Autocefalie o primati fallaci contro il veridico primato del Papa di Roma

di Cajetanus

Il mondo “ortodosso” cioè quello delle sette degli orientali separati da Roma è generalmente, dalla caduta dell’Impero di Costantinopoli, un fenomeno etnico ma è bene fare per un passo indietro perché sia chiaro a tutti ciò di cui si andrà a discutere in questo articolo. Ai tempi precedenti e successivi il Grande Scisma il mondo dell’oriente cristiano era tenuto insieme dall’autorità imperiale del Basileus (soprattutto in senso politico): questi oltre ad avere un ruolo di garanzia e di difesa della fede aveva un ruolo importante all’interno della Chiesa di Costantinopoli e si può dire che ne dirigesse gli intenti. Potremmo dire oltre a questo che l’unità stessa dell’Impero era l’unità della fede della Chiesa e che il centro di questa fede iniziò gradualmente a spostarsi dall’antica Roma verso la nuova Roma esclusivamente per ragioni politiche. Essendo infatti Costantinopoli nuova capitale dell’Impero quest’ultimo tentò come coronamento del trasloco politico anche una traslatio del potere apostolico del Papa che molti avrebbero voluto trasferito nelle mani dell’arcivescovo di Costantinopoli. Nel concilio di Calcedonia l’arcivescovo di Costantinopoli ottiene grazie alle pressioni imperiali e dei Greci, con l’approvazione del Papa di Roma, la dignità patriarcale la quale al tempo parve decisamente conveniente per il bene delle anime poiché, visti i legami dell’imperatore con la professione ortodossa della fede cattolica, un certo centralismo costantinopolitano religioso oltre che politico avrebbe tenuto insieme più efficacemente l’Impero a livello dottrinale come faceva già a livello politico (almeno ad oriente), perciò non solo Costantinopoli ottenne la dignità e la particolare autorità di Patriarcato, ma a questa sede fu attribuita un’autorità e un privilegio ancora più grande dalla Sede Apostolica, la quale costituiva l’autorità del Patriarca come inferiore solo a quella del Papa stesso (Conc. Calcedonia, can. XXVIII), ponendo di conseguenza in secondo piano le altre sedi patriarcali antiche (Alessandria, Antiochia e Gerusalemme).
Fu nel VII secolo, con l’Impero di Eraclio I, che Costantinopoli inizia a definire una rottura silenziosa che poi secoli dopo deflagrerà in uno scisma dolorosissimo. L’Imperatore, di stirpe e costumi greci, inizia a sentirsi più Greco che Romano, i mutamenti sociali nell’Impero Romano d’Oriente che vedranno spostare il baricentro culturale sempre più verso la Grecia e gli antichi regni dell’oriente verranno fissati dalle riforme di Eraclio che sostituirà la lingua ufficiale dell’Impero, che era ancora quella latina, con quella greca. Un cambiamento che fu accolto volentieri da tutti poiché i latini erano ormai una minoranza nell’Impero d’Oriente e il mutare della lingua aveva prodotto anche un mutamento nei costumi che ormai stonava con la latinità dell’Impero, ridotta gradualmente dopo il trasloco della capitale ma comunque ancora presente. Le riforme di Eraclio coinvolgeranno in misura minore anche la Liturgia della Chiesa di Costantinopoli e queste contribuiranno lungo il tempo ad accrescere le distanze con la Chiesa di Roma.
Eraclio e i suoi successori si pongono quindi a capo non più di un Impero Romano ma sempre più di un Impero Greco, l’Imperatore stesso dopo la sconfitta dei Persiani muta anche il titolo augusteo in Βασιλεὺς τῶν Ῥωμαίων (Basileus dei Romei). Eraclio con l’aiuto della lingua Greca come lingua unica dell’Impero volle, forse, anche porre rimedio al monofisismo dei Copti legando questi in modo più saldo alle definizioni imperiali e della sede patriarcale costantinopolitana. Il risultato fu che l’Imperatore insieme al Patriarca Sergio sintetizzarono la dottrina del monotelismo che avrebbe dovuto mettere d’accordo Cattolici e Monofisiti. La definizione da prima approvata, molto ambiguamente, da Papa Onorio I e da tutti i Patriarchi ad eccezione del Patriarca di Gerusalemme, fu poi condannata da Papa Severino. Condanna che provocò l’ira del Basileus, l’assedio del Palazzo del Laterano da parte delle truppe imperiali e il saccheggio dei beni della Chiesa di Roma, poi incamerati da Costantinopoli.
Da qui i Papi di Roma percepiscono come l’Impero sia cambiato, Eraclio con l’assedio al Laterano causa un tale dolore interiore al Papa che lo porterà alla morte e darà luogo ad una frattura insanabile che precede lo scisma ufficiale ma che, da questo momento, porterà la Sede Apostolica a percepire Costantinopoli non più come la sede dell’Impero dei Romani, difensore della Chiesa e delle sue definizioni, ma sempre più come qualcosa di ormai distante, di orientale, nonché inadeguato, considerando quindi la necessità di una nuova traslatio e di una Renovatio Imperii che avverrà compiutamente solo più tardi con l’incoronazione di Carlo Magno come «(…) piissimo, Augusto, incoronato da Dio, grande e pacifico Imperatore» (In F. Cabrol – H. Leclercq, Dictionnaire d’Archéologie Chrétienne et Liturgie, voce: Sacre Impérial et Royal, Paris, Libraire Letouzey et ané, 1950, t. XV, P. I, col. 335).
Non è il caso di dilungarci su tutte le vicende che percorsero l’Impero Bizantino, come i suoi scismi e le sue eresie, ma questa lunga premessa può aiutarci a capire quale fosse la condizione psicologica (e anche giuridica) dei capi della Chiesa imperiale. Con il tempo infatti il Patriarca di Costantinopoli iniziò a percepirsi come un altro Papa e estese la sua influenza su tutto il territorio imperiale entrando più volte anche in aperto conflitto con il Papa di Roma, fino ad arrivare al Grande Scisma che pose fine all’unità tra le due Chiese e separò Costantinopoli e i Romei dalla vera Chiesa che aveva la sua sede massima a Roma.

Quando con il Concilio di Firenze il Papa Eugenio IV sancì il ritorno della Chiesa di Costantinopoli e dell’Impero Bizantino nel seno della Chiesa di Roma (ripristinando anche l’antica pentarchia) questa riappacificazione fu accolta malamente, sulla scia di Marco d’Efeso, dai vescovi che non avevano preso parte al Concilio i quali crearono un nuovo scisma in opposizione al tradimento dei vescovi costantinopolitani arrivati a Firenze. A differenza del vecchio scisma questo portava con sé in modo più evidente la dottrina dell’autocefalia, secondo la quale ogni Chiesa locale ha autorità assoluta su se stessa e non dipende in alcun modo da altre Chiese, potendo costituirsi come entità autonoma ed esautorando così, di fatto, la Chiesa imperiale – vista come traditrice dell’Ortodossia – dal suo ruolo centralista che sotto l’Impero dei Romei aveva assunto, mentre la parte di Costantinopoli che rifiutò l’unione con Roma si diede presto un nuovo capo. Con la caduta dell’Impero per mano degli Ottomani il Patriarca non muterà in nulla il suo potere e semplicemente si adeguerà ai nuovi occupanti insieme a tutta la sua Chiesa la quale venderà i suoi suffragi al Sultano in cambio della sottomissione di tutte le chiese sul territorio del nuovo impero all’autorità Patriarcale, un’autorità esercitata spesso tirannicamente e a fianco dei Turchi. Crollata la Sublime Porta la sede di Costantinopoli si ritrovò detentrice di un potere religioso che non aveva più un appoggio politico imperiale sul quale fondarsi ma pretese comunque che la sua autorità fosse considerata universale dalle altre sette nazionali ormai ben avviate; ciò avvenne in parte nella teoria, ma nella pratica ognuna delle sette nazionali che avevano avuto la loro origine anticamente in Costantinopoli agiva autonomamente.
Di recente, il Patriarca di Costantinopoli (sarebbe più appropriato dire di Istanbul ormai) avrebbe violato la giurisdizione territoriale del Patriarca Russo fondando una nuova setta autocefala nazionale ucraina (la quale parteggia politicamente per le forze NATO) in opposizione a quella già presente e legata a Mosca. Il nuovo Patriarca ucraino Filarete, allineato al Fanar, è una figura abbastanza oscura anche per gli standard foziani. Dalla vita disordinata e padre di tre figli avuti con una donna mentre era ancora monaco, ai tempi di Euromaidan lo si poteva vedere su alcune emittenti ucraine incitare i battaglioni nazionalisti (per non dire nazisti) ucraini ad uccidere i Russi perché così facendo i carnefici sarebbero andati direttamente in Paradiso, come anche andare a braccetto con l’ex Segretario di Stato Americano John Kerry, o assegnare emblematiche onorificenze al defunto John McCain. Il Patriarca di Costantinopoli pare abbia costituito questa nuova Chiesa vantando un primato, analogo per certi versi a quello petrino, su tutte le Chiese orientali dando grande scandalo nella comunità ortodossa e scatenando un putiferio che tutt’ora continua su numerosi blog anche di lingua italiana. Di questa dottrina è sostenitore un certo Elpidophoros, appena nominato dal Patriarca fanariota Arcivescovo d’America ed Esarca per l’oceano Atlantico e Pacifico, il quale, con un certo scandalo suscitato nei sostenitori dell’autocefalismo, sul sito della diaspora americana scrive che «il rifiuto di riconoscere il primato all’interno della Chiesa ortodossa, un primato che necessariamente non può non essere incarnato da un primus (cioè da un vescovo che ha la prerogativa di essere il primo tra i suoi compagni vescovi) costituisce nientemeno che un’eresia. Non si può accettare, come spesso si dice, che l’unità tra le Chiese ortodosse sia salvaguardata da una norma comune di fede e culto o dal Concilio ecumenico come istituzione. Entrambi questi fattori sono impersonali mentre nella nostra teologia ortodossa il principio di unità è sempre una persona. Infatti, a livello della Santa Trinità il principio di unità non è l’essenza divina ma la Persona del Padre (o “monarchia” del Padre), a livello ecclesiologico della Chiesa locale, il principio di unità non è il presbiterio o il culto comune dei cristiani ma la persona del vescovo, quindi a livello pan-ortodosso il principio di unità non può essere un’idea né un’istituzione ma dev’essere, se vogliamo essere coerenti con la nostra teologia, una persona … Nella Chiesa ortodossa abbiamo un primus, ed è il patriarca di Costantinopoli». Bene ma non benissimo verrebbe da dire, o forse direte che ci hanno messo quasi mille anni ad ammettere che nella Chiesa vi è sì Cristo come capo ma parimenti è necessario che vi sia anche un vescovo suo vicario, primus, che ne è il capo visibile essendo la Chiesa una società (la società dei credenti, nello specifico) divina ma, allo stesso tempo, composta da uomini e quindi visibile. Essendo l’autorità la causa formale di una società è necessario che ogni società umana, che non sia un concetto pneumatico o un’astrazione che aleggia nell’etere, abbia anche una sua causa formale del suo stesso ordine, la quale però si fonda sull’ordine primo e superiore che è Dio. Questo primus però non è di certo il Patriarca di Costantinopoli ma colui il quale dalla Sede Apostolica di Roma in principio lo costituì tale e gli diede dignità superiore a tutti gli altri vescovi e seconda solo alla propria ed è quindi logico che negare la prima implica anche negare la seconda.
A questo proposito sarebbe utile rileggere, tra le altre cose, anche una particolare enciclica di Papa Pio IX: Quartus supra vigesimum, indirizzata al Patriarca di Cilicia Antonio Pietro IX e ai vescovi uniti a lui e alla Chiesa di Roma, riguardante la situazione di alcuni scismatici armeni i quali, insieme ad altre accuse, mettevano in dubbio il primato di giurisdizione su tutta la terra del Papa di Roma e ne negavano la fondatezza. Il Santo Padre risponde citando i Padri della Chiesa e le lettere dei vescovi antichi nei quali il primato romano è ben evidente. Riporto qui qualche passaggio significativo.
“(…) A questa Sede Apostolica [S. Irenaeus, lib. 3 Contr. haeres, cap. 3], per il suo particolarissimo primato, tutta la Chiesa, ossia i fedeli, ovunque si trovino, devono aderire, e chiunque abbandona la Cattedra di Pietro [S. Cyprian., lib. De Unitate, n. 4] sulla quale è fondata la Chiesa, soltanto falsamente può affermare di appartenere alla Chiesa. Pertanto è già scismatico [S. Optat. Milev., De schism. Donatist., lib. 2] e peccatore colui che colloca un’altra cattedra in contrapposizione all’unica Cattedra del Beato Pietro, dalla quale [Conc. Aquileien. et S. Ambros., Ep. XI ad Imperatores] promanano, verso tutti, i diritti di una veneranda comunione. 
Certamente, tutto questo non era sconosciuto ai preclarissimi Vescovi delle Chiese Orientali. Infatti, nel Concilio di Costantinopoli celebrato nell’anno 536, Menna, Vescovo di quella città [Labb., Collect. Concil., Edit. Ven., t. VII, c. 1279] apertamente dichiarava ai Padri, che approvavano: “Noi, come la vostra carità già conosce, seguiamo la Sede Apostolica e le obbediamo; riconosciamo in comunione con essa i suoi membri che l’approvano, mentre condanniamo coloro che essa condanna”. Ancora più apertamente ed espressamente San Massimo [Ep. Ad Petrum illustrem; Coll. Conc., t. VI, col. 1520], Abate di Crisopoli e confessore della fede, parlando di Pirro Monotelita dichiarava: “Se non vuole essere eretico e non vuole sentirselo dire, non si metta dalla parte di questo o di quello: ciò è inutile e irragionevole perché se c’è uno che si scandalizza di lui, tutti sono scandalizzati, e se uno è appagato, tutti senza dubbio sono appagati. Quindi si affretti ad accordarsi su tutto con la Sede Romana. Una volta accordatosi con essa, tutti insieme e ovunque lo riterranno pio e ortodosso. Infatti parla inutilmente chi crede che una persona siffatta debba essere persuasa e sottratta al castigo da me; egli non dà garanzie e implora il beatissimo Papa della santissima Chiesa dei Romani, cioè la Sede Apostolica, la quale dallo stesso Verbo di Dio incarnato, ma anche da tutti i santi Sinodi, secondo i sacri canoni ricevette e detiene il governo, l’autorità e il potere di legare e di sciogliere in tutto e su tutto, quanto si riferisce alle sante Chiese di Dio che esistono su tutta la terra”. Perciò Giovanni, Vescovo di Costantinopoli, dichiarava ciò che poi avvenne nell’ottavo Concilio Ecumenico, cioè “che i separati dalla comunione della Chiesa Cattolica, cioè coloro che non sono in accordo con la Sede Apostolica, non dovevano essere nominati nella celebrazione dei Sacri Misteri” [Libell. Ioannis Episc. Constantinopolitani ad S. Hormisdam. Conc. Oecum., Action. 1]; con ciò si significava palesemente che essi non venivano riconosciuti come veri cattolici. (…) Infatti, “tutta la Chiesa diffusa per il mondo – in quanto legata alle decisioni di qualsiasi Pontefice – sa che la Sede del Beato Apostolo Pietro ha il diritto di sciogliere, così come ha il diritto di giudicare su qualsiasi chiesa, mentre a nessuno è lecito intervenire su una sua decisione” [S. Gelas. Ad Episcopos Dardaniae, epist. 26, § 5]. 

(Qui l’Enciclica completa)

Un commento a "Autocefalie o primati fallaci contro il veridico primato del Papa di Roma"

  1. #angela   26 Agosto 2019 at 12:43 pm

    Di conseguenza i lefevbriani e ricossiani ecc. sono scismatici perché accettare il Papa significa obbedienza. Il punto vero, da loro trascurato, sarebbe dire : cosui non è Papa in quanto non cattolico.

    Rispondi

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.