Storia di un ritorno a casa. Parte prima (1)

Abbiamo ricevuto la testimonianza di un’amica che desidera restare anonima. E’ la testimonianza appassionata e letteraria di una conversione difficile e dolorosa, dagli esiti inaspettati. La pubblichiamo in due puntate, per farvela meglio assaporare. I titoletti sono redazionali. Buona lettura! [RS]

Gentile lettore, desidero che tu sappia che questa è una storia difficile, o meglio, la più difficile, che mi potesse capitare di raccontare. Anzitutto, perché riassumere in qualche pagina le  tortuosità, le pieghe in penombra, le anse di risacca del proprio passaggio su questa terra, e per giunta farlo senza cadere in uno stucchevole autocompiacimento, è impresa da scrittori, e bravi, quale io non sono. In secondo luogo, poiché, non solo, per parlare in modo intellegibile delle cose del cielo, della loro potenza, ineffabilità e alterità, credo sia necessario possedere un lessico che io non presumo di padroneggiare, ma anche e soprattutto, come diceva qualcuno che delle parole faceva ciò che più gli aggradava, perché “trasumanar significar per verba non si poria” per ovvie ed immediatamente comprensibili ragioni.
No, non ho fatto un salto nell’aldilà; al contrario, è stato l’aldilà che, ad un certo punto della mia errabonda esistenza, ha deciso di piazzarmisi davanti in tutta la sua sovrumana, evidente magnificenza, e, mentre fetta dopo fetta interi prosciutti, stagionati in svariati lustri con le migliori cure, inesorabilmente cadevano dai miei occhi, ha spazzato via senza tanti complimenti qualsivoglia paradigma, canone, certezza, convincimento che avevo sisificamente impiegato un’intera vita a strutturare.
E allora, perché cimentarmi in una narrazione che senza tema mi farà sudare non poca fatica e per di più suscettibile di tediare il malcapitato che, animato di ottime dosi di santa pazienza, dedichi parte del suo tempo a questa lettura? E’ che galeotto fu l’invito di una provvidenziale amica, davanti alla bontà e saggezza del quale mi sono alfine dovuta scuotere dal pigro torpore in cui ne cincischiavo la stesura, decidendomi così ad affidare il ricordo di quella che chiamo “la mia rivoluzione copernicana” a ciò che manet e non volat, e questo essenzialmente per tre motivi. Il primo ottempera all’insegnamento del Doctor Angelicus, secondo il quale è dovere di uno che si sforza di essere un buon cristiano “contemplari et contemplata aliis tradere”; il secondo scaturisce da una gratitudine desiderosa di rendere testimonianza, ad maiorem Dei gloriam, di come davvero la Sapienza del Creatore scriva dritto anche sulle righe storte; il terzo, infine, risiede in una speranza: chissà mai che un’altra anima non passi un giorno di qui e non si riconosca nell’uomo vecchio che ero, e non ritrovi, per amor di Provvidenza, anch’essa la strada di casa.

Il soldato

Indubbiamente, tra gli elementi della dote di cui il buon Dio mi ha munita al momento di venire al mondo, annovero un innato sentire che mi dice che la vita è guerra. Da qui discende che sono, naturaliter, spontaneamente, nel modo di approcciare la realtà, di codificare i fenomeni, di prendere decisioni, un soldato; da qui, il mio arruolamento, non appena ho le gambe abbastanza forti per marciare, tra i ranghi di quell’esercito che, sono certa, lotta e combatte perché nel mondo la giustizia e l’uguaglianza trionfino, la pace regni sovrana ed ogni individuo sia libero di poter vivere esprimendo sé stesso.
Il mio idealismo trova fertile sponda e copioso nutrimento in studi appassionanti ed appassionati, impartiti secondo i moderni crismi del sistema scolastico, durante gli anni del Liceo, quello considerato dall’intellighentia della mia città il proprio ovile d’allevamento intensivo, dove ricevo, assieme al salmodiare delle declinazioni latine e dei paradigmi dei verbi greci, i primi rudimenti di una solida, esaustiva Weltanschauung, i cui elementi mi si conficcano tanto a fondo nella testa da diventare parte delle mie stesse sinapsi neuronali. Questo processo forgiante avviene attraverso un lavorio continuo, un’immissione di dati paradigmaticamente letti secondo un’unica chiave di lettura, calati da una pletora di figure emananti fascinosa autorevolezza e vasta cultura, in un modo talmente graduale e accattivante che io non mi rendo neanche lontanamente conto di essere un vaso da riempire, una massa informe da modellare, una tabula rasa su cui incidere le parole che avrebbero fatto di una ragazzina inquieta e sensibile un’incazzosa ribelle dalle inclinazioni anarcoidi.
La visio mundi di cui sono via via equipaggiata è capace nientemeno di: analizzare e spiegare i più svariati fenomeni antropologici del passato, del presente e, quindi, di intravedere quelli del futuro; rendere ragione di una considerevole quantità di domande; appagare l’anelito alla giustizia, alla libertà ed alla felicità, indicandone le vie per concretizzarle; disvelare una rassicurante ratio nella cieca arbitrarietà del fato, che è legge della materia; creare dal kaos il kosmos; fornire, infine, un riferimento etico onnicomprensivo, orientando coerentemente e sistematicamente scelte e decisioni, non escluse quelle più personali ed intime.
Questa panacea della teoria e della prassi porta il nome di visione marxista della storia, che nasce dal materialismo dialettico e muore nel necessario presupposto di un’ontologia positiva ascritta all’essere umano, assioma in cui credevo con dogmatica fiducia. L’uomo, infatti, fondamentalmente un prodotto di atomi in costante evoluzione mosso da bisogni materiali, è hobbesianamente lupo per il consimile a causa di determinati costituenti ambientali, quali, innanzitutto, i fattori socio-economici, dove sono, perciò, da rinvenire le radici delle varie forme di miserie e ingiustizie che affliggono l’umanità. Ebbene, è sufficiente riuscire a modificare tali strutture sociali in senso egualitario e libertario, et voilà, l’Eden eccolo lì, bello che realizzato in piena autarchia, hic et nunc, su questa terra, senza bisogno alcuno di tirare in ballo improbabili mele e serpenti, né di sperare in interventi di dubbie entità trascendenti o in illusori post mortem.
Peraltro, nonostante frequenti la scuola che, tra tutte quelle comprese dal ventaglio dell’istruzione superiore italiana, ha la peculiarità di gettare un ponte con il tempo antico fino ai primi vagiti della cultura occidentale, io, al pari della quasi totalità dei miei compagni politicamente impegnati (intesi come esemplari di una data generazione), sentivo di godere di un legame vitale solamente con ciò che era avvenuto dal XVIII secolo in poi, quello in cui cioè, grazie ai philosophes, la specie umana aveva acquisito quella forma mentis di cui mi sentivo erede e in cui mi riconoscevo. I secoli precedenti non è che sono ignorati, per carità, però vengono studiati con lo stesso approccio con cui si osservano dei pezzi da museo: se si vuole, anche belli, interessanti, perché no, certamente notevoli per produzione artistica, filosofica e letteraria, ma relegati sotto una teca, ovvero sterili, appartenenti ad un altrove temporale concluso e impacchettato, scisso dal filo conduttore consequenziale logico e cronologico giunto fino all’età presente, con la quale sono collegati soltanto in quanto passaggi hegelianamente obbligati nella dinamica dialettica e progressiva della storia.
Insomma, vuoi un po’ l’indole naturale, quello strano periodo ibrido e ribollente che traghetta dall’infanzia alla giovinezza, vuoi il milieu che nelle mie terre tutti si respira, quel brodo di coltura sinistrorso nel quale, come in un liquido amniotico, volenti o nolenti si è immersi, vuoi l’impianto gramsciano sottostante all’ordinamento dell’istruzione pubblica ed il relativo metodo applicativo, com’è come non è, la bambina vivace e solare di qualche tempo prima si è trasformata in una pasionaria della rivoluzione che va a pogare ai concerti punk, non indossa se non il nero (meglio se sbrindellato qua e là), si sforacchia i lobi auricolari con molteplici buchi ed i lunghi, morbidi, biondi capelli cedono il posto ad una testa per metà rasata, per metà circondata di sottili treccine.

Anarchy

E’ che provo un genuino, profondo, vivissimo disprezzo per la società, borghese, gretta e micragnosa, avida e pavida, volgare e ipocrita, brutta e cicciona, molle e puttana, che avrei voluto vedere bruciare in un implacabile fuoco purificatore, insieme a tutto il corollario di strutture e sovrastrutture da cui trae linfa e legittimazione.
Da quella sua gretta vocazione alla reductio ad res, in nome della quale la  vita stessa è sottoposta ad un processo di mercificazione, non si salvano neppure gli eroi antichi, le indimenticabili gesta dei valorosi guerrieri e dei nobili cavalieri cantate dai poeti che ho imparato a conoscere ed amare sui banchi di scuola. La bellezza, l’arte, la poesia, come il povero albatros di Baudelaire, vengono sbeffeggiate da torme di crassi buzzurri, nonché ignorate dal brulicante formicaio dell’anonimo uomo medio, dall’orizzonte piccolo piccolo e dal respiro asfittico. L’individuo, privato della sua propria irriducibilità, è alienato e diluito in una massa informe, omologata e serializzata, in cui ogni componente altro non è che un ingranaggio meccanico, funzionale alla mostruosa macchina. Su tutto, opprimente come un cupo manto, il sistema capitalista, struttura economica di cui la borghesia, classe in questa fase dominante, è espressione socio-politica. Il capitalismo, lesivo dell’umanità e dell’ambiente, aggredisce, usurpa, violenta, consuma e devasta irrimediabilmente come neppure Attila e i suoi terribili unni, e lo fa in ordine alla sua natura stessa; non può, quindi, esistere mitigazione alcuna: il famoso “capitalismo dal volto umano” è pura utopia, non v’è altra soluzione che combatterlo, abbatterlo e sostituirlo, possibilmente con un’organizzazione anarco-socialista.
Data la struttura, la sovrastruttura, nelle sue espressioni sociali, valoriali, culturali, non può che essere costituita della medesima sostanza. E dunque, i vari apparati in cui si articola e si legittima lo Stato liberale (polizia, magistratura, parlamento, democrazia rappresentativa ecc…) sono istituzioni funzionali alla conservazione dello status quo, strumenti di oppressione e repressione del dissenso; la stampa e l’informazione di regime mezzi finalizzati alla manipolazione, al controllo sulle menti in via di lobotomizzazione delle masse; la Chiesa cattolica, da almeno mille e settecento anni eminenza grigia ideologica della classe dominante – qualunque sia e in un qualsiasi periodo storico – in una camaleontica capacità di adattamento e sopravvivenza tale da fare un baffo alle leggi di Darwin, sfruttando l’ancestrale paura della morte e l’horror vacui di ogni vivente, con la sua morale castrante e repressiva, la sua pari bramosia di potere, ne costituisce forse il più scaltro e potente alleato; ed infine, la famiglia, con la sua stucchevole aurea di sacralità, regno incontrastato dell’ipocrisia e del sadismo, vitello d’oro in nome del quale si sopportano le più degradanti umiliazioni, i più deprimenti rapporti, le più patologiche situazioni, ne è la cellula costitutiva, in quanto garante del perpetrarsi della società, del mantenimento dell’ordine, del rispetto dell’autorità. Proprio quell’autorità, principio nefando e nefasto a cui mi ribellavo, ed al posto della quale sognavo e propugnavo comunità, aggregazioni, relazioni basate su di un fondamento ugualitario, su di una libera e autoappagante affettività che prescindesse da convenzioni, tradizioni, stereotipi, modelli di supposta normalità.
Nel mio piccolo, anche io, perciò, come i partigiani (i nuovi santi venerati in appositi santini laici) e le moltitudini operaie e contadine del Novecento, credevo nel sol dell’avvenire, e mi davo da fare, con una militanza generosa e sincera, affinché esso sorgesse il prima possibile.
A scanso di equivoci, a questo punto della storia meglio che io faccia una precisazione: non sono una comunista, non lo sono mai stata. Ho ben presente la lezione della guerra civile spagnola, dove, se il fascismo vinse, la responsabilità fu di Stalin.
Il sistema sovietico, infatti, fascista quanto quello nazista, non aveva il suo vero nemico nel franchismo, ma in quelle forze rivoluzionarie antifasciste, marxiste, socialiste, libertarie le quali, non riconoscendo la Terza Internazionale come organizzazione sovranazionale delegata alla direzione del processo rivoluzionario mondiale, non erano asservite alle direttive di Mosca. Dato ciò, l’Unione Sovietica organizzò le Brigate Internazionali con lo scopo dichiarato di dare man forte agli antifascisti spagnoli, ma in realtà con l’obiettivo di riportare all’ordine, ovvero fare piazza pulita, attraverso l’accusa buona per tutte le stagioni di attività controrivoluzionaria, di quelle forze colpevoli di antistalinismo, rompendo così, de facto, il fronte antifascista e consentendo ai falangisti di vincere la guerra. Questo fu il destino cui andarono incontro le milizie di popolo radunatesi sotto la guida del POUM, partito di ispirazione trotskista, che trovò la collaborazione  della CNT, espressione dell’anarco-sindacalismo legato alla FAI (Federazione Anarchica Internazionale), che già da due anni combatteva strenuamente le truppe di Franco sul fronte dell’Ebro e sulle Ramblas a Barcellona, contando sul solo aiuto dei volontari antifascisti e libertari provenienti dall’intera Europa e sull’appoggio popolare.
L’unico socialismo che condivido è, dunque, quello libertario: sono, o almeno mi definisco, un’anarchica. All’asfissiante determinismo, alla massificazione alienante, ad una burocratizzazione dai risvolti sinistri che ravviso nell’impostazione marxista ortodossa, meglio si adattano al mio spirito ribelle ed insofferente dei confini troppo rigidi i tumultuosi, ma arieggiati lidi del pensiero libertario: quell’anarchismo, nelle sue varie declinazioni, secondo Bakunin, Proudhon, Malatesta, Kropotkin, Stirner, in cui vige il principio bakuniano per il quale la libertà dell’individuo e quella della collettività sono direttamente proporzionali e perciò quello non viene risucchiato da questa e questa non subisce la prevaricazione di quello. Il centralismo statalizzato, epilogo del processo rivoluzionario comunista dei mezzi di produzione, cede il posto ad un federalismo in cui le comunità, autodeterminate, pienamente autosufficienti e di dimensioni contenute per poter attuare la democrazia diretta, autogestiscono l’economia secondo modalità anti capitalistiche e anti gerarchiche, la cui struttura sociale è orizzontale, e nelle quali i fari sono l’uguaglianza e la libertà, garantite dalla pratica dell’autogestione applicata ad ogni ambito della dimensione collettiva.
Passo dunque gli anni del Liceo in questo orizzonte, sotto la bandiera dell’antifascismo militante, tra manifestazioni contro la tal guerra o la tal altra, l’autoritarismo, il caro scuola, tra i coordinamenti, le attività del collettivo, le assemblee e gli ordini del giorno, le occupazioni, i volantini da scrivere o da distribuire, trovando anche un po’ di tempo per studiare e portare a casa quel benedetto sei, o magari qualcosina in più, che mettesse a tacere le rimostranze familiari. Infine, per rinfrancare le forze profuse negli onerosi impegni, come bravi soldati in libera uscita, ci si trovava nei centri sociali o locali affini, in cui ci si mescolava, in un poutpourri di variopinte contaminazioni, con i truci metallari, tutti presi da assoli di batterie e chitarre elettriche, i post irenici frikettoni, che sognavano l’India e si rintronavano di canne e cilum, i decadenti punk, stravaccati per terra assieme alle ruzzolanti lattine di birra, o i diafani dark, schive apparizioni dall’incarnato cereo e dallo sguardo esangue.
In queste faccende affaccendata, un bel giorno giunge il tanto sospirato momento della fine della scuola, della sveglia alle 6,45, dello spauracchio delle temutissime versioni di greco e latino. Chiudo finalmente e sonoramente con rotonda soddisfazione i dizionari di quelle lingue morte e sepolte e mi avvio tutta contenta all’Università, dove mi immergo nella Storia, la mia materia magistra e preferita (ovviamente indirizzo contemporaneo) e dove viene portato a felice compimento il processo di formazione della visione del mondo già impostata al Liceo. Ora il paradigma che mi codifica la realtà è solido, articolato, strutturato; poggia, oltre che sull’evidenza dei fenomeni sensibili, su pile e pile di testi e stimolanti lezioni di eminenti ed esimi intellettuali e accademici di ieri e di oggi, vere e proprie auctoritates del settore, che non ho certo l’ardire, io, moscerino, di mettere minimamente in discussione.
E vissero, dunque, tutti felici e contenti…
Indubbiamente. Almeno finché quel coinquilino fastidioso ed ostinato della realtà non ha cominciato a scalfire qua e là, inizialmente quasi senza fare rumore, le mura possenti del mio solidissimo castello di ideali e certezze.
L’intensità e l’entusiasmo della militanza sono all’apice, mi muovo come un pesce nell’acqua più limpida e ricca di plancton che ci sia. E’ il periodo delle occupazioni di edifici non utilizzati del Comune, per rivendicare il diritto alla casa. Siamo anarchici, non comunisti, privilegiamo le iniziative dei singoli, ci organizziamo estemporaneamente, per azioni mordi e fuggi, in piccoli agili gruppi di cani sciolti, senza caratteri stabili, gerarchici, strutturati, inquadrabili nelle tradizionali forme rivoluzionarie della sinistra extraparlamentare tipica degli anni Settanta.
Ed è proprio in questo periodo, a contatto quotidiano e costante con i compagni, che sento entrare folate di un vento strano da fenditure che prima non c’erano: atteggiamenti, parole, azioni, pensieri che mi lasciano un sapore amaro in bocca, nei quali non ritrovo quegli ideali in cui mi riconosco. Tuttavia abbozzo e mi lascio vivere fino a che il troppo non stroppia e così, una sera, con le viscere ribaltate dall’incredulità e dalla vergogna, protesto: “Non si ruba ai poveracci!”. Quello lo fanno i ladri, i criminali comuni senza coscienza della propria condizione di oppressi, noi siamo tutt’altro, e io provo ribrezzo a rubare la benzina dalle Pande parcheggiate nei quartieri di periferia; non andiamo mica dai Suv dei signori, con l’antifurto che sveglia tutto il quartiere solo a guardarlo, il macchinone, perché siamo dei vigliacchi e così facce di bronzo da giustificarci dicendoci che non è mica colpa nostra se questi sfigati vogliono continuare a fare gli schiavi del sistema che li sfrutta, che il mito dell’operaio caro alla sinistra marxista è una puttanata, perché sicuramente questi per cui io mi indigno sono degli infami che all’occorrenza allerterebbero subito gli sbirri. Conclusione: non fare la moralista del cazzo.
Dopo il crudo faccia a faccia con siffatta delirante tracotanza, non riesco più fare finta di niente e nel foro del mio cervello inizio a problematizzare quel disagio che mi ha presa e che mi sta facendo sentire sempre più un’estranea.
Sarà che quando si è imboccata una strada, quella giusta, anche a nostra insaputa, poi le cose tutte concorrono a che si prosegua, fatto sta che un evento di natura personale si va ad incuneare in questo già mio rimuginamento, configurandosi come la classica goccia traboccante il vaso.
Tra una cena sociale per raccogliere i soldi per gli avvocati del tal compagno deprivato della sua sacrosanta libertà ed un picchetto sotto il tribunale il giorno dell’interrogatorio con il Gip del tal altro, il mio tanto adorato moroso – perché sì, ho finalmente trovato, dopo lungo peregrinare, il principe dai lunghi capelli dei miei sogni – con mia incredula costernazione mi lascia (momentaneamente, forse, può darsi, vediamo?) per intessere una liason (temporaneamente, magari dura, boh, chissà?) con un’altra compagna, il tutto molto serenamente e cordialmente da parte di entrambi davanti ai miei occhi. Già, perché tanto noi mica proviamo gelosia, malsano sentimento rivelatore di una deprecabile volontà di possesso, figurarsi! Noi ben sappiamo che l’idea di esclusività, la monogamia sono un retaggio del maschilismo e della cultura patriarcale che da tempi immemorabili ha caratterizzato la società, complice la solita Chiesa, che ha diviso le donne in Eva (in quanto liberatesi e decise a soddisfare i propri desideri, puttane del diavolo nonché primigenia causa di corruzione e disordine) o in Madonne (vergini e caste, additate come virtuosi modelli nella misura in cui ignorano i propri bisogni e si castrano nell’aspirazione al piacere). Sì, tutto vero, concordo, sottoscrivo, condivido. Però.
Però non riesco a farmene una ragione; però la giustezza teorica stride con la realtà di quello che provo; però, per quanto mi sforzi di convincermi che lui ha il sacrosanto diritto di viversi i sentimenti in modo libero ed appagante e che l’amore, arcana forza che va e viene seguendo misteriose vie lasciando di sé poco più che un cumulo di polvere, non va confuso con il possesso, io soffro. Terribilmente soffro, mi struggo e piango di rabbia e dolore, se penso a quanto gli ho dato, a quanto ho creduto a quelle sue parole così solenni, che tanto mi hanno illusa di sempiterno legame. Per la qual cosa, quasi quasi sono io quella sbagliata: lui, neanche a parlarne, gode di tacita universale approvazione, mentre il mio bistrattato dolore non trova neppure lo spazio di legittimazione, una pacca sulla spalla o una spalla amica a cui poter affidare le sconfortate lacrime. E per quanto io cerchi di metterla a tacere, dentro una voce grida e si ribella e proprio non riesce a stare zitta e buona. Sono costretta ad ammetterlo: decisamente io non ce la faccio. Non riesco a dividere il mio uomo con la tal compagna, ad equipararlo ad un’esperienza fine a sé stessa alla stregua di un viaggio all’estero, ad amarlo a scadenza programmata come si accende e si spegne un interruttore, per poi passare ad un altro, e poi un altro, e quindi un altro ancora, in un meccanismo che, ben lungi dal liberarmi, mi rende invece consumatrice mio malgrado del prodotto umano maschile che al momento è tagliato per me, in una paradossale eterogenesi dei fini per cui quella mentalità utilitaristica che scambia i fini con i mezzi, così tipica dell’aborrita società borghese, cacciata fuori dalla porta, è rientrata dalla finestra sotto mentite spoglie.
E poiché, quando sono le proprie stesse viscere a sanguinare, la realtà sgretola l’artificio ed il sapiente e benedetto istinto di difesa da il là all’effetto domino, l’urgenza della ferita scuote il mio gingillamento sul pero, il vago disagio fino a poco prima provato acquisisce fisionomia e finalmente accuso e ricuso l’astrattezza, l’apriorismo, l’assolutismo, il dogmatismo, e mi arrabbio per l’uso fatto dei principi dell’anarchia, per me quanto di più nobile attenga all’umano, piegati a foglia di fico all’ombra della quale schivare responsabilità, sfogare pruriti, avallare l’inettitudine. Se la legge positiva e codificata va abbattuta, perché repressiva ed alienante, al suo posto deve vigere la legge della coscienza, ed a questa, come giudice inflessibile, si deve rispondere. E dal momento che anarchia non significa disordine, bensì autogestione, dignità dell’uomo e della sua facoltà pensante e volitiva allo stadio evolutivo più alto, a tale legge, necessariamente limpida e rigorosa, non si trasgredisce e non per timore della pena, ma in quanto degradante la propria natura. Questo ho imparato dalle mie tante letture a riguardo e questo ammiro immensamente dell’anarchismo, a questa nuova umanità tendo, a quella cantata con una vena di malinconia in “Lugano addio”, “Il galeone”, o nel “Cancionero revolucionario” e a quella potentemente dipinta in film quali “Terra e libertà”; ma di tutto questo, nell’ambiente sedicente anarchico di cui faccio parte ora, non trovo neppure l’ombra e neanche di straforo. E così, senza fare troppo rumore, mi sfilo, tolgo il disturbo e chiudo la porta.

Nel ghetto

Con il vessillo rosso nero ancora ben piantato nel cuore e il sedere ancor dolente per la rovinosa caduta dal pero, abbandono le strade luccicanti e cosmopolite del centro e me ne torno nell’oscuro e sommerso, prosaico e buzzurro suburbio da dove sono venuta.
Sono, infatti, cresciuta in un quartiere popolare, una di quelle tante periferie cittadine spuntate come funghi negli anni del famoso boom, ricolma di quel sottoproletariato che la Scuola di Francoforte individuava essere la nuova classe rivoluzionaria, dal momento che l’operaio si era venduto alla lavatrice e all’utilitaria per andare a fare la scampagnata la domenica, e il contadino tutto sommato seguitava a farsi gli affari suoi e delle sue barbabietole.
Per quanto il mio ghetto natale sia, a vedersi, una vetrina volendo anche graziosa, ornato di tanto verde e con i palazzi -oni in lunghezza anziché in altezza (l’amministrazione rossa comunale è adepta della magia secondo cui qualche area verde e le case a non più di cinque piani costituiscano l’antidoto ad un monte di problemi di natura sociale), rimane comunque ciò che si definisce un quartiere difficile, dove imperversavano – parlo degli anni a me contemporanei e subito antecedenti -, regine e signore, microcriminalità ed eroina. E lì, tra le strade del mio piccolo mondo di periferia, ammassato di immigrati meridionali in canottiera e il crocifisso d’oro annegato nei villosi petti, di furono contadini con la gallina sul balcone e le vecchie col grembiule e il fazzoletto sulla testa, espulsi dalle  campagne causa riforma agraria ed industrializzazione, e spettri di eroinomani sopravvissuti al genocidio generazionale per overdose o HIV, c’è un luogo dagli autoctoni conosciuto come il Locale.
Il Locale lo ricordo da sempre, da quando ero una bimba con i codini che, passandovi davanti, provava un brivido di paura sbirciando quelle vetrine oscurate piene di disegni strani, il cui significato mi giungeva misteriosissimo. E’ un misto un po’ singolare tra un pub, un bar, un’osteria e un circolo socio-culturale ed è gestito da uno del quartiere, che lo ha aperto dopo essere uscito dal carcere, dove era entrato come criminale comune e da dove venne fuori un compagno con i controfiocchi, di quelli duri e puri, integerrimi, come voleva la scuola politica che i detenuti politici tenevano allora nelle patrie galere, affinché i comuni, prendendo coscienza di classe, si trasformassero in rivoluzionari. Costui, uomo di generosità ed onestà al limite del parossismo, era dedito a tre cose: le donne, particolarità che gli causò più guai di quelli con la legge, la birra, altra fonte di grane, specie dalle quattro del mattino in avanti, e la causa, nella quale si profondeva con passione e tenacia indomite.
Il Locale è frequentato da compagni, ma anche da tanti personaggi del quartiere, più o meno malavitosi, più o meno ex tossicomani e così, mentre un mondo stava ad un tavolo tutto intento a discutere faccende importantissime per il futuro delle classi lavoratrici e subalterne, l’altro, al tavolo dietro, tra un asso di briscola e scancheramenti vari, di sottecchi un orecchio pur lo aguzzava e, sotto sotto, “non dicono poi mica delle boiate quelli lì”: si era, in fondo, tutti avvolti dalle medesime inquiete e sornione volute di fumo di sigarette masticate tra le labbra e si sa, le mescolanze, nel bene e nel male, fondono le menti e le abitudini…
Io sono in cerca di verità di concretezza, carne, sudore, e pazienza se non parlano la lingua dell’anarchismo, chi se ne frega se sono un’anarchica in un covo di comunisti, anzi, è divertente e corroborante punzecchiarci e alle volte anche sbattere i pugni sul tavolo e mandarsi a quel paese, tanto poi un’ora dopo si è sulla strada, la nostra strada, insieme, dietro lo stesso striscione, a difendere il poliambulatorio di quartiere che vogliono smantellare per accorparlo a quell’altro, “sa, ci sono i tagli”, e poi “il nuovo polo sanitario è all’avanguardia eh! vedeste che macchinari, che struttura!”, peccato che raggiungerlo sia un’impresa per un anziano o un disabile soli, e tanti ce ne sono nel nostro sventurato angolo di mondo.
Mi onoro di fare delle lotte del mio amico marxista leninista le mie lotte; anonime, minute, fisiche, hanno un volto, un nome, quello della signora tetraplegica del palazzone di fianco al supermercato, che se non la si va a mettere a letto noi la notte o si svena o finisce in un istituto, o quello della famiglia di fronte, che è sotto sfratto perché lui è finito in cassa integrazione e con lo stipendio al 50% come si fa ad arrivare alla fine del mese?
Questa è rivoluzione. Il processo parte da qui e cosi è giusto che sia. L’ideale si fa concreto, la prassi e la teoria camminano insieme, l’una inserita nell’ampio respiro dell’altra, l’altra che codifica e guida l’una. Questa è realtà: sdentata, ignorante, sguaiata, disgraziata e sgraziata, mia, quella dove la sorte mi ha dato di venire al mondo, tutta avvolta dall’acre odore della mesta marginalità, nella cui malcerta radice e nel cui aspro frutto si compendiano tutte le contraddizioni della società capitalistico borghese.
Da quaggiù, come appaiono incomprensibili le pose degli intellettualoidi da aperitivo, clarks e giacca a costine, quanto iperuraniche le schiere di studenti fuori sede che pontificano sulla mia città, ma che se li appoggi fuori porta non sanno neppure da che parte girarsi; e quanto si rivelano nient’altro che borghesissimi figli di papà, rampolli delle élites che si dilettano a fare i rivoluzionari con il bancomat in tasca e lo studio legale o la farmacia già avviati ad attenderli al borgo natio una volta stringenti tra le mani il tanto agognato pezzo di carta; e quanta la voglia di mandarli a sbadilare, con i loro atteggiamenti carbonari, elitari, quella spocchiosa mentalità da iniziati, illuminati, che guarda il resto del genere umano con il mignolo alzato, tzè!
Eh sì, pare che stavolta abbia proprio trovato la quadra.
E dunque, poiché la cultura è importante anche se si vive nel dimenticatoio, mi assumo con grande piacere l’onere e l’onore di mettere mano nella babele inestricabile in cui giace quella che dovrebbe essere la biblioteca del Locale, a disposizione, nelle pie intenzioni, degli abitanti del quartiere, i quali, quand’anche avessero per un qualche motivo desiderato prendere in mano un libro, non avrebbero saputo da che parte iniziare a guardare, tanto e tale era il caos che, sovrano, imperava. Così, scartabellando e sistemando da brava certosina, piano piano prende forma una biblioteca degna di questo nome, di cui fa parte il florilegio della letteratura e della stampa socialista, femminista, libertaria, nella quale trova posto, ad esempio, l’opera omnia di Marx, Engels, Lenin e Mao Tse Tung, Bakunin, Emma Goldman, Malatesta e Rosa Luxemburg, la storia dell’Unione Sovietica, della guerra civile di Spagna e della Comune di Parigi, le lettere dal carcere di Gramsci, i numeri di “Lotta Continua” e di “Umanità nova”.
Al Locale veniva spesso un’ex partigiana sull’ottantina, negli anni dei quali vado raccontando dall’indole ancora fiera e coraggiosa, la cui vita era un quadro del Novecento: cresciuta in una cooperativa agricola socialista, di mestiere mondina, impegnata nella lotta clandestina durante il Ventennio, poi, durante la Resistenza, staffetta partigiana, quindi sindacalista e fondatrice della sezione locale dell’UDI (Unione Donne Italiane) e sempre e da sempre bolscevica, come orgogliosamente amava definirsi.
Per dare un’idea della tempra dell’anziana signora: erano i giorni della storica svolta della Bolognina, quando, dopo il crollo dell’URSS, il PCI divenne PDS, e la nostra, dopo una lacerante discussione in sezione tra i novatores ed i fedeli alla linea, risolse, stufa di tanto inutile parlare, di prendere su e andare a dare personalmente il suo avere a “quel tricheco di Occhetto”, con tanto di zanetta roteata davanti al suo imbarazzato naso di alunno negligente redarguito dalla maestra. Perché come si permetteva lui, smorto signor nessuno sbucato come un fungo dopo la tempesta, di decretare la morte per opportunità storica e, già che c’era, di celebrare le esequie del glorioso Partito, identificato nelle mie terre con la madre ed il padre, la patria, Dio, nonché bocca della verità e sola via alla giustizia, all’uguaglianza, alla felicità? Quel Partito in nome del quale suo padre, suo fratello, innumerevoli suoi amici e conoscenti erano stati ripetutamente picchiati per poi morire ammazzati, e altrettanti altri, lei in primis, tra torture, botte, carcere e deportazioni, lotte e clandestinità, vi avevano dedicato l’intera vita, spendendosi senza riserve con fideistica devozione, ciecamente credendo che il sole del glorioso avvenire stesse per sorgere da un momento all’altro? E ora quest’omino con il maglioncino in pendant all’occhio da triglia, con in mano le sue carte uscite da un ufficio di palazzo, le dice che no, non è più cosa, quel sole lì non sorgerà mica più, che i nuovi amici sono i nemici di un minuto fa, che per sopravvivere alla storia è necessario evolversi, e il mercato non è poi così cattivo, e com’è carina e giusta la società borghese…Povera la mia mondina combattente! Che ne poteva sapere lei, di Hegel, della dialettica della storia per la quale il cambiamento di paradigma è implicito nella dinamica tesi/antitesi/sintesi? Cosa ne sapeva lei che la sua religione non era trascendente, ma immanente, e perciò stesso soggetta al mutamento, all’adattamento nel flusso del divenire? Lei sapeva solo che quell’asettico funzionario non aveva nessun diritto di ucciderle il suo mondo, e tutt’intorno, nell’aula dell’assemblea, gli astanti, confusi, si guardavano la punta delle scarpe, qualcuno sommessamente cercando di ridurla alla ragione, ma nessuno si è permesso di affrontarla di petto, di fermarla, perché tutti la conoscevano, e sapevano che la Capitana era una tosta, erano cresciuti sentendone parlare ed era per tutti un modello, un’eroina.
Ma poi, dal giorno dopo, in sezione, sì certo, la valorosa compagna, ma gli sguardi sono bassi, le parole a mezz’aria, e l’aria tesa, carica di rimprovero: il Partito ha sempre ragione, è l’individuo a sbagliare, non gliel’avevano forse insegnato? E il Partito, quello vecchio ma nuovo, ne aveva sanzionato, in ordine, la marginalizzazione, l’ostracismo e la condanna, lei vivente, alla damnatio memoriae: non uno straccio di funzionario, neppure l’ultimo dei consiglieri di quartiere, letteralmente nessuno, se non qualche amico del Locale e i radi parenti, a renderle l’estremo saluto quella mattina al cimitero; non un misero trafiletto sull’Unità o sul giornale cittadino che tracciasse la fulgida parabola dell’eroica partigiana. Salvo poi, a corpo ancora caldo, fiondarsi come avvoltoi sulle sue memorie, per farne l’ennesimo santino da distribuire alle feste comandate. Ma, avendo il figlio comunicato ai dolenti compagni che la cara estinta aveva affidato le sue carte a una giovine e tanto affezionata laureanda in storia, con mia imperitura soddisfazione seguita da vibrante pernacchione, l’hanno, come si usa dire dalle mie parti, presa nel bisacchino.
Già, perché, per quanto da anarchica non mi entusiasmassero quelle immagini che la ritraevano con il sorriso a quarantadue denti insieme alle altre mondine, con la mise da zdoure emiliane sulla Piazza Rossa, o raggiante accanto a Nilde Iotti al congresso dell’UDI, per quanto Stalin, il suo sospirato paladino baffuto, per me fosse un maledetto sanguinario, vieppiù traditore della causa della rivoluzione, da storica comprendevo che era stata figlia del suo tempo e mi opposi a che la storia di questa donna, grondante la Storia del Novecento da tutti i pori, finisse nel dimenticatoio. Perciò, ne raccolsi i documenti, le foto, i riconoscimenti istituzionali, i diari, la corrispondenza tenuta con i sindaci dei Comuni urbani e suburbani del PCI, con Giuseppe Massarenti e i dirigenti locali del partito, sbobinai svariate ore di interviste e, sistemato tutto il materiale in ordine cronologico, ne venne fuori una biografia, edita dal Locale stesso, il cui legame con la Capitana era conficcato nei mattoni e impresso nei muri.
Il volume incontrò il favore e l’entusiasmo dei tanti enti cui, al solo sentire la parola “partigiano”, spunta la lacrima. Le presentazioni nelle biblioteche, nei comuni, nei quartieri, nei circoli culturali, in alcune Università, specie in concomitanza delle liturgie laiche del 25 aprile o del 1 maggio, erano oramai un’abitudine. Questo bazzicare l’Istituzione mi fece entrare, per la prima volta, a più stretto contatto con la politica ufficiale e, en passant, da parte di qualche funzionario locale o ex partigiano mi venivano volte esortazioni a uscire dall’enclave dei don Chisciotte di periferia, pura quanto si vuole, sì, ma residuale e priva di incisività nell’agone politico che conta, per profondere i miei servigi in indovinabili partiti presenti nell’arco parlamentare; cosa che, tra l’altro, mi avrebbe dato l’opportunità di crescere e di intraprendere una carriera: d’altronde, poi, si sa che pecunianon olet.
Ma come può un inselvatichito soldataccio delle retrovie, dico io, imparare l’untuoso, ambiguo bon ton del palazzo, la scaltra arte della mediazione, del tatticismo e dell’opportunismo?  Meglio di no, grazie dell’offerta, ma non chiedetemi di togliermi gli anfibi per il décolleté, rischierei di inciampare rovinosamente mentre arranco a passi decisi verso la telecamera; meglio rimanere nella bettola fumosa, dove i piedi non staranno mai in scarpe troppo strette, ed è noto quanto sia importante che i piedi stiano comodi.
Oh, questa volta vissero dunque tutti felici e contenti, no? No, mio malgrado, in verità, proprio no.
Perché avviene che, benché non accada nulla, tutto succede.
Il solito, scomodo inquilino che ha nome realtà a questo giro non si limita a mettermi sotto il naso una qualche nota stonata in un’armonia che pur rimane gradevole all’orecchio, no, cala l’asso di briscola ed è la sostanza stessa che viene colpita al cuore. La terra sotto i succitati piedi così comodi negli accoglienti anfibi inizia a traballare, le scosse si fanno via via sempre più violente, le fenditure diventano squarci, poi la voragine, netta, un baratro; e allora, inevitabilmente, o di qua o di là, perché non si può stare a gambe spalancate sopra l’orlo dell’abisso. E tutto questo, gratta gratta, per nessun altro motivo se non che ciò che non è vero, ossia che non abita nella dimora dello scomodo inquilino, pur con tutta la più buona volontà e i più nobili sentimenti degli uomini più eccelsi che mai abbiano calcato il suolo terrestre, molto naturalmente non dura. Semplicemente questo.
Mentre gli anni passavano veloci sul mio corpo e sulla mia testa, la Storia, imponente monumento cui seguito a fare visita, un bel momento, forse stanca di quella discepola dalla dura cervice, decide di vuotare il sacco e più o meno questo è quel che, a muso duro, mi dice: “La rivoluzione? Ancora? Non mi volete proprio dare un po’ di tregua, voi umani, con le vostre idee balzane, vero? Vorrei sapere cos’è questa smania che vi ha preso, dagli ultimi trecento anni a questa parte, di voler rimescolare sempre tutto; e ogni popolo vuole la sua di rivoluzione, eh, ci mancherebbe! E prima gli inglesi, poi gli americani, e i francesi… Signùr, i francesi, che casino infernale mi hanno combinato quelli! Io sono ancora qui, dopo vent’anni, dalla notte in cui il muro nel cuore d’Europa venne preso a picconate, a cercare di riprendermi dall’ultima della serie, quella russa, che, come quelle prima di lei, doveva risolvere una buona volta i problemi dell’umanità, e voi, zucconi, niente, sempre lì, imperterriti a rimestare continuamente nello stesso pentolone. E non mi tirare fuori la litania dei passi in avanti e del progresso, per favore! Certo che i tuoi hanno davvero buttato via i soldi, se, dopo tutti questi anni di frequentazione con la sottoscritta, ancora non hai capito che è soltanto una favola, e neppure a lieto fine. Voi homo sapiens mi sembrate come il criceto che corre corre sulla sua ruotina inchiodata alla gabbia e chissà, porello, nella sua testa, dove crede di stare andando. Possibile che tu non abbia notato che è la sola forma a mutare, ma che la sostanza, la vostra, e quella che pervade tutto il mondo naturale non cambia di una virgola? Davvero credi che il dare un nome nuovo alle cose vecchie permetterà di sanare le miserie dei cuori umani e della materia? Insomma, vai dicendo da sempre che mi consideri la tua maestra, che mi hai scelta come guida, sebbene non ti dia da mangiare, perché tramite me puoi capire come va il mondo. E allora su, invece di piegarmi ai desiderata che hai nel cervello, guardami con occhio attento, con mente libera, lascia da parte le interpretazioni che di me ti hanno dato i tuoi consimili con la sfregola dei rovesciamenti e impara, ma impara davvero, secondo parola: impara da ciò che è vero”.
E che cosa è vero? Che c’è un madornale sbaglio nelle fondamenta che inficia tutta l’imponente costruzione della mia Weltanschauung, dalla teoria alla prassi, dal metodo di analisi alla ricerca delle soluzioni, ed è quel granchio collettivo, quell’abbaglio generale per cui la radice del male, nelle sue varie declinazioni sociali (ingiustizia, violenza, disuguaglianza, povertà et alia) affonda in determinate condizioni politico-sociali-educative-economiche. E invece no, e magari fosse così, perché quel che è vero è molto più indigesto, perché questa chiave di lettura confonde la causa con l’effetto, perché la mala pianta non è fuori, ma dentro, nella matrice cellulare dell’esistenza, è parte integrante e costitutiva della stessa natura umana, della natura della materia, della natura dell’essere per come è su questa terra. Ebbene, ne consegue logicamente che quella fiduciosa ontologia positiva, presupposto fondante di ideali quale quello ascrivibile al pensiero socialista in ogni sua versione, così come di tutti quei sistemi teoretici che confidano nella possibilità per la specie umana di evolvere in senso qualitativamente positivo, cede il posto ad una negativa, ben più greve e paralizzante, poiché hai voglia ad escogitare mondi migliori, quando i destinatari non sono in grado di abitarli, e questo né ora, né mai.
Questa presa d’atto, di per sé stessa, è condizione sufficiente, ad avere un minimo di onestà intellettuale, per far immantinente e miseramente crollare tutto il castello già sopravvissuto al primo assedio; castello creduto tanto solido, ma in realtà fatto di sabbia, costruito sulla sabbia, e sabbia e polvere, di tanto, rimane tra le mani, che scivola via come nulla fosse, di tra le dita.
Nonostante ciò, continuo a rimanere dove sono: vuoi perché è doloroso e ci vuole un gran coraggio a destrutturare la forma mentis di una vita intera, a guardare negli occhi gli amici, i compagni di sempre, ai quali mi lega un affetto e un senso di appartenenza e di comunanza capace di sostituire la famiglia che non avevo e che non riuscivo a mettere insieme (perché due zoppi non fanno un uomo sano, ma uno zoppo grande), e dire loro che non ci credevo più, vuoi perché non avrei proprio saputo dove altro andare.
D’altronde, come avrei potuto persuadere d’emblée il vecchio soldataccio, dopo una vita passata in trincea per cambiare questo brutto mondaccio cane, a deporre le armi, togliersi gli anfibi, darsi una bella ripulita, ché abbiamo scherzato, e a lasciarsi congedare sine die per ritirarsi nel suo uovo e vestire i panni della donna moderna, tutta carriera ed eventi mondani in locations very trendy,trainings autogeni, shiatsu, ayurveda,yoga, fitness, wellness, mindfulnesset similia in un tripudio di pastrocchi che dall’India, passando per il Giappone ed il Tibet, giunge fino alle limbiche lande della Bassa, mantecato con anglofonismi che fanno tanto in? O, in alternativa, suggerirgli di mettere su il pelo di adeguarsi pedissequamente al fato del “produci, consuma, crepa”, icastico trittico coniato negli oramai remoti anni Ottanta da Giovanni Lindo&c, seduti sulle rive del grande fiume con la testa a Berlino ed il cuore a Mosca, che mirabilmente descrive l’orizzonte esistenziale del consimile secondo il dogma corrente? “Carini, usate pure ombretti, ciprie e tinte: puzzate tutti di morte”: fotografia della realtà tradotta in versi dal vate Baudelaire, confittasi nell’animo alla prima adolescenziale lettura, che mi aveva tenuta al riparo dalle malie di queste nostre sinuose sirene fatue ed edonistiche. Nel mio angolo di mondo, almeno, ancora ritrovavo un residuale rifugio in cui compartire, nutrirmi, scaldarmi, consolarmi di un’umanità dolente, e nella sua dolenzia bella della sua schietta caducità, languente della sua casuale fatalità, calda della sua carne fragile e palpitante.
Poi, un mattino d’estate, accade quel che non ti aspetti quando ancora il due è la prima cifra della propria età.

La morte dell’amore

La morte, furtiva e straniera, irrompe nella mia vita e si porta via, nel giro di una manciata di ore, l’uomo che amavo, colui con il quale carezzavo il per noi proibito sogno, che temevamo quasi di pronunciare per non sciuparlo, di una famiglia, magari dei bambini, la fatica del lavoro, anche la follia del mutuo, l’albero di Natale con le lucine ed i piatti con i fiorellini blu ereditati dalla nonna.
Troppo tardi per la spensierata gioventù, troppo presto per la quieta vecchiaia, rimango attonita ed annichilita nel guado, insieme alla mia sorda disperazione e al mio ventre maturo, così bisognoso di vita e così desolato, ululando per lunghi mesi a un cielo lontano il mio furioso, straziato “perché?”. Perché almeno quello, nella tragedia che aveva diviso in un prima e in un dopo la mia vita ci doveva essere, per forza, e io avevo urgenza di scorgerlo, per potermici aggrappare, come il naufrago al legno, per non impazzire di dolore, per non lasciarmi morire di inedia, per placare quel maledetto spasimo che mi torceva le viscere. Ma il cielo continuava ad essere crudelmente bello e lontano. E la terra, nelle parole della psicoterapeuta, nei gesti degli amici, che fanno quanto possono per tenermi con il naso sopra il livello dell’acqua, in ciò che penetra nei pori della pelle portato dall’aria, mi dice che il perché è inutile cercarlo: “Se anche ci fosse mai, tu non puoi conoscerlo. Il senso della vita è la vita in sé; ogni passo oltre è un azzardo, un inoltrarsi in un terreno che non si sa neppure se sia tracciato, in una chimera magari consolatoria, ma molto probabilmente illusoria, mendace. Dio forse c’è, forse no, non si sa e non si può sapere; meglio non arrovellarcisi troppo e fare con quel che si ha: la propria finitudine, la propria miseria, ma anche grandezza, che sta nell’intelligenza, che sta nell’etica, che prescindono, che sono valori assoluti senza bisogno di Assoluto, che sono buoni e giusti senza presupporre un sommamente Buono e Giusto, che sono in sé senza necessità dell’Essere”. E’ l’epochè. E’ la maledizione della modernità. E’ Kant, lo filosofo dell’evo nostro.
E però, a lungo andare, quel Kant che, mentre raccomanda di coltivare la legge morale dentro di sé, rinchiude il trascendente in una misteriosa scatola ermeticamente chiusa, finisce per assomigliare sempre più al povero Sisifo: perché, in fondo, a chi giova l’onerosa coltivazione di tanto delicato fiore nel foro della propria coscienza, quando là fuori imperversano i barbari, che vivono benissimo pisciandoci copiosamente sopra in goliardica compagnia, peggio dei cani del medesimo rione, tutti accaniti sullo stesso brandello di muretto? E, soprattutto, se non si sa neppure in quale terreno, che deve essere fertile e materno, piantare il seme della preziosa pianticella, affinché possa crescere, fortificarsi e finalmente fruttare? Non è, dati i presupposti, forse più saggio, unirsi all’allegra ciurma e godersi il godibile, senza massacrare di pippe una già grama esistenza, giocata alla cieca tra uno sghetto e una sfiga, a discrezione della dea bendata?
“Ma no”, dice la dottoressa del pozzo nero – novella casta sacerdotale, Pizia nota prendente con taccuino – “no, perché la salute psichica passa anche attraverso la formazione di un codice morale, indice di maturità ed aderenza alla realtà”, a patto, comunque, che non entri in rotta di collisione con il sacro principio del sano egoismo, pena un corollario di autocastrazioni premonitore di nevrosi e patologie di graduata entità. Ergo, il piano terapeutico per godere di una vita felice è prescritto secondo la seguente posologia: una pastiglia di fare di sé il centro, l’origine e la fine e due di rincorrere esperienze piacevoli e creative; trenta gocce di circondarsi di gente positiva e quindici di mantenersi libera, possibilmente niente figli (la misura di dolore sulla terra è già colma, non v’è bisogno di andarla ad alimentare), compagno sì, finché dura, ma mica impegolarsi nel ginepraio del matrimonio, peraltro istituto che nulla ha a che vedere con l’amore.
Come ha ragione la dottoressa. Com’è tutto chiaro quando lei mi spiega, dipanandone il groviglio, il perché e il per come dei miei crucci; peccato però che la consapevolezza stazioni nella testa, senza trasformarsi in sangue da fare scorrere nelle vene: insomma, ancora una volta lei, la malefica astrattezza.
E così, oramai vecchi e stantii, quelli, i crucci, ogni sera, fermatasi la girandola di voci, colori, impegni e distrazioni, sbucano fuori dal pozzo e il mio chiamarli per nome non mi rende meno impotente; e allora, che stiano pure lì, mentre io, girando e rigirando attorno al mio ombelico, dentro ad un eterno presente che intanto scorre e tutto inghiotte, sto alla finestra a lasciarmi vivere, e la clessidra, zitta zitta, lascia cadere i suoi grani uno dopo l’altro.

Occidentali’s Karma

Ora, giacché ogni creatura senziente sradicata è affetta da sindrome dell’erba del vicino (che è sicuramente più verde della propria) ed è pedissequa dei refoli di vento del suo tempo, non mi sono certo potuta esimere dal mettere il naso anche in Oriente, quel lontano universo così ammantato di una misurata e dignitosa imperturbabilità che tanti miei amici e conoscenti aveva affascinato, per vedere quali perle di saggezza e verità vi si celassero e sconosciute al mio rinsecchito Occidente, che presumevo di conoscere oramai abbondantemente.
Ed ecco, al netto di quel che vi ho scorto, proprio non sono riuscita ad inventarmi una nuova identità, una nuova testa, un nuovo DNA così, su due piedi. Quelle impronunciabili parole sanscrite, cinesi, tibetane che mi sforzavo di memorizzare, indicantemi tutto un vastissimo mondo che, a voler essere coscienziosi, avrei impiegato quattro vite ottuagenarie a conoscere ad un livello discreto, al di là della loro significazione, mi dicono che veniamo da due pianeti troppo distanti per un corso accelerato di filosofie orientali per corrispondenza. Sono i loro stessi suoni, che pur mi arrivano dolci e morbidi, a tenermi a rispettosa e debita distanza: non richiamano nulla di noto, dove invece la lingua è madre, nonna, ava, e risuona nelle cavità antrali del cuore.
Sebbene avessi dimenticato pressoché tutto dei miei studi classici, mi si doveva era impresso nella mente che cultura deriva dal verbo latino “colo”, coltivare; quindi, per definizione, qualcosa che cresce lentamente e dà frutto nel tempo, attraverso la paziente fatica e la costante dedizione degli uomini, qualcosa di consustanziale alla terra, al ciclo delle stagioni, alle stratificazioni che nel corso di innumerevoli anni diventano l’humus in cui far schiudere il seme. E dunque, conscia di ciò, come faccio a servirmi dei mondi altrui come di prodotti atti all’uopo in bella mostra sugli scaffali del grande supermercato delle religioni e delle culture, fruibili a seconda delle esigenze? “Venghino, siori, venghino: mal di schiena?  La posizione della tigre, un vero toccasana! Ansia? I cinque tibetani ogni mattino e il relax è assicurato! Crisi d’identità e/o esistenziale? Per ritrovare la connessione con l’energia cosmica, sedersi al  sitar e intonare ripetutamente il potente mantra ‘Om namaha Shivaya’!” – che poi vuol dire “Fiat voluntas tua, Dive”, che lo diceva tua nonna e prima di lei sua nonna e via così per più o meno mille e settecento anni indietro; ma se è cattolico, in latino poi, fa ribrezzo, se è in sanscrito, detto, anziché con mani giunte in ginocchio, nella posizione del loto con tanto di pallino rosso sulla fronte, beh, è tutto molto più fico.
Su, siamo seri! Se fossi nel sadhu secco come un chiodo che vive da trent’anni sul cocuzzolo del monte in silenziosa solitudine, per il quale lo Yoga è una sorta di atto liturgico che lo unisce alle molteplici manifestazioni del divino, a vedere la signora cicalecciosa e complessata comprare la merce stoccata che fa al caso suo senza la benché minima cognizione di causa di quanto stia realmente facendo, perderei all’istante le staffe e farei come Gesù nel tempio, offeso e indignato assai.
Ma capisco che questa è una reazione molto poco da asceta indù e molto da sclerotico occidentale.
Appunto. Perché il mio terreno di coltura, ed è un terreno sedimentato in ventotto secoli, si chiama Occidente. Mio, come, beninteso, di un qualsiasi altro europeo, anche se, come direbbe un amico del quartiere, crede di essere uscito dal buco della doccia. Ciò significa che le viscere, il midollo, le ossa, i neuroni, i pori della pelle, tutto l’organismo fin nel nucleo delle cellule è stato nutrito da quella terra, e Lucia o Andrea si facciano pur chiamare tutti ispirati con il nome spirituale di Moksha o Divayam, che, tanto, sempre lux e aner sono lo stampo che li ha forgiati.
Ragioni per cui, rispettosamente mi inchino, moreorientale, chiudo il libro di Paramahansa Yogananda, saluto augurando felice raggiungimento del Nirvana e torno nel mio caotico Samsara ad casum solis.

Let me google that for you

Orbene, riassumendo: avanti, fatto; dentro, pure; a sinistra, destra, fuori, idem. Quale direzione manca? Quella esclusa a priori, tanto è arcinoto essere la peggiore e di cui sarebbe anche ora vergognarsi. Sennonché, a forza di vedere tutti quegli stranieri con i quali lavoro, giunti sull’italico suolo dalle più disparate parti del globo, così attaccati e fieri delle loro culture, a voler poi mettere un microbico puntino sulla i non così più evolute della nostra (ma lo si dica piano piano, mi raccomando), mi è balenato nella testa che il seppellire la propria, la quale magari qualcosa di buono ce l’ha pure lei, sotto quintali di letame forse forse non è proprio il massimo della saggezza.
Ebbene, vivaddio, coraggio: indietro.
Il cerchio, che aveva preso un largo così lungo, comincia a chiudersi esattamente da dove era partito, da quella radice da cui l’Occidente mio padre prese origine e di cui, per Grazia, non ero totalmente ignara. Questo, e solo questo substrato, silente e dormiente, ma evidentemente sedimentato in qualche recondito angolo della mia memoria profonda, mi ha permesso di poter imboccare la direzione per muovere i primi passi sul sentiero che conduce a casa, quella casa di cui noi apolidi contemporanei siamo ignari, e perciò foglie fragili che roteano a caso nella grande tempesta dell’esistenza.
Dopo tanti, tanti anni, eccomi dunque a riprendere in mano il vecchio impolverato dizionario di greco su cui mi sono consumata gli occhi, tanto i lemmi erano fitti fitti, e la gloriosa grammatica di latino, l’intramontabile tantucciana “Urbis et orbis lingua”, che ha svezzato generazioni di italici imberbi all’atavico idioma, logorata dalle innumerevoli ore di sudato studio giovanile. Eccomi sorprendermi a concordare con il Seneca che riflette sul tempo o ad empatizzare con il disperato Catullo ed il suo foedus tradito o, ancora, a transumanare nel mondo dell’aldilà, conquistata dagli immortali versi di un riscoperto, sconfinato Dante. Ecco aprirmisi le porte del tempo, capire tutto d’un tratto che i secoli di ieri e di ieri l’altro, ben lungi dal risolversi in curiosi pezzi da museo, sono invece tutt’ora in qualche modo presenti e viventi, quindi constatare che su di essi tutti noi ancora oggi inevitabilmente poggiamo e ci sosteniamo, come rami giovani di un millenario, nerboruto albero, le cui lunghe e nodose radici nascoste sotto la terra sono la conditio sine qua non della nostra sussistenza. Eccomi scoprire che “nuovo” non fa necessariamente rima con “bello” e “giusto” e, specularmente, che “vecchio” non è per forza sinonimo di “brutto” e “sbagliato”. Eccomi, in definitiva, accorgermi che quell’Occidente che credevo di conoscere è molto, ma molto più vasto del prato recintato con il quale lo facevo coincidere. Lancio lo sguardo oltre lo steccato e un’evidenza, subitanea, fa capolino: qualsiasi cosa io vada cercando, quel qualcosa parla in lingua latina.
E, dal momento che chi cerca prima o poi trova, un bel giorno, quello che covavo nell’animo si incontra con la realtà esterna. Ricordo bene: era l’estate del 2013, un pomeriggio di pigra uggia interiore, di quelli ciondolanti, consumati a svolazzare distrattamente sui più svariati argomenti dalla grande finestra sul mondo internettiana, e, per caso, come si usa dire, capito nell’archivio del quotidiano “La Repubblica” relativo all’anno 2007. L’occhio mi cade su di un titolo lontano dal mio orizzonte mentale come il giorno dalla notte: “Il Papa liberalizza la Messa in latino”. Orco! Le parole sono così evocative che catturano la mia attenzione. Il Papa? No, non quello bonario e affabile, come ci si aspetta da un latino americano, che ha preso il nome di uno dei pochi santi decenti della storia della Chiesa, ma quello di prima, quello che si è dimesso, suscitando un gran polverone, il teutonico dall’aria professorale, rigido come il suo algido e impacciato sorriso, il cui stesso crucchissimo nome evoca antipatia: Ratzinger. Degli otto anni in cui era stato a capo della Chiesa cattolica ricordavo solo la prima pagina del giornale “Il Manifesto”, che avevo comprato il giorno dopo la sua elezione nel 2005, in cui veniva ritratto bardato di tutto punto con le mani unite in segno di entusiasmo e quel sorrisetto tirato, ovvero il massimo della sua capacità comunicativa ed espressiva, e, a caratteri cubitali, la scritta: “Il pastore tedesco”. Ora, stante che i pastori tedeschi sono, a mio giudizio, creature meravigliose, di questo porporato mi era bastato scorrere la sinossi del cursus honorum stilata dal giornalista per convenire con il giudizio espresso dal medesimo: costui rappresentava la parte più reazionaria, oscura, retriva della Chiesa cattolica. Apposto che fu il timbro di condanna, non mi ero curata essenzialmente più di quel che il germanico pontefice andava dicendo o facendo, eccetto quando combinava disastri diplomatici con le sue infelici uscite stile crociata, o sbisciavano fuori dalle sacre stanze pervertiti e luridi scandali, o (un po’ come avevano fatto tutti) quando i media avevano dato fiato alle trombe per annunciare urbi et orbi la notizia da futuro libro di storia: il Papa aveva detto che, poiché già troppo vecchio e stanco, aveva deciso di licenziarsi, e l’aveva detto in latino, da bravo antipatico, così nessuno ci avrebbe capito niente, tiè.
La Messa in latino, dunque. Mi viene in mente che mia madre, una volta, mi ha raccontato di aver fatto la Prima Comunione in latino, “perché allora i preti facevano tutto così”, ma poi, dal momento che per l’appunto “nessuno ci capiva niente”, negli anni Sessanta, papi, vescovi  e cardinali, per darsi una bella rimodernata, si erano riuniti in un’assemblea plenaria denominata Concilio Vaticano II, in seguito alla quale la lingua del caro, vecchio Cicerone venne archiviata come cimelio a languire sotto la solita impolverata teca e sostituita da quelle “normali”.
Ma dai, stai a vedere che il fine teologo, in astinenza da fasti dei bei tempi andati, aveva portato giù dalla soffitta il baule di anticaglie e le aveva tirate fuori per fare loro prendere aria e tirarle a lucido. Chissà perché poi, che bisogno ce n’era… A questo proposito, l’articolo argomentava di vespai suscitati dalla suddetta iniziativa e di strategie di avvicinamento verso un tal gruppo di preti fondato da un vescovo francese ostinatosi nel non voler svecchiare l’armamentario in dotazione e pertanto scomunicato. No, dico: scomunicato! Però! Quando ci vuole, l’onore delle armi bisogna renderlo: un po’ tocchi, ma stoicamente indomiti e tenaci, questi cattolici! Nel terzo millennio, ancora lì, imperterriti, tutti intenti a disquisire e farsi un monte di problemi dietro a dogmi, eresie, ortodossie ed amenità affini, come ai tempi della Roma tardo antica o di Lutero!
Epperò, questa faccenda della Messa in latino decisamente mi accende il cerino della curiosità: sono pur sempre una storica, e non posso non subire il fascino della scoperta appena fatta. Ma ci rendiamo conto? Vestigia di intatta antichità nel bel mezzo del post moderno, il latino nel pieno della dittatura anglofona, lo scisma nell’età dell’homo laicus tecnologicus! “Chissà se ne diranno una anche nella mia città o limitrofi”, mi chiedo e subito mi metto in ricerca. Sulla banda immacolata della grande G universale digito tre parole: “Messa in latino”. Non so bene cosa mi aspetto di trovare, ma non certo di vedere quel che mi si spalanca davanti agli occhi. Esiste tutto un mondo, di cui ignoro completamente l’esistenza, che di quel rito pare fare il centro dei propri interessi ed attorno al quale sembra girino faccende di vitale importanza. Gli articoli mi suonano dotti, per me complicatissimi, zeppi di locuzioni latine, citazioni di testi sacri e documenti della Chiesa. Pur senza comprendere un granché, avverto che sono di fronte a qualcosa di tremendamente serio, a una poderosa Weltanschauung che affonda in millenni di storia e, nella sua struttura, onnicomprensiva di tutto lo spettro dell’esistente. Lo sconosciuto pianeta in cui sono incappata e che – Dio solo sa perché – mi sta attraendo, è corredato di svariate immagini per lo più ritraenti momenti di quella che ho appena scoperto chiamarsi “Messa in latino” solo come vulgata, ma in realtà essere il “Rito romano tradizionale”. La loro bellezza mi fa lo stesso effetto di un vetrina di un negozio di giocattoli agli occhi di un bambino: il mio animo ne è attirato e subitamente incantato. Quei sacerdoti dalle vesti finemente decorate, girati di spalle, inginocchiati davanti ad altari appoggiati al muro, adornati con candelabri, fiori, crocifissi dorati, la quasi tangibilità dell’effluvio dell’incenso, che si diffonde tutt’intorno, con voluttà, lungo i fasci di luce che irrompono decisi dall’alto, gli abiti, le pose, gli sguardi, i gesti, l’arredamento: tutto mi trasmette una grazia, un incanto, un equilibrio a me sconosciuti, tutto mi rimanda a una solidità, a una dignità talmente statuarie da sembrare quasi essere sottratte al flusso del divenire.
Riavutami dall’impressione e ricordando il motivo per cui sono finita su quello strano pianeta, mi rimetto in ricerca della mia informazione, e, gira e gira, alla fine eccola lì, con tanto di numero di telefono. Di internet mi fido e non mi fido: la realtà virtuale non è la realtà reale. Telefono. Il prete (suppongo) che mi risponde mi conferma i giorni e gli orari scritti sul sito. Ringrazio, riaggancio e, con il cuore in subbuglio e l’emozione a fior di labbra, mi dico: a domenica. A Messa.

[Segue]

http://bit.ly/2zdsEFR
http://bit.ly/2ze5VJV

Un commento a "Storia di un ritorno a casa. Parte prima (1)"

  1. #Paolo   1 Settembre 2019 at 2:51 pm

    Carissima sorella in Cristo, le tue parole, la tua storia sanguinante di passione – cruenta e luminosa nelle piaghe della Sua passione – mi hanno donato lacrime di desolazione per il mio peccato e di immensa gratitudine per i doni che ti furono largiti. Anche io ho vissuto un cammino simile. Sapere che da qualche parte, sconosciuta sorella, vivi credi e ami con questo tuo cuore, è una grazia che nutre e fortifica. Grazie

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