[CANZONI DI FEDE E DI CROCIATA] El martes me fusilan

Nota di Radio Spada: Continua la nuova rubrica radiospadista del carissimo Aurelio Martino Sica dedicata ai canti di Fede, Tradizione e Crociata che spero potrà edificare e i nostri lettori. Una maggiore conoscenza dello spirito crociato rientra pienamente nelle finalità di un sito come il nostro: non a caso nel mio articolo dedicato alla nostra quinta giornata di cultura radiospadista del 25 aprile 2019 vi parlavo di “crociata permanente”. Non mi resta quindi che augurarvi buona lettura e buon ascolto. (Piergiorgio Seveso, presidente SQE di Radio Spada)

E’ il 10 Febbraio 1928. José Sanchez del Rio, detto Joselito, terzo di quattro figli, ha 14 anni. E’ tenuto prigioniero in quella stessa chiesa in cui venne battezzato, perché cristero. Lui aveva osato combattere contro lo Stato, persecutore di Santa Romana Chiesa in Messico, quello stesso Stato che, ora, ha reso il tempio di Dio una stalla per cavalli e polli. Lui, infuriato dal sacrilegio, li ammazza tutti. E adesso era stata proclamata la sua condanna. Gli rimane giusto il tempo di scrivere una lettera a sua zia Maria, esortandola al Bene. 

Quella notte i soldati gli scorticarono la pelle della pianta dei piedi con dei chiodi acuminati, costringendolo a passare sul sale. Nel mentre egli piangeva e pregava per i suoi carnefici e per il Messico, rendendo grazie al “Cristo Rey” e alla “Senora de Guadalupe”. Finalmente il martirio tanto atteso: non era “ mai stato così facile guadagnarsi il cielo” come in quel momento (queste le sue parole alla madre, per convincerla a farlo aderire alla rivolta cristera). Ad ogni pugnalata riecheggiava a Sahuayo il grido “Viva Cristo Rey!”. Solo un colpo di fucile poteva metter fine a tanto zelo. 

Questa la storia di uno dei tanti, fulgidi martiri della storia Messicana o, più precisamente, della “guerra cristera”, una serie di eventi succedutisi in seguito all’applicazione, da parte del presidente massone filostatunitense Plutarco Elías Calles, della Costituzione del 1917, estremamente laicista e costrittiva dei diritti e dei beni della Chiesa. Siamo nel 1926 e i dettami statali furono perniciosissimi: venne imposta la chiusura delle scuole cattoliche e dei seminari, l’esproprio delle chiese, lo scioglimento di tutti gli ordini religiosi, l’espulsione dei sacerdoti stranieri e l’imposizione di un “numero chiuso” per quelli messicani, che avevano l’obbligo di obbedire alle autorità civili, il divieto di utilizzare espressioni come: «Se Dio vuole», «a Dio piacendo», il divieto per i presbiteri di portare l’abito talare. In alcuni stati li si costrinse a prendere moglie. Perfino farsi il segno della Croce, in forza dell’articolo 130 della costituzione, era divenuto un reato perseguibile con pene assai severe. Vennero istituite pesantissime pene per i genitori che cercavano di educare i propri figli alla Fede cattolica, divenne obbligatorio frequentare le scuole pubbliche, ove veniva ufficialmente insegnato l’ateismo, e le insegne religiose (medaglie, crocifissi, statue e immagini sacre) furono vietate anche a casa.

Calles, inoltre, impose agli impiegati cattolici di scegliere tra la rinuncia alla propria fede o la perdita del posto di lavoro. In seguito all’applicazione di queste leggi, si registrarono in tutto il Paese attacchi ai fedeli che uscivano da Messa e disordini durante le processioni religiose, spesso incitati dalle autorità civili.

Inoltre – come se non bastasse – il Governo, mentre favoriva la diffusione delle missioni protestanti nordamericane, tentò anche – ma invano, a causa della reazione dei cattolici -, di dar vita a una Chiesa Nazionale separata da Roma, la “Chiesa Apostolica Messicana”. Le violenze poliziesche derivate dalla messa in atto di tali leggi inique non poterono che generare immediatamente la reazione del mondo cattolico, che diede vita a una Lega Nazionale di Difesa della Libertà Religiosa. La sua azione, inizialmente pacifica, coadiuvata dall’Associazione Cattolica della Gioventù Messicana, riuscì a causare un’enorme boicottaggio dei monopoli statali: il motto era “Oración+luto+boycot = victoria”. E così si ebbe la diminuzione del 74% (sic!) della vendita nazionale di tabacco, dell’uso dei mezzi pubblici e d’intrattenimento, come il teatro (dovuto allo stato di lutto), la firma di 2 milioni di abitanti di una petizione diretta allo Stato e il massiccio ritiro dei depositi bancari che causò quasi il fallimento della Banca Nazionale.

I vescovi messicani, nell’intento di protestare contro il governo e proteggere la vita dei sacerdoti e dei fedeli, decisero la sospensione del culto in tutte le chiese del Messico a partire dal primo agosto, giorno dell’entrata in vigore della legge Calles.

 “Deploriamo la guerra, ma la nostra dignità oltraggiata e la nostra fede perseguitata ci obbliga a correre per difenderci sullo stesso campo su cui si sviluppa l’attacco”: i Cristeros, come soprannominati dispregiativamente dai soldati, si prepararono all’azione armata mentre Pio XI, il 18 Novembre 1926, portava all’attenzione delle nazioni le persecuzioni dei cattolici messicani con la lettera enciclica Iniquis Afflictisque.

Il conflitto ha inizio: uomini e donne da tutte le parti si unirono a formare un vero e proprio esercito ribelle composto da giovani, contadini e operai, studenti e impiegati, forte di 12.000 uomini, che aumentarono fino a 25.000 nel 1928 e raggiunsero il numero di 50.000 uomini nel 1929, in un primo momento male armati e più predisposti alla guerriglia, poi meglio dotati ed organizzati grazie al comando dell’ex generale Enrique Gorostieta Velarde. Le bandiere degli insorti recavano il motto ¡Viva Cristo Rey! e l’effigie della Madonna di Guadalupe: era una nuova crociata, era la Cristiada. E come nelle crociate, la consapevolezza e l’elevatura morali e spirituali di quei uomini, cioè la sincera devozione dei ribelli, era tale da portare i capi della Lega ad imporre le seguenti direttive:

  •  Rendere ufficiale e pubblico omaggio al Sacro Cuore di Gesù, unico sovrano della nostra armata e umilmente consacrare a Lui tutto il lavoro della giornata e la vita stessa degli uomini della divisione. 
  •  Non omettere mai, con qualsiasi pretesto, la recita quotidiana del Santo Rosario alla Beata Vergine di Guadalupe, considerare questa osservanza alla stessa stregua del più elevato ordine militare. 
  • Organizzare nei limiti del possibile le truppe in modo da consentirgli la presenza domenicale alla Santa Messa, il sacramento della confessione e la comunione Eucaristica. 
  • Non rinunciare mai alla umile preghiera ed alla contrizione del cuore per garantire la costante presenza divina durante le battaglie.

E ciò si riflette anche nelle organizzazioni paramilitari femminili delle brigate Santa Giovanna d’Arco, formate addirittura da giovani adolescenti.

Tornando al conflitto, il Governo mobilitò le truppe migliori dell’esercito nazionale, inclusa l’aviazione. Cionostante i cristeros inflissero gravi perdite ai federali e aumentarono di numero, passando a controllare e ad amministrare aree sempre più vaste del territorio nazionale, in particolare nella parte centro-meridionale del paese, negli Stati di Durango, Morelia, Jalisco, Zacatecas, Michoacan, Veracruz, Colima e Oaxaca. Fra il 1927 e il 1928 gli insorti sono in grado di affrontare l’esercito federale in vere e proprie battaglie campali, con impiego dell’artiglieria e della cavalleria. Gli aiuti ai combattenti provengono dalla rete creata dalle famiglie, dalle confraternite e dalle organizzazioni di soccorso. Alla fine del 1928 i federali non riescono più a sostenere il peso della guerra civile su tanti fronti e, soprattutto, sembrano stanchi del terrore su vasta scala, che hanno scatenato contro il loro stesso popolo. Di qui, l’epopea: grandi battaglie hanno luogo agli inizi del 1929 (la maggiore è quella di Tepatitlán, nello Stato di Jalisco, il 19 aprile) e il movimento cristero, che conta circa cinquantamila combattenti, è molto vicino alla vittoria.

A questo punto il Governo è costretto a spostarsi su posizioni moderate, vedendo prospettarsi la possibilità della sconfitta totale sul campo di battaglia. Con il nuovo presidente Emilio Portes Gil ebbero inizio incontri diplomatici segreti con gli esponenti della segreteria di Stato vaticana, che portarono alla sottoscrizione affrettata degli “Arreglos”, il 22 Giugno 1929, i quali prevedevano la sospensione delle disposizioni antiecclesiastiche, ad eccezione dell’obbligo di registrazione per i sacerdoti e l’interdizione da ogni attività politica da parte degli ecclesiastici. Il 29 giugno, festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, le chiese di tutto il Messico furono riaperte al culto. I cattolici e la gerarchia ecclesiastica si illusero di aver riacquistato la libertà, ma non andò così. Jean Meyer, uno dei più importanti storici della Cristiada, scrisse: “Ai Cristeros fu detto, dalla notte al giorno, di sospendere la guerra perché il culto sarebbe ripreso, di consegnare le armi e di tornarsene a casa. Molti Cristeros sentirono di essere stati ingannati, traditi e abbandonati. Avevano preso le armi contro una legge persecutoria, contro la quale la Chiesa aveva protestato sospendendo il culto. Erano morti a migliaia e quando avevano raggiunto il loro apogeo, la gerarchia, in accordo con Roma, aveva detto di credere alla buona volontà del presidente che assicurava che lo spirito delle leggi non era persecutorio. In quel momento i Cristeros non capiscono perché ieri la legge era persecutoria e oggi, quella stessa legge, immutata, non lo è più. Si rendono conto che la Chiesa non guadagna nulla dagli accordi e che sarà ingannata. Sono amareggiati, confusi, delusi ma accettano la vergogna della resa, l’umiliazione di riconsegnare le armi ai nemici della fede a cui le avevano strappate una ad una. È un mysterium iniquitatis a cui si sottomettono per obbedienza ai loro pastori

Costretti a cedere le armi, i Cristeros si videro soggetti ad una nuova, spietata, vendicativa persecuzione. I soldati entravano nei villaggi, nelle case, nelle fattorie ed uccidevano senza pietà. Morirono più Cristeros e uomini della Lega dopo gli accordi che durante gli anni di guerra, dal momento che gli “Arreglos” non contenevano nessuna garanzia a salvaguardia dei combattenti. Mentre la Chiesa non recupera la sua libertà e, anzi, continua a essere perseguitata, la repressione nei confronti dei combattenti cristiani continua ininterrottamente, almeno fino agli anni 1940.

Il pontefice Pio XI protestò contro la violazione degli accordi con due lettere encicliche: la “Acerba anima” del 25 settembre 1932 e la “Nos es muy conocida” del 28 marzo 1937. Il Santo Padre rese legittimo il diritto alla rivolta, anche armata, per la difesa della fede, e spronò i cattolici a resistere in ogni modo: “Sarà necessario per i vescovi, per il clero e i laici cattolici continuare a protestare con tutta la loro energia contro tale violazione, utilizzando il mezzo legittimo. Perché anche se queste proteste non hanno alcun effetto su quelli che governano il Paese, saranno efficaci nel convincere il fedele (…) che lo Stato attacca la libertà della Chiesa, alla quale libertà la Chiesa non può mai rinunciare, qualunque sia la violenza dei persecutori“. I Cristeros fra il 1934 e il 1938, scesero nuovamente in campo dando inizio alla Segunda revolución: essa si estese in 15 Stati e contava circa 7500 uomini, ma a poco a poco andò perdendo forza. Alla fine della guerra, coincidente con la resa dell’ultimo capo cristero, Federico Vazquez, dei preti presenti in Messico, circa 4.500, prima del 1926, ne rimasero soli 334 nel 1934. Quasi 4.000 preti furono esiliati o uccisi, oltre a migliaia di cittadini messicani perseguitati, torturati e trucidati. Nel 1935 ben 17 stati messicani non avevano nemmeno un prete nel loro territorio. Le stime parlano di 70/85mila caduti totali.

Cosa ci insegna la Cristiada? Indubbiamente quanto spietati possano essere i servi del Male, al punto da mettere a ferro e fuoco il proprio stesso Paese e trucidare il proprio stesso popolo, pur di secolarizzare le istituzioni. E’ lo scontro tra Modernità (massonica) e società tradizionale Cattolica, ove la prima tenta letteralmente di uccidere la seconda, capendo poi come la migliore strategia non sia il pugno di ferro, ma la mano tesa.

Fonte 1, 2, 3, 4.

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