La passione degli 800 santi Martiri di Otranto

a cura di Giuliano Zoroddu

Dopo aver raccontato le tragiche vicende della presa di Otranto ed aver fatto memoria delle palme dei Martiri riportate in quel giorno dal clero e dal popolo che fu massacrato nella Cattedrale (vedi qui), passiamo oggi alla storia degli Ottocento Martiri Idruntini, decapitati per il nome di Cristo il 14 agosto 1480.
La città pugliese sarà liberata dai soldati del Papa, del Re di Napoli e dei Genovesi il 10 agosto 1481.

Reliquie dei Martiri di Otranto conservate nella Cattedrale della Città. La prima traslazione avvenne il 13 ottobre 1481.

Come a Dio piacque, si fa tregua a tanta strage per un bando di Ahmed che imponeva ai suoi di attendere d’ora innanzi a far solamente prigionieri; e quantunque le strade e le case, il Duomo e le altre chiese fossero allagate di sangue idruntino, tuttavia grande fu il numero che se ne rinvenne in quello e nel dì appresso. Una parte delle donne, peculiarmente le superstiti al macello del Duomo, furon ridotte nel palazzo vescovile; gli altri restarono come preda di guerra presso i capitani e soldati che li ebbero nelle mani. Riuscì per altro ad alcuni di campare questa dura condizione. Imperocché nascosti nei pozzi o in altri covi, ne uscirono nel colmo della notte, e sormontate le mura si posero in salvo.

[…]

Il di seguente, tredici di agosto, un nuovo bando pubblicato nel campo, impose che chiunque avesse prigioni di guerra, li desse in nota. Ma questo comando non fu fedelmente eseguito, perché non mancò tra quei condottieri chi ne celasse sulle galere Il Pascià nella invasione della città aveva presa precariamente stanza nelle case di Ladislao di Marco, nome non meno nobile che antico in Otranto e reso anche più chiaro da quest’uomo, avuto da tutto il popolo in somma riverenza per le sue molte lettere e la sua vecchiezza. Ricevute e viste, volle che tranne le donne e quei tra gli uomini che non aveano trascorsi ancora i quindici anni, tutti gli altri gli venissero menati innanzi. Ma avvenne allora una scena d’immensa pietà. Moltissimi di quelli che componevano ciascuna famiglia, fatti prigionieri insieme, si trovavano presso lo stesso padrone. Alla intimazione di separarsi apparve veramente agli occhi di quei miseri tutto l’orrore della loro disgrazia; e quando i Turchi presero con quei loro modi selvaggi a strappare i padri e i figli adulti alle braccia delle madri, delle consorti, dei fratelli minori, delle sorelle e delle figlie, furono così desolati i pianti per tutta la città, così prolungate e strazianti le grida, che il Pascià intimorito, non sapendo che pensarne, mandò molti del suo seguito ad esplorar la ragione di quel nuovo tumulto. Quando gli fu recata, quasi a rifarsi della paura, comandò con un urlo feroce che si troncasse ogni altro indugio a quei pettegolezzi, e fossero ormai condotti alla sua presenza i prigionieri dell’età che egli aveva disegnato. In poco egli si vide innanzi, tratti da tutte le parti della città, ottocento e più Idruntini, che con la morte nel cuore, seppero nondimeno assumere contegno qual si conveniva ad uomini vinti, ma non avviliti. La loro vista scosse il suo animo, come si poté arguire dalla prima sua domanda. Imperocché richiese tosto di conoscere, quali fossero tra loro i capitani che aveano diretta la difesa della città. La risposta non poteva essere più eloquente a fargli intendere, la tempera di tali uomini, perché gli fu detto recisamente: Morirono con le armi in pugno. Queste brevi parole e l’aspetto severo di tanta moltitudine che neppure in quello stato appariva umiliata, furono per lui come una provocazione. Confermato da quel che vedeva, nel pensiero che la forza di quella sì ostinata resistenza non l’avessero attinta che dall’odio che aveano al nome Musulmano, propose nel suo feroce orgoglio di trionfare della loro fede religiosa, come della loro città era divenuto padrone. Il suo perverso disegno gli apparve sulla fronte rannuvolata, nel cangiato colore delle pallide guance divenute livide, e in un satanico ghigno che gli sfiorò le labbra.
Chiamò un Ulema, o ministro della sua religione, ed avutolo a sé, gli aprì il suo divisamento. Né poteva trovarlo o più disposto ad assecondarlo, o più acconcio al suo proposito. Era costui un sacerdote rinnegato del medesimo regno di Napoli, che le Cronache dicono di nome Giovanni e Calabrese; ma i traditori non appartengono a nessuna città o popolo: tutta la società degli uomini lì rifiuta ed aspetta fremendo, che il diavolo da cui accettarono il capestro, li abbia strozzati come Giuda Iscariote.

[…]

Credessero a lui (diceva) che se aveva lasciate le bandiere di Cristo per assembrarsi sotto quelle di Maometto, ciò era avvenuto perché solo questa religione era la vera, come quella che da Dio stesso venne rivelata al suo Profeta. Non voler egli assumere – diceva – discussioni che andrebbero per le lunghe, e forse superiori riuscirebbero alla intelligenza di molti dei suoi uditori. I fatti – diceva – contenere una forza irresistibile, i fatti escludere ogni dubbiezza, perché presentano la verità nella sua luce; non fa uopo cercarla con argomenti che sovente sviano dal sentiero che ad essa conduce. Che giovò ad essi l’ostinata resistenza opposta ai figli della mezzaluna ? Che giovò prostrarsi innanzi agli altari di Cristo ? levar a lui la voce in privato e in pubblico, da soli e insieme? Se il cielo favorì così apertamente la causa dei Musulmani e abbandonò quella dei Cristiani, chi potrebbe non convenire che ama quelli e che questi gli sono in odio ? Né ciò solo nella loro città. Volgessero gli sguardi intorno per numerare, se potessero, le conquiste dell’immortale Maometto II. Se non fosse altro, due imperi, uno nell’Asia, quello di Trebisonda, un altro nell’Europa, quello di Costantinopoli. Ma chi potrebbe ridurre a novero le cento altre città e principati venuti sotto il suo dominio? E nondimeno era ancora nel fiore degli anni e nella più valida sanità. Chi aveva infuso tanto vigore nella sua mente, nel petto dei suoi soldati inspirato tanto ardimento, se non Dio medesimo, per essere glorificato nella religione fondata dal suo Profeta? Facessero dunque senno, ed apprezzassero la clemenza del Pascià vincitore, il quale, purché abbracciassero il Maomettismo, era pronto a largheggiar con loro di tutti i favori. Le mogli, i figli, le figlie, i medesimi pargoletti strappati dal loro fianco per essere o venduti, come preda di guerra, su i mercati, o distribuiti ai soldati vincitori, sarebbero immantinente rimessi nelle loro braccia: essi medesimi riavrebbero la dolce libertà, rimanendo a loro arbitrio o fermarsi nella città, o recarsi altrove. Si ostinerebbero ? Ciò compirebbe la loro sventura, perché ne andrebbe la vita. Attribuissero al gran Profeta l’averla salva, né rispondessero con la ingratitudine a sì gran beneficio; molto più, che per mezzo del Pascià non solo vivi, ma ravveduti ancora e felici li voleva.

[…]

Così parlava quell’apostata, e credeva di aver trionfato coi suoi ingannevoli argomenti della costanza di quelle anime generose. Ma Antonio Primaldo, uomo di provetta età, ma più di virtù, e che da quel momento apparve il protagonista di quella nobile schiera, prendendo la parola a nome di tutti: “Lascia, gli disse, o sciagurato, di volerci additar la strada del nostro bene, quando tu sei un po vero cieco. Se Dio permette al tuo Sultano di stendere si largamente le vittorie su i Cristiani, cioè di opprimerli; se gli ha dato in mano anche questa misera città, a ciò l’han provocato i nostri peccati. Ma noi non vi aggiungeremo l’ esecranda empietà di rinnegar lo. Gesù Cristo è vero Dio, fattosi uomo e morto per la nostra salvezza eterna; e chi rinnega lui, rinnega Dio. Noi morremo mille volte per lui, ed egli avrà pietà di noi, di questa patria, delle mogli e dei figli nostri”. Quindi rivolto ai suoi compatrioti: “Compagni, disse, voi vedete ciò che ci vien proposto e a qual prezzo ci si offre di comprare gli avanzi di questa misera vita. Sinora abbiam combattuto per mostrare al Re la nostra fedeltà e difendere la patria; ora per noi medesimi ci tocca combattere. Chi non intende a quale sorte siamo noi riserbati, se Gesù Cristo vuole che confessiamo il suo nome innanzi ai suoi nemici? Le carceri, la schiavitù, la stessa morte non ci incutano spavento. Qual gloria maggiore che dare il sangue che ancor ci rima ne nelle vene per Gesù Cristo, che tutto il suo dette, per noi sulla croce? Viva Gesù, viva Maria”. Ed il grido fu ripetuto da tutti: “Viva Maria, viva Gesù: vogliamo morire per la sua fede”.

Il tiranno si scosse a quei clamori, e richiese al rin negato interprete che volesse dire tutta quella insolita agitazione che vedeva nella moltitudine. Come lo seppe, tra la meraviglia e la rabbia non poté articolar parola; tanto gli pareva incredibile che uomini come quel li, e ridotti alle ultime strettezze, preferissero di perder la vita, anzi che abbandonare la loro Religione, e osassero resistere ai suoi favori, egualmente che a lui nemico avevan fatto con le armi in pugno sulle mura. Egli si conteneva, ma poteva prevedersi quanto tremendo sarebbe stato lo scoppio della sua ira. Quel silenzio era simile alla calma paurosa e sgomentevole della natura che precede l’uragano, e n’erano spaventati i soldati e i duci che lo circondavano. Ma non così quei campioni. In quello intervallo che durò non meno di un’ ora, fu un abbracciarsi insieme versando tenere lacrime di essere riserbati a sì gloriosa sorte di versare il sangue non più per la patria di quaggiù e per la fedeltà al loro terreno monarca, ma sì per Gesù Cristo e per la patria celeste. Fu uno spettacolo degno del cielo, che essendo tutti compresi del pensiero che Iddio non poteva loro far grazia più segnalata di questa […] Con questi sentimenti di vivissima fede e di una carità sì ardente essi erano già martiri innanzi a Dio; in guisa che, quando Ahmed non potendo più comprimere il suo sdegno, li condannò tutti a morte, i loro volti non pure non impallidirono, ma la più serena gioia appariva su quelle fronti. Sembrava che già l’aureola dei martiri gli inghirlandasse. L’esecuzione della sentenza fu rimandata al dì seguente, lunedì 14 agosto, vigilia dell’Assunzione della Madre di Dio al cielo.

[…]

La sentenza doveva mandarsi ad effetto la mattina del dì seguente, e il resto di quel giorno e la notte seguente anziché indebolirli valse a confermarli nel proposito. Nei rischi di quei lunghissimi quindici giorni dell’assedio in cui ad ogni momento potevano lasciar la vita, non avevano mancato di fortificarsi alla spicciolata, come abbiam detto, dei santi sacramenti della Confessione e della Eucaristia. Ma ora che la morte per ciascun di essi non era più un pericolo che potevano incontrare, ma una certezza che escludeva ogni dubbio, si sarebbero mossi per la eternità senza mondarsi un’ultima volta nel lavacro della sacramentale penitenza, senza munirsi del viatico del corpo del Signore? Ma dove erano i sacri ministri? Non erano stati risparmiati che alcuni chierici, che per la loro giovinezza potevano to mare utili ai padroni sia come schiavi, sia mettendoli in vendita sulle piazze. Tutti i Sacerdoti che si ritrova vano nella città quando fu presa, erano stati uccisi, e se ne rimaneva alcuno, chi avrebbe saputo dove cercarlo? Sovvenne all’uopo quel medesimo santissimo vecchio di Antonio Primaldo, il quale rivolto ai compagni: “Non accada, disse, di disanimarci per questo. Avviene forse per nostra colpa che di presente non abbiamo Sacerdoti? Noi, in luogo della Confessione, ci domanderemo perdono a vicenda, e per segno della santa Comunione baceremo la terra; e Dio che scruta le reni e i cuori, ed estima le azioni non per se medesime, ma secondo la disposizione dell’ animo, ci terrà ragione del buon desiderio come di opera compiuta)”. Avea parlato appena, che vedesti gli uni gittarsi al collo degli altri, molti cercare ansiosamente in quella moltitudine alcuno con cui avessero avuto per l’addietro qualche ombra inimicizia, e rinvenuto, confondere insieme gli amplessi e le lacrime, pronti del pari da ambe le parti a chiedere e ad offrire il perdono. Non è a dire quanto ciò riunisse più strettamente coi vincoli della carità cristiana quegli animi. Il comune pericolo della patria già li avvea ravvicinati, la comune condanna aveva ragguagliate le loro sorti: ma questa tenera e cordiale espansione delle anime come di dolci fratelli tra loro, così rimescolò e fuse insieme nobili e popolani, ricchi e poveri, giovani e vecchi, così tolse ogni ineguaglianza di condizioni e di età, che rendessero bella sembianza di una sola vastissima famiglia, non di uomini ma di Angeli, degni veramente del cielo. Questo solo basterebbe a provare che quello slancio onde aveano gridato di voler tutti morire per Gesù Cristo, non era il guizzo di un fuoco momentaneo, ma l’esplosione di una maschia virtù cristiana che non aspettava se non l’ occasione per manifestarsi.

[…]

Vennero tutti indistintamente spogliati nudi, salva appena strettamente la naturale decenza. Ma quella nudità onde intendeva far loro vergogna, manifestò la magrezza di quei corpi, logori dalle veglie, dal digiuno e dalle fatiche durate in quell’assedio, ed in parecchi di essi le ferite ancor fresche riportate nella difesa della patria. Qual altro titolo dava loro maggior dritto al rispetto e alla venerazione di tutti? Gettarono poi un capestro al collo di ciascuno, legarono loro le braccia dietro la schiena, ed aggiogatili a coppie, li raggrupparono in tanti drappelli di cinquanta l’uno, e così li spinsero al monte della Minerva, che lasciato l’antico nome, doveva da essi prender quello veramente glorioso di Monte dei Martiri […] Esultavano come gli Apostoli, quando furon battuti la prima volta nella Sinagoga in Gerusalemme, perché erano stati reputati degni di patire pel nome di Gesù Cristo. Anzi li avresti veduti salire il pendio di quella collina in atteggiamento di sì tenera devozione, come se vedessero innanzi a loro Gesù Cristo medesimo che li precedeva con la croce sulle spalle, intenti a seguirne le divine orme, per passare dalla morte al trionfo insieme con lui. La terra era sparita dai loro occhi, i loro sguardi affissavano un punto infinitamente più luminoso oltre i limiti di questo mondo, a cui ogni passo che muoveano, li avvicinava.

[…]

Lo spettacolo che quella mattina presentò lo spianato di quella collina, per parte dei Musulmani, fu di quei che più disonorano l’umana natura; ma per contrario, apparve tanto grandioso in faccia al cielo, che non accada che per volger di anni se ne cancelli dai fasti della Chiesa la memoria. I padiglioni del Pascià, degli Officiali e delle sue numerose Guardie ne occupavano la più gran parte; dal lato opposto i Confessori, oltre gli ottocento, coi soldati che lassù gli aveano scorti. Le Guardie del Pascià e la più parte dell’esercito colà condotta fin dall’alba a quell’uopo, erano schierate cogli Officiali intorno a lui e largamente in giro ricingevano in mezzo i condannati. I carnefici, nella piazza lasciata sgombra in mezzo, si appoggiavano colle mannaie ai loro ceppi in atto di truce indolenza. Ahmed sedeva innanzi alla sua tenda su di un mucchio di superbi cuscini all’uso della sua nazione […] Ed ecco ad un suo cenno, non più l’apostata del dì precedente, ma un interprete arabo si fa innanzi, e comincia a fare ad essi rimprovero della loro insana e stolta ostinazione. Ma i Confessori non gli lasciano tempo di sciorinare la sua tantafera: gli danno sulla voce e da tutte le parti è un solo grido, che essi non vogliono altrimenti udirne delle sue insulse parole, perché son Cristiani e parati a suggellare col sangue la loro confessione. Abbiamo nei Processi la risposta di Mastro Natale, conservataci da suo figlio che era presente: “Tutti noi, egli disse, Cristiani di questa città, che qui nudi e legati condotti ne avete, stiamo deliberati e pronti a morire per la nostra Santa Fede e per l’amore di Gesù Cristo, che morì pur per noi in croce, né le vostre minacce ci spaventano. Fate di noi quel che vi pare”. Ma più vicino ad Ahmed ed alla testa dei suoi compatrioti si trovava quel generoso vecchio, Antonio Primaldo, che levata la voce, quasi a ricapitolare le volontà di tutti, protestò da ultimo in alto e chiaro tuono innanzi a lui, che era vano ogni sforzo; egli poteva loro levar la vita, ma non il tesoro della Fede, più caro ad essi della vita medesima. Non perdesse adunque inutilmente il tempo e decidesse della loro sorte. Il tiranno, a cui l’interprete tradusse queste parole, sbuffava di sdegno e sozza bava gli scendeva dagli angoli della bocca sulla nerissima barba. Ma non credette di essere ancora intieramente disfatto […] comandò all’interprete, che girasse intorno e richiedesse ad uno ad uno separatamente, se volessero campar la vita a patto di credere al Corano. E l’interprete, tolta in mano una tavoletta su cui era scritta in arabo una religiosa formula di credenza maomettana, cominciò a mettersi in volta, indirizzando a ciascuno queste testuali parole: “Chi crede qua, gli sarà fatta salva la vita, altrimenti sarà ucciso”. Così Iddio volle che ognun di loro apparisse un eroe per se medesimo, e avesse distintamente il merito della propria e solenne confessione della Fede. Una dunque fu la risposta di tutti, qual era stata sino allora. Ma quantunque la loro costanza fin dal principio non fosse mai venuta meno, intervenne tuttavia tal fatto, che accese i loro animi di un nuovo e straordinario ardore del martirio. Imperocché Iddio che in quell’Antonio Primaldo aveva voluto dare un supremo duce a quelle schiere dei suoi eletti, rinnovò con lui le meraviglie del Protomartire santo Stefano. Egli rivolto ad essi: “Compagni, gridò, io vedo il cielo aperto e Gesù Cristo che siede alla destra del Padre in mezzo a schiere innumerevoli di Angeli”. E i suoi occhi sfavillarono di una luce così eterea, così grande apparve della persona, così immobile si fece il suo sguardo in alto, tanta luce irradiava la sua fronte, che non sembrava più un uomo mortale. Quell’ispirato accento fu come un elettrica scintilla che in un momento si propagò in tutti i petti e potentemente li scosse; fu come il guizzo di una luce vivissima, al cui splendore tutti furon certi che il cielo era per loro già dischiuso, e che Gesù Cristo scendeva alla loro volta per accoglierli, circondato e preceduto da cento e cento Angeli che recavano per loro da una mano la corona, dall’altra la palma.

Il Pascià quando vide tornato inutile l’ultimo suo tentativo, perché neppur uno di quei giovani, neppur uno di quei vecchi avevan voluto rinnegare alla loro religione, non potendo a più contenere il suo furore, comandò con terribile voce ai carnefici, che cominciassero il loro ufficio, ma prima di tutti gli togliessero dinanzi quel vecchio insolente e intollerabile. E Antonio Primaldo, piegate le ginocchia, porse la testa al suo carnefice, che recisa di un colpo, rotolò per terra profferendo ancora i santissimi nomi di Gesù e di Maria. Ma Iddio interveniva visibilmente alla vittoria dei suoi campioni. Il tronco di Antonio, subito dopo il fendente che ne aveva distaccata la testa, si levò in piedi, versando dalle segate arterie del collo ruscelli di caldo sangue. Un grido di sorpresa si levò da tutte le parti, e credendo che quel movimento fosse accaduto per un impulso istintivo onde quell’uomo nel ricevere il colpo avesse voluto rilevarsi per scansarlo, si aspettava che tosto ricadesse. Ma qual fu lo stupore di tutti, quando lo videro rimanere immobile? Ahmed si vedeva contraddetto e insultato da quell’uomo anche nel suo mutilato cadavere. Con voce fioca della rabbia comanda che sia abbattuto. Ma che? Per quanto venga spinto, per quanto si raddoppi di sforzi e di braccia, resiste incrollabile ad ogni più violenta scossa ed urto. Sembra una colonna di granito saldata in un basamento di bronzo; sembra una rupe in riva all’oceano che aspetta immobilmente i flutti che la minacciano, e senza scuotersi li vede al duro cozzo andare in mille spruzzi ai suoi piedi.

I Confessori non tardano a ravvisare nell’atteggiamento di quel corpo il duce che Dio aveva ad essi dato in quella finale battaglia; e la voce del sangue che scaturisce da quella tronca cervice è per loro più eloquente che le sue parole. Si affollano a gara intorno ai ceppi dei carnefici, e non fu mai tanta gara in un esercito di assetati per attingere la fresca e limpida acqua di un fonte inaspettatamente rinvenuto, come di quell’esercito di Santi per spegnere la sete di morir per Gesù Cristo nel proprio sangue. Le ultime parole che ciascuno profferisce, sono i santissimi nomi di Gesù e di Maria. Essi rendettero credibili i meravigliosi racconti di quei primitivi fedeli che tanto anelavano di dar la vita per Gesù Cristo sotto i pagani imperatori di Roma, perché la morte apparve loro, quale Gesù Cristo morendo per noi e santificandola l’aveva resa, cioè una porta che dalle tenebre mette alla luce, dalla miseria alla felicità, dalla terra al cielo, dagli uomini a Dio. Ebbero bene ad affaccendarsi i ministri dei carnefici, per rimuovere dai ceppi i cadaveri, per dar luogo ai nuovi venuti, a cui, quasi temendo che il Pascià revocasse il comando, tardava l’animo di morire come i loro compagni. Quella spianata si veniva sempre più ingombrando di teschi e di tronchi, l’erbe si ammollavano di sangue, di sangue fu largamente inzuppato il suolo, ed un rivo di sangue fu veduto scendere per il pendio della collina verso il mare. Quello spianato rendette sembiante di un vasto cimitero, o piuttosto di un orribile macello; ma tale che, accusando l’eccesso della crudeltà a cui possano spingere un uomo le sconsigliate passioni, fosse d’altra parte la più solenne prova della divinità della Cristiana Religione. Imperocché non altri che Dio può fare con la sua grazia, che un uomo lasci tranquillamente, senza alcun delitto, la vita sotto la mannaia, che un tiranno mise in mano del boia; solamente con la certezza che Dio alla sua dipartita dalla terra prenda cura dei suoi che egli priva dei propri aiuti, e che morendo per Dio, va all’amplesso di lui in una vita migliore, l’uomo può sentirsi il coraggio di andare in tal modo incontro alla morte. In quel giorno il sangue di tanti Martiri purificò quel luogo che era stato insozzato dal sangue delle vittime che la pagana Otranto aveva immolato alla menzogne ra divinità di Minerva, e l’impuro fumo dei sacrileghi incensi che aveva fatto insulto al vero Dio , venne dissipato dal profumo del sangue dei Martiri che in odo re di soavità ascese al cielo.

Reliquie dei Martiri di Otranto custodite nella Chiesa di Santa Caterina a Formiello, Napoli

Che avvenne intanto del l’immobile tronco di Antonio Primaldo? Quando ‘ultimo dei suoi commilitoni ebbe mozzo il capo dal carnefice, allora senza urto di alcuno cadde da se stesso e giacque presso i compagni. Egli dunque per la sua ardentissima carità verso Dio e per l’amore che lo struggeva della salvezza dei suoi, meritò di animarne e sostenerne il coraggio al cospetto della morte, fu. spettatore delle loro vittorie, le raccolse per intitolarle al suo nome, e vincitore prima di tutti gli altri, l’ani ma sua aleggiò intorno ai guerrieri dei quali Iddio medesimo per la sua virtù l’aveva costituito capo supremo, per entrare l’ultimo nel cielo: alla maniera dei romani trionfatori, che facendo il loro ingresso nell’eterna città, venivano gli ultimi dietro l’esercito vittorioso che li precedeva cantando le loro lodi.

[…]

Ma in quel giorno nulla doveva mancare alla gloria della cristiana religione, tutto concorrere alla disfatta del tiranno. Uno dei carnefici, e determinatamente colui che aveva recisa la testa di Antonio Primaldo, al prodigio del suo mutilo cadavere, che si sollevò ritto dopo il colpo e sino alla fine rimase immobile, e molto più alla prova dell’invitta costanza data da tanta moltitudine e di sì diversa età, levò la voce e cominciò a gridare, che da quel momento anche egli si dichiarava Cristiano, perché non v’era altra vera religione se non quella di quei santi Martiri […] Quando gli astanti, che dapprima non aveano bene inteso che cosa ci volesse, furono certi del suo inatteso mutamento di religione, grida e minacce gli piovvero contro da tutte le parti; in quella che Ahmed scoppiando di furore per la contraddizione che quella mattina incontrava anche nei suoi, lo condannò alla morte del palo, e volle che senza alcun indugio alla sua medesima presenza si eseguisse il comando. Ma in mezzo ai dolori di quella morte atrocissima, quell’uomo dall’altezza di quel travicello, come da una sublime cattedra, non cessò di predicare la cristiana religione, finché la sua anima andò gloriosa a raggiungere nel cielo l’invitta schiera che l’aveva preceduto.


De’ Beati martiri d’Otrantoper GiovCanScherillo, Napoli, 1865, pp. 22-48. La Redazione ha apportato alcuni adeguamenti lessicali per una maggior comprensione

2 Commenti a "La passione degli 800 santi Martiri di Otranto"

  1. #bbruno   15 Agosto 2019 at 4:27 pm

    Oggi non siamo così rozzi da credere che il successo di un parte in conflitto con un’altra sia segno dell’ elezione divina della parte vincente, come voleva far credere il rinnegato prete Giovanni di Calabria.. Oggi i nuovi rinnegati, pardon, i nuovi preti, si chiamino Giovanni o Paolo o Benedetto o Francesco, vogliono farci credere che non esistono parti in conflitto; quindi nessuna ragione di contrasto fra di esse, perché Dio le parti ha volute Egli stesso per abbellire il coro umano con la diversità e opposizione delle voci….. E quindi, secondo il variare delle circostanze della vita e della storia, non è da volontà di Dio che noi non dobbiamo adattarci a cantare in una parte diversa da quella cui eravamo abituati per ragioni di nascita, di paese d’appartenenza……ma adattarci in spirito di fraternità, fino a quando le circosatnze non muteranno ancora, a cantare in quella nuova parte che necessità ci indica. Pensate quante carneficine si sarebbero evitate con questa adattabilità di spirito! E Dio sarebbe sempre con noi, perché lui non vuole, oh giammai, che noi veniamo uccisi a causa del suo Nome!

    ( Mai io oggi non posso, legato come sono ai vecchi schemi, impedirmi di commuovermi e di esaminarmi di fronte a tanta gloriosa testimonianza. Sarei io capace di essere come uno di questi 800 Campioni di Dio e di Cristo? Voi, Santi gloriosi di Otranto, pregate per me, che mi sai data un po’ della vostra inflessibile intransigenza e integrità di fede, e disperdete nel vento le parole ingannatrici dei nuovi Giovanni ( o come si chiamino) preti rinnegati, dal Primo all’ ultimo, da qualsiasi parte del mondo provengano…)

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  2. #bbruno   15 Agosto 2019 at 8:37 pm

    per dirla brevemente, ora abbiamo i nuovi ” preti Giovanni’ che dicono al popolo loro che Dio sta dalla parte dei vincenti, e quindi bisogna allinearsi: e il popolo loro ci crede e si adegua…
    .Poveri martiri Idruntini, morti per niente!

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