S. Agostino: I re devono servire Dio, difendere la vera religione e punire gli eretici

Nella silloge Stato laico Stato ateo s’è vista la condanna del principio della cosiddetta laicità dello Stato (la separazione di esso dalla Chiesa e la sua indifferenza verso la vera Religione) da parte della Chiesa prima della nefasta rivoluzione del Vaticano II. A tale condanna si accompagnava sempre la condanna della libertà dei culti (acattolici).
Ratzinger, per spiegare la rottura fra l’insegnamento tradizionale e le innovazioni conciliari, varie volte ha sostenuto (lo fece anche nel famigerato discorso del 2005 alla Curia sull’ermeneutica della continuità) che tali condanne erano legate al liberalismo ottocentesco.
Tesi infondata. Sant’Agostino che ha scritto le righe seguenti è vissuto ben prima dei Papi dell’Ottocento, eppure diceva le stesse cose.

Dalla Lettera 185 (Trattato sulla correzione dei Donatisti) a Bonifacio

2. 8. “Ricordiamo le parole dell’Apostolo: Mentre abbiamo tempo, non stanchiamoci di fare il bene a tutti” (Gal 6, 9-10). Perciò, secondo le possibilità di ciascuno, sia mediante i discorsi dei predicatori cattolici, sia mediante le leggi degl’Imperatori cattolici, cioè per mezzo non solo di quanti obbediscono alle ispirazioni di Dio, ma anche di coloro che eseguiscono le leggi imperiali, vengano tutti persuasi alla salvezza, tutti dissuasi dalla perdizione eterna. Invero, anche allorché gl’Imperatori promulgano leggi ingiuste contro la verità a sostegno dell’errore, vengono ad esser provati con sofferenze quanti credono rettamente e ricevono il premio i perseveranti; così al contrario, quando essi emanano delle leggi giuste a sostegno della verità contro l’errore, i persecutori violenti vengono atterriti, mentre si convertono quelli intelligenti. Chi dunque rifiuta obbedienza alle leggi imperiali promulgate contro la verità divina, acquista un gran premio; chi al contrario rifiuta obbedienza alle leggi imperiali emanate a favore della verità divina, si procura un terribile supplizio. Così vengono biasimati i re d’Israele che al tempo dei Profeti non proibirono e non soppressero in seno al popolo di Dio riti religiosi istituiti contro i precetti di Dio, mentre al contrario vengono encomiati come più benemeriti degli altri quelli che usarono la loro autorità per impedirli e sopprimerli. Anche il re Nabucodonosor, essendo servo degli idoli, aveva stabilito la legge sacrilega che s’adorasse la propria statua, ma quanti si ribellarono alla sua empia disposizione agirono da persone religiose e piene di fede. Il medesimo re, però, ravvedutosi a causa d’un miracolo di Dio, promulgò a favore della vera religione una legge pia e lodevole, con cui condannava a morte insieme con tutta la sua famiglia chi bestemmiasse il vero Dio di Sidrac, Misac e Abdenago ( Dn 3, 5. 96). Quelli che avessero disprezzato questa legge e ne avessero subìto giustamente la sanzione, avrebbero dovuto dire, al pari di costoro, d’essere giusti, perché subivano persecuzioni a causa della legge promulgata dal re; e lo avrebbero certamente detto, se fossero stati pazzi come costoro, i quali dividono le membra di Cristo e annullano i suoi Sacramenti e si vantano d’essere perseguitati perché dal fare ciò sono impediti dalle leggi promulgate dagl’Imperatori a favore dell’unità cristiana; millantano a torto la propria falsa innocenza e cercano tra gli uomini la gloria del martirio, che non possono conseguire presso il Signore.

[…]

3. 13. Si usa dunque loro una grande misericordia quando, anche per mezzo delle leggi imperiali, vengono strappati, dapprima loro malgrado, dalla sètta nella quale appresero tali eccessi alla scuola dei demoni menzogneri, affinché un po’ alla volta siano guariti con l’abituarsi ai sani precetti e costumi della Chiesa Cattolica. Molti di essi, già tornati all’unità cristiana, ci danno un meraviglioso esempio d’ardore nella fede e nella carità; per la gioia d’esser fuori di quella sètta, ove reputavano azioni virtuose gli eccessi del loro furore, non cessano di ringraziare Dio con tutto il cuore, cosa che ora non farebbero, se prima non fossero stati tirati fuori da quella scellerata congrega anche loro malgrado. Cosa dire poi di coloro i quali ci confessano ogni giorno che già da tempo desideravano di diventar cattolici, ma non avevano potuto farlo per pusillanimità e timore, per il fatto che vivevano tra i Donatisti e, se si fossero fatti uscir di bocca una sola parola in difesa della Chiesa Cattolica, sarebbero stati completamente rovinati, non solo essi ma anche le loro famiglie? Bisogna dunque aver perso il cervello per sostenere che non era doveroso aiutare costoro ricorrendo alle leggi imperiali, per liberarli da sì gran male; adesso son costretti ad aver paura quelli che incutevano paura agli altri, e spinti dalla medesima paura tornano anch’essi sulla retta via o, almeno, ancorché fingano d’esser convertiti, non recano più molestia ai veri convertiti, ai quali essi precedentemente ispiravano paura.

[…]

5. 19. Quando gli eretici, avversari delle giuste leggi promulgate contro le loro scelleratezze, ci portano come argomento che gli Apostoli non reclamarono tale intervento delle autorità civili, essi non considerano che i tempi erano diversi e ogni cosa deve attuarsi al tempo opportuno. Dov’erano infatti gl’Imperatori che avevano creduto in Cristo e che lo servivano col promulgare leggi a favore della vera religione contro l’irreligiosità? Poiché allora conservava tutta la sua verità il detto del profeta David: “Perché mai fremono le genti e le nazioni tramano vani progetti? Sono insorti i re della terra e i principi si son collegati tra loro contro il Signore e contro il suo Cristo” (Sal 2, 1-2), e ancora non si attuava quel che si legge poco dopo nello stesso Salmo: “Ordunque, siate intelligenti, o re, ravvedetevi, voi che amministrate la giustizia sulla terra; servite il Signore con timore e rendetegli omaggio con tremore” (Sal 2, 10-11). Orbene, in qual modo i sovrani possono servire Dio col timore se non col proibire e punire con religiosa severità i reati commessi contro i suoi comandamenti? Infatti un re serve Dio in due modi diversi: in quanto uomo lo serve vivendo fedelmente, in quanto invece è anche re lo serve promulgando e facendo osservare con opportuno rigore leggi che prescrivono ciò ch’è giusto e proibiscono il contrario. Così lo servì il re Ezechia, distruggendo i boschetti e i templi degl’idoli e le “alture” costituite contro l’ordine del Signore (2 Re 18, 4). Così lo servì Giosia, facendo anch’egli la stessa cosa (2 Re 23, 4-20); così fece il re di Ninive, obbligando tutti i cittadini a placare il Signore con la penitenza (Gion 3, 6-9); così lo servì Dario, consegnando a Daniele l’idolo perché lo distruggesse e dando in pasto ai leoni i nemici del Profeta (Dn 14, 21. 41). Così lo servì Nabucodonosor, già menzionato, con terribili pene proibendo di bestemmiare Dio a tutti gli abitanti del suo regno (Dn 3, 96). I re dunque, come tali, servono Dio quando, per ubbidirgli, fanno ciò che solo i re possono fare.

5. 20. Al tempo degli Apostoli i sovrani non adoravano né servivano ancora il Signore, ma facevano ancora vani progetti contro Dio e contro il suo Cristo, perché si compissero tutte le predizioni dei Profeti; le loro leggi, quindi, anziché vietare l’empietà, l’avrebbero potuta piuttosto incoraggiare. Era infatti nell’ordine provvidenziale dei tempi che i Giudei mettessero a morte i predicatori di Cristo, credendo di rendere in tal modo ossequio a Dio, come aveva predetto il Signore (Gv 16, 2) e che i Pagani insorgessero furibondi contro i Cristiani, affinché la pazienza dei martiri trionfasse su tutti. Ma dopo ch’è cominciata ad avverarsi la predizione della S. Scrittura: “E lo adoreranno tutti i re della terra, tutte le genti lo serviranno” (Sal 71, 11), bisognerebbe aver perduto il cervello per suggerire ai sovrani: “Non preoccupatevi di sapere da chi nel vostro Stato viene difesa o combattuta la Chiesa del vostro Signore; non v’importi di sapere chi vuol essere adoratore di Dio o idolatra”. Come infatti potrebbe dirsi loro: “Non preoccupatevi di sapere chi nel vostro Stato vuol vivere secondo le leggi del pudore o dell’impudicizia?”. Perché mai, dal momento che Dio ha dato all’uomo il libero arbitrio, la legge dovrebbe punire l’adulterio e permettere l’idolatria? O forse pecca meno gravemente l’anima infedele a Dio, che la moglie infedele al marito? Ammesso pure che le colpe commesse più per ignoranza che per disprezzo della religione si debbano punire con pene più miti, forse che per questo si devono lasciare del tutto impunite?


Testo raccolto da Giuliano Zoroddu



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