I Martiri delle stragi giacobine di Settembre

a cura di Giuliano Zoroddu

Il 17 ottobre 1926 Pio XI, riconosciutone il martirio, decretava gli onori dei Beati a 191 ecclesiastici – un Arcivescovo, due vescovi e 189 sacerdoti regolari e secolari – trucidati dai rivoluzionari a Parigi fra il 2 e il 3 settembre 1792 nel contesto delle Stragi di Settembre che in pochi giorni videro migliaia di assassinati. Attraverso le pagine dell’abbè Rohrbacher vi raccontiamo la loro storia di sangue e gloria.

I tre Vescovi martirizzati il 2 settembre 1792. Pierre-Louis de La Rochefoucauld-Bayers, vescovo di Saintes; François-Joseph de La Rochefoucauld-Maumont, vescovo di Beauvais; Jean-Marie du Lau d’Alleman, arcivescovo di Arles.

Il 26 agosto l’assemblea legislativa pubblicò il decreto di deportazione contra i preti fedeli. Manuel, procuratore sindaco di Parigi, radunò il consiglio segreto de’municipali. Con Marat, Legendre e un prete giurato, egli deliberò su questo decreto e lo trovò troppo dolce. Invece della deportazione si pronunziò la morte, e Danton, ministro della giustizia, s’incaricò dell’ esecuzione. Manuel andò in quel dì medesimo alla chiesa dei carmelitani. Uno de’ prigionieri, l’abate Salins, gli domandò se conoscesse qualche termine alla loro cattività e qual delitto essa punisse. Manuel rispose: «Voi siete tutti accusati di cospirazione. È stabilito un giurì per giudicarvi, ma si è cominciato dai più rei; verrà la vostra volta. Voi non siete creduti tutti egualmente colpevoli e si porranno in libertà gl’innocenti». L’abate Salins, additandogli i vecchi solitari di s. Francesco di Sales, gli disse: «Se voi accusate di cospirazione, guardate, esaminate … Questi personaggi non hanno essi l’aspetto di terribili congiurati?». Manuel soggiunse semplicemente: «La vostra deportazione è risoluta. Ora ci occupiamo dell’esecuzione; i sessagenari e gl’infermi devono esser chiusi in una casa comune. Venivo ad informarmi se voi ne conosceste una più acconcia a tal oggetto di quella di Port Royal. Quando sarà .piena, noi chiuderemo la porta e vi porremo per epitaffio: Qui giace l’antico clero di Francia. Rispetto agli altri, quelli che saranno riconosciuti innocenti dal giurì avranno il tempo di attendere ai loro affari per il tempo consentito dalla legge. Si voglion prendere i provvedimenti per assicurar loro una pensione, perché sarebbe cosa disumana l’esiliare alcuno e mandarlo a carico di un altro regno senza concedergli qualche soccorso per vivere nel suo ritiro».

In questa guisa le vittime s’intrattenevano confidentemente coll’uomo che aveva pronunziato la loro morte e che pigliava partiti per l’esecuzione. Per una specie di umanità filosofica, i prigionieri ebbero un alimento più copioso e delicato, e si concedette loro altresì la passeggiala nel giardino che era stata loro da più giorni vietata. Essi vi erano il mercoledì 29 agosto, quando Manuel venne di bel nuovo a coniarli, guardando qua e là dal mezzo del giardino. Diversi preti gli si approssimarono di nuovo colla medesima semplicità e confidenza. Egli disse loro che la risoluzione del municipio relativa alla loro deportazione era terminata, e che verrebbe loro partecipata l’indomani mattina. E aggiunse: «Voi dovete uscire dal dipartimento nel termine prescritto dalla legge. Voi vi guadagnerete, e noi pure. Voi godrete della tranquillità del vostro culto, e noi cesseremo di temerlo. Poiché se noi vi lasciassimo in Francia, voi fareste come Mosè, levereste le mani al cielo mentre noi combatteremmo». Alcuni prigionieri domandarono se sarebbe loro permesso di portar con sé alcuni effetti nel loro esilio. Manuel rispose: «Non vi date pena di ciò; voi sarei e sempre più ricchi di Gesù Cristo, il quale non aveva ove posare il capo».

Tuttavia il venerdì 31 agosto la risoluzione del municipio non era per ancora stata mandala ai Carmelitani. Diversi prigionieri cominciarono a sospettar qualche cosa. Nella giornata si venne a togliere dalla chiesa lutto ciò che riguardava il servizio divino; fu rotta anche una croce che non si potè distaccare dal muro. I preti prigionieri ritrovarono però una croce di legno, che posero sull’altar maggiore come lo stendardo del loro capo e modello.
Finalmente, verso le undici della notte, il podestà Pethion ed il procuratore Manuel mandarono loro significando il decreto di esportazione. In quel medesimo momento si scavava la loro fossa nel cimitero.

Il sabato 1° settembre passò da parte dei prigionieri nei soliti esercizi di pietà e nell’espletazione degli ordini che il podestà doveva dare per la loro liberazione.
La domenica vissero nella medesima sicurezza. Tuttavia la passeggiata del mattino fu ritardata, e alcuni si accorsero ch’erano maggiormente sorvegliati. Rientrando trovarono le guardie mutate più presto del solito. Una di queste nuove guardie disse loro: «Non temete nulla, o signori; se verrà qualcuno ad assalirvi, noi siamo forti per difendervi».

Ciò che i preti prigionieri non sapevano era che in Parigi regnava la maggior costernazione da poi la presa di Longwi e la nuova dell’assedio posto dai prussiani a Verdun. I capi rivoluzionali avean deliberato se non fosse tempo di fuggir dalla metropoli. Danton, ministro della giustizia, aveva fermi altri mezzi per respingere i prussiani e gli austriaci. Egli voleva che la Francia si levasse tutta quanta in armi, ma che cominciasse dal fare man bassa su tutti quelli ch’erano stivati nelle prigioni, preti, realisti o altrimenti sospetti. Il giorno fermo per tale esecuzione fu la domenica 2 settembre. In questo giorno si sparse la voce fra il popolo che Verdun si era arreso e che i prussiani muovevano sopra Parigi. I municipali annunziarono all’assemblea legislativa che volevano invitare i parigini a comporre un esercito di sessantamila uomini, che a mezza giorno si sparerebbe il cannone dell’allarme per convocare al campo di Marte i cittadini disposti a marciare, e che all’ora stessa si suonerebbe a stormo. Gli sparì dell’artiglieria e il suonare a stormo tenevano una parte di Parigi nel terrore, l’altra nella rabbia.

Invece di sollecitare la convocazione al campo di Marie, i municipali collocavano i loro carnefici e davano ad essi le ultime istruzioni. Mentre si facevano questi lugubri apparecchi fu servito il pranzo ai preti prigionieri nella chiesa dei carmelitani. Un ufficiale di guardia disse loro in quell’istante: «Quando voi uscirete sarà reso a ciascuno ciò che gli appartiene». I preti pranzarono tranquillamente, anzi più lieti del solito. I carnefici erano già nascosti nei corridoi della casa. La passeggiata fu differita; i preti credevano che in quel giorno non ve ne sarebbe; non solo la si permise verso le quattro, ma contro l’uso si forzarono i vecchi, gl’infermi e tutti quelli che stavan pregando nella chiesa a passare nel giardino. Essi vi erano in duecento circa, e cominciavano i loro esercizi ordinari, allorché si udì un rumore improvviso nella contrada vicina; era una masnada di carnefici che andavano all’abazia di s. Germano per principiarvi la strage.
A tal rumore, i carnefici nascosi nei corridoi de’ carmelitani facendo mostra di lor sciabole e baionette attraverso le inferriate delle finestre gridarono a’ prigionieri: «Scellerati! ecco alla fine il momento di punirvi». A tal veduta i preti si ritirano in fondo al giardino, s’inginocchiano, fanno a Dio il sacrifizio della loro vita e si danno vicendevolmente l’ultima benedizione.

L’arcivescovo d’Arles era vicino all’oratorio coll’abate de la Pannonie, il quale gli disse: «Io credo, monsignore, ch’essi vengano ad assassinarci». «Ebbene, mio caro, – rispose l’arcivescovo – , se è il momento del nostro sacrifizio, sottomettiamoci e ringraziam Dio di potergli offrire il nostro sangue per una sì bella causa». Mentre diceva queste parole, gli scherani avean già atterrata la porta del giardino. Essi non eran più di venti e non furono mai più di trenta. I primi si dividono e si avanzano emettendo urli spaventevoli, gli uni verso l’arcivescovo, gli altri nel viale di mezzo. Il primo prete da loro scontrato fu il p. Gerault, direttore delle dame di s. Elisabetta. Egli recitava il breviario e non si era scomposto per le grida dei carnefici. Un colpo di sciabola lo atterrò mentre pregava ancora, e due scherani lo trapassarono colle loro picche. L’abate Salins, quel medesimo a cui Manuel aveva tanto parlato delle precauzioni da prendere e delle pensioni da fissare ai preti prima della loro deportazione, fu la seconda vittima. Egli si avanzava per parlare ai satelliti, e un colpo d’archibugio lo atterrò morto.

Gli assassini muovean verso l’oratorio, s’avanzavano gridando: «Dov’è l’arcivescovo d’Arles?». Egli li aspettava nel medesimo luogo senza turbarsi minomamente. Giunti a lui, ch’era coll’abale Pannonie, domandano a questo: «Sei tu l’arcivescovo d’Arles?» L’abate Pannonie giunge le mani, abbassa gli occhi e non dà altra risposta. «Sei dunque tu, o scellerato, l’arcivescovo d’Arles?» dissero volgendosi a monsignor du Lau. «Si, signori, son io» . «Ah! scellerato! sei dunque tu che hai fallo versare il sangue di tanti patrioti nella città d’Arles?». «Signori, io non so di aver mai fatto male ad alcuno». «Ebbene, te ne farò io», risponde uno degli scherani, e dicendo queste parole gli mena un colpo di sciabola sul capo. L’arcivescovo immobile e volto verso l’assassino riceve il primo colpo sulla fronte senza pronunziare una parola. Un nuovo scherano gli taglia quasi tutto il viso con un gran colpo di scimitarra. Il prelato sempre muto ed in piedi, solleva semplicemente le mani sulla ferita. Egli era ancora in piedi immobile; percosso da un terzo colpo sul capo cade, appoggiando un braccio sulla terra come per impedire la violenza della caduta. Allora uno degli assassini immerge la lancia nel petto del prelato con tanto impeto da non poterla più trarre fuori. Indi pone il piede sul cadavere dell’arcivescovo, gli toglie l’orologio e lo innalza facendolo vedere agli altri come il premio del suo trionfo.

Quando fu atterrata la porta del giardino, un venti preti, i più giovani, scavalcato il muro di cinta, si erano riparati nelle case vicine: alcuni ritornarono nel giardino per timore che la loro fuga non rendesse quegli scherani più furibondi contro i loro fratelli. Molti si erano ricoverati nella piccola cappella. Quivi, aspettando la morte in profondo silenzio, offrivano a Dio il loro ultimo sacrifizio. Gli assassini scaricarono dalle inferriate sopra di essi i fucili e le pistole. Le vittime cadevano le une sulle altre; i vivi erano intrisi del sangue dei loro fratelli moribondi.

Il vescovo di Beauvais ebbe la gamba spezzata da una palla e cadde come morto. Molte altre vittime caddero con lui senza proferir parola di lamento. Gli altri assassini perseguitarono i preti sparsi nel giardino, abbattendo gli uni a colpi di sciabola, immergendo le lance nelle viscere degli altri e facendo fuoco indistintamente sopra i giovani, i vecchi e gl’infermi. Essi bestemmiavano orribilmente, ed il nome di anticristo che davano al papa manifestava evidentemente i discepoli di Lutero e di Calvino. Altre grida in termini più eleganti indicavano scherani che non erano della plebaglia e parevano copiate da Voltaire.

Intanto giungevano altri assassini e insieme con essi un commissario della sezione, chiamato Violet. Fu udito gridare: «Fermate, fermate, è troppo presto; non bisogna far così». Vi era di fallo per queste stragi un ordine fermo dai capi, e che altrove era seguito, per assicurarsi del numero delle vittime e perché non ne sfuggisse alcuna. Le medesime voci, soprattutto quella del commissario, chiamavano i preti nella chiesa, promettendo loro che vi sarebbero sicuri. I preti si provarono ad obbedire. Una parte degli scherani aveva dismesso il trucidare; ma altri, sordi a tutte le voci, anche a quella del loro capitano, parevano addoppiar di rabbia per il timore che sfuggisser loro le vittime. All’estremità del giardino soprattutto la strage continuava ancora. Vi ebbe nondimeno un atto di umanità.
L’abate Dulillot con altri preti era stretto contro il muro e rimaneva immobile. Uno degli assassini volle per ben tre volte scaricar sopra di lui il fucile e non prese mai fuoco. Stupefatto: «Ecco un prete invulnerabile – esclamò, però, soggiunse – io non tenterò il quarto colpo». «Io sarò meno scrupoloso – disse un altro – l’ucciderò io» . «No, ripigliò il primo, io lo prendo sotto la mia protezione; egli ha l’aspetto di onest’uomo» . E dicendo queste parole, lo copriva col suo corpo.
Nella chiesa il commissario faceva sforzi per chiuderne l’entrata agli scherani, che vi ruggivano intorno come tigri bramose ili sangue.

Tutto ad un tratto si fa insolito silenzio. Era il vescovo di Beàuvais, che i suoi medesimi assassini portavano con una specie di compassione e di rispetto; essi lo deposero nella chiesa sopra alcuni materassi, come avessero voluto guarirlo della gamba spezzata. Il suo degno fratello, vescovo di Saintes, ignorava ancora la sorte di lui. Entrando nel coro, egli aveva dello: «Che è avvenuto di mio fratello? Mio Dio, io ve ne prego, non mi separate da mio fratello!». Avvertito da uno dei preti che aveva udito queste parole, egli corse da suo fratello e lo abbracciò teneramente.

Il numero delle vittime era tuttavia un centinaio. Il commissario ottenne che non si scannerebbero nella chiesa. Egli pose il suo ufficio presso ad una uscita. Per prova sicura che ogni prete dovesse essere messo a morie, gli scherani chiesero: «Avete voi fatto il giuramento?». «No» risposero i preti. Uno di essi aggiunse: «Ve ne ha diversi a cui la stessa legge non lo chiedeva, perché non erano pubblici funzionari». «È lo stesso – ripigliarono gli scherani – o giurate, o morrete tutti». Le vittime passavano davanti all’ufficio del commissario, il quale prendeva i loro nomi. I preti stavano pregando nella chiesa. Mano mano che erano chiamati, si levavano e andavano tranquillamente alla morte, gli uni recitando il breviario, altri leggendo la sacra scrittura, ed altri finalmente ripetevano queste parole del Salvatore crocifisso: “Signore, perdonale loro, poiché non sanno quello che fanno”. I vescovi di Saintes e di Beiuvais, fratelli, furono fra le ultime vittime. II secondo, che aveva una gamba rotta, pregò gli scherani di aiutarlo ad andare al luogo ov’era chiamato; favore che gli fecero sollevandolo per le braccia con un resto di umanità e ben anche di rispetto […] Finalmente, si contano in tutto 244 persone trucidate nei carmelitani, delle quali 127 preti, cinque laici e quarantadue sconosciuti. Trentaquattro sfuggirono o furono salvati, dei quali venticinque ecclesiastici.

[…]

La strage era cominciata all’abbazia di s. Germano. Sedici preti andavano al luogo della loro deportazione con passaporti in regola: furono arrestati alle porte della capitale, condotti all’abbazia e scannati nella corte con diciotto altri. Uno solo fu salvo per l’umanità di un orologiaio chiamato Monod, e fu l’abate Sicard, istitutore dei sordomuti. Nell’interno dell’abazia erano molti prigionieri per motivi politici, con due preti, l’abate Rastignac, gran vicario di Arles, e l’abate Lanfant, antico gesuita, famoso predicatore, da tutti conosciuto.
«Alle dieci del lunedì 3 settembre – racconta uno dei prigionieri sfuggito alla strage – l’abate Lanfant e l’abate Rastignac apparvero nella tribuna della cappella, nostra prigione. Essi ci annunziarono che la nostra ultim’ora si approssimava e c’invitarono a raccoglierci per ricevere la loro benedizione. Un moto elettrico che non si potè definire ci precipitò tutti in ginocchio, e colle mani giunte noi la ricevemmo». Chiamalo alla morte, l’abate Lanfant apparve tranquillo come quando saliva il pulpito. Il popolo, vedendo apparire il suo apostolo, domandò ad alta voce la sua vita. I carnefici lo sciolsero. Il popolo lo spingeva e gli gridava: «Salvatevi, ed egli era già fuor della calca; ma il suo cuor tenero e sensitivo non gli permetteva di fuggire senza aver ringrazialo quel popolo. Egli si era rivolto indietro e gli esprimeva la sua riconoscenza. Quattro scherani, dolenti che fosse loro sfuggita quella preda, accorrono e lo prendono. L’abate Lanfant solleva le mani al cielo: «Mio Dio, io vi ringrazio di potervi offrire la mia vita, come voi avete offerto la vostra per me». Queste furono le ultime sue parole; perché, postosi ginocchioni, spirò sotto i colpi degli assassini. L’abate Rastignac fu immolato subilo dopo.

[…]

Mentre si trucidavano i loro fratelli ai Carmelitani, i novanta preti imprigionali nel seminario di s. Firmino si aspettavano di vedersi aprir le porte della loro prigione, in conseguenza del decreto di deportazione ch’era stato loro comunicato. Era il 2 settembre. Tutto ad un tratto un giovane macellaio s’introduce nel seminario, chiede di parlare al procuratore, abate Boulangier, e gli dice segretamene: «Fuggite, signore; questa sera sarete tutti scannati». L’abate Boulangier non crede potervi prestar fede, avverte il superiore abate Francois, ed essi mandano un servo a pigliare informazione; ma aspettano invano la risposta. Sopraggiungono due altri giovani, i quali in un col giovane macellaio fan ressa all’abate Boulangier e lo conducono tra mezzo agli scherani che giungevano per assicurarsi dei posti.

Alle cinque del mattino, 3 settembre, i carnefici eran tutti giunti. La plebaglia era già accorsa. Cominciò ella per dimandar la vita di alcuni di quelli che conosceva in più special modo. Conservate il nostro santo, gridò, parlando del buon abate Lhomond, professore emerito del collegio del cardinale Lemoine, e autore di una grammatica francese molto conosciuta nei ginnasi e nei seminari.
Questo buon prete e tre altri furon messi sotto la salvaguardia della legge. Gli amministratori della sezione avrebbero voluto conservar la vita altresì all’abate Francois, superiore del seminario.
Ma gli scherani inveleniti contro la stessa sezione, glielo strapparono dalle mani per incannarlo insiem cogli altri. Essi percorsero primieramente il seminario e ne fecero discendere i preti nella contrada.
Il popolo, fremente di un sì gran numero di vittime, non volle soffrire che fossero immolate sotto i suoi occhi: perciò i carnefici rientrarono nella casa insiem colle vittime. Quivi le scannarono le une dopo le altre, o Le precipitarono dalle finestre.


(Storia universale della chiesa cattolica dal principio del mondo sino ai di’ nostri dell’abate Rohrbacher, Vol. XIV, Torino, 1862, pp. 57-64. Il testo è stato leggermente aggiornato nel linguaggio dal redattore)


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