Anthony Burgess: appunti sparsi tra “papismo” e arance meccaniche

di Luca Fumagalli

Quando gli venne diagnosticato un tumore al cervello, Anthony Burgess si risolse di scrivere in fretta e furia tre o quattro romanzi, i proventi dei quali avrebbero aiutato la moglie Lynne dopo la sua dipartita. Tuttavia la diagnosi si rivelò errata e a morire fu invece la consorte, ammalta di cirrosi. Burgess si risposò in seconde nozze con l’italiana Liana Macellari e continuò a pubblicare libri sino alla morte, avvenuta nel 1993, a 76 anni.

Per quanto abbia scritto moltissimi romanzi e saggi, Burgess è oggi ricordato solamente per il suo bestseller, Arancia meccanica, divenuto famoso grazie alla riduzione cinematografica firmata da Stanley Kubrick. L’inglese, un uomo brillante quanto disordinato, confusionario e incoerente, fu anche un abile musicista e un esperto di Shakespeare e Joyce.

Il nom de plume era una forma accorciata del suo vero nome, John Anthony Burgess Wilson (Anthony era il nome di cresima). I Wilson, infatti, erano una famiglia “recusant” di Manchester, cioè facevano parte di quei pochi cattolici che erano resistiti nell’antica Fede nonostante le persecuzioni e l’ostracismo che erano seguiti alla Riforma anglicana.   

A un certo punto della sua carriera, Burgess lasciò pure l’Inghilterra. Lo fece sia per sfuggire dall’opprimente tassazione – detestava i socialisti almeno quanto la Tatcher – sia per incontrare finalmente quell’Europa cattolica di cui aveva nostalgia, ma che purtroppo non esisteva più.

La sua prima moglie era anglicana, e durante il matrimonio egli abbandonò definitivamente la Fede nella quale era cresciuto. Più tardi in questioni religiose il suo interlocutore privilegiato divenne Liana, in verità un’atea anticlericale. Nonostante ciò, per tutta la vita Burgess mantenne un rapporto conflittuale con la Chiesa, una giostra di odi et amo che si protrasse fino alla fine dei suoi giorni. Non era più cattolico, certamente non era un praticante, ma allo stesso tempo non aveva il coraggio di tagliare completamente ogni legame col cristianesimo. Lui stesso, mentre la moglie dormiva, battezzò il figlio Paolo Andrea con dell’acqua piovana, giusto per sicurezza.

Tutto ciò è raccontato nella sua autobiografia in due volumi – Little Wilson and Big God e You’ve had Your Time – in cui è pure narrato l’amore di Burgess per quelle invenzioni linguistiche che compaiono in Arancia meccanica. Tale passione era in parte frutto della fascinazione per Joyce, un altro scrittore autoesiliatosi dalla Chiesa e dalla patria (all’autore irlandese Burgess dedicò anche un libro, Re Joyce).  

La carriera letteraria di Burgess era iniziata con una trilogia di romanzi d’ambientazione malese che mostrava le buone qualità della sua prosa, a metà strada tra lo stile di George Orwell e quello di Graham Greene. In seguito scrisse molto, andando a toccare quasi tutti i generi, poesia e racconti per ragazzi inclusi. Per arrotondare le entrate si dedicò pure alla traduzione: in fondo era un uomo di lettere e la sua penna era per lui l’unica fonte di sostentamento. Purtroppo, però, ad eccezione di una piccola nicchia di appassionati di “cose inglesi”, oggi quasi nessuno legge più i suoi libri.

Burgess, che si definiva «un cattolico apostata», anche se criticò aspramente molte delle evoluzioni dottrinali della Chiesa post Concilio Vaticano II, nei romanzi mischiava la carne e lo spirito con una disinvoltura a volte imbarazzante (lo dimostra il pur notevole Gli strumenti delle tenebre, forse il suo lavoro migliore). Nonostante ciò ebbe interessanti intuizioni – Il seme inquieto, ad esempio, è una sinistra anticipazione di quel totalitarismo del politicamente corretto marcato LGBT che imperversa oggigiorno – e mai si stancò di cercare Dio attraverso le vicende dei suoi personaggi, derelitti vari in pellegrinaggio verso un’identità.

Per questi motivi i romanzi di Burgess meritano di essere riscoperti e letti, risultando, tra l’altro, un buon antidoto contro molti mali del tempo presente.

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