Domenico Savino, firma storica del mondo della Tradizione, è tra i relatori del convegno che si terrà a Verona sabato 28 settembre: Verso il sinodo amazzonico, itinerari della dissoluzione.

RS: Buongiorno Savino, parliamo di Sinodo dell’Amazzonia. Ha aderito all’iniziativa di digiuno e preghiera del Vescovo Schneider e del Card. Pell?

Ma scherza?! Non ci penso nemmeno! Mettermi a digiuno per il Cláudio Hummes o per David Martínez de Aguirre Guinea? Contro certa gente solo Salmi imprecatori.

RS: Come giudica l’Instrumentum laboris?

Una roba che c’entra con gli Indios, quanto io con l’uncinetto. E’ un documento politico, scritto con il linguaggio della sociologia e della sociologia delle religioni, accademico, astratto, arido. Non parla al cuore di nessuno, è un esercizio autoreferenziale, tipico del modo di operare della “casta che ha occupato la Chiesa”. Risente di quel clima di una certa sovversione anarco-oppiacea proveniente dagli anni ’60 del secolo scorso, che, perse le “magnifiche sorti e progressive” nei disastri metropolitani (e persino qualche cattedra) sopravvive nei seminari e nelle Università cattoliche, cercando frammenti della propria gioventù bruciata nel mito del buon selvaggio e in panorami esotici.

RS: Ne è sicuro?

E’ come la Fiat 124-special T! Quando hanno smesso di farla a Mirafiori, cominciò a produrla la Lada in Yugoslavia. Roba vecchia come le auto americane di Cuba, che hanno almeno una linea affascinante. Peraltro l’intera America Latina ha sempre qualche decennio di ritardo sul “Primo mondo”. Non a caso Peron andò al potere quando in Europa i fascismi erano collassati… ah, le faccio notare che sono parecchi gli ex-rivoluzionari che poi si sono riciclati nel terzo mondo, dove al sole dei Caraibi hanno aperto un ristorante e trovato la pace… specie quella dei sensi.

RS: C’è un complesso di inferiorità culturale nell’Instrumentum?

C’è la coda della celebrazione dei 500 anni della Conquista, con tutto il velenoso carico di retorica anticattolica ed antieuropea. Una roba che puzza di esotismo e illuminismo, di Rousseau, di contratto sociale e di buon selvaggio in salsa bolivariana. La Chiesa è presentata come la causa di tutti i mali dell’America latina, cupa, oppressiva, feroce, iberica, barocca, tradizionalista: lì avrebbe manifestato il suo volto sterminatore, da lì occorre dunque partire per un nuovo inizio. La Chiesa, dunque, non può più essere romana e cattolica, ma decentrata nelle periferie esistenziali e in uscita da se stessa: insomma dissolta, o dissoluta, faccia lei.

RS: Non sosterrà, vero, che durante la Conquista delle Americhe non ci furono eccidi?

Ci furono eccidi come in tutte le guerre di conquista, ma – cito Jared Diamond in Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni, pag. 150, edito (guardi un po’) da Einaudi e che ha pure ricevuto (riguardi un po!) l’endorsement di Bill Gates – “gli indiani che caddero sotto le feroci armi dei conquistadores furono molti meno di quelli che caddero sotto gli altrettanto feroci bacilli spagnoli”. Erano malattie contro cui tutti i nativi americani (dall’Alaska alla Terra del fuoco) non possedevano anticorpi. Nel 1902 la dissenteria portata da un marinaio della nave baleniera Active, uccise 51 dei 56 eschimesi sadlermiut, un gruppo isolato che viveva nell’isola Southampton in Canada. Le faccio notare che i puritani inglesi, quando sbarcarono a Plymouth e furono salvati dai nativi , nei secoli a venire per ricambiare questa cortesia, oltre alla cavalleria del Generale Custer, li sussidiavano con coperte infettate col vaiolo. Però…

RS: Però?

Però nell’immaginario collettivo, finita la breve stagione di “Soldato blu” (ed essendo i pellerossa del Nord pressocché estinti o comunque divenuti irrilevanti o, peggio, liberal), sono la Spagna cattolica e il Portogallo cattolico ad essere additati come il “male assoluto”. Peccato che (e contrariamente al Nord) nel centro e sud America molte comunità indigene in questi secoli siano invece sopravvissute, interi Stati siano composti di etnie indie e che non infrequentemente culture e folklore siano stati conservati. Quasi due secoli fa Alexis de Toqueville nel libro “La democrazia in America” non a caso scriveva: “Gli spagnoli, anche con l’aiuto di mostruosità senza esempio e coprendosi di vergogna incancellabile, non sono riusciti però a sterminare la razza indiana, e nemmeno a impedirle di condividere i loro diritti; gli americani degli Stati Uniti hanno invece raggiunto questo doppio risultato con meravigliosa facilità, tranquillamente, legalmente, filantropicamente, senza spargimento di sangue, senza violare uno solo dei grandi principi della morale agli occhi del mondo. Non si potrebbero distruggere gli uomini rispettando meglio le leggi dell’umanità”.

RS: Quindi l’Instrumentum laboris non rappresenta nemmeno il contesto latino-americano in cui è stato prodotto?

Ma secondo lei i nativi americani parlano quel linguaggio lì?! Ma quella è una elaborazione autoreferenziale di alcune élites liberal, roba da intellettuali infiacchiti e da “preti smessi”. Non è certo un documento autoctono: ci sono tutte le astrazioni dei loro cortocircuiti cerebrali. E’ una roba da laboratorio degli orrori, in cui tra il resto – oltre la Fede cattolica – si contamina con categorie sociali l’esistenza di chi per “restare indigeno” di tutto ha bisogno, tranne che dei cascami dell’Europa progressista ed ecologista: tra i profanatori dell’Amazzonia ci stanno non solo i fazenderos e i garimperos, ma anche gli eco-turisti, che io personalmente darei in pasto ai caimani neri…. non fosse che gli restano sullo stomaco.

RS: Quindi fughiamo ogni dubbio: lei è per l’Amazzonia?

Solo un cretino non lo è. Lei auspica la distruzione dell’Amazzonia? Il dramma dell’Amazzonia è di stare in mezzo tra i cretini, che la vogliono sfruttare economicamente e i “gretini”, che la sfruttano mediaticamente senza fare nulla di concreto.

RS: Quindi?

Quindi anzitutto non facciamoci confondere con i fazenderos e i falsi tradizionalisti. Poi ricordiamo che durante la lunghissima presidenza del compagno Lula, l’Amazzonia è bruciata come poche volte è successo: 63.764 incendi nel 2005, 45.018 nel 2010 e una media di oltre 25.934 annui da inizio secolo. E che nell’Amazzonia boliviana del Compagno Morales ad agosto 2019, cioè qualche settimana fa, sono andati in fumo 470mila ettari di foresta con un fronte dell’incendio lungo trecento chilometri, tra i dipartimenti di Santa Cruz e del Beni, per non parlare di ciò che è accaduto nel Chaco paraguagio. Ma per giornali, televisioni e media gli incendi erano tutti nel Brasile del populista Bolsonaro.

RS: Però non c’è stato mai tanto clamore!

Specie in Italia!

RS: Si spieghi…

Gli incendi sono scoppiati anche mediaticamente al momento giusto, tra il G7, la crisi italiana e la traversata oceanica di Greta. Ci sono stati giorni che nei telegiornali di ferragosto e dintorni, gli incendi in Amazzonia sembravano innescarsi al Papete e da lì divampare sul continente sudamericano. …. fortuna c’erano Giuseppi, Greta, Mattarella, a fare da pompieri. A un certo momento si è avuta persino la sensazione che per spegnere gli incendi in Amazzonia fosse necessario un giro in più di consultazioni al Colle….

RS: Non faccia lo spiritoso. L’Amazzonia brucia!

E infatti io sono contro lo sfruttamento e gli incendi in Amazzonia, sto con gli Indios e i poveri. Per questo vorrei tenerli lontani dai Vescovi, dalle bande di killer al soldo dei fazenderos e dagli eco-turisti. E non voglio essere confuso con Bolsonaro e con Trump. Ma nemmeno con Brigitte, suo marito o con…. Giuseppi.

RS: La butta in politica…

Ma se lo ricorda Macron a fare la lezioncina a Bolsonaro. Ma è il bue che dice cornuto all’asino! Una cosa inqualificabile. Ad agosto puntavano il dito scandalizzati contro il Brasile e un mese prima Unione europea e Mercosur sono giunti ad una sintesi del negoziato ventennale per un accordo di libero scambio di dimensioni inedite, che sacrificherà proprio l’Amazzonia. Suvvia!

RS: Tornando a noi, può essere che a ottobre insieme alla foresta andrà in fumo la Fede.

… guardi a un certo punto sembrerà che per spegnere gli incendi in Amazzonia sia necessario cambiare la Chiesa, altro che Canadair! …. perché è noto che se il mondo è inquinato, la colpa è della Chiesa tradizionalista e della sua dottrina rigida, che non ha sviluppato nella coscienza dei fedeli una cultura ecologista e una conversione integrale. Già me lo vedo Bergoglio con quel volto, solenne, grave, lassù alla “finestra,” la voce bassa, la “esse” sibilante da “sudano” del Rio del Plata, dire che non si può stare fermi.

RS: Come finirà?

Finirà in un silenzio assordante, tra celebrazioni, invocazioni, evocazioni, narrazioni! Lei sentirà spirare da tutti i media sul mondo e sulla chiesa lo spirito di profezia, vedrà il sacro fuoco della seconda pentecoste posarsi sul capo dei vescovi per aprire il cammino alla “chiesa in uscita” e incenerire contemporaneamente la rigidità “di una disciplina che esclude e aliena, e che non tiene sufficientemente conto della vita concreta delle persone e della realtà pastorale”. Sarà il trionfo del grottesco.

RS: Qualcuno evoca lo scisma…

… qualcuno, cioè Bergoglio! E’ lui che provoca i possibili oppositori, evocando lo scisma in un’intervista. Ne agita lo spauracchio, dicendo di non temerlo. Contemporaneamente lascia intendere che i “tradizionalisti” di ieri (i veterocattolici del Vaticano I) sono diventati superprogressisti oggi, scavalcando a sinistra i progressisti. E butta lì il riferimento ai lefebvriani…

RS: Naturalmente si tratta di non cadere nel gioco.

Nessuno scisma, si sta dentro, fermi, immobili, anzi rigidi come colonne. Io da casa mia non me ne vado, casomai se ne va Bergoglio. E’ lui in uscita…

RS: Come reagiranno i conservatori? I Conservatori conserveranno questo sistema, come fanno dal Vaticano II in poi. Solleveranno altri “dubia”, cui nessuno risponderà. I conservatori sono la valvola di sicurezza dei progressisti. Dico che, se di fronte a quello che c’è scritto nell’Instrumentum laboris, non cominceranno ad urlare, anzi ad ululare, vuol dire che sono complici. Io credo che quelli in buona fede (o Fede?) dovrebbero andare al Sinodo, sabotarlo da dentro, farsi molto sentire e poi autoconvocarsi per un documento dottrinario che richiami la Tradizione, non citando nemmeno una volta il Vaticano II. Non accadrà.

RS: E’ sicuro?

E’ sicuro che Bergoglio e i suoi andranno avanti, a prescindere da ciò che verrà deciso. La teologia di Bergoglio e della “mafia di San Gallo” è teologia della prassi, è marxismo applicato alla fede. Si sono presi “gli strumenti di produzione” (i posti cardine decisionali) e si va avanti. La Rivoluzione è sempre progressista. E la Conservazione è funzionale alla Rivoluzione, se non si sottrae anzitutto al suo linguaggio e ai suoi miti. E il mito fondatore per eccellenza della chiesa amazzonica è il Vaticano II.

RS: Come concluderebbe?

Ha ragione Bergoglio quando dice che lui ripete le stesse cose dei suoi predecessori. Senza le ambiguità prudenti del Card. Ratzinger, senza le dimissioni di Benedetto XVI, senza Giovanni Paolo II e la “spirito di Assisi,” senza Giovanni Paolo I e “Dio che è anche madre”, senza Paolo VI, Giovanni XXIII e il Concilio, avremmo ancora la Chiesa una, santa, cattolica, apostolica, romana. Ora abbiamo la “chiesa in uscita”…. di testa.

RS: Si speghi…

Bergoglio è alla testa di una chiesa in uscita da se stessa. Certa gerarchia (quella che i giornali chiamano sbrigativamente “chiesa”) – mi sia permesso il paragone e lo dico con rispetto umano – è come alcune donne in menopausa, abbandonate a se stesse dopo una giovinezza di “pace e amore in cui si stava bene insieme”. A un certo punto la realtà si è mostrata diversa, sono state abbandonate dal compagno e dai figli, sono restate sole, soffrono di un disturbo bipolare, non riescono più a reggere il proprio ruolo, pensano che avrebbero dovuto osare di più, grottescamente ci riprovano da vecchie e commettono conseguentemente continui atti autolesionistici.

RS: Che serve?

… beh, trattandosi della “chiesa-ospedale” direi un T.S.O. (=Trattamento Sanitario Obbligatorio n.d.r.).

Verso il sinodo amazzonico, itinerari della dissoluzione