I tre pastorelli imprigionati

a cura di Giuliano Zoroddu

Continuiamo il racconto delle Apparizioni dell Vergine del Rosario a Fatima come lo propone il padre gesuita Luis Gonzaga da Fonseca nel suo Le meraviglie di Fatima.

L’autorità ecclesiastica continuava prudentemente a ignorare gli avvenimenti. Anche la stampa cattolica manteneva un doveroso riserbo, facendo appena qualche rapida allusione per raccomandare ai fedeli di stare in guardia contro le possibili macchiandosi dell’angelo delle tenebre o di settari mal intenzionati.
Non così la stampa liberal-massonica. I fatti del 13 luglio le fornirono nuova materia per intensificare la campagna già prima incominciata. Si parlava di crisi epilettiche, sofferte dai veggenti, i quali, al contrario, avevano goduto sempre di ottima salute; di suggestioni, di montature clericali abilmente combinate per aizzare il fanatismo del popolo contro le istituzioni repubblicane; si avanzavano le ipotesi più strampalate pur di negare anche la possibilità di qualsiasi intervento soprannaturale.
Nel Serra d’Aire si sarebbe scoperta di recente una bella sorgente di acque minerali; per valorizzarla l’astuto proprietario faceva inscenare tutta quella commedia; insomma si trattava di una speculazione finanziaria, diretta a fare della Cova da Iria una fabbrica di miracoli e di quattrini, come a a Lourdes. Così O Seculo, giornale portoghese molto diffuso, nel suo numero del 23 luglio 1917.
Risultato positivo: gli articoli della stampa massonico-liberale contribuirono a fare conoscere Fatima da un angolo all’altro del Portogallo. Non c’è da stupirsi se il 13 agosto seguente a Cova da Iria si era riversata una folla immensa.
“Da tutte le direzioni – si legge in una lettera privata scritta da un testimone oculare – accorrevano persone innumerevoli … Veicoli d’ogni genere e grandezza si succedevano senza interruzione. Veniva gente a piedi, a cavallo, in bicicletta. La vista delle vetture e dei carri sparsi nel monte e la lunga serie delle automobili sulla strada, le montagne di biciclette, costituivano uno spettacolo interessantissimo”.
Verso mezzogiorno erano sul luogo parecchie migliaia di persone; i giornali le fecero ascendere a 15.000 e più. Non erano soltanto curiosi, ma la maggior parte credenti e devoti che accalcati attorno all’elce benedetto, da pie mai spogliato già delle foglie e dei rami, ingannavano l’attesa recitando il rosario e cantando inni sacri.

Mezzogiorno! I piccoli veggenti non arrivano. Agitazione, disappunto, ansietà della folla, che attende ancora un poco, finché si sparge la voce che non sarebbero venuti perché arrestati dall’amministratore o sindaco di Villa Nova de Ourém.
Immaginarsi l’indignazione della folla! E già i più esaltati parlavano di andare a domandare spiegazioni al sindaco, quando si osservarono fenomeni straordinari che valsero a calmare gli animi.
La citata lettera continua: “Io, con gli amici, avevamo ripreso la via del ritorno … quando fummo raggiunti da alcuni uomini, che fuori di sé dalla gioia dicevano di essere apparsa la Madonna. Ritornai subito verso la Cova da Iria. Le strade erano affollate di gente che commentava il fatto prodigioso. Tutti affermavano di aver sentito un tuono e aver visto, vicino all’elce un lampo seguito da una nube bellissima, che, formatasi intorno all’albero, dopo circa dieci minuti si era innalzata in aria ed era scomparsa”. In una parola tutti erano soddisfatti, e questa circostanza liberò il sindaco da un serio pericolo.
Da notare che i fenomeni straordinari, già in pare osservati il 13 dei due mesi precedenti, furono questa volta notevolmente più sensibili. Così ad esempio il “tuono” che sembrava indicare la presenza della Vergine. I testimoni nel processo attestano concordemente che vi furono due forti detonazioni, di modo che parte della folla si diede alla fuga, credendo fossero bombe o colpi di fucile. Presto tuttavia si fermarono, osservando le nubi che ad un tratto apparvero colorate dai colori dell’arcobaleno, tanto che “le foglie degli alberi sembravano fiori”. A tale spettacolo molti, dicendo che era miracolo della Madonna, si misero a pregare.
Quindi il Rev. Marques Ferreira, parroco di Fatima, poté scrivere [nell’autodifesa contro l’accusa di complicità nell’arresto dei veggenti nel giornale O Ordem, 15 agosto 1917] : “Quelli che erano presenti (stimati più di migliaia) possono attestare i fenomeni straordinari da loro osservati, e che tanto li hanno confermati nella fede. Non sono più i bimbi, ma tutta la folla del popolo, di ogni classe e condizione sociale e di diverse parti del paese, che ora rende testimonianza”.
“Era apparsa la Madonna!”. Nessuno l’aveva vista, ma quei fenomeni straordinari dimostravano che la Vergine, da parte sua, non era mancata all’appuntamento!
Erano mancati, invece, i bambini, non per colpa loro, ma perché era suonata l’ora della prova. Sempre così: a grandi grazie di Dio fanno contrappeso grandi croci. Ed è questo, precisamente, un contrassegno dell’opera del cielo.

Ecco come erano andate le cose. L’Amministratore o sindaco di Vila Nova de Ourem, al cui distretto appartiene Fatima, era a quel tempo Arturo d’Oliveira Santos, massone e anticlericale dichiarato. Custode zelante della legge che proibiva qualsiasi manifestazione religiosa fuori delle chiese, e convinto che gli avvenimenti di Fatima erano una commedia giocata dai preti, credette arrivata l’ora di intervenire.
Già il sabato, 11 agosto, aveva intimato ai genitori dei veggenti di comparire alla sua presenza insieme ai figli. Lucia racconta: “Qualche giorno prima del 13 agosto io ed i miei cugini siamo stati chiamati dal sig. Amministratore. Mio zio vi si recò senza condurre seco i bambini. Io vi andai con mio padre. Molti, bene o male intenzionati, profittarono dell’occasione per farci paura. Perciò nel congedarmi dai cugini li abbracciai, nell’incertezza di rivederli. Giacinta mi disse allora: – Se ti vorranno ammazzare, di’ loro che io e Francesco siamo come te e vogliamo morire anche noi. Ora andiamo nel tuo orto a pregare molto per te”.
L’Amministratore censurò aspramente il sig. Marto per non aver eseguito puntualmente l’intimazione; fece varie domande a Lucia insistendo perché gli dicesse il segreto, al che essa si rifiutò costantemente. Disteso il verbale, li congedò dicendo che egli saprebbe raggiungere il suo intento anche se bisognasse togliere la vita ai tre monelli.
“Quando, verso sera, tornai a casa – continua Lucia – corsi subito all’orto e trovai i miei compagni in ginocchio, con la testolina fra le mani, appoggiati all’orlo del pozzo, che piangevano amaramente. Appena mi videro rimasero stupiti: – Ah sei tu? … È venuta qui tua sorella ad attingere l’acqua e ci ha detto che già ti avevano ammazzata. Abbiamo pregato e pianto per te!”

Il 13 mattina con le frotte dei pellegrini che affluivano da tutte le strade, anche il sindaco giunse a Fatima e si diresse ad Aljustrel, fermandosi in casa Marto, una delle prime del paese. Vi trovò soltanto la signora Olimpia di Gesù, la quale rimase non poco impaurita per la sua visita inaspettata. Presto però il marito, informato della presenza dell’Autorità, rientrò dal campo; a cui il sindaco.
– Sa lei perché sono venuto oggi a casa sua? Voglio andare alla Cova da Iria per vedere il miracolo. Sono come S. Tommaso: vedere per credere.
– E fa molto bene, signor Amministratore.
Fatti poi chiamare i bambini, li sottomise ad un interrogatorio più o meno finto, a proposito del segreto; quindi volle prenderli nel suo calesse, per portarli, diceva, al luogo del miracolo.
Ma i bambini non gradendo troppo la sua compagnia, dichiaravano che per andare alla Cova da Iria non avevano bisogno di vettura; del resto era troppo presto (si era verso le dieci).
Vedendo che così non otteneva il suo intento, ordinò che venissero da lui in canonica, presso il parroco di Fatima, dove voleva interrogarli.
Andarono infatti accompagnati dai genitori e là nel balcone prospiciente la piazza si intrattenne con loro amichevolmente. Poi invitò il parroco ad interrogarli in sua presenza.
E questi a Lucia:
– Chi ti ha insegnato a dire tutte codeste cose che vai dicendo?
– Fu quella Signora che ho visto nella Cova da Iria.
– Ma tu non sai che chi dice bugie, causa di tanto danno come quelle che vai spargendo, andrà all’inferno? … E poi tanta gente ingannata per causa vostra!
Ed ella prontamente:
– Se chi dice bugie va all’inferno, allora io non ci vado; perché io non mento e dico soltanto quello che ho visto e udito da quella Signora. E poi se la gente va alla Cova da Iria è perché ci vuole andare; io non ho chiamato nessuno.
– È vero che la Signora ti ha detto un segreto?
– Si, è vero, ma io non lo dico.
Il parroco continuava ad insistere, allora Lucia:
– Guardi: se Lei vuole, io vado laggiù a chiedere alla Signora: se mi dà il permesso di dire il segreto, allora lo dico.
– Queste sono cose soprannaturali – conchiuse il sindaco – andiamo via.
Ed invitò i bambini a salire sulla vettura. Siccome essi non si muovevano: “Andate, andate!” disse il sig. Marto, il quale nella sua buona fede era ben lontano dal sospettare le intenzioni del sindaco.

I bambini obbedirono e la carrozza partì; percorsi però alcuni metri, svoltò e filò diritto a Villa Nova de Ourem.
I piccoli fecero subito notare che la Cova era in direzione opposta, e il sindaco rispose affabilmente:
– Lo so, ma prima andiamo dal parroco di Ourem che vi vuole vedere ed interrogare, poi vi faccio portare in automobile e arriverete alla Cova ancora in tempo.
Gli innocenti,a cui la prospettiva di una corsa in automobile non dispiaceva, si quietarono. Arrivati a Ourem insistettero per essere condotti subito dal parroco. Fu loro detto che prima bisognava mangiare …
Frattanto passò l’ora dell’Apparizione con grande pena dei fanciulli, ma con immensa soddisfazione del sindaco, a cui questo primo colpo era pienamente riuscito.

Desolati attendevano l’ora del ritorno a casa, non accorgendosi che erano in prigione. Questa tuttavia in quel giorno, almeno nelle prime ore, non fu rigorosa tanto che poco dopo potevano giocare coi i figli del sindaco nella veranda che dà sul cortile. In quella veranda li vide Antonnio, il figlio primogenito della signora Olimpia Marto, recatosi colà a prendere notizie dei fratellini. Fermatosi al portone di ferro, che dalla strada dà al cortile e donde si vede perfettamente la veranda, vi stette alcuni minuti a guardarli: poi, senza proferire parola, se ne andò.
Più tardi furono rinchiusi in una piccola stanza dove tre individui fecero loro un primo interrogatorio, insistendo perché dicessero loro il segreto, e minacciandoli che non sarebbero usciti di lì, finché non avessero ubbidito.
La mattina seguente entrò da loro una signora attempata, che facendo grandi elogi del sindaco, voleva convincerli a fare la di lui volontà e cercava di carpire il segreto, ma inutilmente.
Verso le dieci, fra quattro poliziotti, due in divisa e due in abito civile, furono condotti all’Ufficio Comunale e sottoposti ad un interrogatorio in piena regola. Il sindaco con maniere gentili, con domande insidiose, e con l’attrattiva di vari oggetti d’oro: un orologio, due o tre catenelle ed alcune monete che faceva tintinnare sul tavolino, promettendo di dare loro tutta quella ricchezza, fece il possibile per indurli a parlare.

I bambini raccontavano con schiettezza e concordemente quanto era loro successo; ma “il segreto non potevano rivelarlo perché la Madonna aveva comandato di non dirlo a nessuno”.
Verso mezzogiorno furono ricondotti in casa del sindaco, la cui moglie. D. Adelina dos Santos, che in cuor suo compativa i poveri martiri, fece loro prendere un po’ di ristoro.
Subito dopo ricominciò il martirio, di nuovo nell’Ufficio Comunale, con un secondo interrogatorio, nel quale alle promesse si aggiungevano le minacce:
– Se non vogliono ubbidire, chiamiamo una guardia e li facciamo uccidere – propose uno dei presenti.
– Non sarà necessario tanto – fece il sindaco – Essi diranno tutto …

Ma niente uscì dalla bocca dei piccoli, e li rinchiuse nella pubblica prigione, dichiarando che più tardi sarebbero venuti a prenderli per bruciarli vivi.
I carcerati fecero loro buona accoglienza. Giacinta però si scostò dai suoi compagni e si avvicinò ad una finestra. Piangeva. Lucia cercò di rincorarla.
– Giacinta, vieni qui! Perché piangi?
– Perché dobbiamo morire senza riabbracciare i nostri genitori. Né i tuoi né i miei sono venuti a rivederci. Non si curano più di noi. Io vorrei almeno veder la mamma! …
– Non piangere – dice Francesco _ se non potremo rivedere la mamma, pazienza! Offriamo questo sacrificio per la conversione dei peccatori. Peggio se la Madonna non ritornasse più: è questo che più mi costerebbe; ma io offro anche questo per i peccatori.
E giungendo le mani (Francesco): “O Gesù. è per vostro amore e per la conversione dei peccatori!”
Giacinta piangendo, con le mani giunte e gli occhi al cielo, soggiunse:
– Ed anche per il Santo Padre e in riparazione delle offese commesse contro il Cuore Immacolato di Maria!
I carcerati che videro questa scena commossi, vollero consolarli:
– Ma perché non dite al sig. Amministratore il segreto? Che vi importa che la Signora non voglia?
– Questo poi no! – rispose Giacinta vivacemente – Vogliamo piuttosto morire!
Si ricordarono, allora di non aver ancora detto il rosario. Giacinta, prendendo una medaglia che aveva al collo, pregò uno dei carcerati di sospenderla ad un chiodo della parete. Poi, in ginocchio, dinanzi a quell’altare improvvisato, cominciarono a pregare. I carcerati si inginocchiarono e pregarono con loro.
Trascorse alcune ore furono tolti dalla prigione e ricondotti in Ufficio, dove il sindaco li tormentò con un nuovo e più stringente interrogatorio , pieno di lusinghe e di minacce.
Vendendoli però irremovibili, ricorre ad un ultimo stratagemma, della cui efficacia si era già prima assicurato, quando fece sapere ai bambini che sarebbero stati arsi vivi.
Scattando in piedi, corrucciato, pieno di furore, grida: – Se non vogliono ubbidire con le buone, ubbidiranno con le cattive!
E rivolgendosi ad uno dei satelliti comanda di “preparare una grande padella con olio bollente per farvi friggere i ribelli” e poi chiude i bambini in una stanza vicina.
Momenti pieni di angosciosa ansietà per i poveri innocenti!

Si riapre la porta e il sindaco chiama per nome la piccola Giacinta.
– Se non parli, sarai la prima ad essere bruciata. Vieni con me!
La bambina (di 7 anni appena) che poco prima piangeva per non poter riabbracciare la mamma, adesso con gli occhi asciutti e ferma nella risoluzione di non tradire l’ordine della Madonna, “lo seguì senza congedarsi da noi”, raccontava Lucia nel processo.
Fu ancora interrogata, accarezzata, minacciata, infine chiusa in un’altra stanza della casa.

Nel frattempo Francesco, calmo ed allegro, diceva:
– Se ci uccideranno, come dicono, fra poco saremo in cielo e che piacere! Morire … non m’importa niente!
E dopo qualche momento:
– Voglia Iddio che Giacinta non abbia paura; voglio dire un’Ave Maria per lei
Si leva la berretta, giunge le ma ni e prega.

Qui la porta si apre di nuovo.
– Quella ormai è morta, adesso tu – grida il sindaco indicando Francesco – dirai il tuo segreto!
– Non posso dirlo a nessuno.
– No? Vedremo! – e afferrandolo per un braccio se lo trascina dietro.
Il bambino lo seguì; ma altrettanto deciso e più sereno della sorellina, resistette come lei a carezze e minacce e andò a finire nella medesima stanza.

Era la volta di Lucia.
– E tu che sentivi? – le domandavano più tardi.
– Io ero convinta che egli facesse davvero, che ormai fosse finita per me; ma non avevo paura e mi raccomandavo alla Madonna.
Fortunatamente il sindaco non faceva davvero e Lucia poté ritrovare i cugini vivi e sani, quantunque non pienamente rinfrancati dalla paura.

Il 15 furono ancora ricondotti dal sindaco e sottoposti ad un ultimo interrogatorio, simile a quello del giorno precedente. Finalmente poiché non si approdava a nulla, lo stesso sindaco li riportò alla canonica di Fatima e li lasciò liberi sul balcone, donde due giorni prima li aveva proditoriamente rapiti. Figurarsi la gioia delle famiglie, quando uscite dalla Messa solenne, poterono riabbracciare i loro figliuoli. I genitori dei due piccoli avevano il giorno precedente mandato un loro fratello per aver notizie. La madre di Lucia però, con la consueta energia, si era fatta vedere quasi indifferente: anzi, a chi le diede la notizia che la figlia era stata messa in prigione, rispose:
– Lasciatela stare! Se l’è meritata!
– Come meritata?
– Sì, ve lo assicuro io! Se ciò che ella dice è falso, or ne ha il castigo! Se è vero, la Madonna penserà a difenderla.
E la Vergine la difese davvero.
Passata così tragicamente l’ora del celeste appuntamento, i piccoli veggenti non contavano di rivedere la bella Signora che il mese seguente: ma non fu così


L. Gonzaga da Fonseca sj, Le meraviglie di Fatima, Roma, 24° ed., 1979, pp. 57-68.

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