Sorrisi. Un breve racconto inedito

di Isabella Spanò

PREMESSA. Una critica alla cultura superficiale della società postmoderna, fatta di slogan per “bocche buone” e di mellifluo umanitarismo.

“Regala un sorriso!” recitava la pubblicità-progresso sul cartellone al Iato
della strada. Federico scorse quella frase portando fuori il terrier, una
domenica mattina.
Dirigendosi lentamente verso il parco cittadino – Asta soffriva i postumi di
un’influenza -, le parole appena lette cominciarono a frullargli nella testa e
a mettere in moto i meccanismi della memoria.

Sorrisi. Federico si rammentava bene del sorriso elargitogli da Pippo, il
suo grande amico delle elementari, quelle di via Marche, perché poi cambiò scuola ed ebbe altri compagni. Un giorno gli aveva mostrato la sua
collezione di conchiglie, molte trovate pazientemente sulla spiaggia
insieme al fratellino, nei pomeriggi dal sole più attardato, qua e là nel Sud,
dove si usava prendere in affitto due stanze sul mare per i mesi delle
vacanze. C’erano delle conchiglie, ancora, donate: pure una Saint-Jacques,
e persino una ciprea. Federico era molto fiero, e molto geloso, della distesa
di valve multiformi che si proponeva a chi apriva la cassetta-contenitore.
Anche Pippo scrutò con invidia, pezzo per pezzo, quello che gli sembrava un gran tesoro, e lo convinse che era bene mostrarlo alla maestra. Due giorni dopo tutta la classe si senti annunciare dalla cattedra: – Bambini, il vostro compagno Federico ha portato a scuola la sua collezione di conchiglie. Ve la passerete tra i banchi per vederla -. Federico aveva provato un forte sentimento d’orgoglio.
Ma, a giro finito, la maestra concluse: – Adesso Federico, che è generoso,
offrirà a ciascuno una conchiglia -. E Federico, rimasto inebetito, mentre si
accingeva meccanicamente ad alzarsi per ubbidire, incontrò con gli occhi
quelli di Pippo, che sorrideva con l’espressione – pensava adesso – del
mercenario quando fa fuori un nemico. Quel sorriso, Federico non se lo
sarebbe mai potuto dimenticare, né il pianto lungo interminabile,
sommesso perché la mamma non l’udisse, nella sua camera, alla sera.

Neanche poteva evitare di rammentare i sorrisi di Giorgia. Fu la sua ragazza dei vent’anni. A Federico piaceva moltissimo, all’inizio: cosi carina, cosi beneducata, sempre con un perfetto aplomb. Una naturale eleganza ed un altrettanto naturale istinto diplomatico. Ma dopo un certo tempo, e più o
meno un migliaio di sorrisi di circostanza, aveva cominciato ad insinuarglisi il sospetto che tutta quella gentilezza mascherasse un animo vano, freddo; e falso. Di ciò ebbe infine la conferma il giorno in cui gli rivelò, tranquillamente e sempre sorridendo, che per fare carriera, nell’ufficio dove aveva appena iniziato a lavorare e dove tutti parevano adorarla, non aveva esitato a calunniare la propria caporeparto, una volta entrata in una certa confidenza col direttore generale.
Il pensiero di Federico ebbe a quel punto un’improvvisa diversione.

Un’associazione d’idee, ed eccolo fissarsi sul momento in cui aveva espresso a Margherita la volontà di prenderla con sé, davanti a Dio, per il resto dei suoi giorni. Margherita aveva appena finito di ridere, scostando una ciocca con la mano. C’era stata una breve pausa di silenzio. Federico ne approfittò per buttare lì un discorsetto sull’amore, e poi si azzardò a pronunciare quelle parole.
L’espressione di Margherita era allora mutata in un attimo: da divertita a
serissima. Gli aveva gettato le braccia al collo, in un resistito singhiozzo.
Il loro primo bambino era nato dopo un travaglio assai doloroso e
particolarmente lungo. Margherita era estenuata e non riusciva a trattenersi dal gemere e urlare.
Quando Fabio nacque, invece di sorridere scoppiò in un pianto liberatorio e di gioia, che divenne più convulso avvertendo il corpicino fremente di vita
del piccolo tra le sue mani. Allora anche Federico, entrando nella stanza,
non aveva potuto impedirsi le lacrime, proprio lui che ben poche volte nella sua esistenza si era lasciato andare così.

Senti, mi prendi il pallone? -: Federico si riscosse dalla sua navigazione
interiore al richiamo di un ragazzino.
Controllò poi l’orologio: si era fatto un po’ tardi per il pranzo. Proseguì
rapidamente, le mani in tasca, verso casa, lasciando Asta libero dal
guinzaglio.
Strada facendo, rimase fermo soltanto un minuto, ad aspettare il cane che
aveva sostato accanto ad uno dei pali che sorreggevano il cartellone
pubblicitario, variopinta bandiera di una vacua modernità.

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