Storia di un ritorno a casa. Parte seconda (2)

Abbiamo ricevuto la testimonianza di un’amica che desidera restare anonima. E’ la testimonianza appassionata e letteraria di una conversione difficile e dolorosa, dagli esiti inaspettati. La pubblichiamo in due puntate, per farvela meglio assaporare. I titoletti sono redazionali. Buona lettura! [RS]

[segue dalla prima parte]

A Messa. Dopo tanti anni, e non per assolvere a un qualche obbligo socio-familiare, ma bensì mia sponte. Proprio strana la vita, mai dire mai, e via così, pillole di sapienza popolare seguitando.
E’ una domenica di luglio, fa caldo, molto caldo nella mia città: pieno pomeriggio, sole ancora alto, implacabile, estenuante, il centro semi deserto, le strade tremolanti al riverbero della calura. Arrivo alla chiesa con un po’ di anticipo e, mentre ne varco la soglia, spero in cuor mio che il composto abbigliamento che ho cercato di mettere insieme sia consono all’occasione. Appena dentro, per un riflesso condizionato, mi faccio il segno della croce, come mi era stato insegnato da bambina. Avanzo, d’istinto mi siedo su una panca nella navata destra, proprio di fianco ad una cappellina laterale sulla cui parete campeggia un Cristo in croce ligneo a grandezza naturale. Nella luce tenue e riposante che avvolge l’interno, mi guardo intorno. La chiesa è una classica chiesa come tante in giro per l’Italia, barocca, piena di statue, quadri, incisioni, affreschi, candele, cappelline. Il messaggio è lampante: si è oltrepassato il confine, netto e marcato, che separa un là fuori da un qui dentro, lo spazio profano da quello sacro. Non c’è una gran ressa. Le rade persone, di ogni età, sono all’apparenza ordinarie, di quelle che se le incontri per la strada neppure le noti. Regna un silenzio pressoché totale. Ognuno guarda davanti a sé, chi sta in ginocchio, chi seduto, chi in piedi; intravedo corone del Rosario pendere da qualche mano e noto che alcune donne hanno un velo di pizzo sulla testa. Accanto a me, sulla panca, trovo un sussidio per seguire la Messa, in latino con il testo italiano a fronte che, nell’attesa, mi metto a sfogliare. Ad un tratto il suono di un campanello. Tutti si alzano, tutto ha inizio. Le immagini scoperte su internet sono realtà, qui e ora e contemporaneamente ovunque e sempre, oltre lo spazio e oltre il tempo.
Ti chiedo di perdonarmi, indulgente lettore, se a questo punto i miei ricordi si fanno meno lucidi e consapevoli, ma il fatto è che vengo letteralmente rapita da quanto accade davanti a me. E poco importa se la mia mente non riesce a decifrare quella che è senza ombra di dubbio una misteriosa foresta di simboli, un organismo mirabile e perfetto di silenzi nei quali mai avevo indugiato, di gesti e di inchini, di devozione palpabile, di suoni, profumi, parole, preghiere di cui non so letteralmente nulla, ma che comprendo essere tutto orientato al suo culmine, a quel momento indicibile da lingua umana, che mi trapassa il cuore con la stessa fulmineità e intensità di una freccia che, scagliata dall’arco, si conficca nel muro: quell’istante nel quale il sacerdote di spalle, piegato sull’altare, in un soffio di fiato – non pare neppure più lui – si inginocchia, per poi alzare in trionfo l’ostia, quindi il calice, al cielo e agli occhi dei presenti, accompagnato da un triplice scampanellio – unico suono che irrompe in  un lunghissimo silenzio – e il tempo rimane come sospeso, uno squarcio nel divenire, che entra nell’eterno e lo palesa. Davvero, pochissimo importa quanto capisca o quanto mi sfugga, poiché quel che doveva avvenire è avvenuto: mi sono innamorata. Esattamente, prepotentemente, naturalmente, sic et simpliciter. Come il colpo di fulmine che colpisce all’improvviso, per cui il cuore è catturato da un volto, una movenza, uno sguardo, sebbene la persona latrice dell’incanto sia una perfetta sconosciuta, né si possa rendere ragione alcuna della fiamma che avvampa dentro, così, in quella prima confusa, stravolgente volta, a catturare il mio di cuore, come la mia mente e tutta la mia persona in carne e spirito, fu il grande sconosciuto del nostro tempo: il sacro. Per me null’altro che una parola astratta alla quale non ero in grado di associare alcuna esperienza sensibile, quel giorno acquisì una fisicità, una percettibilità di cui i miei sensi furono subitamente colmati e travolti. Come un cane che, riconoscendo sin dalla strada il passo del padrone che torna a casa a sera, si desta dal suo torpore sonnacchioso, pervaso da una gioia incontenibile, perché la giornata tutta non è per lui se non una lunga attesa, così all’improvviso si risvegliarono e risuonarono tutte le corde profonde del mio cuore, quasi che lo stampo vuoto del mio animo fosse stato creato per conoscere quella sacralità e, per naturale costituzione, goderne, esserne riempito e nutrito.
E sentii quanto era buono quel cibo di cui ero stata da sempre privata, subitamente svegliatasi la fame vorace dal lungo digiuno delle cose del cielo, quel cielo così bello e sconosciuto di cui, d’un tratto, provavo una nostalgia feroce ed urgente. L’anima, prima della mente, riconobbe per istinto di aver trovato il fondamento che non vacilla, la dimora della verità, e di essere arrivata o tornata, finalmente, a casa. Ora si trattava di conoscerla, esplorarla, abitarla quella casa tanto bella e misteriosa, nascosta e silente dietro all’anonimo portone di una chiesa incastonata da centinaia di anni nel cuore della mia città. 
E mi stupivo, incredula, mentre i piedi mi riportavano verso il suburbio,  del fatto che, al pari della quasi totalità degli uomini del nostro tempo, non ne sapessi niente! Perché mai nessuno di tutti i luminari letti, ascoltati, studiati, così loquaci e facondi, non ne aveva anche solo mai pronunciato il nome? Come era possibile che di tanta bellezza non fosse mai trapelata in nessun modo financo l’esistenza? Per quale bizzarro motivo un tale tesoro era tenuto così accuratamente nascosto?
Da quella calda domenica di luglio, non ho più smesso di varcare la porta di quella chiesa, come il metallo attratto dal magnete della calamita, bisognosa di quel cibo, anelante quella boccata di aria pura.

La rivoluzione è compiuta

Così, lentamente, domenica dopo domenica, la rivoluzione è portata a compimento. La pedagogia divina dissoda, ara e semina il campo incolto che era la mia anima, abbatte e soffia via i cumuli di terra da sopra le radici, risveglia e illumina il mio intelletto, sfronda le imposture, dissipa le ombre: i miei occhi si aprono e io vedo, come fosse la prima volta in cui vedo il mondo.
La mente inizia a districarsi nel fitto della foresta, piano piano trova le parole, nomina le impressioni, traduce i simboli in atti intellegibili e, soprattutto, dà un nome a quel sacro che mi aveva folgorata. Era Lui, proprio Colui del quale in una lontana infanzia mi avevano raccontato la storia, quell’Uomo inchiodato ad una croce che ovunque ho sempre visto attorno a me senza mai vederlo, il cui nome andrebbe sempre pronunciato con una delicatezza, riverenza e gratitudine infinite: Gesù, il Cristo, la Via, la Verità, la Vita. E riconobbi in quel crocifisso di legno a fianco del quale ero solita sedermi il simulacro del miracolo che si ripeteva ogni domenica, ogni volta in cui il sacerdote si chinava a sussurrare le terribili parole e quel sangue prendeva vita e la Sua vita era la nostra vita.
La Grazia mi ha condotta, nella sua infinita sapienza, me ignara e senza merito alcuno, alle soglie della consapevolezza della mia cecità in quel preciso momento, non un attimo avanti: prima, forse, ancora troppo orgoglio, troppa ubris innervava le mie vene e non avrei capito, non avrei accettato di mettermi in ginocchio, vinta dalla vita e dalla realtà; forse ancora avrei prometeicamente sfidato il cielo, reiterando il primo e più comune peccato umano, perseverando nella volontà di fare e disfare secondo me stessa, padrona e signora del mio destino, convinta di non doverne renderne conto ad alcuno, né qui, né tanto meno in un chimerico altrove.
Mi sorprendo a provar invidia per i tanto compianti nostri medievali progenitori, ai quali, come mi era stato insegnato, poverini, era toccato in sorte di vivere sotto il tallone dell’ignoranza e della superstizione e che, invece, scopro essere tanto sani e lucidi di mente da avere come saldissimi cardini attorno ai quali fare ruotare ogni aspetto dell’esistenza nientemeno che il Vero, il Buono, il Bello.
Vero, Buono, Bello, che nella loro oggettività e atemporalità venivano ricercati e perseguiti da tutti, ma proprio tutti, persino dal più analfabeta e gramo servo della gleba, il quale, alzandosi al mattino, accanto ai suoi triboli, calli, mal di schiena e parca mensa, ritrovava l’antica bussola, riconosceva ciò che lo distingueva dalla bestia con cui condivideva le fatiche e perciò stesso, forse, era anche felice, magari addirittura più felice di noi progrediti post tutto.
Infatti, là ove il Vero fungeva da stella polare a cui ognuno, signore o contadino, santo o brigante, re o servo, poteva allo stesso modo guardare per orientarsi, oggi, vestiti gli scomodi panni del grande reietto, il solo riferirvisi suona alla stregua di una bestemmia, con il risultato che la Storia, e con lei noi animali tutti, pare involva dal Kosmos al Kaos; là ove il Buono indicava chiaramente il limen che separava il dominio del bene da quello del male, oltrepassando il quale si sceglieva o il bianco o il nero, oggi è il tempo del trionfo del grigio: un grigio melma, onnipervasivo, in cui l’intelletto si ottunde al punto da aver perso la facoltà di far aderire le cose ai loro nomi; là ove il Bello era il mezzo principe con il quale  la magnificenza del Logos dell’universo si esplicava alle limitate facoltà dei mortali, oggi ogni scorcio educa al brutto, così che l’anima, come per un furtivo imbroglio di un demone ingannatore, imperita della bellezza, non impari a sollevare lo sguardo verso l’alto, oltre la bruttura regnante altezza terra.
In buona sostanza, ne invidiavo l’intimo senso di sicurezza, di orientamento, di radicamento, la certezza dolcissima che il proprio fugace e faticoso incedere su questa terra, ben lungi dall’esaurirsi in trasformazioni di materia risolte in cibo per vermi, è inserito in un’economia dell’esistenza tendente ad un’eternità condita di somma perfezione, giustizia, beatitudine.
Tutti concetti che noi, col fare di quelli che sono molto più avanti ed evoluti, derubrichiamo a miti di interesse antropologico, favole per bambini, rifugio per menti fragili e spaventate. Figurarsi se, con tutta la nostra scienza, ci permettiamo di credervi anche solo un po’! Non scherziamo! Noi, disincantati uomini (post) moderni, preferiamo pensarci stagliati come il leopardiano eroe titanico, angosciosamente fortuiti e soli, gettati in pasto ad un universo indifferente; noi, che crediamo solo in quel che appare ai nostri occhi, ci accontentiamo di determinarci come complicatissimi aggregati chimici privi di una qualsivoglia finalità teleologica che, in virtù di meccanismi evolutivi autoregolantisi, si mescolano, hanno una loro fisiologica crescita, declinano, spesso difettano, ineluttabilmente muoiono per, passati dagli ineluttabili vermi, costituire nuove varietà di materia; per noi, sovrani assoluti su noi stessi e sulla natura tutta, reificata e concepita come il nostro parco giochi, il limite e l’etica coincidono con il genio dei desideri e della tecnica, indi facciamo come la regina Semiramide, che “libido fè licito in sua legge”, ma non certo “per torre il biasmo”, ché non se ne sente bisogno alcuno oggidì, quanto per ratificare il nostro status di animali autonormati e autodeterminati.
E ho provato sgomento e profonda pietà per la nostra tragica sorte di paradossali heautontimorumenoi intrappolati nelle maglie della grande tela, l’iridescente frode ordita da una mente dall’angelica intelligenza, scorrendo la trama della quale alimentiamo da noi stessi la nostra alienazione, in un crescendo di solitudine e furore, tanto più acri quanto più ci disconosciamo come creature figlie di un rinnegato Creatore,  recidiamo le radici, abiuriamo l’ identità, e tutta questa infelicità la chiamiamo progresso, la chiamiamo felicità. 
Ecco. Per virtù di Grazia tutto questo ho visto e la realtà ha acquisito una coerenza stringente, un’evidenza lampante, un’aderenza al vero inoppugnabile. 
In quel momento il mio filo di cotone è caduto dal telaio e, per decisione della ragione e della libera volontà, ho alzato finalmente le braccia e mi sono arresa all’evidenza dell’ordine inerente la vita, della logicità del fatto che“quia – altrimenti- absurdum” e della necessità di un presupposto che sia “causa sui”. Davanti al Logos dell’esistenza fattosi carne ho deposto in ginocchio le armi spuntate dell’autonomia e dell’autodeterminazione e mi sono riconosciuta creatura, eterodeterminata ed eteronormata; alla Sua sapienza e misericordia, alle Sue leggi e volontà ho rimesso umilmente la mia esistenza e ho scelto di abbandonare ogni schieramento di questo mondo, per militare sotto il vessillo dell’unico Signore per il quale valga la pena combattere.

Happy ending con l’anima in guerra

Si è giunti così, paziente lettore, al lieto fine. Il cerchio si è chiuso, la rivoluzione copernicana ha completato la sua orbita e l’uomo vecchio è morto all’uomo nuovo. Ora la casa è ritrovata, abitata, le fondamenta ben piantate nella roccia, e io mi sforzo quotidianamente di tenerla pulita e adorna, di difenderla dal nemico, di custodirla per il suo padrone.
Nondimeno, benché adesso vi sia una sensatezza di fondo ad ammansirne la ferinità, non si pensi che, di colpo, il vivere mi sia diventato più comodo o che io vada in giro con l’espressione gioconda e ispirata a dispensare buon umore da tutti i pori.
Con buona pace di chi, come la sottoscritta nella sua vita precedente, blatera scioccamente della Fede come di un agevole rifugio in cui ritirarsi per sottrarsi alle asperità dell’esistenza, a distanza di circa sei anni da quella fatale domenica, per prova provata posso affermare che è vero esattamente il contrario.
Invero, che i nostri contemporanei ne siano consapevoli o meno, la sostanza immutabile della realtà è che vita est militia e inoltre che si milita o sotto lo stendardo di Cristo o sotto quello plurimorfico dell’antico nemico, tertium non datur. Dunque la battaglia, per quanto, manifestandosi in contesti contingenti, ponga in essere tattiche e strategie mutevoli, è tuttavia relativa solamente nella forma, ma nella sostanza ha il respiro dell’assoluto: trascende lo scontro tra le varie strutture socio-economiche o i sistemi filosofici, è sempre la medesima dall’inizio e fino alla fine dei tempi, è costantemente giocata tra il Bene e il Male ed è combattuta necessariamente su due fronti, uno interno e uno esterno.
Stante ciò, la mia vita precedente era senza dubbio molto meno impegnativa, nonché più conveniente, leggera, spensierata, in una parola, facile.
Per quanto riguarda il fronte interno, esso semplicemente non esisteva. Nella trincea dell’anima, assalita dalle incursioni nemiche sotto le sembianze per lo più di superbia, ira, pigrizia e incontinenza, non veniva nemmeno ingaggiata battaglia, essendo i miei soldati totalmente ignari dell’esizialità dei pericoli, percepiti come bonari commilitoni. I miei prodi erano stati addestrati a considerare ostili piuttosto gli ostacoli che si frapponevano al soddisfacimento dei desideri, il senso del sacrificio, la pratica della disciplina, la resistenza alla fatica, l’obbedienza a una qualsiasi autorità: tutte perniciose eredità dell’abominevole fascismo, il male che più male non ce n’è.
Con tutto ciò, svegliarsi dal lungo sonno della ragione e accorgersi di aver permesso al nemico di lordare la propria casa, nella quale, come un cinghiale, senza incontrare la più flebile opposizione ha grufolato indisturbato per anni e anni, accondiscendendo a che tutti i vizi che ineriscono alla nostra natura facessero strame della vita spirituale, per quanto salvifico, è dolorosissimo. E non basta cadere in ginocchio e piangere amare lacrime, chiedere perdono, dare le testate contro il muro per il tanto ben di Dio sprecato, le perle ai porci, i talenti gettati tra i rovi, il tempo dissipato. Non basta a placare l’amarezza, il rimpianto, perché quel tempo è andato definitivamente e la luce di oggi non può rischiarare il buio di allora. Tutto quel che posso fare è unicamente alimentarla, questa miracolosa lucina, affinché la sua fiamma, pur agitata dai tanti venti contrari, non si spenga, così che funga da faro per questo oramai vecchio e acciaccato soldato, che tardi ha capito quale sia la sola buona battaglia e tardi ha impugnato le armi idonee a combatterla, perché perseveri oltre ogni ostacolo e sia, fino all’ultimo dei suoi giorni su questa terra, un decente Christi miles.
Già, perché poi non è che, cacciato l’invasore, la guerra è vinta e si può cantar vittoria, tutt’altro. Il fetentone, difatti, scoperto e sfrattato dalla casa che credeva già sua, furioso e pazzo d’ira, ha inasprito gli attacchi, per quantità e intensità, andando a picchiare proprio là, dove ben sa che la posizione è più scoperta e la fortificazione ancora non salda: da brava carogna approfitta di ogni cedimento o raffreddamento come dei moti di baldanza, e lo fa senza requie né esclusione di colpi.
Come infuria la battaglia, ogniqualvolta il mysterium iniquitatis irrompe con la sua terrificante, drammatica oscurità – così ripugnante alla mia povera mente umana, troppo umana – a minare le mie fragili postazioni! Chi ha passato la notte, ben sa di cosa parlo: il dubbio, atroce e insistente, si insinua subdolamente nei pensieri, l’angoscia dei propri fantasmi e la paura del corso della vita che invecchia e difetta chiudono la gola e stringono lo stomaco, l’accidia dilaga come pece sull’animo e la mente appassisce nella morta palude, la frustrazione dei desideri inevasi diventa stanchezza e lo scoramento si fa rabbiosa disperazione, il fiat è obtorto collo e i chiodi della croce dilaniano le carni e quanto vorrei, quanto vorrei scendere… E Lo invoco, gridando de profundis nell’assordante silenzio del Suo silenzio e nulla odo, nulla accade che i miei sensi siano in grado di recepire, nulla mi induce a consolarmi che Lui raccolga le domande, le preghiere, le suppliche, ma mi ritorna un’afonia di cui solamente una tragica assenza, un’agghiacciante inesistenza possono rendere ragione. E mi sento figlia del nulla eterno, delle incidentali oscillazioni della materia, grumo probabilistico io stessa di materia e niente più. Che sforzo sovrumano per non ribellarmi, per non sfidare quell’incommensurabile firmamento bello da far male, per seguitare a confidare e piegarmi come il giunco alle onde! E’ a questo punto che intervengono le truppe ausiliarie della Fede e della Necessità, perché altra Speranza non c’è sotto il cielo, e le colonne d’Ercole stanno sempre lì tra gli schiumosi, tempestosi flutti a ricordarmi il limite dell’umana natura, e le ossa dei marinai biancheggianti al sole sugli scogli a riecheggiare il volto delle seduttive sirene.
Mi sforzo di fare mio, non solo con il cervello, ma anche con lo stomaco, il pensiero di Seneca, quando, nel suo dialogo “De providentia”, spiega il male che affligge gli uomini onesti e generosi non come indice della crudeltà di Dio, ma al contrario di Sua sollecita paternità: Egli – ci dice – forgia l’uomo nel fuoco delle prove, come nel crogiolo l’oro, perché divenga, al pari di questi, resistente e incorruttibile, in quanto “senza un avversario, la virtù infiacchisce”. Ecco che allora il soldato malconcio che sono, dopo ogni combattimento, trascinandosi con tutte le sue ferite, si rialza, si rianima, recupera le forze e ritrova la Grazia per onorare il foedus stretto con il suo Signore e restare sulla croce insieme con Lui, quel legno che sappiamo essere “scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani”.
Ebbene, dal momento che li ho tirati in ballo, mi volgo ora alla guerra che si combatte sul fronte esterno, sul quale, tra la mia vita appunto pagana e quella cristiana, passa la differenza che vi è tra credere di essere in guerra ed esserci davvero.
Uso il verbo “credere” non tanto perché all’epoca io fossi scesa nell’agone simulando lo scontro, quanto perché quella, sebbene non ne avessi contezza, non era una guerra combattuta, bensì giocata: la commedia, il gioco dell’apparente conflitto, questo era il nostro ingaggio, dove con nostro mi riferisco al variegato sottobosco che suole definire i suoi appartenenti con l’epiteto di “compagno”.
Per quanto ci accalorassimo e brigassimo per dissimularlo, eravamo per lo più dei piccolo borghesi coccolati e vezzeggiati con la pancia e la testa fin troppo piene che interpretavano un ruolo, uno dei tanti previsti per far funzionare il grande circo che è il nostro mondo: noi recitavamo in perfetta buona fede la parte degli eroi della rivoluzione funzionale, inconsapevoli attori con tatuaggi, felpa&cappuccio, anfibi e mazzo di chiavi penzolante dai pantaloni come costume, muta di cani d’assalto addestrati all’urlo e al disordine, fieri e sprezzanti nella nostra supposta superiorità morale e intellettuale, utili idioti di un occulto disegno che viene da molto, ma molto lontano, quando ancora eravamo null’altro che una pallida idea nella mente del Creatore e tali saremmo rimasti per un buon numero di generazioni a venire. Beffati e contenti, ci credevamo “contro” quando in realtà, nostro malgrado, eravamo integrati nel mondo, figli suoi e perciò di questo parte, in questo inseriti, a questo utili e organici, da questo accettati. E infatti alle nostre rivendicazioni non mancavano certo gli alleati. In quanto braccio operativo e manovalanza a costo zero del nuovo strutturando ordine mondiale, la gran parte della stampa, della scuola, della cultura, della politica ci strizzava l’occhio, ci proteggeva e ci conferiva una sorta di mandato, gli unti del sistema, che  ci faceva apparire appetibili, nobili, affascinanti, specie agli occhi freschi e assetati di giustizia di schiere di sbarbini che ci guardavano ammirati, come fossimo stati veramente dei coraggiosi combattenti sprezzanti del pericolo, indomiti cavalieri lancia in resta votati a presidiare strenuamente il paradigma del vero, buono, bello in versione alba del terzo millennio.
Ora, invece, non si gioca più. Ora è guerra, guerra vera, cruda e cruenta, spietata e brutale, senza mai possibilità di tregue, di trattati, di accordi, perché nefas est scendere a patti con il male. Ora, poiché il principe del mondo odia chi è nel mondo senza appartenervi, con furiosa veemenza lo vomita addosso a chiunque non si limiti a starne quietamente e pilatescamente ai confini, ma vi si opponga e apertamente lo avversi; per la qual cosa, l’ostilità è palpabile, la delegittimazione una costante, la marginalizzazione un dato di fatto, la solitudine la normalità. Ora non ci sono più le testate compiacenti, i professori incoraggianti, i ragazzini discepoli, i politici complici e la gran cassa dà fiato alle trombe unicamente per dispensare disprezzo e dileggio. L’accusa, sdegnata e scandalizzata, scatta automatica, per riflesso condizionato, come la bava al suono del campanello dei cani di Pavlov, e il marchio infamante è immantinente impresso indelebile sulla fronte: dal più innocuo “bigotto”, passando per i più sottili “reazionario”, “integralista”, “oscurantista”, agli scivolosissimi “medievale”, “-fobo” qualunque cosa, fino ai sempreverdi “fascista”, “razzista”, “sessista” e “-isti” vari. Immediato l’ostracismo, la damnatio memoriae, la porta del salotto che conta si chiude fatalmente a quattro mandate, salvo aprirsi, con riserva e previo periodo di prova, qualora si ammicchi, si elucubri la mostruosa maniera di fare stare nella stessa casa Dio e mammona.
“Non vieni anche tu alla festa?”, mi chiede cinguettante la collega della cooperativa per cui insegno italiano a stranieri. La festa in questione è quella islamica detta del sacrificio, che lei, donna veramente moderna ed evoluta, festeggia più del Natale, il cui giorno seguente è, “aspetta, come si chiama…cosa c’è pure il 26…?”. Lì per lì rimango di pietra. Declino il cortese invito: no, grazie, non ci penso neppure, io che sono sempre stata di picaglia tenera per la sofferenza gratuita degli innocenti, animali in primis. Raccolte alla rinfusa le mie scartoffie, con un senso di sollievo mi avvio verso casa, lasciando lei e i colleghi ai preparativi per il lieto evento.
E’ lento, ma quando si mette in moto, il macinino nel mio cervello è più implacabile di un panzer. Quindi, ricapitolando: la mia collega è molto onorevolmente vegana, ma partecipa ad un rito secondo il quale per prescrizione divina le bestie sacrificande devono morire sgozzate e lasciate a dissanguare goccia a goccia in un’agonia lenta e dolorosissima, tra convulsioni e lamenti strazianti; è altrettanto giustamente sostenitrice della laicità, ma non trova nulla da eccepire a che la simpatica adunata si svolga in orario di lezione, e pazienza per quei pochi che sono cristiani…capiranno; è certamente femminista, ma la poligamia in Africa è fatto culturale: eh, l’antropologia… Se, però, oso obiettare sul fatto che nella struttura che ci ospita (di proprietà della Curia) tutti i crocifissi, simbolo della nostra di cultura, sono stati sbattuti in un batter d’ali in fondo ad un cassetto, l’antropologia si imbizzarrisce e mi ammonisce acidula che “siamo in uno Stato laico, non cattolico!”
Allora, accanto all’adagio “Quos Deus perdere vult, dementat prius”, dove quos è la nostra civiltà, fa capolino nella mia mente l’evidenza che non c’è nessuno al mondo che collezioni più nemici di quel pericolosissimo Uomo crocifisso e dei suoi seguaci, i quali – per inciso – oggidì, a seconda degli usi e costumi  del popolo in mezzo al quale vivono, subiscono le più variegate persecuzioni, che nulla hanno da invidiare, quanto a fantasia, alle torce umane per illuminare le notti dell’Urbe di neroniano uzzolo. Così è e non può essere diversamente, quando ci si accorge che tutto, dalla riesumazione del sacrificio animale per placare l’ira divina, alle donne ridotte ad un paio di fuggevoli occhi in sacco nero, è preferibile a Lui e alla civiltà che dalla Sua Parola è fiorita.

Evangelizzare chi non vuole starti a sentire

Ma torniamo a noi.
Non appena la tempesta rivoluzionaria abbattutasi sulla mia persona esaurisce la fase più impetuosa, permettendomi così di riordinare e tradurre le idee in parole, preme in me il pio desiderio di comunicare quanto scoperto urbi et orbi in generale, ma in particolare alle persone che amo, ai miei compagni, agli amici di una vita.
E dunque, con tutto l’entusiasmo del neofita, procuro di informare scrupolosamente i più che il sacro non importa andare a cercarlo a Katmandu, ché l’abbiamo anche noi, e in una copiosità tale che per conoscere così tanta ricchezza non è sufficiente una vita. Basta girare la testa e guardare appena appena alle proprie spalle, soltanto una manciata di decenni (un’inezia in confronto ai due millenni di civiltà cristiana) e tutto un mondo intriso di divino e che nessuno – in buona o mala fede, solo Dio lo sa – ci ha mai indicato, ci si disvelerà in tutta la sua sconvolgente bellezza. Eccole, inamovibili testimoni, le strade delle nostre città, i cui stessi mattoni stillano sacralità, che spesso portano nomi di santi, lungo le quali si incontrano chiuse e neglette chiesine che sono veri e propri scrigni di un’arte che solo la devozione di un popolo intero poteva concepire e realizzare; e poi tutto un susseguirsi di dimenticati affreschi, immagini, piccole edicole, quadri, statue, che, se potessero parlare, ci racconterebbero di tante di quelle storie confidate alla loro intercessione da riuscire a ricostruire l’intero dipanarsi dei secoli della nostra Storia. E, pur incespicando – mancano i vocaboli, difetta il linguaggio – calo sul tavolo brandelli di armonia del canto gregoriano, di meraviglia della liturgia di sempre, di sapienza della nostra Tradizione della quale siamo tutti figli. Qualche minuto di ascolto, il tempo di un laconico “ah, ah, ma dai” misto di circostanza e di sincero stupore, e vedo scivolare le mie parole di dosso al mio interlocutore, le distinguo uscire dalle orecchie, spegnersi negli sguardi, dissolversi nelle volute di fumo: nessuna di loro è rimasta, è entrata, ha attecchito. Non interessa, nel senso di non essere inter, dentro, tra: del sacro, del nostro sacro occidentale a forma di croce, non si sa che farsene.
A parte le mie appassionate esternazioni e qualche battuta, inizialmente la “botta” che avevo preso (così, ridendo, il vecchio Max) non comportò modifiche nei consueti rapporti né, d’altro canto, nessuno di noi aveva la più lontana idea della reale portata della sua potenza e delle sue implicazioni:  la religione o, per usare un termine meno indigesto, la spiritualità era unanimemente concepita alla stregua di un’attività interiore che “fa stare meglio”, tipo Tai Chi, una specie di medicina (ognuno la sua) da assumersi come terapia per le inquietudini di ordine esistenziale, in ogni caso una mera faccenda privata. Il fatto è che ci mancavano gli strumenti basilari per comprendere che la conversione non ha nulla a che vedere con una pratica finalizzata al benessere psico-fisico o alla comprensione del sé (qualunque cosa ciò voglia dire), ma che consiste, invece, in una vera – la vera – rivoluzione, la quale, perciò, ri-volve, inonda, spazza via, destruttura, per poi rifondare, rigenerare, ricostruire; è catarsi, palingenesi, rinascita che necessariamente trascende i confini dell’individuo, ridefinendo ciò che lo circonda e mutandone radicalmente il modus vivendi, essendi, sentiendi, intelligendi, operandi, iudicandi.
Con l’andare del tempo, tuttavia, la neonata vita spirituale ha iniziato a produrre i primi frutti e con essi, inevitabilmente, sono emerse le prime discrepanze, concretizzatesi attraverso segnali, magari piccoli, ma indicativi di un profondo mutamento: un dissentire nel considerare il suicidio di un’amica un fatto ben triste sì, ma pur sempre un legittimo gesto di autodeterminazione o il rimostrare apertamente, tra lo stupore generale, per le bestemmie che ogni tre per due mi venivano schiaffate con nonchalance sul muso.
E così, tra un’abitudine che cambia e un’iniziativa disertata per profondo disagio, a prescindere dall’affetto reciproco, inesorabilmente il terreno ha iniziato a creparsi e il solco ad approfondirsi, per poi allargarsi nel tempo, sempre più.
E poi arrivò, perché doveva necessariamente arrivare, il giorno in cui il re si tolse le vesti e rimase nudo davanti a me.
“Guarda, io posso anche capire che credi in qualcosa, chiamiamolo Dio, ci può stare; però, mi sa che per te solo il tuo Gesù Cristo è la verità, no? Cioè, tutti gli altri, Maometto, Budda e compagnia, quelli no, giusto?”. Così, inaspettatamente, un mattino di fresco sole un vecchio, carissimo amico, forse il più caro al mio cuore. Sì, gli risposi, esattamente così. “La Verità oggettiva e immutabile esiste e porta proprio quel nome e solo quello e di conseguenza tutti i vari sistemi filosofici, così come le religioni che non Lo pongano a fondamento errano, nel duplice senso del termine”. E già che ero in tema, gli ricordai che, secondo quanto detto dalla suddetta Verità incarnata, per poter partecipare alla corsa per conquistarsi un posto in Paradiso, sarebbe d’uopo essere battezzati nel nome della Divina Trinità e gli chiesi per quale arcano motivo si assumesse la tremenda responsabilità di escludere – fatta salva l’imperscrutabile Misericordia – dalla competizione più capitale di tutte la sua bambina (alla quale, rispondendo a sue curiosità su quel famoso Gesù di cui aveva sentito parlare, aveva raccontato essere stato un brav’uomo, messo a morte essenzialmente in quanto socialista, segnatamente il primo socialista della storia). Dopo un dilatatissimo, insostenibile silenzio durante il quale erano udibili le scariche prodotte dall’alta tensione, l’energia di 400 kV culminò in un epigrafico “Beh, in effetti, ultimamente tu sei diventata intollerante”, appoggiato lì, con candida evidenza.
Va mo là, “intollerante”, servito in guanti bianchi su un piatto d’argento.
Quel giorno scoprii che il semplice affermare che esistono verità e falsità assolute e non relative è intolleranza; che il consigliare di battezzare un figlio è intolleranza; che, in definitiva, volere bene, nel senso proprio, ossia volere il bene di chi si ama, è intolleranza. E a niente valeva che mi fossi curata di ribadire quanto nulla mi venisse in tasca, ma che parlavo mossa da nient’altro che sincero affetto nonché dovere cristiano, e che, per via del libero arbitrio e del valore supremo della libertà lasciataci dal Creatore e parole al vento seguitando, neppure per un istante nell’anticamera del cervello mi fosse balenata l’idea di un qualche intento coercitivo.
Quel giorno, il mio amico non so, ma io, masticando fiele, compresi che, pur essendo rimasto immutato il sentimento eravamo sui due lati opposti e inconciliabili della barricata, uno da una parte, l’altro dall’altra del solco. Le nostre lingue non si comprendevano più, e non per via della forma, che può essere pacata, dialettica, dialogica, rispettosa quanto si vuole, ma detestando la sostanza dell’uno quella dell’altro, fatalmente.
A patto di permanere nella Verità. Perché, qualora edulcorassi, tacessi per rispetto umano, confessassi a metà, annacquassi, mondassi la farina dalla pula per vendere un pane bianco anziché integrale, allora certamente il solco si ridurrebbe, ma il prezzo da pagare sarebbe tornare a essere del mondo: e il gallo, per me, ha già cantato ben più di tre volte.
Mi rendo perfettamente conto di apparire come una specie di marziano che parla una lingua ormai sconosciuta e incomprensibile, dal momento che lo Zeitgeist ne ha codificata un’altra, una neo lingua antitetica per struttura, lessico, financo per lettere dell’alfabeto, che addebita a una semantica totalmente negativa termini fondativi quali “verità” e “bene” o “male” (oggettivi), “sacrificio”, “umiltà”, la quale si è diffusa capillarmente tra le persone di ogni età e ceto, persino tra molte di quelle che si definiscono cattoliche, mutandone in profondità la mentalità e la sensibilità.
Per tutto ciò, con quali parole far capire al mio figliastro ventenne, imbrigliato e pago del suo scientismo scolastico, che dovrebbe essere immensamente grato a suo padre che l’ha fatto battezzare? O all’amica con gravidanza accidentale incerta sul da farsi che l’aborto non è un suo diritto in quanto donna, ma il tristo omicidio della più indifesa tra le creature innocenti? O all’allieva, che proprio non riesce a capire cosa mai ci sia di così sbagliato nei sodomiti da essere sbattuti nell’Inferno dell’“orribil sabbione”, che prima di sproloquiare sull’ amore bisognerebbe un attimo riflettere su cosa si intenda con uno dei termini più abusati e bistrattati del nostro evo? O alla coltissima, stimata, collaboratrice pedagogista che non è vero che le culture sono tutte qualitativamente uguali, che essere orgogliosi della nostra e difenderla non è propriamente nazi-fascismo, che il terrorismo islamico non nasce dall’emarginazione e da un’errata educazione, ma da intrinseci presupposti propri di un progetto politico che si fa religione, e che tirare fuori le crociate, l’inquisizione, il colonialismo ha, a voler essere gentili, la stessa pertinenza dei cavoli a merenda?
Anche questa è guerra; perché la voragine non è colmabile, perché dall’altra parte dello squarcio, in costante bilico tra Grazia e natura, si guarda il mondo, in mezzo al quale si dimenano i propri affetti, i propri cari, e con desolata impotenza lo si vede ruzzolare allegramente verso il baratro, festeggiando e stappando champagne, e la propria voce, accorata o sommessa che sia, è vox clamantis in deserto.
Quello stesso deserto, ostile e inospitale, infuocato da lingue di torridi venti, che pare proprio essersi esteso anche là, dove mai e poi mai ci si aspetterebbe di incontrarlo.

Non è l’Eldorado

Già, perché, sebbene non abbia (inevitabilmente) contezza della mole del sapere partorito in due millenni dalla Chiesa militante, il fiuto del mio sensus fidei di semplice cristiana che cura la propria formazione percepisce in modo inequivocabile – ed è spaventoso a vedersi! – che la guerra infuria devastatrice nel Luogo Santo, là dove, sguarnite le antiche difese, il Katekon pare aver ammainato la bandiera e spalancato il portone della cittadella. E da vecchio soldato poco aduso alla diplomazia e alle buone maniere, lasciami dire, indulgente lettore, che l’impressione bisbigliata nelle retrovie è che là dentro sia tutto un “puttaneggiare” con i nuovi “dei falsi e bugiardi” e i loro idoli e seguaci, dal linguaggio così simile, si badi bene, così simile a quello del Signore Gesù. Un pò come le scimmie, che, per loro innocente naturale inclinazione, diventano simia hominis, imitandone i gesti, le azioni, i suoni, così il carosello umano là convenuto, nella voluta parodia, nella dolosa contraffazione del Logos rivelato assume le grottesche fattezze di una goffa e ridicola scimmia, simia Dei, per l’appunto.
Quanto a me, brutalmente consapevole dello stato delle cose, onde evitare di ingastrire fegato e viscere annesse in tautologiche torsioni, ho risolto di andare solo là dove la Provvidenza mi ha catapultata: alla liturgia tradizionale, alla Messa di sempre. Non è stata, almeno all’inizio, questione di teoria o dottrina, ma di prassi naturale. Ciò che poi ho letto, documentandomi, non ha fatto altro che palesare ad un livello intellettuale quel che già avevo esperito. Tale scelta è talmente assimilabile ad un atto dell’istinto proprio dell’umana costituzione, che, come un novello Esopo, proverò a renderne ragione attraverso una favola dal mondo animale.
Immaginiamoci un uccellino, il cui uovo si è dischiuso su di un ramo di un vecchio, frondoso albero nel bel mezzo di un fitto e rigoglioso bosco. Tra ruscelli gorgoglianti di fresche acque e prati ornati di miriadi di fiori profumati, nella vastità degli spazi aperti, tra le invisibili correnti dei venti, il pulcino ha imparato a volare, a cacciare, a cantare e ora volteggia sicuro sopra le cime degli alberi e scende in picchiata tra le foglie, dove ha costruito il nido riparato. Finché un giorno, una mano sconosciuta lo afferra, dice che non vuole fargli del male, non abbia paura: desidera portarlo in un luogo più agevole, dove il sole è meno impietoso e il gelo meno pungente, dove non dovrà volare allo sfinimento e faticare per procacciarsi il cibo, né guardarsi dal predatore, perché sarà al sicuro e potrà trascorrere il tempo cantando e riposando, mollemente saltellando privo di qualsivoglia preoccupazione. E’ così che l’uccellino finisce in gabbia. Una gabbia molto grande e spaziosa, tutta agghindata di fronde, rami e piante e pullulante di altri uccelli di svariate specie, nelle cui vaschette abbondano acqua fresca e alimenti di ogni tipo, quanti mai lui ne avesse gustati: in buona sostanza, un facsimile dallo sbiadito sapore del suo bosco. Il nostro, nonostante i creativi accorgimenti che la mano sconosciuta via via apporta per rendere gradevole la permanenza ai prigionieri-ospiti, è profondamente infelice: prova a volare, ma la testolina sbatte contro le sbarre, canta, ma il pigolio riecheggia nello spazio angusto in cui è costretto, annusa l’aria, ma non riconosce più le correnti capaci di farlo librare alto nel cielo. Si sente morire di nostalgia, le ali si atrofizzano, l’istinto avvizzisce, dimentica le leggi che lo regolano. E, stupito, chiede ai suoi simili come possano essere così felici a svolazzare impacciati, sbattendo le ali qua e là sulle sbarre. E quelli gli rispondono che il mondo quello è, cos’è, li prende in giro, non lo sa forse lui, “ma da dove viene quello lì, è matto”? E lui, ancora più attonito: “Ma come, non conoscete il bosco?” “No, – dicono quelli – il bosco? Che roba è?” Loro sono nati lì, il loro ovino si è schiuso alla luce di un neon, la gabbia è il loro mondo, peraltro senza tema il più bello possibile, e in questa certezza, sbatacchiando e frullando le inutili ali, ritornano alle loro occupazioni. Il nostro piccolo amico allora capisce: ecco perché non sentono la mancanza, non avvertono l’abisso di differenza! Ma lui, lui che sa, non si dà pace, e tutto si immerge nel desiderio cocente e tenace del ritorno al bosco, con tutte le asperità della lotta per la sopravvivenza, ma con quell’incomparabile fragranza e vitalità. Così, un giorno, avendo la mano aperto la porticina della gabbia per rigovernarla, stirate le ali annichilite, veloce come il fulmine – il cuore sembra uscire dal petto – finalmente fuori! Oltre le case, i muri, le finestre, i soffocati scorci di azzurro, ecco, là, il suo bosco, in tutta la sua lussureggiante magnificenza. L’uccellino allora canta felice, sente il vigore rifiorire, la vita scorrere e si ripromette che mai, mai più si sarebbe fatto portare via, a costo di colpire con tutta la forza del suo piccolo, ma coriaceo becco. Nel frattempo la mano, stizzita e preoccupata, si affretta a chiudere la gabbia: sa benissimo dove è volato l’uccellino, peccato, ma vabbè, la mela marcia fa parte del gioco, l’importante è che a nessun altro, magari incuriosito, venga la voglia di seguirlo, di conoscere il bosco.
Ecco. Quando, per obblighi sociali, mi autocostringo ad assistere ad un qualche rito partorito dalla furia autofoba della neo Chiesa, la mia anima soffre, fisicamente, come quel povero uccellino schiaffato dentro la gabbia. Nata e stanziata nel bosco della Tradizione vivente, la cui verticalità innalza persino me, avviticchiata nella terra con tutti gli anfibi, fino all’alto dei cieli, non può sopportarla, la gabbia, quella goffa imitazione tutta orizzontale dell’opus Dei sfrattata dal cielo e schiantata sulla terra, quel depauperamento così mesto e disadorno, quell’imbastardimento ambiguo per compiacere qualche fratellastro che, bene che vada, “fa l’effetto di un bicchiere di acqua tiepida con due gocce di bromuro” (cit. il mio mentore di questa storia), magari celebrato all’interno di edifici più simili a sale condominiali che a chiese e progettati da architetti atei a onorario extra lusso.
Lo so, lo so bene che il bosco è la parte (per il mondo) sbagliata, quella senza un soldo o un appoggio della sottana che conta, appena poco più che clandestina, mal tollerata, cui misericordiosissimamente si permette di respirare a patto che non osi alzare lo sguardo, quella fieramente e pervicacemente cattolica, e perciò indigesta ad una Chiesa che sbrodola per tutto ciò che cattolico non è e ha il sommo terrore di apparire démodé. Ma cosa importa di tutto questo, quando nel folto del bosco la lex orandi educa alla lex credendi della trascendenza, dell’oggettività e dell’assoluto, ossia a tutto quello che è in grado di colmare gli abissi dell’animo umano e di orientarlo verso la sua piena realizzazione. E questo anche grazie all’uso della lingua sacra, che per noi Occidentali è il latino: non più lingua d’uso, essa, immune da evoluzioni, solenne ed essenziale, contribuisce a trasportare l’atto liturgico al di là della mutevolezza propria del secolo, unisce in un dialogo ininterrotto con i nostri avi e garantisce cattolicità, uniformità e comprensione in ogni angolo dell’orbe. Devastino pure, le varie mani più o meno anonime, che hanno dato da intendere in modo fraudolento agli altri uccellini che la gabbia è l’unico mondo esistente e tanto bello, seguitino a gonfiarsi di vanagloria e ad ubriacarsi di sproloqui e si tengano pur stretta la loro lex orandi abortita da una lex credendi appiattita sull’immanenza, la soggettività, il relativismo, in una pietosa imitazione di ciò di cui l’anima già si abbuffa nel mondo: io dal mio ramo non mi muovo, tengo la posizione e, nel mio piccolissimo, salvo il seme, perché la buriana prima o poi passa, i barbari o se ne vanno o si inciviliscono, e la Verità esige che noi, soldati semplici, collaboriamo con Lei.
In buona sostanza ed in tre parole, contra spem speravi: questa, non so un tempo, ma oggi sicuramente, la cifra della battaglia del cristiano.
Battaglia virile, nel dominio di sé, nel coraggio, nella tenacia, nella risolutezza, e nel contempo muliebre, nell’abnegazione, nella resilienza, nella fedeltà, nella bellezza; battaglia che non si può in alcun modo affrontare allo sbaraglio, ma da combattersi impugnando le armi forgiate nel corso dei venti secoli alle nostre spalle e facendo ricorso alle virtù tutte, le cardinali come le teologali, dacché il Signor Nostro ci ha ben avvertiti da subito riguardo alla faccenda delle pecore mandate in mezzo ai lupi: pecore astute e ben equipaggiate, sia chiaro, non inerme carne da macello. Ma, soprattutto, battaglia di necessità, perché dall’altra parte del fronte vi è solo la velleità di una folle, disperata creatura che volle farsi Creatore.
Sulla mia pelle, nella carne io so che “stat crux dum volvitur orbis” e che solamente aggrappandosi a quel ruvido legno, unica spiegazione plausibile, sola giustificazione di quel mysterium iniquitatis che, immane e tremendo, fatalmente inerisce a tutte le creature che vengono al mondo, si dà significato e sostanza a questo altrimenti assurdo involvere del tempo tendente al nulla eterno e alla sua annichilente casualità, nel cui meccanicismo, al netto degli stordimenti di distrazione di massa, i viventi si determinano e si compendiano in ingranaggi reificati in vita e in cibo per vermi in morte.

In cauda margarita

Finalmente in fondo giunti, ti lascio, sconosciuto lettore, questo brano, tratto da una lettera che la grande Ildegarda di Bingen, Dottore della Chiesa – ed ennesima attestazione del buio calato sulla ragione nei secoli del lungo sonno medievale – scrisse alla cara amica Elisabetta di Schonau, come spero gradito pensiero, per la pazienza che, se mi hai seguita sin qui, hai avuto nel leggere il racconto di una mirabile rivoluzione, di un tortuoso ritorno a casa per improbabili vie che solo la sapienza della Provvidenza divina sa tracciare.
Che la saggezza di queste parole, Deo iuvante, come un monumento posto al centro della coscienza, non venga mai dimenticata dalle nostre gracili menti: questo è l’augurio che ti e mi rivolgo e con il quale scrivo la parola fine ai piedi di queste pagine.
“Io poveretta, vaso di creta, dico queste cose che non vengono da me, ma dalla pura luce. L’essere umano è un vaso che Dio fabbricò per se stesso e che riempì del Suo soffio, per compiere in lui le Sue opere […]. Coloro che vogliono compiere le opere di Dio siano sempre consapevoli di essere vasi di creta, poiché sono umani, e sempre considerino che cosa sono e che cosa saranno e lascino le cose del cielo a chi è celeste, poiché essi sono esuli, ignoranti delle cose del cielo e soltanto capaci di cantare i misteri di Dio come una tromba che emette solo il suono, non lo produce, una tromba in cui qualcun altro soffia per farla suonare […]. Ed io, che giaccio nella meschinità della mia mente, mi affanno moltissimo nell’inquietudine del timore, talvolta emettendo un piccolo suono come di tromba che proviene dalla luminosità vivente; e per questo Dio mi aiuti a rimanere al Suo servizio”. (Epistola 201R, Epistolarium II).

Laudetur Iesus Christus!                                             

da qualche parte, in terra d’Emilia, nel mese di Agosto, anno Domini 2019

UN PAIO DI RINGRAZIAMENTI

Un primo, sentitissimo ringraziamento all’amico Ivo, fine studioso e corregionale, seppure già in odore di Longobardia, per la sua lettura critica, foriera delle franche correzioni e preziose indicazioni che hanno contribuito a migliorare questa mia storia.
Un secondo, con tanto di inclinazione del capo, al Sommo Poeta, dalla cui Commedia ho attinto a piene mani, per avermi fornito, per quanto involontariamente, parte del lessico indispensabile al tema trattato.

http://bit.ly/2zdsEFR
http://bit.ly/2ze5VJV

Un commento a "Storia di un ritorno a casa. Parte seconda (2)"

  1. #eraclio73   16 Settembre 2019 at 8:19 pm

    meraviglioso

    Rispondi

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