Sant’Alfonso Maria de Liguori. Discorso sulla preziosa Morte di Maria (2)

a cura di Giuliano Zoroddu

S. Alfonso Maria de Liguori
DISCORSO VII – Dell’Assunzione di Maria.
(Il testo è stato ammodernato nel lessico per una maggiore comprensione e fornito di traduzione nelle parti latine)

Vergine Assunta della chiesa di Santa Maria di Betlem in Sassari dei Frati Minori Conventuali. L’Assunta scampò varie volte la città sarda dalla peste (nel 1528, nel 1652) e per questo ogni anno le scioglie il Voto con la Discesa dei Candelieri.

Punto I (qui)

Punto II.

Ma vediamo ora come avvenne la sua beata morte. Dopo l’ascensione di Gesù Cristo restò Maria in terra per attendere alla propagazione della fede. Onde a lei ricorrevano i discepoli di Gesù Cristo ed ella loro scioglieva i dubbi, li confortava nelle persecuzioni e l’animava ad affaticarsi per la divina gloria e per la salute dell’anime redente. Ben ella volentieri si tratteneva in terra, intendendo questa essere la volontà di Dio per bene della Chiesa; ma non poteva non sentire la pena di vedersi lontana dalla presenza e dalla vista del suo diletto Figlio che se n’era asceso al cielo. “Ubi … thesaurus vester est, disse il Redentore, ibi et cor vestrum erit” (Luc. XII, 34): Dove alcuno stima essere il suo tesoro e il suo contento, ivi tiene sempre fisso l’amore e il desiderio del suo cuore. Se dunque Maria non amava altro bene che Gesù, stando egli in cielo, al cielo erano tutti i suoi desideri. Scrisse di Maria il Taulero (Serm. de Nat. V. Mar.): “Mariae cella fuit caelum”, poiché nel cielo coll’affetto faceva la sua continua dimora; “schola aeternitas”, sempre distaccata da’ beni temporali; paedagogus divina veritas, operando sempre secondo la divina luce; speculum divinitas, mentre non mirava altro che Dio, per uniformarsi sempre alla sua volontà; ornatus eius devotio, sempre pronta ad eseguire il divino beneplacito; “quies, unitas cum Deo”, la sua pace era nell’unirsi tutta con Dio; “cordis illius locus et thesaurus, solus Deus erat”, in somma il luogo e tesoro del suo cuore non era altro che Dio[1]. Andava  inoltre la SS. Vergine consolando il suo cuore innamorato in questa dura lontananza con il visitare, come si narra, i santi luoghi della Palestina, dove il Figlio era stato in sua vita; visitava spesso or la stalla di Betlemme dove il Figlio era nato: or la bottega di Nazaret dove il Figlio era vissuto tanti anni povero e disprezzato: ora l’orto di Getsemani dove il Figlio diede principio alla sua Passione: ora il pretorio di Pilato dove fu flagellato: or il luogo dove fu coronato; ma più spesso visitava il Calvario dove il Figlio spirò, e il santo sepolcro dov’ella finalmente lo lasciò. E così l’amantissima Madre si andava sollevando nella pena del suo duro esilio. Ma ciò non poteva bastare a fare contento il suo cuore, il quale non poteva trovar la sua perfetta quiete su questa terra; onde altro non faceva che mandare continui sospiri al suo Signore, esclamando con Davide, ma con amore più ardente: “Quis dabit pennas sicut columbae? [et] volabo et requiescam” (Ps. LIV, 7): Chi mi darà penne di colomba, per volare al mio Dio ed ivi trovare il mio riposo? “Quemadmodum desiderat cervus ad fontes aquarum, ita desiderat anima mea ad te, Deus” (Ps. XLI, 2): Come il cervo ferito desidera la fonte, così l’anima mia dall’amor tuo ferita, mio Dio, ti desidera e sospira. Ah che i sospiri di questa santa tortorella non potevano non penetrare il cuore del suo Dio che troppo l’amava: Vox turturis audita est in terra nostra (Cant. II, 12). Ond’egli non volendo più differire la consolazione alla sua amante, ecco esaudisce il suo desiderio, e la chiama al suo regno.
Riferiscono il Cedreno (Comp. histor.), Niceforo (L. 2, c. 21) e il Metafraste (Orat. de dorm. Mar.) che il Signore alcuni giorni prima della morte le inviò l’angelo S. Gabriele, quello stesso che un tempo le portò l’avviso d’esser ella la donna benedetta e scelta per Madre di Dio. “Mia signora e regina, le disse l’angelo, Dio ha già esauditi i vostri santi desideri, mi ha mandato a dirvi che vi apparecchiate a lasciare la terra, perch’egli vi vuol seco in paradiso. Venite dunque a prendere possesso del vostro regno, mentre io e tutti quei santi cittadini vi aspettiamo e desideriamo”. A questo felice annunzio, che altro mai dovette fare la nostra umilissima e SS. Vergine, se non maggiormente nascondersi nel centro della sua profondissima umiltà, e replicare quelle stesse parole che rispose a S. Gabriele, allorché le annunziò la divina maternità: “Ecce ancilla Domini”. Ecco, di nuovo rispose, la schiava del Signore; egli per sua mera bontà mi ha eletta e fatta sua Madre: ora mi chiama al paradiso. Io non meritava né quello né questo onore. Ma giacché egli vuole su di me dimostrare la sua infinita liberalità, eccomi pronta a venire dov’egli vuole. “Ecce ancilla Domini”, sia sempre in me adempiuta la volontà del mio Dio e Signore. Dopo aver ricevuto questo caro avviso, ne diede parte a S. Giovanni, il quale possiamo considerare con qual dolore e tenerezza dovette intendere questa nuova, egli che per tanti anni assistendola come figlio, aveVa già goduta la celeste conversazione di questa SS. Madre. Visitò poi ella di nuovo i santi luoghi di Gerusalemme, licenziandosi da loro con tenerezza, specialmente dal Calvario dove l’amato Figlio lasciò la vita. E poi si pose nella sua povera casa ad apparecchiarsi alla morte. Fra questo tempo non lasciavano gli angeli di venir spesso a salutare la loro amata regina, consolandosi in sapere che presto l’avevano a veder coronata nel cielo.
Riferiscono molti autori (S. Andr. Cret., Or. de dorm. Deip.; S. Io. Damasc. De dorm. Deip.; Euthim., l. 3 Hist., c. 40) che prima di morire, per divin miracolo gli Apostoli ed anche parte dei Discepoli si trovarono da diverse parti, dov’erano dispersi, tutti uniti nella stanza di Maria; ond’ella vedendo già uniti quei suoi cari figli alla sua presenza, così cominciò a parlare: “Miei diletti, per vostro amore e per aiutarvi il mio Figlio mi lasciò. Or già la santa fede è sparsa nel mondo, già il frutto della divina semenza è cresciuto; onde vedendo il mio Signore che non era più in terra necessaria la mia assistenza, e compatendo alla pena della mia lontananza, ha esaudito il mio desiderio di uscir da questa vita e di andarlo a vedere in cielo. Restate voi dunque a faticare per la sua gloria. S’io vi lascio, non vi lascio col cuore; meco porterò e starà sempre meco il grande amore che vi porto. Vado al paradiso a pregare per voi”. A questa dolorosa novella chi mai può comprendere quali fossero le lacrime e i lamenti di quei santi Discepoli, pensando che fra poco avevano a separarsi dalla loro madre? “Dunque – piangendo tutti essi presero a dire – dunque, o Maria, già ci volete lasciare? È vero che questa terra non è luogo degno e proprio per voi, e noi non siamo degni di godere la compagnia di una Madre di Dio: ma ricordatevi che voi siete la nostra madre; voi siete stata sinora la nostra maestra nei dubbi, voi la consolatrice nelle angustie, voi la nostra fortezza nelle persecuzioni; e come ora ci volete abbandonare, lasciandoci soli senza il vostro conforto in mezzo a tanti nemici ed a tante battaglie? Abbiamo già perduto in terra il nostro maestro e padre Gesù, che se n’è asceso al cielo; noi ci siamo consolati fra questo tempo con voi nostra madre; or come voi ancora volete lasciarci orfani senza padre e senza madre? Signora nostra, o restate con noi o portateci con voi”. Così S. Gio. Damasceno (Or. de Ass. Virg.). “No, figli miei – riprese dolcemente a parlare l’amorosa Regina – non è questo secondo la volontà di Dio; contentatevi di far quello ch’egli di me e di voi ha disposto. A voi anche resta di faticare in terra per la gloria del vostro Redentore e per compire la vostra eterna corona. Io non vi lascio per abbandonarvi, ma per maggiormente soccorrervi colla mia intercessione presso Dio nel cielo. Restate contenti. Vi raccomando la S. Chiesa: vi raccomando le anime redente; questo sia l’ultimo addio ed unico ricordo ch’io vi lascio: fatelo se m’amate, faticate per l’anime e per la gloria del mio Figlio; perché un giorno poi ci rivedremo di nuovo uniti in paradiso per non mai più separarci in eterno”.
Indi li pregò a dar sepoltura al suo corpo dopo morte, e li benedisse. Ordinò a S. Giovanni, come riferisce il Damasceno, che dopo la sua morte avesse date due sue vesti a due vergini che l’avevano servita per certo tempo (Niceforo e Metafraste appr. l’Ist. di Mar. del P. F. Gius. di G. e M., l. V, 13). E poi decentemente si compose sul suo povero letticciuolo, dove si pose con desiderio ad aspettare la morte e colla morte l’incontro del divino sposo, che tra breve doveva venire a prenderla per condurla seco al regno beato.
Ecco già sente nel cuore un gaudio foriero della venuta dello Sposo, che tutta la ricolma d’un’immensa e nuova dolcezza. I SS. Apostoli, vedendo che Maria già stava per partirsi da questa terra, rinnovando le lacrime, tutti se le posero intorno genuflessi vicino al letto; e chi si pose a baciarle i santi piedi, chi le cercava la sua speciale benedizione, chi le raccomandava qualche suo particolare bisogno; e tutti piangendo dirottamente si sentivano trafiggere dal dolore, in doversi separare per sempre in questa vita dalla loro amata Signora. Ed ella l’amantissima Madre tutti compativa e andava consolando ciascuno, ad altri promettendo il suo patrocinio, altri benedicendo con speciale affetto, ed altri animando alla conversione del mondo; specialmente si chiamò S. Pietro, e come a Capo della Chiesa e Vicario del suo Figlio, a lui raccomandò principalmente la propagazione della fede, promettendogli dal cielo una particolare protezione. Ma singolarmente poi si chiamò S. Giovanni, il quale più di tutti gli altri sentiva dolore nel punto di dividersi da quella santa Madre; e ricordandosi la gratissima Signora dell’affetto ed attenzione con cui questo santo discepolo l’avea servita per tutti gli anni ch’ella era stata in terra dopo la morte del Figlio: “Giovanni mio – con gran tenerezza gli disse – Giovanni mio, ti ringrazio di tutta l’assistenza che m’hai fatta: figlio mio, sta sicuro che non te ne sarò ingrata. Se ora ti lascio, vado a pregare per te. Resta tu in pace in questa vita, fintanto che non ci rivedremo in cielo dove t’aspetto. Non ti scordare di me: in tutti i tuoi bisogni chiamami in tuo aiuto, ch’io non mai mi scorderò di te, figlio mio diletto. Figlio, ti benedico, ti lascio la mia benedizione, resta in pace, addio”.
Ma già la morte di Maria è vicina. Avendo l’amor divino colle sue beate e veementi fiamme già quasi tutti consumati gli spiriti vitali, già la celeste fenice in mezzo a tanto incendio va perdendo la vita. Venivano allora gli angeli a schiere a schiere a ritrovarla, come in atto di trovarsi pronti al gran trionfo con cui dovevano accompagnarla al paradiso. Ben si consolava Maria alla vista di quei santi spiriti; ma non si consolava appieno, non vedendo ancor comparire il suo amato Gesù, ch’era tutto l’amor del suo cuore. Onde spesso ripeteva agli angeli, che scendevano a salutarla: “Adiuro vos, filiae Ierusalem, si inveneritis dilectum meum. ut nuntietis ei quia amore langueo”(Cant. V, 8): “Angeli santi, o belli cittadini della celeste Gerusalemme, voi venite a schiere cortesi a consolarmi, e tutti mi consolate colla vostra amabil presenza; io vi ringrazio, ma voi tutti non mi contentate appieno, perché non vedo ancora il mio Figlio a consolarmi: andate, se mi amate, tornate al paradiso, e dite da mia parte al mio Diletto, nuntietis ei quia amore langueo: ditegli che io languisco e vengo meno per suo amore: ditegli che venga e venga presto, perché io mi sento morire per desiderio di vederlo”.
Ma ecco Gesù, che già viene a prendere la sua Madre per condurla al regno beato. Fu rivelato a S. Elisabetta che ‘l Figlio apparve a Maria prima di spirare colla croce in mano, per dimostrare la gloria speciale ch’egli avea tratto dalla Redenzione, avendo colla sua morte fatto acquisto di quella gran creatura, che per secoli eterni doveva onorarlo più di tutti gli uomini e di tutti gli angeli. Riporta S. Giovanni Damasceno ch’egli stesso poi la comunicò per viatico, dicendole con amore: “Prendi, o Madre mia, dalle mie mani quello stesso mio corpo che tu mi hai dato”. E la Madre, avendo ricevuto con maggior amore quell’ultima comunione, fra quegli ultimi respiri gli disse: “Figlio, nelle vostre mani raccomando lo spirito mio; vi raccomando quest’anima, che voi creaste per vostra bontà fin dal principio ricca di tante grazie, e con singolar privilegio la preservaste da ogni macchia di colpa. Vi raccomando il corpo mio, da cui vi degnaste di prendere carne e sangue. Vi raccomando ancora questi miei cari figli – parlando de’ santi Discepoli che le stavano intorno; – restano essi afflitti colla mia partenza, consolateli voi, che più di me l’amate; benediteli e date loro forza di fare gran cose per la vostra gloria” (Ap. S. Io. Dam., Or. de Ass. V.).
Giunto già il fine della vita di Maria, si intese nella stanza, dov’ella giaceva, una grande armonia, come narra S. Girolamo. E di più, secondo fu rivelato a S. Brigida, si vide comparire un grande splendore. A quest’armonia ed insolito splendore, già si avvidero i santi Apostoli che Maria allora si partiva: onde rinnovarono le lacrime e le preghiere, ed alzando le mani in una voce dissero tutti: “O Madre nostra, già te ne vai al cielo e ci lasci; donaci l’ultima benedizione, non ti scordare di noi miserabili”. E Maria, rivolgendo gli occhi intorno a tutti, come per l’ultima volta licenziandosi: “Addio, figli, lor disse, vi benedico; non dubitate che non mi scorderò di voi”.
Ed ecco allora venne la morte non già vestita di lutto e tristezza, come viene agli altri uomini, ma venne ornata di luce e di allegrezza. Ma che morte! che morte! meglio diciamo, venne l’amore divino a troncar lo stame di quella nobil vita. E qual lampada che prima di finire fra quegli ultimi lampi di sua vita dà un lampo più grande e poi spira; così la bella farfalla, invitandola il Figlio a seguirlo, immersa nella fiamma di sua carità e in mezzo ai suoi amorosi sospiri, dà un sospiro più grande d’amore e spira e muore. E così quell’anima grande, quella bella colomba del Signore si sciolse dai legami di questa vita, e se n’andò alla gloria beata, dove siede e sederà regina del paradiso per tutta l’eternità.
Già dunque Maria ha lasciata la terra, già sta nel cielo. Di là la pietosa madre guarda noi che ancora stiamo su questa valle di lacrime, e ci compatisce e ci promette il suo aiuto, se lo vogliamo. Preghiamola sempre che per li meriti della sua beata morte, ci ottenga una morte felice: e se mai piacesse a Dio, che c’impetri di morire in giorno di sabato, ch’è dedicato a suo onore, o pure in un giorno della novena o dell’ottava di alcuna delle sue feste, come l’ha ottenuto a tanti suoi divoti, e specialmente a S. Stanislao Kostka, a cui ottenne il morire nel giorno della sua gloriosa Assunzione, come narra il P. Bartoli nella di lui Vita (Lib. 1, cap. 12).

Esempio.

Nel mentre viveva questo santo giovinetto tutto dedito all’amor di Maria, avvenne che nel giorno primo d’agosto egli udisse un sermone del P. Pietro Canisio, in cui questi, predicando ai novizi della Compagnia, con fervore insinuò a tutti il gran consiglio di vivere in ogni giorno come quello fosse l’ultimo della vita, dopo cui dovessimo presentarci al divin tribunale. Finito il sermone, disse S. Stanislao ai compagni che quel consiglio singolarmente per lui era stata voce di Dio, avendo egli a morire in quello stesso mese. Disse ciò, o perché Iddio espressamente glielo rivelò, o almeno perché gliene diede un certo sentimento interno, per quel che poi accadde. Quattro giorni appresso, andando il beato giovane col P. Emanuele Sa a S. Maria Maggiore, ed entrando a parlare della prossima festa dell’Assunzione, disse: “Padre, io credo che in quel giorno si vide in paradiso un nuovo paradiso, vedendosi la gloria della Madre di Dio coronata regina del cielo e collocata sì vicina al Signore sopra tutti i cori degli angeli. E s’è vero che in ogni anno, com’io tengo per certo, se ne rinnova la festa in cielo, io spero che ne vedrò la prima”. Indi essendo toccato in sorte a S. Stanislao per suo protettore del mese – secondo l’uso della compagnia – il glorioso martire S. Lorenzo, è fama ch’egli avesse scritta una lettera alla sua madre Maria, in cui la pregava d’ottenergli di trovarsi a vedere quella sua festa in paradiso. Nel giorno di S. Lorenzo si comunicò, e dopo supplicò il santo a presentar quella lettera alla divina Madre, con interporvi la sua intercessione, affinché Maria SS. l’avesse esaudito. Ed ecco al finire dello stesso giorno gli venne la febbre, e benché questa fosse molto leggera, egli non però sin d’allora tenne per certa la grazia richiesta della vicina morte. Come in fatti in porsi a letto disse tutto giubilante colla bocca a riso: “Da questo letto più non m’alzerò”. E al P. Claudio Acquaviva soggiunse: “Padre mio, credo che S. Lorenzo già m’ha impetrata la grazia da Maria, di trovarmi in cielo alla festa della sua Assunzione”. Ma di queste sue parole nessuno ne fece caso. Giunta la vigilia, il male seguiva a dimostrarsi leggero, ma il santo disse ad un fratello che la notte seguente egli sarebbe morto; e quegli rispose: “Oh fratello, maggior miracolo sarebbe il morir di così poco male, che il guarirne”. Ma ecco passato il mezzodì fu assalito da un mortale sfinimento, e poi cominciò a sudar freddo e perdé affatto le forze. Accorse il superiore, cui Stanislao prego di farlo porre sulla terra nuda, per morire da penitente. Il che gli fu accordato per contentarlo, e fu posto in terra su d’una coltricella. Indi si confessò, ricevé il viatico, non senza lacrime di quanti v’assistevano, poiché all’entrar nella stanza il divin Sacramento lo videro tutto brillare di celeste allegrezza negli occhi e tutto infiammato nella faccia di santo amore, che pareva un serafino. Prese anche l’Estrema Unzione, e frattanto non faceva altro che ora alzare gli occhi in cielo, ed or mirare, baciare e stringersi al petto amorosamente un’immagine di Maria. Gli domandò un Padre: “Che vi serve questa corona avvolta alla mano, se non potete recitarla?” Rispose: “Mi serve a consolarmi, mentre è cosa della Madre mia”. “Or quanto più, ripigliò il Padre, vi consolerete in vederla e baciarle tra breve la mano in cielo?” Allora il santo tutto acceso in volto, levo alte le mani, esprimendo così il desiderio di trovarsi presto alla di lei presenza. Indi gli apparve la sua cara Madre, com’egli stesso palesò ai circostanti; e poco appresso, al far dell’alba del giorno del quindici d’agosto, spirò in un’aria di beato, cogli occhi fissi in cielo, senza fare alcun moto; tanto che al presentargli dopo l’immagine della SS. Vergine, ed al vedere ch’egli non faceva più alcun atto verso di lei, s’avvidero ch’era già passato a baciare i piedi in paradiso alla sua amata Regina.

Preghiera.

O dolcissima Signora e Madre nostra, voi già avete lasciata la terra e siete giunta al vostro regno, dove sedete regina sopra tutti i cori degli angeli, come canta la Chiesa: Exaltata es super choros angelorum ad caelestia regna. Sappiamo già che non eravamo degni noi peccatori di avervi con noi in questa valle di tenebre. Ma sappiamo ancora che voi nelle vostre grandezze non vi siete scordata di noi miserabili, e coll’esser sublimata a tanta gloria non avete perduta, anzi in voi è cresciuta la compassione verso di noi poveri figli di Adamo. Dal gran trono dunque dove regnate, rivolgete, o Maria, anche sopra di noi gli occhi vostri pietosi, ed abbiate di noi pietà. Ricordatevi pure che nel partirvi da questa terra ci avete promesso di non scordarvi di noi. Guardateci e soccorreteci. Mirate in quali tempeste e in quanti pericoli ognora ci troviamo e saremo per trovarci fintantoché non giungerà il fine di nostra vita. Per i meriti della vostra beata morte impetrateci la santa perseveranza nella divina amicizia, per finalmente uscire da questa vita in grazia di Dio, e così venire un giorno a baciarvi ancora noi i piedi in paradiso, con unirci con quei beati spiriti a lodarvi ed a cantare le vostre glorie, come voi meritate. Amen.


[1] O. TAULERUS, O. P., Sermones de festis et solemnitatibus Sanctorum, Lugduni, 1558, Sermo in Nativitate gloriosissimae Virginis Mariae (in fine), pag. 126.

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