[CINESPADA] Il dramma del post-Concilio: “Monk Dawson”, dal romanzo al film

di Luca Fumagalli

Londra, anni Settanta. Cresciuto in un collegio cattolico, per lui quasi una seconda casa, Edward “Eddie” Dawson decide di abbracciare il sacerdozio e di dedicare tutta la vita al servizio di Dio e dei poveri. Il suo primo incarico parrocchiale lo porta a contatto con una realtà squallida, fatta di amoralità diffusa e di famiglie tutt’altro che felici. Ma Dawson non è tipo da arrendersi facilmente: si rimbocca le maniche e cerca di portare il conforto della Fede ai bisognosi. Aiuta i senzatetto, offre consigli spirituali e chi glielo chiede e arriva a diventare piuttosto noto per i suoi articoli taglienti sulla Chiesa e sul rapporto di questa col mondo moderno. La temperie post-conciliare ha investito in pieno Dawson e i suoi scritti iniziano a mettere sempre più in discussione le autorità ecclesiastiche e le loro vedute troppo retrograde e meschine. Quando il vescovo, per punizione, lo allontana dalla parrocchia e lo costringe a un ritiro presso un monastero, per Dawson la misura è colma e decide abbandonare il sacerdozio. Diventa giornalista e si lega sentimentalmente a Jenny Stanten, una delle donne più affascinanti della capitale inglese, e poi a Theresa Carter, una ragazza conosciuta ai tempi della parrocchia. Ma la felicità per Eddie è destinata presto a dissolversi nei fantasmi di una vocazione che continua a tormentarlo.

Monk Dawson, film del 1998 tratto dall’omonimo romanzo di Piers Paul Read, prodotto e diretto da Tom Waller, vanta un cast di attori di tutto rispetto che comprende, tra gli altri, John Michie, Martin Kemp, Rhona Mitra e Paula Hamilton. Nonostante la buona qualità della pellicola e il generale plauso della critica, gli incassi al botteghino sono stati magri, tant’è che in America il film è uscito direttamente per il mercato dell’Home Video e non è mai stato doppiato in italiano (perciò bisogna per forza guardarlo in inglese, con l’aggravante che l’unica edizione dvd esistente non prevede la possibilità dei sottotitoli).

Se il libro da cui Monk Dawson è tratto era già uno splendido esempio di quella letteratura cattolica britannica che negli anni immediatamente successivi al Concilio Vaticano II faceva i conti con le contraddizioni del cosiddetto “aggiornamento”, la pellicola rende ancora più potente il tema ricollocando il conflitto direttamente nell’anima di Dawson, in cui si sta combattendo una battaglia lacerante tra spirito e carne. Grazie a una sapiente regia e a un paio di scene iconiche davvero ben congeniate, lo spettatore segue passo passo la discesa del protagonista nei più bassi recessi del vizio, verso una sensualità che non lo appaga mai fino in fondo e delle amicizie – come quella con Bobby Winterman, coltivata sin dai tempi del collegio – che si rivelano alla lunga tanto labili quanto quel mondo di cartapesta, tutto lustrini e falsità, in cui vive.

Fortunatamente, però, c’è sempre spazio per la conversione – o, in questo caso, per la ri-conversione – che inizia nel momento in cui anche Theresa si accorge che c’è qualcosa nel compagno che non torna: «Non ti posso amare, se odi te stesso», gli rinfaccia mentre Eddie affoga incurante i suoi dispiaceri nell’alcol. Per quanto l’epilogo sia tutt’altro che un lieto fine, tuttavia non mancano i segnali di speranza, quei semi di una redenzione che forse non tarderanno a dare i loro frutti.

Monk Dawson, in definitiva, è una pellicola assolutamente da vedere, un contributo originale e alternativo per approfondire il dibattito intorno al Concilio Vaticano II e alle sue conseguenze.  

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