[Sinodo] Il vero “volto dell’Amazzonia”: una cultura di morte (2)

L’articolo di Kathy Clubb  (1) è stato pubblicato su The Freedoms Project (2) il 25/06/19 con il titolo “The real ‘face of the Amazon’: a culture of death”. Lo pubblichiamo nella traduzione di Marco Manfredini.
Fonte unavox.it

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“COLONIALISMO” 
Come è già stato accennato, in gran parte dell’Instrumentum Laboris il colonialismo è accusato di una pletora di malesseri sociali che affliggono i popoli della regione amazzonica, e nel corso delle indagini sulle loro lotte appare ovvio che c’è una grande questione di ingiustizia perpetrata contro i nativi, in particolare per quanto riguarda l’appropriazione delle loro terre e lo sfruttamento senza limiti da parte di entità straniere. Ma il documento va anche oltre, indicando in una lotta di classe in corso la causa della povertà di molti abitanti. È molto superficiale, e un crimine contro la verità, affermare che l’influenza cristiana ha portato solo frutti cattivi nella regione, e che la cultura occidentale si dovrebbe conformare maggiormente a questo modello pagano.

Come ha detto un commentatore: “Il male che li colpisce ha un solo nome: colonizzazione. Come nella teologia della liberazione, ma in una variante più populista che Marxista (la famosa teologia del popolo cara a Papa Francesco), queste persone e comunità devono essere considerate depositarie di ricchezze di cui i paesi civilizzati sono privi dopo secoli di cristianesimo”.

La nostra memoria collettiva è così corta che non riusciamo a ricordare il livello estremo di barbarie comune a queste civiltà e a quelle circostanti solo poche centinaia di anni fa? Questa è la patria degli Incas assetati di sangue, e dei vicini Aztechi e Maya, i quali praticavano sacrifici umani su scala mostruosa.

Come Steve Mosher sottolinea in un suo articolo, fu solo grazie al lavoro dei primi missionari se queste pratiche omicide vennero abolite. Se la Chiesa fallisce nella sua missione evangelizzatrice, cosa impedirà a queste tribù di scivolare indietro e tornare a quelle pratiche barbare? Se si asseconda la stessa filosofia che giustifica la barbarie, allora un ritorno alla barbarie sarà inevitabile.

Marcia Suzuki, la missionaria cristiana che adottò una bambina non voluta dalla tribù Yanomami, disse che il problema non andava cercato nel colonialismo, ma “Il vero nemico è invisibile: è il relativismo morale e culturale che rende tabù una messa in discussione della pratica dell’infanticidio”.

“CONVERSIONE PASTORALE” 
Si potrebbe sostenere che infanticidio, omicidio e così via sono praticati solo tra un numero ristretto di tribù dell’Amazzonia. Numericamente è così, ma il problema sta nella filosofia adottata da questi popoli per giustificare le proprie azioni, e nel fatto che l’IL esorti i cattolici ad adottare tali filosofie.

Così, mentre il sacrificio umano è praticato nella zona da centinaia di anni a diversi livelli, il problema ora è che i missionari cattolici vengono dissuasi dal condannare quelle pratiche e dall’impegnarsi nella guerra spirituale che ne assicurerebbe la vittoria. Infatti, l’IL consiglia ai cattolici, piuttosto che contrapporsi, di adottare una forma di spiritualità diametralmente opposta a quella del messaggio evangelico di salvezza per mezzo di Gesù Cristo. Questo sforzo antimissionario non è un fenomeno nuovo; già da qualche tempo viene applaudito all’interno della Chiesa. Facciamo solo due esempi.

Gli Yanomami, oltre all’abitudine di uccidere la prole e mangiare i nemici, sono estremamente resistenti all’evangelizzazione. In 53 anni di presenza missionaria, non c’è stato nemmeno un battesimo. Ma lungi dallo scoraggiarsi, il direttore delle missioni Padre Corrado Dalmonego afferma che la tribù Yanomami ha molto da offrire alla Chiesa, la quale deve “fare attenzione a come le genti indigene vivono la loro esperienza comunitaria, le relazioni sociali e le strutture di comando. Per noi gli Yanomami sono testimoni che ci permettono di apprezzare il valore della vita comunitaria”.

Padre Dalmonego, imperterrito nel suo insuccesso missionario ci esorta a trarre da questa religione pagana consigli spirituali, poiché “la Chiesa si arricchisce dalla ricerca su sciamanesimo, mitologie, diverse conoscenze, diverse visioni del mondo e visioni di Dio”. Questo perché forti momenti di dialogo aiutano i missionari a “scoprire l’essenza della nostra fede, spesso mascherata da ornamenti e tradizioni culturali”.

Donne Yanomami

Un altro caso di dubbia evangelizzazione in Brasile è rappresentata dall’attività delle Piccole Sorelle di Gesù tra i Tapirapé. Questa tribù, che praticava l’infanticidio, alla fine ha abbandonato questa pratica, apparentemente grazie al buon esempio delle sorelle. Le religiose, discepole di Charles de Focauld, vissero in quella comunità dal 1952 decidendo di non catechizzare la piccola tribù di 47 nativi; scelsero di avviare una “missione silenziosa” secondo i dettami prescritti dall’onnipresente “dialogo”.

Sembra che le sorelle fossero meno preoccupate per l’infanticidio (atto oggettivamente immorale, contrario al Vangelo e alla legge naturale) di quanto non lo fossero della possibilità che la tribù si estinguesse. Così pensarono di instaurare un “dialogo” sulla base di questioni sociali: “Tuttavia, la discussione divenne possibile solo dopo che i Tapirapé identificarono i missionari come alleati nella lotta contro l’oppressione causata da segmenti della società a cui appartenevano le suore stesse. Così l’infanticidio venne discusso all’interno di un’agenda che includeva anche altri argomenti importanti per le persone: demarcazione delle loro terre, espulsione degli invasori dal loro territorio, attenzione alla salute delle persone, ecc. C’era una logica in questo, dal momento che un aumento della popolazione dipendeva dall’assicurare condizioni di sopravvivenza per tutti… Nella letteratura antropologica, questo caso è stato riconosciuto come un’esperienza di intervento di successo”.

Ciò che appare come un fallimento per le persone raziocinanti, quello che sarebbe stato sicuramente considerato un fallimento praticamente da tutti i missionari cattolici negli ultimi 2000 anni, viene salutato come un successo dagli antropologi e dai missionari stessi. Il fatto più preoccupante, tuttavia, è che questo è proprio il modello di evangelizzazione proposto dal sinodo. Non è questo ciò che gli autori dell’IL intendono con “conversione pastorale”? (IL, 5)

Questo approccio antimissionario è in contrasto con quanto affermato dai più grandi pensatori della Chiesa: San Tommaso d’Aquino e Sant’Agostino, come si legge nel libro del Cardinale Sarah La forza del silenzio: “Naturalmente abbiamo il dovere di cercare nuovi approcci pastorali, ma in questo commento al Vangelo di Giovanni, San Tommaso ci avverte: «Se poi chiedi qual è la via, accetta Cristo, perché Lui è la via. “Questa è la strada, percorretela” (Is 30,21)». 
E Agostino dice: «Cammina come questo essere umano e arriverai a Dio. È meglio zoppicare sulla retta strada che camminare speditamente fuori strada». Chi zoppica sulla strada, anche se fa solo un piccolo progresso, si avvicina alla destinazione; se uno è fuori strada, più veloce cammina più è facile che si allontani dalla meta. Se chiedi dove andare, aggrappati a Cristo, perché è Lui la verità che desideriamo raggiungere”.

UNA NUOVA DEFINIZIONE DI MARTIRIO 
L’IL conclude con la denuncia di un gran numero di “martiri” in terra amazzonica. Tuttavia questo termine non si riferisce a coloro che hanno rinunciato alla propria vita a causa della fede, piuttosto a chi si è espresso in favore dei nativi contro l’appropriazione delle loro terre da parte di altri gruppi. Così, mentre è vero che la Chiesa ha sempre difeso il diritto di ogni persona a proteggere la sua proprietà, tale difesa non è considerata martirio. Si segnala un singolo caso di tale “martirio” con una menzione speciale: Suor Dorothy Stang, che era parte dell’ordine religioso delle Sorelle di Notre Dame, un gruppo di religiose dedite a combattere l’ingiustizia sociale, specialmente contro le donne, e che lavorava a stretto contatto con l’ONU per implementare i suoi obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

In modo simile, il sito ufficiale del sinodo contiene pagine dedicate a religiosi cattolici che sono stati uccisi nella regione, suggerendo che ognuna di queste persone sia stata martirizzata a causa della fede, implicando nel contempo che i nativi sono forzati dalla loro povertà a commettere atti di violenza. Infatti ci sono stati più di un migliaio di uccisioni per conflitti sulla terra solo in Brasile durante gli ultimi decenni, a ricordarci che la violenza è insita nella cultura tribale. Non c’è dubbio che ognuno di questi religiosi abbia dedicato la propria vita ad aiutare le povere popolazioni dell’Amazzonia o che la loro morte sia stata tragica. Ma riferirsi ad essi come “martiri” non è corretto, specialmente nei numerosi casi in cui sembra che in una certa misura abbiano rinnegato la loro fede per adottare la cultura pagana circostante nel nome dell’”incontro”.

IL “VOLTO AMAZZONICO” 
L’IL ci dice che la Chiesa dal volto amazzonico è quella “Chiesa con una chiara opzione per (e con) i poveri e per la cura del creato” (IL, 109). Se letto nel contesto dell’intero documento, col suo orizzontalismo marxiano, il rifiuto del capitalismo, il sostegno alle energie rinnovabili, la fiducia nel comunicare con gli spiriti della natura, la chiara denuncia della dottrina oggettiva, non è difficile immaginare il mondo che gli autori hanno in mente. Cioè una Chiesa Cattolica universalista, priva di magnifiche cattedrali, senza musica né arte (troppo occidentali), che fa assistenza a gente senza accesso ad acqua e servizi sanitari (appoggiandosi per le infrastrutture a quelle del capitalismo), con elettricità intermittente (le rinnovabili non sono note per la loro affidabilità) in un paesaggio di estrema povertà (egualitarismo) dal quale non c’è via di scampo, eccetto attraverso droghe che alterano lo stato di coscienza e infine il suicidio.

Inoltre c’è una preoccupazione ancora più sinistra tra le molte domande urgenti che emergono dall’IL del sinodo. Riguarda la devozione dell’attuale amministrazione papale nei confronti delle élites globali e al loro programma di controllo della popolazione. Fino ad oggi, Papa Francesco ha rifiutato l’uso della contraccezione e dell’aborto come metodi di controllo della popolazione. In questo un ambito ha mostrato tutto sommato una certa continuità [almeno a parole, ndt]. Ma la Chiesa è sottoposta a un’enorme pressione da parte dei globalisti, dei governi e della maggioranza della gente per approvare contraccezione e aborto, al fine di limitare la popolazione mondiale, per arrivare ad un totale riconoscimento dei cosiddetti “diritti riproduttivi delle donne”.

Il Sinodo è stato sospettato di veicolare idee quali i preti sposati, le donne diacono, la teologia della liberazione. È possibile che questo incontro diventi anche veicolo di un cambio nell’insegnamento della Chiesa su aborto, infanticidio ed eutanasia?

È solo una coincidenza il fatto che l’attuale amministrazione papale, così innamorata dei pacchetti di politiche promulgate dai controllori della popolazione, focalizzi la sua attenzione su una cultura che include l’infanticidio e l’eutanasia quali metodi di controllo delle nascite? E che abbraccia una filosofia della vita e della morte che giustifica questi crimini categorizzando alcuni umani come non-persone? E che, la cosa più sconvolgente, a noi cattolici venga chiesto di abbracciarne la relativa spiritualità?

MA QUALE “ECO-CIDIO”, L’INFANTICIDIO È UN PECCATO CHE GRIDA AL CIELO 
La regione Amazzonica è piena di ingiustizie, è innegabile, ma un esame onesto rivela che la maggior parte di questi conflitti non rientra nella missione della Chiesa. La più lampante omissione di questo documento (a parte il disprezzo di antichi e onorati metodi di evangelizzazione e catechesi) è il suo rifiuto di riconoscere che l’immensa sofferenza è causata dall’adesione delle culture tribali alle pratiche infanticide. La ragazza adottata, sopravvissuta all’infanticidio, Kanhu Suzuki, così ha parlato all’audizione di un congresso sui diritti dei disabili nel 2017: “Quando si passa al tema dell’uccisione di bambini, ci sono persone che dicono “Oh, ma quella è la loro cultura, dobbiamo rispettarla”. Per l’amore di Dio, cosa state dicendo! Una cultura che contempla la morte dell’innocente deve essere fermata. È triste pensare quanto siamo ignorati. Voi ci abbandonate, fingete che siamo invisibili visto che siamo lontani da qua in mezzo alla giungla. Fingete che siamo nulla e usate la scusa della cultura. Vi chiedo ancora una volta di ripensarci. Noi siamo qui, gridiamo per chiedere aiuto. Gridiamo per i nostri diritti”.

Forse gli autori di questo Instrumentum Laboris dovrebbero prestare maggior attenzione alle parole del loro mentore, Papa Francesco. Come ha affermato in Laudato Si’, “Se l’essere umano si dichiara autonomo dalla realtà e si costituisce dominatore assoluto, la stessa base della sua esistenza si sgretola […]” (LS, 117). Sostenere che le culture che promuovono l’uccisione di bambini sono la nostra speranza e che la teologia indiana dovrebbe sostituire la verità rivelata è un tentativo di allontanamento dalla realtà di proporzioni veramente epiche.

Ma così si era espresso il documento preparatorio per il Sinodo, citando il Simposio di Teologia Indiana del 2017: “Mentre pensiamo a una Chiesa dal volto amazzonico, sogniamo con i piedi per terra, la nostra terra di origine. Al tempo stesso, riflettiamo con gli occhi aperti su come questa Chiesa dovrà essere, a partire dalla concreta varietà culturale dei popoli. I nuovi cammini dovranno incidere sui ministeri, sulla liturgia e sulla teologia (teologia india)”.

NOTE

1 – Kathleen Clubb è una donna australiana attiva nel mondo pro-life da sei anni. Coordinatrice in Melbourne di Family Life International, fondatrice dei siti Light up the Darkness e di The Freedom Project, con cui porta avanti le sue battaglie. É stata coinvolta in un contenzioso costituzionale per aver violato la legge del 2015 della Victoria che vieta di protestare in un raggio di 150 metri dalle cliniche abortive, condannata e sanzionata. Ha istruito in home-schooling i suoi ultimi sei figli (su tredici!) e considera la sua famiglia la sua attività pro-life più importante.
2 – https://www.thefreedomsproject.com/item/386-the-panamazonians-culture-of-death


http://bit.ly/2zdsEFR
http://bit.ly/2ze5VJV

Un commento a "[Sinodo] Il vero “volto dell’Amazzonia”: una cultura di morte (2)"

  1. #bbruno   2 Settembre 2019 at 4:33 pm

    ma si appropriassero davvero, i Tromboni Entusiasti di tanta religiosità amazzonica, di questi eccelsi valori , e si prefiggessero davvero il suicidio – si ‘ammazzassero’ sul serio – come scelta ad una esistenza migliore…. Sarebbe migliore anche la nostra qui di superstiti, anche se purtroppo privati della loro saggezza…
    E poi stiamo tranquilli: con yuca o con farina di grano il ‘sacramento’ di questi qui è sempre pari a zero. E sarebbe più grave e tale da lasciare sconvolti, un ‘sacramento’ con yuca invece che con grano di frumento, che un sacerdozio di stregoni, sacerdozio di satana, pareggiato al sacerdozio di Cristo??? E la Chiesa, la Chiesa cattolica, sarebbe scesa a questo livello??? Sì, gli Stregoni di Roma vaticano – niente a che fare con la Chiesa cattolica – hanno mostrato quello che sono, pareggiandosi coi loro pari amazzonici: degli stregoni!….

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