a cura di Giuliano Zoroddu

La scoperta delle reliquie.

Il 3, il 10 e il 17 dicembre del 41, un pio rabbino ebreo contemporaneo di santo Stefano apparve al prete Luciano che viveva allora a Caphar-Gamala, non lontano da Gerusalemme. Gli ordinò di far riesumare i suoi resti, insieme con quelli del figlio Abibas, di Nicodemo e del protomartire Stefano. Indicava pure il modo di riconoscere le reliquie di santo Stefano: il martire era sepolto ad oriente degli altri tre corpi. Una visione del monaco Migethios precisò che i santi si trovavano in una tomba diroccata, a nord di un promontorio che esiste ancor oggi. Gli scavi iniziati dietro le sue indicazioni ebbero felice esito. Quando fu esumato il corpo del protomartire, si diffuse un soave odore, e parecchi malati che erano presenti furono miracolosamente guariti. Il vescovo Giovanni di Gerusalemme, il quale si era recato sul posto con due colleghi, procedette al riconoscimento delle reliquie e alla loro solenne traslazione nella chiesa di santa Sion di Gerusalemme. Qui rimasero fino al 439, allorché furono poste nel Martyrion, che l’imperatrice Eudossia e il vescovo Giovenale fecero erigere sul luogo della lapidazione. Questa fu l’Invenzione o piuttosto, secondo l’espressione dei contemporanei, la Rivelazione del corpo di santo Stefano. Tale evento, presto reso noto in tutta la cristianità, vi produsse una straordinaria commozione. Si desiderava conoscerne tutti i particolari, e soprattutto si sarebbe stati lieti di possedere qualche reliquia del santo.

La distribuzione delle reliquie.

Il prete Luciano ne aveva segretamente prelevate alcune per sé. Per interessamento d’un pellegrino spagnolo. Paolo Orosio, alcuni frammenti di tali reliquie giunsero nell’isola di Minorca, dove produssero la conversione di molti ebrei. Il vescovo di Uzalis ricevette anch’egli una parte di quei sacri resti, e da quel momento, reliquie di santo Stefano sono distribuite nelle chiese d’Africa: Aquae Tibilitinae, Calama, Ippona. I miracoli operati sono molti e sbalorditivi. Così, la Domenica di Pasqua del 425, un giovane epilettico che pregava presso la memoria di santo Stefano a Ippona, viene
guarito dal suo male, e il Martedì di Pasqua la sorella, colpita dagli stessi attacchi, ne viene a sua volta liberata. Sant’Agostino ci ricorda questi prodigi, e ne trae motivo per mostrare al popolo che, proprio come nei tempi apostolici, il favore divino si manifesta anche nella sua epoca turbata dall’invasione dei barbari. Il santo vescovo ci riferisce inoltre che alcuni usavano portare indosso reliquie di santo Stefano, ed è stata rinvenuta una lamina di piombo la quale attesta che nel secolo vii era un’usanza diffusa ancora in Africa. Verso il 438, Costantinopoli, la capitale dell’impero, ricevette preziosi frammenti del corpo del protomartire. Più tardi, alla fine
del secolo vi, durante il pontificato di Pelagio II, quelle reliquie giunsero a Roma, dove già dal secolo v si erano moltiplicati i santuari in onore di santo Stefano. Il clero di Gerusalemme si mostrò molto generoso nella distribuzione dei resti del grande santo, e grazie a questa diffusione delle reliquie nel mondo cristiano, il culto del protomartire si propagò rapidamente.

Il culto delle reliquie.

A Costantinopoli, la festa del 2 agosto (celebrata il 3 in Occidente) ha dapprima per oggetto la traslazione delle reliquie che sono giunte da Gerusalemme. Il più antico sacramentario romano, attribuito al Papa san Leone, ha conservato parecchi formulari di messe per tale festa. L’ultimo di essi fa allusione alla dedicazione d’una basilica. È da notare che nessuno di essi si riferisce precisamente alla rivelazione delle reliquie di santo Stefano. Celebrano semplicemente nel «santo levita, le primizie del Martirio». Quanto al messale romano attuale, esso porta, per la festa odierna, la stessa messa del 26 dicembre. L’oggetto speciale della festa rimane pur sempre la fortunata scoperta dei resti del primo dei martiri. Il racconto dell’Invenzione ci mostra chiaramente in qual senso dev’essere inteso questo avvenimento. Il mondo cristiano era allora turbato dalle invasioni dei barbari nell’Impero: gli animi erano angustiati, poiché si era sempre creduto che la civiltà cristiana sarebbe rimasta associata alla prosperità di Roma. La caduta della capitale dell’Impero nel 410 non avrebbe forse portato con sé quella della Chiesa? L’avvenimento della rivelazione di santo Stefano era destinato dalla Provvidenza a rassicurare gli animi turbati. Nella prima visione, Gamaliele diceva infatti al prete Luciano: «Aprici, affinché per nostro mezzo Dio apra al genere umano la porta della sua misericordia». Il venerdì seguente, nuova istanza: «Non vedi forse l’angoscia e il turbamento che regnano nel mondo? Va’ dunque a dire al vescovo che ci scopra e stabilisca un luogo di preghiere, affinché per la nostra intercessione Dio abbia pietà del suo popolo».

Preghiera.

La tua intercessione, o Stefano, sarà sempre efficace, se saremo animati da quella fede che fu la tua. Tu fosti ripieno di fede e di Spirito Santo, ripieno di grazia, di forza e di sapienza, ci dice il libro degli Atti degli Apostoli. Che noi possiamo comprendere, nei tempi tristi che il mondo attraversa, che Dio non ci abbandonerà, come non ha mai abbandonato i suoi fedeli. La sua Provvidenza ha voluto, con la rivelazione delle tue sante reliquie, manifestare ai cristiani sconcertati dalle invasioni dei barbari la sua infinita misericordia. In quell’occasione, gli animi abbattuti ripresero coraggio. Che noi possiamo in questo giorno comprendere meglio, o Stefano, per la luce della fede, che Dio ci guida attraverso le sue vie fino a Lui. Che possiamo essere illuminati da quello Spirito divino di cui tu eri ripieno, per essere continuamente pronti ai voleri di Dio su di noi. Che possiamo ancora, dietro il tuo esempio, imitare maggiormente la vita del Signore Gesù e perdonare sempre ai nostri nemici per meritare infine il gaudio eterno di contemplare quello stesso Signore alla destra del Padre che vive e regna nei secoli.

(Dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1956, p. 930-932)