L’inno di Prudenzio al beatissimo Martire Lorenzo, vincitore del sordido Giove

a cura di Giuliano Zoroddu

Lunetta di san Lorenzo, Mausoleo di Galla Placidia, Ravenna

Aurelio Prudenzio Clemente (348 – post 405), nobile della Spagna Tarragonese, fu avvocato a Roma e funzionario di alto livello presso la corte di Teodosio Magno. Coniugando la cultura classica con la fede cristiana, compose varie e pregevoli opere poetiche che lo rendono il più grande dei poeti cristiani della Latinità. Dal suo Liber Peristephànon, ossia “sulle corone dei Martiri”, (PL, 60, coll.. 275 – 596), attingiamo alcuni versi (II, 1-20, 413-484) in onore del beatissimo Martire Lorenzo, celebrato – facendo uso della stessa metrica dei poeti pagani e richiamandoli con arte allusiva in vari punti del carme – come trionfatore della Gentilità Romana e profeta della futura gloria della Roma Cristiana. Anche grazie al sangue del gloriosissimo Martire Lorenzo, arso vivo durante la persecuzione di Valeriano (258), san Leone Magno potrà dire che Roma “da maestra dell’errore fu fatta discepola della verità … nazione santa, popolo eletto, città sacerdotale e reale e, per la Sede augusta del beato Pietro, la capitale del mondo intero” (Sermo I in nat. App. Petri et Pauli).

Tiziano Vecellio, Martirio di san Lorenzo, 1558, Chiesa di Santa Maria Assunta detta I Gesuiti, Venezia.

Antiqua fanorum parens,
iam Roma Christo dedita,
Laurentio victrix duce
ritum triumphas barbarum.

Reges superbos viceras
populosque frenis presseras
nunc monstruosis idolism
inponis imperii iugum.

Haec sola derat gloria
urbis togatae insignibus,
feritate capta gentium
domaret ut spurcum Iovem,

non turbulentis viribus
Cossi, Camilli aut Caesaris,
sed martyris Laurentii
non incruento proelio.

Armata pugnavit Fides
proprii cruoris prodiga;
nam morte mortem diruit
ac semet inpendit sibi.

[…]

Haec ludibundus dixerat,
caelum deinde suspicit
et congemescens obsecrat
miseratus urbem Romulam:

O Christe, nomen unicum,
O splendor, O virtus patris,
O factor orbis et poli
atque auctor horum moenium,

qui sceptra Romae in vertice
rerum locasti, sanciens
mundum Quirinali togae
servire et armis cedere,

ut discrepantum gentium
mores et obseruantiam
linguasque et ingenia et sacra
unis domares legibus!

En omne sub regnum Remi
mortale concessit genus,
idem loquuntur dissoni
ritus, id ipsum sentiunt.

Hoc destinatum, quo magis
ius christiani nominis,
quodcumque terrarum iacet,
uno inligaret vinculo.

Da, Christe, Romanis tuis,
sit christiana ut ciuitas,
per quam dedisti, ut ceteris
mens una sacrorum foret!

Confoederantur omnia
hinc inde membra in symbolum,
mansuescit orbis subditus,
mansuescat et summum caput.

Advertat abiunctas plagas
coire in unam gratiam,
fiat fidelis Romulus
et ipse iam credat Numa.

Confundit error Troicus
adhuc Catonum curiam
veneratus occultis focis
Frygum penates exules.

Ianum bifrontem et Sterculum
colit senatus, horreo
tot monstra patrum dicere
et festa Saturni senis.

Absterge, Christe, hoc dedecus!
Emitte Gabriel tuum,
agnoscat ut verum deum
errans Iuli caecitas!

Et iam tenemus obsides
fidissimos huius spei,
hic nempe iam regnant duo
apostolorum principes,

alter vocator gentium,
alter cathedram possidens
primam recludit creditas
aeternitatis ianuas.

Discede, adulter Iuppiter,
stupro sororis oblite,
relinque Romam liberam
plebemque iam Christi fuge!

Te Paulus hinc exterminat,
te sanguis exturbat Petri,
tibi id, quod ipse armaveras,
factum Neronis, officit.

Video futurum principem
quandoque, qui servus dei
taetris sacrorum sordibus
servire Romam non sinat,

qui templa claudat vectibus,
valvas eburnas obstruat,
nefasta damnet limina
obdens aenos pessulos.

Tunc plura ab omni sanguine
tandem nitebunt marmora,
stabunt et aera innoxia,
quae nunc habentur idola.

O antica madre di templi pagani,
Roma, ormai a Cristo votata,
sotto la guida di Lorenzo, sei vincitrice
e trionfi del rito barbaro.

Avevi sconfitti re superbi,
e imbrigliati popoli,
ora sui mostruosi idoli
imponi il giogo dell’impero.

Solo questa gloria mancava
agli ornamenti della città togata:
oppressa dalla brutalità del paganesimo,
domare il sordido Giove,

non con le forze tumultuanti
di Cosso, di Camillo o di Cesare,
ma con la battaglia non incruenta
del martire Lorenzo.

La Fede combatté armata,
prodiga del proprio sangue;
con la morte infatti distrusse la morte,
e con sé riscattò se stessa.


[…]

Queste cose aveva detto per canzonarli,
quindi volge gli occhi al cielo,
e fra i gemiti innalza la preghiera,
commiserando la Città Romulea:

‘O Cristo, nome unico,
o splendore, o virtù del Padre,
o creatore della terra e del cielo,
e fondatore di queste mura,

tu che hai posto lo scettro di Roma
all’apice di tutto, decretando
che il mondo servisse la toga
di Quirino, e cedesse alle sue armi,

affinché, di genti disparate
i costumi, la condotta,
la lingua, l’indole e iculti,

tu assoggettasi ad un’unica legge!

Ecco che tutto il genere umano
s’è raccolto sotto il dominio di Remo,
la stessa lingua parlano genti di diverso
costume, ed hanno gli stessi sentimenti.

Ciò fu stabilito onde maggiormente
la legge del nome cristiano
ogni cosa che c’è sulla terra
legasse in un unico vincolo.

Concedi, o Cristo, ai tuoi Romani,
che sia cristiana la città
mercé la quale hai dato
alle altre un’unica fede.

Si riuniscano tutte le membra,
ovunque si trovino, nel simbolo,
si ammansisce il mondo sottomesso,
e si ammansisca pure la suprema capitale.

Consideri le plaghe a lei legate
si riuniscono in una sola grazia,
e che sia fedele Romolo,
e Numa stesso finalmente creda.

L’errore troiano ancora confonde
la curia dei Catoni,
venerando con fuochi occulti
gli esuli penati dei Frigi.

Giano Bifronte e Sterculo
venera il Senato, inorridisco
a nominare tanti mostri adorati dai padri
e le feste del vecchio Saturno.

Astergi, o Cristo, questa vergogna!
Manda il tuo Gabriele,
perché
riconosca il vero Dio
il cieco errore di Giulio.

E già abbiamo i garanti
fedelissimi di questa speranza,
qui infatti già regnano i due
Principi degli Apostoli,

uno è l’Apostolo delle genti,
l’altro colui che possedendo la cattedra
prima chiude le porte dell’eternità,
che gli sono state affidate.

Vattene, o Giove adultero,
insozzato dallo stupro di tua sorella;
lascia libera Roma,
fuggi dal popolo che ormai è di Cristo!

Da qui ti scaccia
Paolo,
ti bandisce il sangue di Pietro,
ti sta contro ciò che tu stesso hai aizzato,
il crimine di Nerone.

Vedo il principe che verrà
un giorno, il quale, da servitore di Dio,
alle tetre sozzure dei culti pagani
non permetterà si sottometta Roma,

che chiuderà colle spranghe i templi,
sbarrerà le porte eburnee,
condannerà quei nefasti ingressi,
chiudendoli con catenacci di bronzo.

Allora d’ogni sangue i molti
marmi splenderanno,
e saranno innocue i bronzi che

ora sono considerati idoli’.


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