Di Andrea Allegretti

Cenni biografici.

Giovanni Fidanza nacque a Bagnoregio, vicino Viterbo, probabilmente tra il 1217 ed il 1221. Ancora piccolo venne colpito da una grave malattia, dalla quale neppure suo padre Giovanni – medico – sperava di poterlo salvare: la madre Rita però, ottenne la sua guarigione per intercessione di san Francesco d’Assisi, da poco canonizzato (1228). Nel 1243, dopo esser divenuto maestro in artibus a Parigi – dove fu allievo, tra gli altri, di Alessandro di Hales e Giovanni de la Rochelle – entrò nell’Ordine dei Frati Minori, assumendo il nome di Bonaventura; questo il motivo di tale scelta: «Confesso davanti a Dio che la ragione che mi ha fatto amare di più la vita del beato Francesco, è che essa assomiglia alle origini e alla crescita della Chiesa [..]; la religione del beato Francesco non è stata stabilita dalla prudenza degli uomini, ma da Cristo» (Bonaventura, Epistula de tribus quaestionibus ad magistrum innominatum, in Opere di san Bonaventura. Introduzione generale, Città Nuova, Roma 1990, p.29). Divenuto baccelliere in Sacra Teologia nel 1248, dal 1250 iniziò a commentare le Sentenze di Pietro Lombardo. Poi, divenuto dottore nel 1253 – contemporaneamente a Tommaso d’Aquino – ottenne la licentia docendi all’Università di Parigi nel 1257, per volontà di papa Alessandro IV, divenendo così magister theologiae. Nello stesso anno le sue doti spirituali ed intellettuali valsero a Bonaventura la nomina a ministro generale dell’Ordine dei Minori (2 febbraio 1257), carica che mantenne fino al 1274. Il periodo in cui egli ricoprì l’ufficio di ministro generale fu particolarmente difficile per l’Ordine francescano, in quanto molti frati – tra cui Giovanni da Parma, suo predecessore alla guida dell’Ordine – sostenevano l’imminente avvento di una Chiesa spirituale in cui i francescani stessi avrebbero avuto un ruolo decisivo: questi frati abbracciavano dunque la concezione della teologia della storia promossa dall’abate calabrese Gioacchino da Fiore, padre dell’Ordine Florense.
Contrastando dunque i disordini all’interno dell’Ordine, gli sforzi di Bonaventura furono mirati «a collocare i frati in seno alla Chiesa e al suo servizio, cosa che lo spinse ad incoraggiare lo sviluppo degli studi teologici all’interno dell’ordine e ad accettare per i frati funzioni vescovili o di inquisitori, anche se egli stesso rifiutò l’arcivescovato di York che papa Clemente IV voleva affidargli nel 1265» (J. Le Goff, Uomini e donne del Medioevo, p.246; ad accrescere il prestigio di Bonaventura fu la predicazione del Sermo de Sanctissimo Corpore Christi, che egli tenne l’anno precedente, nel 1264, a Orvieto, dinanzi a papa Urbano IV, in occasione dell’istituzione del Corpus Domini: in quel periodo (1262- 1264), Bonaventura era anche priore del convento di san Francesco, sempre ad Orvieto).
Al fine di risanare l’Ordine poi, durante il capitolo generale di Narbona, nel 1260, Bonaventura fece approvare alcune nuove Costituzioni – dette appunto narboniensi – «attraverso cui l’Ordine francescano poté adattarsi ai cambiamenti intervenuti nella Chiesa e nella società, dai tempi del suo fondatore» (J. Le Goff, op.cit., p.246).
Nel 1273, Bonaventura venne nominato cardinale e vescovo titolare di Albano da papa Gregorio X e da lui incaricato di preparare il secondo Concilio ecumenico di Lione del 1274: durante i lavori conciliari,
Bonaventura si batté a favore del canone Religionum diversitatem, il quale difendeva gli ordini mendicanti dagli attacchi del clero secolare (fu proprio grazie ai suoi sforzi che, nel corso della storia, tali ordini sfuggirono alle soppressioni). Il 20 maggio dello stesso anno, dopo diciassette anni, Bonaventura si dimise da ministro generale dell’Ordine francescano e, dopo aver ottenuto dai cristiani Greci il riconoscimento dell’autorità papale (uno dei motivi della convocazione del Lione II), morì nella notte tra il 13 e il 14 luglio, dopo alcuni giorni di malattia: il suo corpo venne solennemente seppellito nel convento francescano di Lione.
Subito dopo la morte, la sua memoria venne oscurata dalle accuse mossegli da alcuni francescani – detti “spirituali” –, i quali lo rimproverarono di aver tradito la paupertas tanto predicata da san Francesco: queste accuse impedirono a Bonaventura una celere canonizzazione, avvenuta solo nel 1482 per opera del papa francescano Sisto IV. Nel 1588 poi, Bonaventura fu proclamato Dottore della Chiesa da un altro papa francescano, Sisto V, con il titolo di Doctor Seraphicus.
Pochi anni dopo la sua morte, Bonaventura fu così descritto da un anonimo notaio pontificio: «Uomo buono, affabile, pio e misericordioso, colmo di virtù, amato da Dio e dagli uomini […]. Dio gli aveva donato una
tale grazia, che tutti coloro che lo vedevano erano pervasi da un amore che il cuore non poteva celare» (A. Vauchez, Storia dei santi e della santità cristiana. Vol. VI, Hachette, Milano 1991, p.91).

Opere.

La produzione letteraria di Bonaventura, per via della sua vastità quantitativa e argomentativa, è divisibile in tre raggruppamenti: le opere teologiche, relative alla docenza universitaria a Parigi, quelle spirituali ed infine quelle francescane, destinate al governo dell’Ordine minoritico, redatte nel periodo in cui ne era ministro generale.
Le opere teologico-filosofiche furono composte a partire dal 1250, anno in cui Bonaventura ottenne il grado di baccelliere in sacra teologia. Uno tra gli scritti più importanti in questo periodo è il commentarium ai quattro libri delle Sentenze di Pietro Lombardo (Commentaria in quattuor libros sententiarum Magistri Petri Lombardi, 1250- 1252). Vi sono poi il De scientia Christi et mysterio Trinitatis (1254-1255), le Quaestiones Disputatae (un abbozzo di somma teologica, 1257), il Breviloquium (in cui Bonaventura dimostra come la verità della Sacra Scrittura provenga da Dio ed a Lui conduca, 1257) e il De reductione artium ad theologiam (1257). La sua ultima opera teologica infine, furono le Collationes in Hexaemeron (un commento sui sei giorni della creazione – di chiara ispirazione agostiniana –, incentrato sul tema dell’uomo a immagine di Dio e sul primato della volontà sull’intelletto, 1273).
Le opere a carattere spirituale sono costituite per lo più da piccoli opuscoli, aventi come tema fondamentale il cammino di adesione e conformazione a Cristo: De triplice via (considerata la somma bonaventuriana di teologia mistica), Vitis mystica, Lignum vitae, Soliloquium (tutti redatti tra il 1259 e il 1269).
L’opera spirituale più conosciuta di Bonaventura però, è senza dubbio l’Itinerarium mentis in Deum, composto dopo un soggiorno a La Verna, nel 1259. Nell’opera, in cui l’uomo è considerato viator – ovvero pellegrino verso la Gerusalemme celeste, e dunque verso Dio (Cfr. C. Vasoli, L’itinerarium nel pensiero di san Bonaventura e nella filosofia del suo tempo, in Atti del “Symposium” sull’Itinerarium di Bonaventura, Studi Francescani 85, 1998, pp.249-261) –, Bonaventura delinea le tre tappe per le quali l’uomo si “muove” dalle cose terrene a Dio: la prima tappa considera ciò che è esterno a lui, la seconda ciò che è dentro di lui ed infine la terza ciò che è superiore a lui («È necessario che prima consideriamo gli oggetti corporei, temporali e fuori di noi […]. È necessario poi rientrare in noi stessi, perché la nostra mente è immagine di Dio, immortale e spirituale […]. Infine, occorre elevarci a ciò che è eterno, spiritualissimo e sopra di noi, aprendoci al primo principio, e questo dona gioia nella conoscenza di Dio», Bonaventura, Itinerarium, Bompiani, Milano 2010, p.51ss). In questo modo,
«l’itinerario della mens a Dio si articola secondo un duplice movimento – da ciò che è inferiore a ciò che è superiore, e da ciò che è esterno a ciò che è interno – espresso rispettivamente dalle nozioni di ascensus e di intrare in seipsum» (M. Letterio, Introduzione, in Bonaventura, Itinerarium, p.10).
Le opere francescane racchiudono gli scritti di Bonaventura destinati o a difendere l’Ordine dagli attacchi del clero secolare, oppure direttamente alla lettura dei frati stessi: nel primo caso vi sono il De perfectione evangelica, il De paupertate Christi e l’Apologia pauperum (tutti composti in un vasto arco di tempo – probabilmente tra il 1257 e il 1274 –, incentrati sull’elogio della povertà quale garante dell’evangelicità degli ordinimendicati).
Tra le opere destinate alla lettura ed alla formazione dei frati francescani invece, vi è la Vita di san Francesco. In occasione del capitolo generale di Narbona, nel 1260, Bonaventura scrisse la Legenda major – seguita poi dalla stesura di una Legenda minor, ad uso liturgico –: in questa biografia del poverello d’Assisi, egli presentò rigorosamente san Francesco come alter Christus, il quale, mediante l’adesione a madonna povertà, si era talmente conformato a Lui fino a riceverne le stimmate – considerate da Bonaventura come il suggello della predilezione di san Francesco agli occhi di Dio –, e conferendo così al suo fondatore un ruolo di particolare eminenza nella storia della Chiesa e del mondo. Nel 1266, la Legenda scritta da Bonaventura – chiamata da allora Vita sancti Francisi –, divenne la biografia “ufficiale” di san Francesco, l’unica ad essere autorizzata dall’Ordine (Cfr. J. Le Goff, op.cit., p.245).


Spiritualità.

Bonaventura da Bagnoregio è da considerarsi un «teologo speculativo di impronta fortemente mistica» (K. Bihlmeyer – H. Tüchle, Storia della Chiesa. Il Medioevo, Morcelliana, Brescia 2007, p.369), «un teologo ispirato, il quale considerò la teologia non come scienza ma come comprensione e approfondimento della fede» (J. Le Goff, op.cit., p.245): la sequela di san Francesco d’Assisi e la formazione agostiniana determinarono di certo, nel Doctor Seraphicus, il suo modo di pensare e di considerare la vita di fede.
«La dottrina di Bonaventura è interessante soprattutto per il suo valore spirituale, tutta la sua opera infatti, è orientata all’unione dell’anima con Dio, e costituisce un grande direttorio tutto rivolto a questo fine» (F. Vandenbroucke, op.cit., p.271): tutte le opere di Bonaventura infatti, hanno un risvolto esistenziale- spirituale, proprio perché mirano all’avvicinamento del cristiano a Dio, origine e fine di tutte le cose create.

Soprattutto in alcuni opuscoli teologici e spirituali, è palese come Bonaventura metta da parte il suo essere pensatore, per lasciar spazio e far emergere il suo essere cristiano, il suo essere alla ricerca di Dio: in tante opere infatti, si rincontra chiaramente la fede di Bonaventura, il suo insaziabile anelare a Cristo, il suo ardente desiderio di conformarsi a Lui seguendo principalmente le orme del poverello d’Assisi.
Alla luce di ciò, diversi sono i caratteri riscontrabili nella spiritualità del Doctor Seraphicus: innanzitutto, Bonaventura mette in risalto la grande desiderabilità dell’Amato, suscitando nell’uomo la bramosia di amarLo perfettamente e immediatamente. Per far ciò, Bonaventura si serve dell’unico mezzo che la pietà francescana conosce: Gesù Cristo. La via percorsa da san Francesco diviene così la via che Bonaventura ha intenzione di insegnare e di percorrere lui stesso.
Altro carattere della spiritualità bonaventuriana è l’ascetica trinitaria: la gran parte degli opuscoli mistici di Bonaventura infatti, sono illuminati dalla luce del mistero trinitario. Così come tre sono le Persone della Trinità, allo stesso modo, per Bonaventura, tre devono essere le tappe del cammino dell’anima a Dio, ognuna corrispondente alle tre fasi già dette in precedenza circa l’Itinerarium: la prima è la tappa purgativa (ovvero la purificazione dell’anima), la seconda è la tappa illuminativa (ovvero la conoscenza delle opere dello spirito e attuarle a discapito di quelle della carne), infine, la terza è la tappa unitiva (ovvero la totale trasformazione in Cristo, l’incondizionata adesione a Lui). Il criterio di adesione a Cristo dunque, risulta essere in Bonaventura la carità perfetta, secondo cui «non si può amare Dio senza amare il prossimo, e non si può amare il prossimo se prima non si ama Dio» (Bonaventura, Commentaria in quattuor libros…, III 27, 7).


Per concludere, punto di arrivo della mistica bonaventuriana è l’incendio d’amore, ovvero l’amore di Dio che infiamma il cuore del cristiano e conquista la sua anima, spogliandosi di tutte le cose terrene e possedendo l’unico indispensabile: Cristo.


«Corri con desiderio vivo a questa Fonte di vita e di luce, chiunque tu sia, anima a Dio devota, e con l’intima forza del cuore esclama: “O decoro inaccessibile del Dio altissimo, o chiarità purissima della luce eterna, o vita che ravvivi ogni vita, o luce che ogni lume illumini e che conservi in perpetuo splendore milioni di luci folgoranti sin dal primo crepuscolo innanzi al trono della tua divinità […]. Ch’io sia portato a Te, o desiderato Gesù, credendoTi finalità di tutte le cose, sperandoTi ed amandoTi con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta l’anima, con tutte le forze. Tu solo mi basti, Tu solo mi salvi, Tu solo sei buono e soave a quelli che Ti cercano e amano il Tuo nome» (Bonaventura, Lignum vitae, 47-48).