o sofferenti che sono i poveri e gli afflitti di ogni specie. Moltiplica e benedici le opere della santa ospitalità; che il vasto campo della misericordia e della carità veda ancora ai nostri giorni crescere le sue prodigiose messi! Che nulla abbia a perdersi dell’attività così encomiabile in cui si prodiga lo zelo di tante anime generose! E a questo fine, o sorella di Maria, insegna a tutti, come tu stessa hai appreso dal Signore, a porre al di sopra di ogni cosa l’unico necessario, a stimare nel suo giusto valore la parte migliore (Le. 10, 38-42).


(Dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1956, p. 906-911)

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