L’aborto in frigo

Di Massimo Micaletti

Pochi giorni fa, qui su RS è stato pubblicato l’articolo di LifeSiteNews.com che dava notizia del ritrovamento, a casa di un medico abortista deceduto, dei resti di duemiladuecento feti. Teste, corpi, viscere, arti, tutto quanto. A pezzi.

Ora, queste sono le conseguenze naturali e necessarie dell’aborto: non sono un incidente. In ogni aborto l’essere umano viene fatto a pezzi, tritato, aspirato: l’incidente, in questa storia, sta nel fatto che quel tizio conservasse quel che ogni giorno, migliaia di volte al giorno, oltre trecento volte al giorno in Italia, finisce legalmente tra i rifiuti ospedalieri.

Questi sono i diritti civili “delle donne”, che alcune donne e alcuni uomini hanno imposto a tutte le donne e tutti gli uomini.

“Imposto” è la parola giusta e la uso di proposito. L’aborto è un orrore imposto perché lo si impone a chi lo subisce, al nascituro. Ma è imposto anche da un diverso punto di vista: l’aborto legale costringe milioni di persone a tollerare che migliaia e migliaia di esseri umani ogni anno siano fatti a pezzi e che vi siano medici pagati per farlo. È pura violenza.

Non lo è? È un diritto? È progresso? Benissimo, allora mettiamo in rete qualche foto del frigo del Dott. Klopfer, e vediamo che effetto fa. Semplice disgusto come alla vista dei residui di un intervento chirurgico? O piuttosto orrore? E perché orrore? Perché nell’orrore si riconosce il male nella sua forma più evidente e irresistibile. Dinanzi all’orrore la mente non riesce a trovare scuse, deve riprendere fiato e fare appello a tutte le sue risorse per somministrarsi qualche sedativo.

L’aborto è orrore, per questo non si può vedere. Esistono “diritti” che possono essere orgogliosamente raffigurati: il diritto di voto, all’istruzione, alla non discriminazione solo per dirne alcuni. Ma l’aborto non si può raffigurare. Beninteso: sono contrario anch’io alle immagini che mostrino feti maciullati, non ritengo sia quello il modo di approcciare la questione su un piano colturale. Voglio però dire una cosa diversa: quando uso il verbo “raffigurare” riferito all’aborto, intendo che è estremamente difficile per chiunque avere un’idea precisa di ciò che la soppressione del concepito comporta. Come per la guerra o per la morte, la nostra mente non riesce a farsene una immagine integrale e veritiera: se non ci imbattiamo faccia a faccia con l’aborto, non potremo averne se non un immagine indistinta e fuorviante. Ecco perché rimaniamo scioccati e sapere che in America c’era un medico che teneva in frigo le parti di duemiladuecento esseri umani abortiti; ecco perché ci sconvolge sapere che Planned Parenthood raccoglie e belli i pezzi che essa stessa uccide, cuoricini battenti compresi. Queste vicende ci sconvolgono perché non ci sappiamo raffigurare l’aborto, la nostra immaginazione non ha di per sé le condizioni e gli strumenti per rappresentarsi un essere umano innocente e indifeso fatto a pezzi e gettato nella spazzatura oppure venduto a tranci dopo che è stato lasciato morire in un tavolo sterile o in una scodella. Nascituri vengono distrutti a migliaia nei modi più barbari ogni giorno, negli ospedali di tutto il mondo, ma è necessario che a questa barbarie se ne sommino altre, come il morboso collezionismo o il commercio, perché essa esploda nella coscienza in tutta la sua intollerabile ripugnanza.

Perché se un medico può risucchiare e distruggere un essere umano nel grembo della madre, su richiesta di lei, allora può anche tenerne i pezzi, può collezionarli, venderli, darli al gatto: alla fine è sempre un esito più utile dello smaltimento se stiamo parlando di oggetti, tocchetti di carne, grumi di cellule. L’alternativa è rendersi conto di cosa quel medico conserva, di cosa quel medico commercia, di cosa e soprattutto di chi quel medico distrugge per procurarsi quel che vende: l’alternativa è rendersi conto di cosa sia l’aborto e di come non abbia nulla a che vedere col diritto e coi diritti, anche se è legale.







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28 Settembre 2019

Un commento a "L’aborto in frigo"

  1. #lister   19 Settembre 2019 at 10:50 am

    Beh, c’è chi colleziona francobolli e chi colleziona pezzi di bambini non nati: “de gustibus…”
    … Cci sua!

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