Le Catene di San Pietro fra storia, devozione e arte

di Giuliano Zoroddu

Le catene di san Pietro

Il 1° di agosto la Chiesa Romana fa memoria della Dedicazione della Basilica di san Pietro in Vincoli. In questa chiesa romana, risalente a prima del secolo V e originariamente dedicata da papa S. Sisto III agli Apostoli Pietro e Paolo (donde il nome di titulus Apostolorum), sono custodite le catene (vincula) con le quali fu legato il Principe degli Apostoli sia durante la sua prigionia a Gerusalemme raccontata da san Luca negli Atti degli Apostoli [1], sia durante quella a Roma prima del suo glorioso martirio sotto Nerone.
In origine l’Urbe possedeva solo le catene della prigionia neroniana, ma un miracolo fece si che fosse adornata anche di quelle gerosolimitane, in possesso della figlia dell’imperatore Teodosio II, Eudossia (ri-fondatrice della basilica detta anche titulus Eudoxiae).
La Chiesa fa leggere al Mattutino la storia di questo miracolo:
“Sotto l’imperatore Teodosio il giovane, Eudocia, sua sposa, essendo andata a Gerusalemme per sciogliere un voto, vi fu colmata di numerosi doni. Il più prezioso di tutti fu il dono della catena di ferro, ornata d’oro e di gemme, colla quale si affermava essere stato legato l’Apostolo Pietro da Erode. Eudocia, dopo aver venerato piamente detta catena, l’inviò in seguito a Roma, alla figlia Eudossia, che la portò al sommo Pontefice [san Leone Magno, ndr]. Questi a sua volta glie ne mostrò un’altra colla quale lo stesso Apostolo era stato legato sotto Nerone. Mentre dunque il Pontefice confrontava la catena conservata a Roma con quella portata da Gerusalemme, avvenne ch’esse si unirono talmente da sembrare non due, ma una catena sola fatta dallo stesso artefice” [2].

Jacopo Coppi, Eudossia mostra al Papa le catene di Pietro, 1573. San Pietro in Vincoli, Roma

Grande fu la devozione verso questa insigne reliquia: basti pensare al grande imperatore Giustiniano che, al pari di molti altri fedeli, implorava da Roma un po’ di limatura di quelle catene. Esse erano state a strettissimo contatto con la persona dell’Apostolo, con la sua stessa carne, e il popolo fedele, i laici come i prelati, le ritennero perciò stesso in qualche maniera intrise di quella virtù sanante per la quale Dio operava continui e strepitosi prodigi. Del resto non riferisce san Luca [3] che gli infermi erano risanati dal solo posarsi su di loro dell’ombra di san Pietro?
Analogo culto ebbero le Catene di San Paolo ancora onorevolmente conservare presso il sepolcro dell’Apostolo delle Genti nella Basilica Ostiense.

Le catene di san Paolo

Tra i devoti di queste benedette Catene fu il “terribile” papa guerriero Giulio II. Giuliano della Rovere, quando lo zio Sisto IV nel 1471 lo creò Cardinale di Santa Romana Chiesa, ebbe come Titolo proprio San Pietro in Vincoli, che mantenne anche dopo la sua elevazione a Cardinale Vescovo fino all’elezione al Papato. In questa medesima chiesa, da lui pure adornata, è il suo monumento funebre (il famoso Mosè di Michelangelo ne fa parte) e qui venne varie volte a pregare durante le guerre d’Italia intraprese per garantire agli Stati della Chiesa quel potere indipendente da ogni altra potenza straniera che fosse funzionale ad una giusta e piena libertà della Chiesa e del Pontefice.
Vi si fece trasportare anche il 23 giugno 1512, a seguito della ritirata francese dall’Italia. L’esercito pontificio-spagnolo era stato sconfitto sul campo di Ravenna l’11 aprile 1512, ma la morte di Gaston de Foix, carismatico e impareggiabile condottiero dei Francesi, la fuga dalla prigionia del Legato Papale, Cardinale Giovanni de Medici (futuro Leone X), che era stato catturato, e l’intervento degli Svizzeri del Cardinale Schiner, in un mese vanificarono quel trionfo francese. Il papa poteva gioire col suo Maestro delle Cerimonie, “essendo piaciuto finalmente al Signore” affrancare Chiesa e dell’Italia “dal giogo dei barbari”. Dio aveva nuovamente rotto le catene con le quali si voleva legare Pietro.

A memoria di questi trionfi del Papato sui poteri temporali fu commissionato a Raffaello l’affresco raffigurante la liberazione di Pietro. Al centro san Pietro imprigionato da Erode per compiacere i Giudei che non si erano saziati della recente morte di san Giacomo Maggiore viene svegliato dall’Angelo mandato da Dio per liberarlo. A destra l’Apostolo guidato dallo spirito lascia, sbigottito, il carcere. A sinistra le guardie si accorgono della sparizione del prigioniero che ormai, rincuorata la Chiesa che ha pregato per la sua liberazione, “partitosi, si recò altrove“, a Roma.

Raffaello Sanzio, Liberazione di san Pietro, 1513-14, Stanza di Eliodoro, Palazzo Apostolico Vaticano

Anche oggi la Chiesa non è libera, non è libero il Papato. Non sono certo le armate di Luigi XII ad opprimerla, ma le idee profane ed eretiche che vi ha insediato il modernismo, o meglio i modernisti che fanno della Depositaria della Verità il megafono delle battaglie mondane.
Ci piace pertanto concludere con alcuni versi del suddiacono Aratore dedicato alle Catene Apostoliche, faccendone una preghiera per il ristabilimento della libertà della Chiesa:

“Queste catene, o Roma, consolidano la tua Fede. Questo monile che ti circonda rende stabile la tua salvezza. Tu sarai sempre libera, giacché che cosa non potranno meritarti queste catene, che hanno avvinto colui che tutto può sciogliere? Il suo braccio invincibile, pietoso anche nella gloria, non permetterà mai che queste mura siano abbattute dal nemico. Quegli che disserra le porte del cielo, ostruirà le vie ai nemici di Roma” [4].


[1] “In quel tempo medesimo il re Erode cominciò a maltrattare alcuni della Chiesa. E uccise di spada Giacomo fratello di Giovanni. E vedendo che ciò dava piacere ai Giudei, aggiunse di far catturare anche Pietro. Ed erano i giorni degli azzimi. E avutolo nelle mani, lo mise in prigione, dandolo in guardia a quattro picchetti di quattro soldati, volendo dopo la Pasqua presentarlo al popolo. Pietro adunque era custodito nella prigione. Ma dalla chiesa si faceva continua orazione a Dio per lui. Ora la notte stessa quando Erode stava per presentarlo al popolo, Pietro dormiva in mezzo a due soldati, legato con due catene, e le guardie alla porta custodivano la prigione. Ed ecco che sopraggiunse un Angelo del Signore, e splendé una luce nell’abitazione: e percosso Pietro nel fianco, (l’Angelo) lo risvegliò, dicendo: Levati su prestamente. E caddero dalle mani di lui le catene. E l’Angelo gli disse: Cingiti e legati i tuoi sandali. Ed egli fece così. E gli disse: Buttati addosso il tuo pallio, e seguimi. Ed egli uscendo lo seguiva, e non sapeva che fosse vero quello che si faceva dall’Angelo: ma si credeva di vedere una visione. E passata la prima e la seconda guardia, giunsero alla porta di ferro che mette in città: la quale si aprì loro da sé medesima. E usciti fuori andarono avanti in una contrada: e subito l’Angelo si partì da lui. E Pietro rientrato in sé, disse: Adesso veramente so che il Signore ha mandato il suo Angelo, e mi ha tratto dalle mani di Erode e da tutto quello che si aspettava il popolo dei Giudei. E considerata la cosa, andò alla casa di Maria madre di Giovanni soprannominato Marco, dove stavano congregati molti e facevano orazione. E avendo egli picchiato all’uscio del cortile, una fanciulla per nome Rode andò a vedere. E riconosciuta la voce di Pietro, per l’allegrezza non aprì la porta, ma correndo dentro diede la nuova che Pietro era alla porta. Ma quelli le dissero: Tu sei impazzita. Ella però asseriva che era così. Ed essi dissero: È il suo Angelo. Ma Pietro continuava a picchiare. E quand’ebbero aperto, lo videro, e rimasero stupefatti. Ma fatto loro segno con mano che tacessero, raccontò in qual modo il Signore lo avesse cavato di prigione, e disse: Fate saper queste cose a Giacomo e al fratelli. E partitosi andò altrove” (Act. XII, 1-17).
[2] Lectiones IV e V ad Matutinum S. Petri ad Vincula
[3] Act. V, 15.
[4] Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster OSB, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano. Vol. VIII. I Santi nel Mistero della Redenzione (Le Feste dei Santi dall’Ottava dei Principi degli Apostoli alla Dedicazione di S. Michele), Torino-Roma, 1932, p. 124.

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