La Bibbia e le scoperte moderne : il greco “neo-testamentario”

Traduzione dal francese dell’articolo La Bible et les découvertes modernes (2) : le grec “néo-testamentaire” (fsspx.news, 29 luglio 2019)

La lingua originale della maggior parte dei libri del Nuovo Testamento è il greco. Solo il vangelo di San Matteo può fare eccezione. Secondo la tradizione, è stato scritto in lingua ebraica e tradotto dallo stesso Evangelista in greco.

Tuttavia, il greco che ora è chiamato “neo-testamentario”, ha caratteristiche che hanno dato origine a curiose spiegazioni e speculazioni fino al diciannovesimo secolo.

In effetti, fino a circa 200 anni fa, gli unici testi greci trasmessi dall’antichità erano quelli di grandi autori: poeti come Omero, storici come Erodoto o Tucidide, medici come Ippocrate, filosofi come Platone o i cinici. Questa lingua è quella di una cultura raffinata. L’unica conosciuta in Occidente nel Medioevo e nei secoli successivi.

Il confronto con il linguaggio del Nuovo Testamento è sconcertante: troviamo in quest’ultimo parole, forme, costruzioni e frasi che potrebbero essere qualificate come volgarismi, piuttosto di uno stile popolare. Gli studiosi del Rinascimento giudicano sfavorevolmente il greco neo-testamentario. La loro opinione è riassunta in queste parole di Claude Saumaise (1588-1653): “Come gli uomini [gli autori del Nuovo Testamento], così anche il loro linguaggio. La loro lingua è il cosiddetto idiotikos, la lingua comune e popolare. Perché si chiamano idiotai gli uomini del popolo senza istruzione letteraria, che usano la lingua che il volgo usa nella sua conversazione”.

Nel diciassettesimo e diciottesimo secolo, vi fu una disputa sulla qualità e la natura del Nuovo Testamento greco. Questa discussione ha dato origine ai sistemi dei puristi, degli ebraisti e degli empiristi.

1. All’inizio del diciottesimo secolo, i puristi difesero, contro ogni prova, l’assoluta purezza e correttezza del greco del Nuovo Testamento.
2. Nel diciassettesimo e diciottesimo secolo, gli ebraisti credevano che gli scrittori del Nuovo Testamento avessero pensato in ebraico e tradotto il loro pensiero in greco: la loro lingua non sarebbe altro che ebraico trasposto in greco.
3. Gli empiristi del diciottesimo secolo sostenevano che gli scrittori del Nuovo Testamento non conoscevano il greco e lo scrissero in modo casuale: così, gli scrittori del Nuovo Testamento hanno potuto usare un tempo verbale per un’altro, una modo per un un altro, un caso per un altro, ecc.

La scoperta de greco della koinè

Ma tutti questi sistemi sono crollati dopo la scoperta di migliaia di materiali di scrittura greci negli scavi di Egitto, Persia, Medio Oriente: pietra, papiri, ostraca – frammenti di ceramica -, tavolette di argilla e pergamene, così tante testimonianze che attraversano una lunga serie di secoli.

Dal punto di vista della lingua, queste scoperte consentirono lo studio del greco chiamato “koinè” o greco comune, che servì come lingua franca in tutto il Mediterraneo, soprattutto dopo le conquiste di Alessandro Magno. Questa lingua comune era meno corretta della lingua classica, spesso mescolata a parole o frasi prese in prestito dalla lingua degli oratori. Pertanto, il greco parlato in Palestina è segnato dall’ebraico e dall’aramaico.

Gli apostoli parlavano naturalmente la lingua del loro tempo, la koinè, e lasciarono i loro scritti in questa forma accessibile ai loro contemporanei. Pertanto, il Nuovo Testamento e la Settanta, una versione greca dell’Antico Testamento, furono per secoli i principali testimoni di questo linguaggio comune, prima che fosse riscoperto nel diciannovesimo secolo.

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