San Genesio, il commediante martire

a cura di Giuliano Zoroddu

Il 25 agosto la Santa Chiesa commemora san Genesio, martire romano. Ecco la sua storia.

La storia del martirio di s. Genesio, quantunque breve, è però assai edificante, e ci somministra un efficace motivo di ammirare sempre più e lodare l’infinita bontà di Dio, il qua le alle volte si degna far uso della sua onnipotenza, con dispensare la sua grazia in una maniera insolita, e fuori delle regole ordinarie della sua provvidenza, come appunto avvenne nella conversione, e nel martirio di s. Genesio, che si crede accaduto in Roma nel principio dell’Imperio di Diocleziano verso l’anno 285 [la data va spostata al 303, ndr] e si rileva da autentici monumenti nella seguente maniera.
Era san Genesio un capo commediante, e così nemico de Cristiani, che non poteva udirne neppure il nome senza accenderſi di sdegno, e fremere di furore. Insultava tutti quelli che vedeva mantenersi coſtanti, e fedeli a Gesù Criſto in mezzo a tormenti; e non aveva potuto tollerare nemmeno i medeſimi suoi parenti, che erano cristiani.
Per eccesso finalmente dell’ odio suo contro la Religione Cristiana, aveva procurato di prendere, per mezzo forse di qualche apostata, un’esatta informazione dei riti e delle sacre cerimonie della Chiesa, a quest’unico scopo di profanare colle sue sacrileghe buffonerie quanto vi è di più santo nella Criſtiana Religione.
Volle indi farne materia di divertimento all’imperatore Diocleziano e al popolo Romano, e beffeggiare in pieno teatro gli augusti misteri del Criſtianeſimo. Dopo aver dunque bene iſtruiti gli altri attori di ciò, che dovevano fare, egli comparve sul teatro imitando uno che fosse infermo e richiese il battesimo, ma con frasi ridicole, e proporzionate al luogo, in cui si trovava. Gli riſposero i compagni col medesime linguaggio, e si fecero venire sul teatro altri, che facevano la figura di prete, e d’esorcista.
Ma che? In quell’istesso momento egli fu toccato da Dio, il quale operò invisibilmente nel suo cuore la sua conversione. Sembra ch’egli avesse dovuto dichiararsi immantinente Cristiano, e procurare di ricevere il battesimo da miniſtri della Chieſa nelle solite forme, se avesse potuto, senza continuare le scena incominciata. Ma il Signor Iddio, le cui mire sono di gran lunga superiori alle nostre, volle condurlo per una via straordinaria, e mostrare la santità dei misteri della sua Santa Religione, e confondere i suoi nemici con quei mezzi medesimi, con cui essi tentavano di beffeggiarla.
Il finto prete dunque postosi a ſedere vicino a Genesio: “A che – disse – figliuol mio, ci avete voi chiamati?”. Ed egli rispose, ma con tutta serietà , e serietà di cuore: “Io deſidero di ricevere la grazia di Gesù Cristo per rinascere in lui, ed esser liberato dalle iniquità, e da peccati, che mi opprimono”. Si praticarono indi le cerimonie, che sogliono premettersi al battesimo; gli furono fatte le interrogazioni ordinarie, ed egli rispose davvero, e senza simulazione, che credeva tutto ciò, che gli veniva proposto. Finalmente fu battezzato, come si costuma nella Chiesa; e nel medesimo tempo egli vide discendere dal Cielo un Angelo tutto risplendente di luce, il quale avendo in mano un libro, in cui erano scritti tutti i peccati da lui commessi fino dall’infanzia, lo immerse in quella medesima acqua, in cui era battezzato, e gli fece poscia vedere quel libro divenuto più bianco della neve.
Terminata la funzione del batteſimo, rivestirono Genesio con abiti bianchi, com’era solito farsi dai Criſtiani coi novelli battezzati: e poiché tutto ciò nel concetto degli spettatori passava per una buffoneria, si continuò la commedia, fintantoché vennero per ultimo altri attori travestiti da soldati, i quali arrestarono Genesio, come Cristiano, e lo condussero innanzi all’Imperatore imitando gli atti e le maniere che praticavano i Gentili, quando presentavano qualche Criſtiano al Tribunale degli Augusti. Ma Genesio allorché si trovò davanti a Diocleziano, manifestò francamente la visione, che aveva avuta nell’atto di ricever il battesimo, e protestò di desiderare ardentemente che tutti riconoscessero e confessassero, com’egli faceva, essere Gesù Cristo il vero Dio, la vera luce, la vera bontà, e l’unico mediatore, per cui noi possiamo ottenere la remissione dei noſtri peccati.
Stupefatto Diocleziano, e oltremodo irritato per un tal discorso, lo fece tosto caricare di bastonate, e poi lo lasciò in mano di Plauziano prefetto del Pretorio, affinché a forza di tormenti lo costringesse a disdirsi e a rinunziare a Gesù Cristo.
Plauziano lo fece stendere sull’eculeo, ove fu il corpo del s. Martire straziato per lungo tempo con uncini di ferro, e bruciato in più parti con torce accese, senza però che si potesse mai far vacillare la sua costanza, e la sua Fede, ripetendo speſſo queste parole: “Non vi è altro Re, che Gesù Cristo. Questo è quello, che io adoro; e ancorché mi faceste soffrire mille morti, non cesserei mai di adorarlo. Tutti i tormenti non potranno mai togliermi Gesù Cristo dalla bocca, Gesù Cristo dal cuore. L’unico e il massimo mio dispiacere è di aver aborrito e perseguitato il suo sacroſanto nome nei suoi Santi, e di aver cominciato così tardi ad adorare il mio vero Re, perché il mio orgoglio m’impediva di riconoscerlo”.
Fu alla fine per ordine del tiranno decollato, e così ottenne la corona del Martirio.


Raccolta di vite de’ Santi per ciaschedun giorno dell’anno, Tomo II, Roma, 1763, pp. 125-126. Il redattore ha apportato alcuni aggiornamenti al linguaggio.


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