Guerra all’industria pornografica!

Di Lorenzo Roselli

Ad inizio agosto, il giornale online Linkiesta ha pubblicato un breve (ma comunque meritevole) dossier di Laura Antonella Carli su uno dei generi pornografici di maggior successo, l’amatoriale.
Vi si raccontano, servendosi dell’apporto del documentario Netflix Hot Girls Wanted i retroscena che concernono la realizzazione di questi filmini che, ben lungi da mostrare gesta erotiche più spontanee, tradisce episodi di violenza, ricatto, umiliazione dei protagonisti delle stesse.
Negli Stati Uniti d’America queste produzioni (perché, chiaramente, dietro alla cinepresa ed il caricamento online non vi sono le autrici delle scene o il loro fidanzatino, ma di solito aziende vere e proprie) cercano ragazze provenienti da realtà provinciali, giunte nelle metropoli californiane nella speranza di avviare carriere d’attrici o modelle.
A quel punto vengono persuase, dietro promessa di anonimato e lauto compenso, a darsi ad un altro tipo di performance.

Scrive la Carli commentando la visione di alcuni di questi video prodotti da una delle più affermate compagnie “del settore”: L’atmosfera è deprimente. Queste ragazze, appena maggiorenni, raccontano del loro sogno di conquistarsi una vita eccitante lontano dalla propria piccola e mediocre città di provincia. Non fanno che dire che la loro carriera nel porno le rende libere, che hanno bevuto champagne e sono andate in giro in Lamborghini, intanto però dormono accampate nell’appartamento lercio dello squallido Riley, spendendo tutti i soldi che guadagnano in viaggi, vestiti per il set e (sic) trattamenti medici. Vengono chiamate grasse e hanno un’aspettativa di carriera nel settore di quattro mesi al massimo. Dopo di che sono merce avariata. Naturalmente, ognuna pensa di sfondare, di essere l’eccezione, ma l’inganno glamour in cui sono cadute è fin troppo evidente. La dinamica non è tanto diversa da quella adottata da altre forme di reclutamento, dall’esercito USA nei licei all’ISIS nelle carceri. Perché il porno pro-am (termine rubato dal lessico sportivo che allude alla competizione tra un professionista ed un improvvisato “amatoriale”, per l’appunto, ndr) ha regole diverse dal porno tradizionale e ha bisogno continuo di volti nuovi e freschi. Non bellezze eccezionali, solo ragazze giovani, carine e nuove.

Il tratto caratteristico di suddetti amatoriali sta quindi nel mostrare ragazze giovanissime che si allontanino drasticamente dai modelli proposti dalla pornografia normale; ragazze normali, della porta accanto, visualizzate come oggetto di attenzioni morbose che di solito sfociano nella rappresentazione simulata (?) di uno stupro. Violenze sessuali che bruciano in breve tempo la vittima designata per sostituirla con volti nuovi. Non prima di aver lasciato bollette mediche agghiaccianti (i genitali finiscono per essere feriti a seguito delle scene di erotismo estremo) dovute alla crudeltà delle pratiche compiute, in cui spesso finiscono per esaurirsi le ricche liquidazioni delle ragazze. Nell’articolo si spiega […] che una scena di sesso, per avere tanti clic, debba essere imbastita con un lui esplicitamente viscido e una lei non consenziente, è un leitmotiv che ritorna. Per esempio, è ciò che viene richiesto espressamente dal regista di Rachel (in arte Ava). A lei: «Non sei mai coinvolta», e al suo partner anzianotto: «Non ottieni ma il sì». E guardando Rachel, si può cogliere il vero senso dell’ossimoro professionistico-amatoriale. C’è un regista che dice cosa fare, c’è un set e c’è un compenso, ma il disagio tanto auspicato è reale. Rachel non è una Lolita ammiccante e intrigata dal maturo “amico di papà”: è seccata, imbarazzata e anche un po’ disgustata dal vecchio lampadato che le mette le mani addosso. Sembra rassegnata e il suo sguardo dice: «Speriamo che finisca in fretta». La cosa che fa impressione è che, a quanto pare, è proprio questo tipo di sguardo a eccitare il pubblico. Anche perché questa concezione di sessualità non paritaria, non solo è comoda perché bypassa la ricerca di consenso e assolve dall’ansia di piacere (almeno una delle due parti), ma è anche quella che continua a esserci propinata, e quindi modella l’immaginario. «Nutrirsi di porno violenti», riflette ancora un commentatore, «porta a pensare che sia la prassi, che umiliare una donna sia l’unica strada per il proprio piacere. Quanto ci vuole per confondersi, per passare da un “l’ho visto fare su internet” allo stupro come primo approccio? Forse a 18 anni, ubriachi, ci vuole poco».

Pur partendo da premesse per nulla condivisibili (come la sostanziale normalizzazione della pornografia di cui questo sottogenere sarebbe solo un “lato oscuro” e non un epifenomeno), questo articolo punta finalmente il riflettore su questioni a lungo ignorate dai media e che occorre problematizzare al più presto.

Il porno non soltanto genera un’assuefazione paragonabile a quella di uno stupefacente, non soltanto desensibilizza generazioni su generazioni grazie all’esposizione inaudita che riscontra tra i minorenni (tanto che i deliri da Costanzo Show di Rocco Siffredi che proponeva “video hard come educazione sessuale” sono diventati protagonisti di numerose e rispettabilissime TEDxConference); l’industria pornografica specula, invoglia e (financo mostra) lo stupro. 

In realtà, non ci volevano certo i documentari Netflix per accorgersene. 
Nel 1986 fu pubblicato negli Stati Uniti lo studio “Effects of Prolonged Consumption of Pornography” dello psicologo clinico Dolf Zillmann, dove veniva argomentato che una visione prolungata della pornografia reperibile all’epoca portava, oltre che ad insofferenza verso la monogamia, all’attrazione per pratiche erotiche più intense e violente. 
Gli anni ‘80 sono un decennio importante per l’industria pornografica che, proprio in quegli anni, conosce la sua golden age, riuscendo ad uscire dall’isolamento della discarica culturale in cui l’aveva (meritoriamente) gettata la Commissione Nixon sull’oscenità e la pornografia nel 1969, ottenendo diverse aperture legali che permisero la fioritura di svariati set e case di produzione in California.
La produzione, la “qualità” e conseguentemente la distribuzione dei film hard aumentò in maniera considerevole arrivando a contagiare anche l’Europa occidentale (la Spagna diverrà, complice la caduta dello Stato franchista ed i vuoti normativi sulla prostituzione, la base operativa principale dei pornografi del Vecchio Continente). 
In poche parole, la pornografia diventava mainstream ed i suoi autori e protagonisti da papponi con una cinepresa si tramutarono agli occhi dell’uomo comune in Hulk Hogan dell’erotismo

Tutto questo, si chiederà il lettore, per sostenere cosa? Che la pornografia è sempre stato questo e, finché qualcuno non si porrà il problema, continuerà ad esserlo. Cicciolina, Valentina Nappi, Mia Khalifa hanno esordito con materiale dello stesso tenore di quello delle ragazze di provincia del porno amatoriale e poco importa quello che adesso possono affermare davanti alle telecamere di VICE Italia: per durare ed affermarti in questo squallido mercato devi gettarti nel “lato oscuro”. La vostra pornografia dal volto umano quotata in borsa, il vostro bordello d’alto bordo dove i controlli medici sono altissimi e le persone consenzienti e trattate con guanti di latex, è la punta dell’Iceberg, un Iceberg fatto di lorda violenza carnale.

Ne sono riprova i continui casi di stupro denunciati da attrici dell’hard “professionale”, tra cui spicca in tempi recenti (precisamente nel marzo del 2018) quello di Amanda Woods (in “arte” Leigh Raven) e Riley Cruise (conosciuta nel settore invece come Riley Nixon) che hanno affermato di essere stare ripetutamente malmenate e seviziate durante le riprese di una scena per il sito FacialAbuse.com che le vedeva protagoniste assieme all’attore Kvaun Lee Sanchulo (a sua volta noto come Rico Strong). Le ragazze sostennero di essere state picchiate, costrette a inghiottire una mela intera per poi vomitarla, minacciate nel mentre ricevevano violenti atti sessuali.
Sanchulo ed i produttori del materiale uscirono indenni dalla vicenda dimostrando alla polizia come entrambe le ragazze avessero dato esplicito consenso per ricevere le pratiche descritte e negando la sofferenza subita in particolare della Woods sulla base del girato mostrato agli inquirenti che la vede <<sorridente>>.

Amanda Woods (a sinistra) e Riley Cruise (a destra).

Le principali reti informative legate al business della pornografia statunitense si schierarono apertamente con Sanchulo che ha potuto continuare senza intoppi la sua “brillante” carriera in un periodo (quello del MeToo) dove la minima allegazione di molestia ha distrutto diversi uomini pubblici Oltreoceano.
In precedenza, anche la canadese Mercedes Grabowski (nota come August Ames), suicidatasi nel dicembre del 2017 in seguito a delle offese subite su Twitter (stando a quanto dichiarato dal fidanzato), sembra aver avuto problemi di questo genere nei set sebbene mai denunciati, a detta dei familiari.
Resta interessante constatare come non solo i nomi tutelari dell’industria pornografica si schierino compattamente (e acriticamente) intorno ai produttori che subiscono queste accuse, ma che la difesa proposta contro di esse non si basi sul negare che siano avvenute quanto piuttosto sul giustificarle basandosi su consensi esplicitati in sede di contratto.
Intanto queste vicende non sembrano diminuire come, purtroppo, continua a non fermarsi il bilancio di “modelli per adulti” (come si auto-definiscono i performer dei video pornografici) che perdono la vita per morte violenta, di solito auto inflitta.
Resta ora da chiedersi che atteggiamento adottare verso questa nuova ed abbrutente forma di capitalismo (che si aggira su diversi miliardi di fatturato annuo).

Per quanto ci riguarda, riteniamo vi sia l’impellente bisogno di una nuova Commissione Nixon che tagli tutti i ponti commerciali di queste immonde compagnie; abbiamo altresì bisogno di un maggiore stigma sociale verso chi fa e produce questo schifo. Quello che si sta proponendo è del nuovo “femminismo antisesso” (usando del lessico proprio di certo “bomberismo” simil-conservatore)?
Assolutamente no!

Deve essere molto peggio. 
Perché, questa volta, l’industria pornografica non deve sopravvivere!





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