Quando Padre Pio convertì al Cattolicesimo una famiglia di “ortodossi”

Un episodio della prodigiosa vita di Padre Pio per ricordarci che solo la Chiesa Cattolica Apostolica Romana è la vera Chiesa di Gesù Cristo ed il suo Corpo Mistico, fuori dalla quale non vi sono che sette di perdizione!
PROTESTA:
Conformandoci ai Decreti di Urbano VIII del 13 di Marzo del 1625 e del 5 di Giugno del 1631, dichiariamo che, salvo i dommi e le dottrine e tutto ciò che la Santa Apostolica Sede ha definito, in tutt’altro non intendiamo prestare né richiedere altra fede che l’umana.

La storia della conversione di un’intera famiglia di ortodossi operata da Padre Pio. Il racconto è della signora Rina Caterinovich, che fu la prima a convertirsi. Lo trascrivo da Il Messaggio di Padre Pio di K. Tangari (M. D’Auria ed. Napoli):

«Partii con una mia amica, cattolica di pochi anni, per San Giovanni Rotondo. Abitavamo a Capri dove, da diversi anni, avevamo sentito parlare di Padre Pio, delle conversioni e guarigioni da lui operate. Appartenendo alla Chiesa ortodossa greca, ai santi viventi ai miracoli poco credevo. Ma a Capri conobbi un’inglese convertita da lui, due olandesi protestanti ugualmente convertiti e molto entusiasti di Padre Pio. La mia curiosità di conoscerlo divenne vivissima: volevo conoscere un vero “santo”, volevo vedere qualche cosa di “straordinario”. Romena di nascita, ero praticando della Chiesa ortodossa, ma come tutti gli ortodossi senza vero misticismo, perché se la religione ortodossa conserva dogmi quali ha la religione cattolica, in pratica i sacerdoti stessi non sembrano convinti che nella Santa Comunione riceviamo Gesù vivo. La confessione anche non è che una forma che non libera l’anima dall’oppressione e dal male.
Già da quando avevo iniziato i miei studi universitari capivo che non avrei potuto credere come prima, perché la Chiesa ortodossa non appaga quelli che vogliono spiegazioni e che hanno bisogno di aver illuminata l’intelligenza.
Non essendo mai riuscita a fare alcuna cosa senza convinzione, abbandonai le pratiche religiose. Prima di sposarmi dovetti confessarmi e fare la Comunione: ero a Roma ed il sacerdote era una persona coltissima, di alta società: credetti di trovare in lui quel che cercavo, cioè spiegazioni e schiarimenti, ma qui pure fui delusa: fu quella la mia ultima confessione.
Per diciotto anni non andai in Chiesa, neppure facevo il segno della croce, però in certi periodi pregavo più per affetto verso i miei cari, che in omaggio alla divinità. Mii interessavo invece alle diverse correnti spirituali, leggevo molto e mi appassionai in particolar modo ai libri della religione indiana. È lungo tracciare le vicende della vita spirituale che ho trascorso in questi diciotto anni.
La guerra mi riportò a Dio, ma non alla Chiesa; ritenevo sempre che bastasse vivere bene, cercare la verità e pensare che Iddio è amore infinito: null’altro. Quando mi recai da Padre Pio non pensavo a divenire cattolica, né sentivo il bisogno della Chiesa.
Avevo pregato la mia amica di domandare a Padre Pio se potevo confessarmi, sicura che non ne me lo avrebbe rifiutato; invece la risposta fu negativa. Ed eccomi ad assistere alla sua Messa durante la quale una profonda commozione mi pervase, con pianto continuo per il dolore inconsolabile della mia miseria, dei miei peccati, e dell’essere fuori della Casa di Dio. Il dolore di non aver la vera patria mia sulla terra: eppure ne ho due di patrie qui, che amo una più dell’altra: l’Italia, mia patria spirituale, e la Romania che mi ha dato la vita. Un cattolico si sente sempre a casa sua, sia in estremo Oriente sia a New York o in qualunque cittadina del mondo, ove esiste una chiesa cattolica: io questa casa non l’avevo, dovevo rimanere fuori della porta!
Quando potetti avvicinare Padre Pio, ebbi una seconda volta un pianto dirotto (io mai piangevo facilmente dinanzi alle altre persone). “Perché piangi così?” mi domandò Padre Pio. “Perché non sono cattolica” fu la mia risposta, non voluta e non pensata. “E chi ti impedisci di esserlo?”.
Esposi alcuni miei dubbi, ma Padre Pio disse che il dubbio era inutile, perché il Signore mi voleva. Mi spiegò lui stesso in un piccolo catechismo che mi offrì le preghiere che avrei dovuto imparare: mi parlò semplice come ad una bambina. E quando gli chiesi se dovevo prepararmi prendendo delle lezioni, mi disse: “Bisogna amare, amare, amare e niente più”. Era il 5 ottobre 1923.
Non sentivo e non vedevo in lui ciò che tanti avevano visto; soltanto che vicino a lui sentivo più vivo il desiderio di accostarmi alla Santa Comunione, sentivo che la vita senza Santa Comunione non è più vita, e che i cattolici erano felici di poterla avere, mentre io ne ero priva. Capii allora che di tutte le chiese sola la cattolica è quella che aiuta veramente a seguire Gesù, quella che ci sostiene, ci incoraggia, ci aiuta nella vita di tutti i giorni.
L’ortodossia non mi dava invece ami nulla. Non ho mai sentito in nessun posto del mondo come a San Giovanni Rotondo, quanto siamo lontani da Colui che ha dato tutto se stesso per salvarci!
Non ho cambiato religione perché il rito della Chiesa Cattolica mi sia piaciuto di più, ma perché avendo anche un corpo, non posso vivere solamente con lo spirito, ed ho bisogno quindi di un aiuto che solo la Chiesa Cattolica può dare, l’unica che abbia conservato lo spirito di Cristo e che aiuti a seguirlo.
Trascorsi l’inverno preparandomi “al gran passo” tra i pericoli di lotte interne, di tentazioni e di prove; ma chiedendo sempre l’aiuto del Signore. Nella primavera del 1924, il 10 aprile, tornai a San Giovanni Rotondo con la mia vecchia zia che mi aveva allevata, e con la quale ero tanto unita spiritualmente e con la mia figliuola. Il 12 feci l’abiura nelle mani del padre guardiano, la confessione generale ed il 13 finalmente mia accostai alla Santa Comunione, che da quel giorno è diventata il mio più grande sostegno, la mia forza, la mia consolazione nelle molte prove e tribolazioni avute in questi ultimi anni.
In quel giorno il Signore mi concesse un’altra grandissima gioia, la conversione inaspettata e miracolosa della mia zia-mamma. Carattere leale, sincero e onesto, donna di fede purissima, era intransigente per sé e per gli altri. Ortodossa convinta, considerava di cambiare religione come una mancanza di fedeltà, un disonore, una bassezza. Sofferse molto per la mia decisione, senza dirmelo (lo seppi dopo la sua conversione). Il primo giorno andò al Convento, parlò con Padre Pio, ma rimase scossa e mal impressionata dalle sue parole. Siccome le avevano detto che Padre Pio non spingeva nessuno a farsi cattolico, alla domanda di lui: “Mi vuol seguire?” rispose di no, dicendo che aveva compreso che Iddio è Uno e che la Chiesa pure dovrebbe essere Una, ma poiché sentiva che la sua religione era molto vicina alla cattolica comprendeva essere lei troppo vecchia ormai per mutare religione, tanto più che facendo questo avrebbe arrecato troppo dolore ai suoi parenti. Allora Padre Pio replicò: “Crede Lei che davanti al Signore ci sarà la sua famiglia a rispondere per lei?”.
Il giorno dopo mia zia non tornò al convento; e nemmeno sarebbe tornata la domenica successiva, se non avesse avuto qualche giorno prima da Padre Pio una immaginetta sulla quale erano scritte parole che l’avevano colpita. Dopo la Messa e la mia prima vera Comunione, rimase pochissima gente in chiesa, e Padre Pio era nei banchi dietro la zia a pregare. Quando poi andò in sagrestia, noi lo seguimmo, e la zia gli disse:
“Grazie per la sua bontà, e perdoni se le ho fatto dispiacere”.
“Non dispiacere” replicò Padre Pio, “mi ha dato un vero dolore!”. Talché la zia si sentì sconvolta dalle sue parole.
Per più di mezzora il Padre Pio le parlò ancora, facendo crollare una ad una le pietre di quella fortezza che sembrava inespugnabile. “La Chiesa Ortodossa è agonizzante” le disse tra l’altro, e poco più di un anno vedemmo come si fossero avverate queste parole, perché la chiesa ortodossa si divise fra tanti patriarchi e metropoliti.
Fu una lotta durissima, ma finalmente la zia fu vinta e tutta commossa gli disse: “Prometto di entrare nella Chiesa Cattolica!”. Promessa mantenuta alcuni mesi più tardi a Capri. È ora delle più ferventi cattoliche, come per guadagnare il tempo perduto, e combatte volentieri per la sua fede contro tutti quelli che le sono contrari, tanto da aver scosso molte anime col suo esempio.
Rimaneva nella nostra famiglia ancora nella ortodossia mio marito. Ed era il più difficile a convertire, perché avendo sempre fatto una vita moralissima, onesta e laboriosa, non vedeva necessità di cambiare religione per servire meglio il Signore.
Retto, sincero e intransigente, quanto la zia o più di essa, essendo stato ufficiale nell’esercito imperiale della Russia, considerava come un disonore, come bassezza, tradire la propria fede.
Quando mi decisi io a quel passo, egli non si oppose, non mi sconsigliò; mi fece soltanto promettere di non cercare mai di indurlo a convertirsi. Ciò che feci, solo mettendolo nelle mai di Dio, senza mai parlargli della mia Fede, se non richiesta; ma intanto pregavo continuamente e procuravo i modificare i miei difetti col dargli con l’esempio una prova che la mia fede era la migliore.
Le virtù essenziali che imparai a stimare e che nella chiesa ortodossa e nella nostra vita mancava del tutto erano l’umiltà e la carità di cui avevo avuto begli esempi nell’Italia meridionale; erano le virtù che mancavano a me e a mio marito: il quale severissimo verso se stesso lo era anche con gli altri, fino al punto da non saper perdonare le offese ricevute, come non perdonava le debolezze, le cadute, le miserie umane.
Nel settembre 1926 per la terza volta tornai a San Giovanni Rotondo e mio marito volle accompagnarmi. Appena veduto Padre Pio sentì per lui una grande devozione, un senso di tenerezza e di gioia nello stargli vicino. Anche lui, come me, si sentì in uno stato di isolamento, e durante la Messa di Padre Pio pianse. Aveva l’impressione di essere un grande peccatore, che Iddio non volesse accettarlo tra i suoi figli, ma poi, quando si mise a parlare con Padre Pio sulla questione religiosa, rimase irremovibile.
Per mio marito Padre Pio era un uomo santo, pieno di bontà, di amore, che egli avrebbe sempre voluto avere vicino a sé, ma per questo affetto non si sentiva di fare un atto contrario alla sua coscienza ed al suo cuore. Nell’estate egli fu gravemente malato, tanto che credeva di dover morire, ma S. Teresa del Bambino Gesù e Padre Pio lo aiutarono molto. Sicché nel settembre 1927 tornammo di nuovo al convento del Gargano, queste volta anche con la nostra figliuola, rimanendo lassù per diversi giorni.
Allora accettò di ascoltare da Padre Pio le ragioni della scissione della Chiesa orientale, e si mise a discutere con lui sulle divergenze esistenti, finché un giorni queste discussione sebbene volute da lui, lo irritarono talmente, che volle lasciare il convento e tornare a Capri. Malgrado il mio dolore, non seppi oppormi a questa decisione. Egli però non partì. Tuttavia non tornò più al convento fino a che non gli portai la parola di Padre Pio, il quale gli diceva che, se pure non potevano intendersi sulla religione, potevano rimanere amici. Allora tornò al convento, e quando partimmo da San Giovanni Rotondo, la sua decisione era già presa: mancavano sole le carte per le formalità necessarie.
Al nostro ritorno a casa, cominciò però una lotta più aspra che mai tra dubbi e prove e dispiaceri, che sembravano indizi del malcontento del Signore per la decisione presa. Le lotte interne erano tremende, e in certi periodi, lui così buono abitualmente e così affettuoso, si allontanava da noi, si faceva estraneo, chiuso e freddo. Ma Gesù misericordioso non volle farlo soffrire ancora per lungo tempo, ed in luglio tornammo ancora a San Giovanni Rotondo per il gran giorno! Il 6 luglio fece l’abiura a Foggia nelle mani del Vescovo, e la sera del 7 si confessò da Padre Pio. Il giorno 8 fece la sua Comunione ed il 10 la Cresima. “Voglio fare la Cresima come suggello del passo fatto” mi disse.
Grazie al Signore, da quel momento egli è scrupoloso nei suoi doveri religiosi, e sopporta molto meglio le prove che gli vengono dal Cielo. Anche verso gli altri è più caritatevole, e trova conforto a parlare della sua Fede, che sa difendere parlando con gli ortodossi».


(sì sì no no, Anno XV – n. 1, 15 Gennaio 1989, pp. 4-5. Testo raccolto da Giuliano Zoroddu)

6 Commenti a "Quando Padre Pio convertì al Cattolicesimo una famiglia di “ortodossi”"

  1. #Paola Datodi   23 Settembre 2019 at 3:49 pm

    Non può che lasciare ammirati e commossi, pensare inoltre che qui Padre Pio era sotto i 40 anni, ebbe a rivolgere la sua paternità spirituale a persone molto più anziane di lui… Quanto alle caratteristiche dell'”Ortodossia” tuttavia sono rimasta un po’sorpresa :rifiutano la mistica? E allora figure come Serafino di Sarov? Vero che egli appartiene all’ambito russo,mentre qui si tratta di rito greco. Scusate l’ignoranza e grazie

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  2. #bbruno   23 Settembre 2019 at 10:28 pm

    io, se mi è permesso, avrei preferito che il nostro Padre Pio avesse lottato per la difesa della fede e della luturgia cattoliche che sotto i suoi occhi venivano massacrate dall’opera del Concilio infame e dei suoi due ‘papi’…… e quindi per la perseveranza dei cattolici nella fedeltà alla loro Chiesa. Anche per la sicurezza spirituale di quei convertiti…

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    • #Nicòla   24 Settembre 2019 at 11:45 pm

      Nel suo piccolo, lo ha fatto.
      Non ha mai celebrato, neppure con il Messale del 1962. Fin quando si è vestito da solo, ha sempre indossato tutti i paramenti, incluso il manipolo (che già nel dopoguerra, molti preti si scocciavano dal metterselo). Quando poi sono stati gli altri a vestirlo, perché non c’è la faceva più, come lo vestivano, così andava. La sofferenza era visibile. Fin quando ha celebrato in piedi, lo ha fatto coram Deo. Quando ha celebrato in sedia a rotelle, purtroppo, ha subito spesso l’orientamento che gli davano. Nelle prime generazioni di tradizionalisti, coloro che lo hanno conosciuto, son stati solitamente i più aspri critici delle riforme montiniane. Circa il Vat. II, sembra che non sia solo una leggende urbana, il fatto che pregava i vescovi che lo venivano a trovare di chiuderlo prima possibile, poiché di danni ne aveva già fatti anche troppi. Una delle poche cose buone del pontificato montiniano, è stata la cessazione delle persecuzioni. Roncalli è morto con davanti il decreto di scomunica; riduzione allo stato laicale ed espulsione dall’Ordine per Padre Pio. Il successore (“anche un orologio rotto, segna l’ora esatta due volte al giorno”), DEO GRATIAS, buttò via tutto.

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      • #bbruno   25 Settembre 2019 at 11:59 am

        soprattutto tacendo…Io mi dico la mia messa e gli altri che s’arrangino!….
        Qui si doveva gridare ( così insegnava Santa Caterina da Siena) e smascherare gl’impostori a viso aperto. Quella non era la chiesa di Cristo da rispettare, ma una solenne turlupinatura. La Chiesa (vera chiesa)non fa concili per provocare danni . Una scomunica da parte di quella (questa) chiesa sarebbe stata un trofeo di gloria!
        Mi dispiace. Non è il mio santo (oltre tutto proclamato da un papa di ‘questa’ chiesa….

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        • #Redazione RS   25 Settembre 2019 at 12:21 pm

          Pretendiamo un maggiore rispetto per un santo (al netto della canonizzazione o non canonizzazione) come Padre Pio da Pietrelcina, il quale ha chiaramente, e questo è testimoniato da molti, espresso le sue perplessità (per usare un eufemismo) sul Concilio e sulle riforme che ne sono uscite, in condizioni di salute sempre più precarie. Si deve inoltre rilevare la adesione alle battaglie per la Tradizione di molti suoi figli spirituali, si pensi al solo don Putti.

  3. #Nicòla   23 Settembre 2019 at 10:52 pm

    lA questione dal punto di vista degli scismatici

    http://spazioinwind.libero.it/sanmassimo_decaita/testi/confronti/99%20differenze.html

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