[GLORIE DELL’EPISCOPATO] Mons. Giuseppe Melas (1901–1970)

di Giuliano Zoroddu

Nato a Guasila il 13 ottobre 1901, venne battezzato il giorno dopo. Entra in Seminario nel 1915. Nel 1926: il 16 luglio consegue la Laurea in Sacra Teologia; il 15 agosto riceve riceve l’Ordinazione Sacerdotale per le mani dell’Arcivescovo di Cagliari Mons. Ernesto Piovella, nella chiesa parrocchiale del paese natale. Dopo un anno come Parroco a Serramanna, Mons. Giuseppe Miglior, vescovo d’Ogliastra lo sceglieva come suo Segreatrio e Cancelliere Vescovile. A questi incarichi va aggiunta la zelante attività di predicazione. Quattro anni dopo è nuovamente a Cagliari. Nel 1934 vi consegue la Laurea in Lettere Antiche. Nel 1935 è Parroco di Senorbì. Nel 1939 entra in Curia con gli incarichi di Cancelliere Arcivescovile, Notaio del Tribunale Ecclesiastico Regionale, Direttore spirituale del Seminario, Direttore diocesano delle Opere Missionarie, Assistente degli Universitari Cattolici, Assistente della Gioventù Cattolica Femminile. Venne parimenti annoverato fra i Canonici del Capitolo Metropolitana.

Finalmente, il 31 gennaio 1947, Pio XII lo elegge Vescovo di Nuoro. Consacrato il 13 aprile a Bonaria da Mons. Piovella assistito dai Monss. Lorenzo Basoli d’Ogliastra e Francesco Cogoni d’Ozieri, prese possesso della Diocesi il 1° giugno. Pio, buono, e al contempo fermo nei principi e nella fede, fu pienamente padre dei poveri e vindice della giustizia. Si mosse per la pacificazione dei paesi e per la cessazione delle faide, convocando attorno a sé i contendenti.

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Nel 1956 accolse il Cardinale Ottaviani venuto per dedicare la nuova chiesa della Madonna delle Grazie. Nel 1967, davanti al Presidente Saragat, in Cattedrale per i funerali del poliziotto G. Bianchi (morto ammazzato) gridò dal profondo del cuore a nome di un territorio martoriato: “Zustissia cherimus” (Vogliamo giustizia).

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In Concilio si ricordano i suoi interventi contro la comunione sotto le due specie, ritenuta “inconveniente … senza alcun vantaggio” (cit. in De Lubac, Quaderni de Concilio, Tomo I, p. 185), contro la concelebrazione, in difesa del Sant’Offizio di fronte alle false accuse del Cardinale Frings e in difesa del Latino come lingua viva della Chiesa Cattolica.

«Certissimamente sono in errore coloro che credono di facilmente ricondurre all’unità i fratelli separati dalla Chiesa e ad una migliore e più fruttuosa vita cristiana i fedeli tiepidi se nella sacra Liturgia si impiegasse il vernacolo al posto del latino. Tutti sanno che la questione è più complessa e che a più fattori vada attribuito l’allontanamento dei fedeli dalla vita sacramentale e la separazione degli altri cristiani! Fosse vero che le ragioni di questi luttuosi mali risiedessero nell’uso del latino! Facilissima da trovare sarebbe la medicina! Non si cura il malato con la morte, ma con la medicina; né un edificio si ripara non con la demolizione, ma col restauro! Inoltre si dovrà fare attenzione a che, mentre si vanno ricercando nuovi legami, fino ad ora senza efficacia, non si rompano antichissimi vincoli provati resistenti nello spazio e nel tempo; né si cerci una nuova via ancora sconosciuta, abbandonata quella antica e sicura. In breve non c’è convenienza fra ciò che alcuni vogliono ottenere, il che è incerto e discutibile, e ciò che certamente si demolisce e poi in seguito difficilmente si potrà ricostruire!» (Intervento del 27 ottobre 1962).

Morì a Nuoro il 10 settembre 1970, stroncato da un infarto dovuto anche all’afflizione per lo sfacelo del post-concilio.

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