La politica anti-ugonotta di San Pio V

a cura di Giuliano Zoroddu

Le seguenti pagine del Von Pastor intendono esporre l’azione politica di San Pio V di fronte alla questione ugonotta e alle guerre di religione (la seconda e la terza) che insanguinarono la Francia. I rimedi del Papa – invero molto antimoderni, antiecuemenici e rigoristi – sono la repressione dell’eresia e l’esaltazione della vera fede, per benessere del Regno sotto la protezione di Dio e per la pace della società cristiana tutta, custodita dai famelici lupi calvinisti. Non si pensi infatti che questi fossero pacifici agnellini, anzi … Gli intrighi e i tradimenti di una corte indegna come quella dei Valois rigetteranno le direttive romane a nocumento della fede e provocando maggior scorrimento di sangue. Le mene politiche avrebbero condotto per esempio all’eccidio della Notte di San Bartolomeo del 1572, senza la quale tuttavia, come notava il Moroni,  “forse il calvinismo, e la repubblica, o piuttosto le repubbliche federative in cui agognavano i capi ugonotti frastagliare la Francia, avrebbero trionfato della Chiesa cattolica e dell’ unità della monarchia. E fu per sì gravi motivi che in s. Luigi de’ francesi di Roma si cantò il Te Deum, e si fecero altre pubbliche dimostrazioni, non perché si avesse avuto parte, o si gioisse della strage”.

Secondo la sua veduta più volte manifestata, il rigore è il rimedio appropriato per l’eresia[1]. Ove non si tema di infliggere in alcuni pochi casi le pene più severe,si salva l’Italia da una guerra civile, che, come è già avvenuto in Francia, rinvigorendosi la scissione religiosa, deve inondare di sangue il paese e così si prevengono le punizioni, che Dio altrimenti invierà al mondo[2]. Il sentimento che il papa ha nella giustizia accorda però anche agli eretici una scusa, se non una giustificazione: molto spesso egli ha riconosciuto, che lo stato di bassezza morale del clero, ch’egli combatteva con tutti i mezzi, era il punto di partenza e il terreno che dava nutrimento al movimento protestante. Con ciò tuttavia è ben lungi dall’attribuire ai nuovi credenti il diritto di intraprendere la fondazione di una chiesa del tutto nuova. “Sulla terra, così scrive una volta Pio V, c’è stata sempre solo una vera religione, e non può darsene che una, che è poi quella che predicarono gli Apostoli, attestarono i martiri dell’antichità ed è pervenuta dal tempo dell’apostolo Pietro, a mezzo dei suoi successori,alle età posteriori”[3]. È quindi manifesto secondo la convinzione del papa dove si trovi la Chiesa di Cristo, e non può considerarsi se non ostinazione e tracotanza che dopo sufficiente istruzione i nuovi credenti tuttavia le si oppongano.
[…]
La grande condiscendenza del governo francese verso gli ugonotti non era in grado di renderli soddisfatti. Essi lagnavansi di lesione dell’editto di Amboise, che essi stessi non osservavano, e conducevano a termine la loro ferma organizzazione politico-militare. La loro ultima meta continuava ad andare molto al di là della tolleranza od equiparazione. Il potere regio doveva diventare loro soggetto fondandosi così la signoria esclusiva di essi. L’occasione parve favorevole quando il governo francese si appoggiò agli ugonotti nelle loro misure di precauzione prese a proposito della marcia di Alba verso i Paesi Bassi. Questa volta gli ugonotti sperarono che venisse nelle loro mani la direzione suprema dell’esercito per poi far scoppiare la guerra contro il re di Spagna, anche se Filippo II non si permettesse azione ostile o intromissione alcuna negli affari interni della Francia. Ma Caterina de’Medici, che non voleva essere dominata, frustrò le loro mire. Allora, vedendosi delusi nelle loro speranze e temendo un’alleanza del governo colla Spagna, gli ugonotti cercarono di raggiungere la meta per altra via in accordo coll’Orange e coll’Inghilterra. Mediante un colpo di mano, come già anni prima erasi tentato contro Francesco II, essi alla fine di settembre del 1567 meditarono di sorprendere la corte nella sua residenza di Monceaux presso Meaux, d’impadronirsi della regina e del re e di rendere innocui i nemici, specialmente il Cardinal Guise. L’intiero piano era stato egregiamente preparato e tenuto accuratamente segreto. Nessuno alla corte regia sospettava che fosse imminente una sollevazione degli ugonotti in tutto il paese, meno che tutti Caterina, che aveva disprezzato tutti gli avvisi di simili trame: essa rimase del tutto sorpresa. Nemmeno il cancelliere L’Hópital voleva credere a una rivolta degli ugonotti. Fu quindi quasi un miracolo se all’ultimo momento la famiglia reale riuscì a fuggire a Meaux e, difesa da seimila svizzeri accorsi in aiuto, a raggiungere Parigi il 29 settembre 1567.
A questo punto s’accese per la seconda volta la guerra religiosa e civile in Francia. Il re venne rinchiuso nella sua capitale, e in tutte le provincie insorsero gli ugonotti. Quale sorte sovrastasse ai cattolici fu dimostrato dal fatto orrendo di Nìmes conosciuto sotto il nome di michelade, nel quale gli ugonotti il giorno di S. Michele (29 settembre 1567) uccisero senza giudizio ottanta dei più ragguardevoli cattolici gettandone i cadaveri in un pozzo.
I due partiti cercarono aiuti e alleati fuori di Francia. Nella sua distretta la corte mandò a Roma Annibale Rucellai ad invocare sollecito aiuto. Le notizie portate da Rucellai furono apprese in Curia con terrore. In considerazione della gravemente minacciata situazione dei cattolici francesi Pio V, come si comprende da sé, fu pronto a prestare aiuto, ma non poté rattenere nelle sue commissioni al nunzio severe rimostranze. Ricordò come egli avesse predetto le azioni dei ribelli e che ora bisognava affrontarli con coraggio virile. Se si tornasse ancora una volta a fidarsi di coloro, che avevan tradito il loro Dio, in breve si vedrebbe il tramonto della dinastia e la rovina del regno. In una lettera alla regina dimostrò ch’era venuto il tempo d’allontanare dalla corte tutti gli ugonotti, i quali non erano che spioni dei ribelli. Non si fidasse né del cancelliere L’Hópital né dei due Montmorency; dichiarò che l’avevano mal consigliata coloro che l’avevano indotta a licenziare il Cardinal Guise. Per quanto biasimasse così con tanta libertà la politica fino allora seguita dal governo francese, tuttavia Pio V, ora che era scoppiata la guerra aperta, volle prestare personalmente e ottenere da altri ampio aiuto. Nelle sue lettere alla regina gli aveva promesso di mettere immediatamente a disposizione tremila soldati a piedi. Ai 16 di ottobre del 1567 scrisse al nunzio che si sarebbe adoperato per aumentare al doppio questa cifra.
Il governo francese bramava avanti tutto aiuto in denaro. Rucellai domandò niente meno che 300,000 scudi. Il papa era disposto ad ogni aiuto possibile, ma solo pel caso, che non si tornasse in breve a concludere un componimento coi ribelli seguaci della nuova credenza […] Era però risoluto a ammassare le somme necessarie ed a fare tutto quanto stava nelle sue forze. Nei mesi d’ottobre e novembre cercò di raccogliere denaro con una speciale tassa nello Stato pontificio e mediante contributi di conventi italiani, adoperandosi contemporaneamente per ottenere aiuto anche altrimenti. Diresse pressanti lettere a Filippo II, al duca di Nerves, Lodovico Gonzaga, che trovavasi in Piemonte, e al duca Emanuele Filiberto di Savoia. In Lorena fu spedito come inviato speciale Piersanti coll’incarico di sollecitare il blocco dei confini contro le truppe del calvinista elettore palatino Giovanni Casimiro, che venivano in soccorso degli ugonotti. Pietro Donato Cesi, vescovo di Narni, si recò per missione avuta dal papa presso i governi degli stati italiani al fine di invitarli energicamente a prestare sollecito e potente aiuto. L’istruzione datagli descrive la ribellione degli ugonotti, i loro sacrilegi e misfatti contro i cattolici, la situazione penosa di Carlo IX e il pericolo che nascerebbe da una vittoria del calvinismo nel regno francese. La posizione della Francia, circondata da Spagna, Inghiltèrra, Paesi Bassi, Germania e Italia, mostra che ivi devesi decidere il destino d’Europa, non solo nel rispetto religioso, ma anche in quello politico. Qualora i calvinisti giungessero a dominare colle loro mire rivoluzionarie, ne conseguirebbe anche un sovvertimento politico negli stati vicini. Ne è minacciata anche l’Italia e perciò gli stati italiani hanno il dovere di prestare soccorso in un negozio così importante. È caratteristico per Pio V che egli cercasse il suo rifugio anche nella preghiera indicendo il 16 ottobre 1567 un giubileo universale, che aprì a Roma nell’ultima settimana di ottobre tenendo tre grandi processioni, alle quali partecipò a piedi. Queste processioni partirono da S. Pietro, il primo giorno verso S. Maria sopra Minerva, il secondo a S. Girolamo degli Spagnuoli, il terzo a S. Luigi de’ Francesi. Ma a lato dell’aiuto spirituale il papa non trascurò il temporale come appare dai provvedimenti che prese contemporaneamente. Così una congregazione cardinalizia deliberò un’imposta generale per tutto lo Stato pontificio. Al principio di dicembre venne sospeso il pagamento dei 2000 scudi annualmente fino allora concessi ai cardinali poveri, rimanendone eccettuati cinque soli cardinali affatto poveri.2 Dei denari raccolti in tutta fretta furono assegnati 25,000 scudi a Lodovico Gonzaga e 10,000 al duca di Savoia.3 Fin dal principio il nunzio della Torre aveva avuto l’incarico di pagare i sussidii al governo francese soltanto quando fosse sicuro che non si lavorasse sottomano a un componimento cogli ugonotti. Questa preoccupazione, che dominava il papa già nell’ottobre, crebbe talmente che ai 25 di dicembre Pio scrisse al nunzio di temere una conciliazione del governo francese coi ribelli perché Caterina non agiva mai lealmente verso Dio e la religione cattolica e confidava più nella sua astuzia che nell’aiuto divino. La situazione era giudicata in modo simile anche a Madrid, come notificò ai 21 di dicembre Castagna.  In breve doveva apparire quanto fossero giustificati l’indugio di Pio V a pagare un sussidio al governo francese e la sua diffidenza verso la politica del medesimo. Addì 23 marzo 1568 a Longjumeau, dopo una guerra negligentemente condotta, fu conclusa per la seconda volta una pace, che sacrificò una situazione, la quale sotto l’aspetto militare era relativamente favorevole. Allora pure Caterina non volle insomma una decisa vittoria dei Guise e del partito cattolico. Perseguendo, con viste corte, soltanto il suo proprio interesse, essa mirava a un certo contrappeso dei partiti, colla pace di Longjumeau, da essa conchiusa malgrado l’opposizione del nunzio e dell’ambasciatore spagnuolo, gli ugonotti ottennero il rinnovamento dell’editto di Amboise, a loro tanto favorevole, obbligandosi a restituire al re le città di cui erano in possesso, condizione che poi non fu adempiuta. Altrettanto poco intendevano gli ugonotti rinunciare all’intesa coll’Inghilterra e coi ribelli nei Paesi Bassi. D’altra parte anche il governo reale lese variamente la nuova pace e lo poté perché era sostenuto dal sentimento popolare. Gli ugonotti infatti con la loro ribellione e con le loro continue violenze avevano talmente eccitato contro di sé la massa della popolazione che alla fine i seguaci del protestantesimo in Francia diminuirono a vista d’occhio, mentre i cattolici si levarono a vigorosa resistenza. Come già nel 1562-1563 e nel 1567, così anche allora formaronsi nuove società della nobiltà e del clero per la conservazione della religione cattolica. Fu decisivo però il fatto che Caterina de’ Medici e Carlo IX, i quali non avevano dimenticato la sorpresa del 1567, si manifestassero indi innanzi con non equivoche ostilità contro gli ugonotti. Il cardinale Guise tornò a guadagnare influenza, il cancelliere L’Hòpital invece, l’avvocato costante del componimento, venne dimesso. La sua caduta andò connessa colle condizioni che Pio V aveva legate alla concessione del permesso per la vendita di beni  ecclesiastici che il governo francese aveva ottenuta ad opera di Annibale Rucellai e di Charles d’Angennes, vescovo di Mans, successore di Tournon nell’ambasciata francese. Approvando con bolla del 1o agosto 1568 tale alienazione fino all’importo annuo di 150.000 franchi il papa stabilì che quel denaro non venisse applicato altrimenti che per la difesa del re e della religione cattolica e che fino all’uso effettivo rimanesse depositato presso persona sicura.
La riapertura delle ostilità avvenne fin dall’agosto col tentativo di catturare a forza Condé e Coligny a Noyers, dove essi cercavano di costituire un centro della potenza protestante per porgere la mano all’Orange. Ambedue fuggirono alla sicura La Rochelle e vi raccolsero un forte esercito. A loro favore sorsero in breve tempo in numerose provincie gli ugonotti. La corte rispose coll’editto di settembre, col quale stabiliva che poiché non avevano giovato tutti i favori concessi agli ugonotti, d’allora in poi era proibito, sotto pena di morte e della confisca dei beni, qualunque culto divino non cattolico: ai predicanti protestanti era concesso un termine di 14 giorni per lasciare la Francia. La gioia di Pio V per questa recisa presa di posizione fu tanto più grande in quanto che la debolezza del governo francese nella pace di Longjumeau lasciava appena sperare una tale piega. Della consegna della bolla del 1° agosto 1568 fu incaricato il vescovo di Cajazzo, Fabio Mirto Frangipani, che doveva sostituire della Torre nella nunziatura.
La terza guerra civile e di religione5 che fu condotta da ambe le parti con somma crudeltà e furore,6 nella sua prima parte si svolse senza alcuna grande azione bellica perché le armate nemiche erano a un dipresso egualmente forti ed ognuna voleva che s’addivenisse alla battaglia decisiva solo in una posizione ad essa favorevole. La situazione degli ugonotti migliorò in breve a causa degli aiuti loro recati. Elisabetta d’Inghilterra mandò largamente denaro e navi da guerra; sul Reno il conte palatino Wolfgango di Dueponti raccolse un potente esercito ausiliare.
[…]
Dopo breve interruzione imposta dallo straordinario freddo dell’inverno, la guerra venne riaperta alla fine di gennaio del 1569 da Enrico d’Anjou e dal maresciallo di Tavannes. Forse nessuno iconosceva sì chiaramente quanto dipendesse dall’esito della medesima come Pio V, ma dopo le esperienze fatte col governo francese egli osservò circospezione nel prestare aiuto. I denari, il cui raggranellamento gli procurò grande fatica,2 dovevano anche di fatti andare impiegati nella guerra, non, come prima, ad altri scopi. Fu inoltre formato un corpo ausiliare per la Francia e da  questo preparativo il papa non si lasciò distogliere neanche allorché un corriere annunciò la vittoria riportata dai cattolici presso Jarnac il 13 marzo. Secondo lui le truppe ausiliari dovevano allora indirizzarsi contro il duca di Dueponti. A loro comandante fu nominato il giovane conte Sforza di Santa Fiora […] Frattanto il 23 aprile arrivarono 12 bandiere dei cavalieri ugonotti catturate presso Jarnac, fra le quali due bianche di Condé e Navarra. Pio V, circondato dall’intero Collegio cardinalizio, ricevette i trofei della vittoria nella Sala di Costantino e piangendo di gioia dichiarò che il dono del re cristianissimo era il più prezioso ch’egli avesse potuto fare alla religione, alla Santa Sede ed a lui personalmente; pregare Iddio perché potessero entro breve tempo mandarsi anche le altre bandiere e tutti i nemici di Sua Maestà venissero ricondotti all’obbedienza ed alla fede cattolica. Le bandiere furono poi portate a S. Pietro, dove il patriarca di Gerusalemme dopo una funzione di ringraziamento le fece collocare nella cappella dei re francesi. Già alla prima notizia della vittoria presso Jarnac Pio V aveva fatto le congratulazioni al re francese esortandolo a occupare anche i luoghi forti del regno di Navarra ed a proseguire la guerra fino all’annientamento degli ugonotti. Era suo dovere, così nella lettera, “estirpare le radici, anzi persino i filamenti delle radici del male”. Esortazioni simili a combattere apertamente e liberamente il nemico fino all’annientamento ricevettero Caterina de’ Medici, i due Guise, il duca di Montpensier e il duca di Nerves. Arrivate poi più precise notizie della battaglia da parte del nunzio, nuove lettere furono inviate il 13 aprile a Carlo IX, a Caterina de’ Medici, a Enrico d’Anjou, ai due Guise e al duca di Montpensier. Esse contenevano l’esortazione ad eseguire rigorosa sentenza anche contro i ribelli ed eretici imprigionati ed a proseguire fino al loro totale annientamento. Ripetutamente in queste lettere ritorna l’avvertimento di non seguire l’esempio di Saul, che malgrado il comando di Dio risparmiò gli Amaleciti e perciò venne spogliato da Samuele del suo regno e da ultimo della vita.
Si vede con quale animosità era condotta la guerra; di qua e di là non eravi luogo per il perdono. A Roma si temette seriamente a più riprese che gli ugonotti si voltassero contro l’Italia e s’aggiunse lo sdegno pei sacrilegi e crudeltà, che i seguaci di Calvino compivano dappertutto poiché dove ottenevano il potere essi distruggevano immagini, Crocifissi, altari, chiese e conventi, cavavano persino i cadaveri dalle tombe, uccidevano con raffinata crudeltà preti, monache ed anche inermi religiose.
Il corpo ausiliare pontificio s’era riunito il 14 maggio 1569 in quel di Massa colla milizia fiorentina mettendosi poi in marcia per Torino alla volta di Lione, che fu raggiunta il 2 giugno. Si proseguì fin dal 4, ma le truppe avanzarono lentamente mancando le vettovaglie in quel paese dissanguato dalla guerra: in breve delle malattie rilassarono la disciplina, mentre intanto il nemico non vedevasi.1 Dopo che nell’agosto ebbe raggiunto l’armata imperiale presso Tours, il corpo ausiliare prese parte con successo alla difesa di Poitiers e il 3 ottobre alla battaglia decisiva presso Moncontour. La grande lotta, nella quale le truppe papali-fiorentine si distinsero in modo speciale, finì colla completa disfatta degli ugonotti, che lasciarono sul campo circa 10.00 morti.
Pio V, che aveva tenuto l’attenzione rivolta alla guerra in Francia con tanto maggior ansia in quanto che anche Avignone era minacciata dagli ugonotti e temeva di nuovo un voltafaccia della corte francese, respirò quando pervennero a Roma le prime notizie della splendida vittoria. Sulle prime non volevasi prestar fede alla novella, ma ulteriori relazioni la confermarono. Addì 17 ottobre 1569 arrivò un segretario del nunzio con circostanziate notizie. Il papa recossi quindi coi cardinali a S. Pietro per ringraziare Iddio. Per tre giorni egli fece suonare tutte le campane di Roma, da Castel S. Angelo rimbombarono i cannoni, dappertutto divamparono fuochi di gioia. Il 22 ottobre una solenne processione mosse da S. Maria sopra Minerva a S. Maria Maggiore, il 23 da Araceli a S. Giovanni Laterano, il 24 da S. Pietro a S. Luigi de’ Francesi. Come fededegni testimoni dell’effetto delle preghiere del papa e del valore dei suoi soldati giunsero anche 37 stendardi tolti agli ugonotti: essi furono messi al Laterano murandovisi sotto una tavola di marmo commemorativa  con iscrizione. Nella lettera di felicitazione che mandò a Carlo IX in data 20 ottobre 1569 Pio V fece avvertito che non dovevasi ora dar campo di nuovo a falsa compassione e zoppicare dai due lati, nulla essendovi di più crudele della compassione verso gli empii e coloro che avevano meritato la pena di morte. Il 5 novembre il papa tornò a congratularsi e impartì la dispensa pel matrimonio del re colla figlia dell’imperatore Massimiliano II. Egli poi ritenne anche giunta allora l’occasione per ammonire Carlo IX che non doveva più interessarsi dei vescovi eretici di Chartres, Valence e Lescar, sì invece nominare per le loro sedi degli uomini indubbiamente cattolici; ma l’esortazione rimase senza successo.  Già dopo la battaglia di Jarnac erasi visto quanto poco pensasse il governo francese a trarre efficace profitto da vittorie conseguite; esso lasciò passare altrettanto inutilizzata la grande giornata di Moncontour. Allorquando insistettero presso la regina-madre perché si profittasse delle favorevoli circostanze, i rappresentanti di Pio V ebbero per risposta che suo figlio era in età sufficiente da non abbisognare di consiglio da parte di principi stranieri. […] Quando con sempre maggiore determinatezza uscì la voce di una pace imminente, il papa si rivolse al re stesso con una lettera del 29 gennaio 1570, nella quale si dice: “Il dovere nostro la nostra sollecitudine paterna non ci permettono di tralasciare li mettere in avvertenza Vostra Maestà: ponderi essa e consideri ciò che è in procinto di fare. Qualora noi vedessimo che fra Vostra Maestà e i suoi nemici potesse mai sussistere una pace, che o favorisse la causa della religione cattolica o comunque si fosse assicurasse quiete al paese esaurito da lunghe guerre, noi certamente non dimenticheremmo l’ufficio del quale siamo investiti: non disconosceremmo la nostra missione fino al punto da non mettere in opera tutto il nostro zelo e tutta la nostra autorità onde effettuare che la pace venisse conclusa al più presto possibile. Ma poiché noi personalmente sappiamo ed anche Vostra Maestà ha già mille volte sperimentato che fra la luce e le tenebre non può esistere concordia, che in queste cose non è possibile altro accordo fuorché uno meramente illusorio e pieno di insidie, necessariamente noi dobbiamo tremare per la vostra persona come pel bene generale della società cristiana e per la conservazione della fede cattolica”. Lettere simili furono spedite a Caterina de’ Medici e ad Enrico d’Anjou. Al fine di non lasciare intentato mezzo alcuno, Pio V nell’aprile dei 1570 a mezzo del conte Girolamo de Rozdrazow mandò ad Enrico d’Anjou, il figlio prediletto della regina francese, lo stocco e il berretto benedetti […] Allorché alla fine d’aprile corse la voce che la pace cogli ugonotti fosse già conclusa, Pio V tornò a indirizzare una severa lettera al re mettendolo in guardia da cattivi consiglieri. Brevi dello stesso contenuto ricevettero Caterina de’ Medici ed i cardinali Guise e Bourbon. Tutti questi passi furono vani […]  L’8 agosto 1570 Carlo IX depose le armi dinanzi ai suoi nemici a St-Germain. Le condizioni di questa pace furono più favorevoli che mai per gli ugonotti, che ottennero piena amnistia e libertà di coscienza, libero esercizio del loro culto per i territori della nobiltà e una serie di città, esclusa Parigi ed ove di volta in volta stesse la corte; inoltre accesso a tutti gli uffici dello stato nonché il diritto di rifiutare sei giudici in ogni parlamento; analmente quattro luoghi d’asilo per due anni, La Rochelle, La Charité, Montauban e Cognac. Un vero stato sorse così entro lo stato. In un articolo segreto Carlo IX inoltre promise il compenso pei due milioni di lire spesi dagli ugonotti mania pei loro mercenarii in Inghilterra e Germania. Pio V era convinto che questa «vergognosa pace dettata dal re francese dai vinti nemici di Dio» dovesse provocare in Francia una perturbazione maggiore ancora della passata […] Le speranze di Bramante crebbero quando il cardinale Pellevé gli comunicò segretamente che Carlo IX meditava l’uccisione di Coligny e di alcuni altri capi degli ugonotti, in seguito a che sarebbero annientati in tre giorni i loro seguaci! “Questo discorso, scrive egli il 28 novembre (1571), mi piace, ma io non mi quieterei finché non fosse revocata la vituperosa pace di St.-Germain e non fossero abbruciati gli eretici come al tempo degli antichi re di Francia”. Rigorosissima azione contro gli eretici voleva anche Pio V, ma non l’eliminazione dei loro capi per via illegittima. L’ambasciatore spagnuolo Zuniga riferisce nel maggio 1568 d’avere udito dal papa che i reggenti francesi progettavano l’uccisione a tradimento di Condé e Coligny e come il papa non avesse nascosto ch’egli ciò non poteva nè approvare, né consigliare, né comporre con la propria coscienza.

(Ludwig von Pastor, Storia dei Papi, Vol. VIII Storia dei papi nel periodo della riforma e restaurazione cattolica. Pio V (1566-1572). Versione italiana di Mons. Prof. Angelo Mercati Vice-Preffetto degli Archivi Vaticani, Roma, 1929, pp. 204-205, 340-371)


[1] «Ornai l’esperienza, che in caso di eretici si è fatta anche in altre città d’Italia, mostra, giusta l’opinione del Pontefice, che il Rigore sia la vera medicina di questa peste» (il cardinal Cicada al doge di Genova. 4 giugno 1568, presso Rosi , Riforma in Liguria 90). “Quo lenius cum illis [Hugonottis] agitar, eo magis eorum corroboratur audacia (Pio V a Caterina 1566, presso de’ Medici, 27 giugno 1566, Laderchi , n. 423).
[2] Cosi scrisse Pio V a Carlo IX il 13 aprile 1569. dopo avere enumerato i delitti degli ugonotti : «Nam si qualibet inductus causa (quod non putamus)ea de quibus Deus offenditur insectari atque ulcisci distuleris, certe ad irascendum eius patientiam provocabis, qui quo tecum egit benignius, eo debes acrius illius iniurias vindicare».
[3] A Sigismondo Augusto di Polonia, 17 dicembre 1569


Un commento a "La politica anti-ugonotta di San Pio V"

  1. #bbruno   24 Agosto 2019 at 7:58 pm

    Il papa San Pio V, a quello che leggo, non era contrario alla pace, se questa non avesse significato, per i calvinisti, un nuovo assetto statuale e religioso da loro imposto alla Francia cattolica con i mezzi più violenti, addirittura impiegati come applicazione della ‘volontà divina’ , a dimostrazione di un fanatismo e di una intolleranza senza pari, che poi si ha il coraggio, da parte di certa storiografia, ora anche ‘cattolica’, di attribuire ai cattolici….Ma il papa S. Pio V, che non era ‘dupe’ (i.e. babbeo) al punto da non vedere la realtà, o di negarla per salvare ad ogni costo i cosiddetti ‘valori ecumenici’ (per questo bastava Caterina dei Medici che, lei sì ‘dupe’, per amore della pace , che pace non era ma meschino tentativo di salvare, coi suoi trattati di ‘pace’ coi calvinisti, gl’interessi della sua parte, ha sprofondato la Francia in tribolazioni spaventose, e condotto alla fine di quella dinastia monarchica, quella di Valois, quella del figlio suo Carlo IX….

    Esattamente come oggi: antimoderni rogoristi antiecumenici anti- umani insomma, sono quelli che non rispettano le regole del poiticamente corretto , quelle della accettazione del diverso e dei diversi, nonostante questa (pareva un’idea lecita almeno per un diritto di libertà di pensiero…) ci porti alla catastrofe, pensiero inaccettabile e bollato come infame, mentre chi lo dichiara tale usa tutti i mezzi della violenza (finanziaria politica religiosa ) per farlo tacere , pena la messa allla gogna (il rogo moderno)….E ovviamente, dopo avere predicato la tolleranza il dialogo, l’accettazione e blà blà blà ….La tolleranza imposta con la violenza!

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