Una spiegazione finanziaria della Quadragesimo Anno – prima parte

di Andrea Cavalleri

I punti 105-109 della famosa enciclica di Pio XI vengono sempre più spesso citati da autori cattolici, insofferenti delle contraddizioni della moderna economia iper-finanziarizzata.

Tuttavia vengono agitati come uno spauracchio, quasi fossero l’aglio per i vampiri senza mostrarne l’aderenza alla realtà contemporanea.

Privi di spiegazione, questi paragrafi restano incomprensibili ai più, che intuiscono una qualche verità di fondo, ma non sanno a cosa riferirla esattamente.

Con questo articolo ci riproponiamo di fare opera divulgativa spiegando semplicemente -ma senza semplificare troppo- le realtà a cui si riferiscono i cinque paragrafi, mostrando come la Quadragesimo Anno non si limiti ad una astratta enunciazione di principi, ma metta concretamente il dito sulla piaga dei problemi economico-finanziari dei nostri tempi, caricandosi di una valenza al tempo stesso attuale e profetica.

Il testo e i suoi interrogativi.

In questa prima parte prenderemo in esame i paragrafi 105 e 106, che affermano:

105. E in primo luogo ciò che ferisce gli occhi è che ai nostri tempi non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, e questi sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale, di cui essi però dispongono a loro grado e piacimento.

106. Questo potere diviene più che mai dispotico in quelli che, tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico, e hanno in mano, per così dire, l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare.

Riguardo alla concentrazione della ricchezza se ne sente abbondantemente parlare dai giornali, che riportano, ad esempio, i rapporti Oxfam.

E allora sappiamo che l’% più ricco della popolazione mondiale possiede quasi la metà della ricchezza globale e cose simili.

Però l’1% di otto miliardi (approssimativamente la popolazione mondiale) significa ottanta milioni di persone.

Inoltre la grande maggioranza delle grandi aziende di qualunque tipo sono società per azioni, quindi si suppone che la proprietà sarà distribuita tra un gran numero di azionisti.

Come dunque parlare di  una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi?

E come è possibile che quei pochi possano condizionare l’economia globale, e con essa la vita di moltitudini, se neppure sono proprietari di capitali, ma solo  depositari e amministratori?

Se il capitale non è un loro possesso dovranno pur risponderne ai legittimi proprietari!

E infine, è esperienza comune che coloro che tengono in pugno il danaro, la fanno da padroni, ma chi mai tiene in pugno tanto denaro da avere in mano l’anima dell’economia, sicché nessuno, contro la loro volontà, potrebbe nemmeno respirare?

Tutte queste domande sono collegate e hanno due risposte basilari: tutto ciò è possibile grazie alla banca e al fondo di investimento.

Vediamo come funzionano.

La banca 1) i soldi.

Quasi ogni lettore avrà un conto in banca; egli dunque pensa: tengo i miei soldi in banca, che mi offre i servizi di custodia e di pagamento e adopera il denaro inutilizzato per effettuare investimenti grazie a cui l’economia cresce.

Ognuna di queste singole proposizioni è falsa, ma la più lontana dalla realtà è la prima, ovvero: “tengo i miei soldi in banca”.

Infatti il cittadino comune, quando apre un conto corrente non legge tutto quanto è scritto nel contratto e, se anche lo leggesse, appurerebbe che si tratta di un “deposito a vista” senza sapere che questo è una forma di prestito.

La cosa migliore, per capire che genere di prestito sia, è leggere il relativo articolo definitorio del codice civile:

Dispositivo dell’art. 1834 Codice civile
Nei depositi di una somma di danaro presso una banca, questa ne acquista la proprietà ed è obbligata a restituirla (1) nella stessa specie monetaria, alla scadenza del termine convenuto ovvero a richiesta del depositante, con l’osservanza del periodo di preavviso stabilito dalle parti o dagli usi.
(1) Si tratta di deposito irregolare, con il quale il depositario diviene proprietario del bene ed è obbligato alla restituzione del tantundem eiusdem generis. Di solito tali operazioni vengono eseguite in un conto corrente: si applicano, quindi, anche le relative norme.

È importante sottolineare il contenuto della nota: il depositario (cioè la banca) diventa proprietario del bene (cioè dei vostri soldi), che vi dovrà restituire alla chiusura del contratto.

Ed è bene sapere che tali leggi ed usanze hanno estensione globale, non si tratta certo di un costume italiano.

E cosa fa la banca dei vostri…cioè dei suoi soldi?

Li gioca in borsa, infatti tutto il denaro liquido che eccede le riserve legali di cassa o viene investito oppure deve essere conferito alla Banca Centrale (deposito su cui la banca non guadagna niente).

Sugli investimenti della banca torneremo poi, per ora basta fissare il punto che quando un cittadino mette dei soldi in un conto corrente, questi vengono spesi in titoli di proprietà della banca.

Se tutti i soldi dati alla banca vengono spesi in titoli, significa che nei conti correnti non c’è denaro.

Ma allora cosa c’è?

La cifra scritta nel conto corrente dice quanti soldi la banca deve al correntista, in altre parole quantifica il debito della banca.

E infatti le somme dei conti correnti vengono iscritte in bilancio al passivo dello stato patrimoniale.

Legalmente parlando, le cifre dei conti (quelli che vi illudete siano i “vostri soldi”) rappresentano solo delle promesse di pagamento; tuttavia, poiché le banche le accettano reciprocamente come mezzi di pagamento, quelle promesse vengono utilizzate come se fossero denaro a corso legale.

Come ha scritto Irving Fisher nel “Chicago Plan” solo poche persone inesperte in questioni bancarie non riescono a figurarsi che i loro soldi “in banca” non sono in banca; e solo poche persone competenti in questioni bancarie riescono a immaginare che i soldi, che non sono lì, dovrebbero esserci o almeno che potrebbero esserci; anche se le persone inesperte che non riescono a immaginare che i “loro soldi” in banca non ci sono, non sono per nulla poche…

La banca 2) i pagamenti.

L’esperienza comune dice che tutti movimentano dei soldi e spendono tramite bancomat, bonifici, assegni e altro ancora.

Ma se la banca ha investito i soldi in titoli, come fa a effettuare i pagamenti?

Deve vendere titoli in misura pari alle somme movimentate e ricomprare quando i clienti depositano?

Niente di tutto questo, la risposta si chiama “camera di compensazione”.

Per spiegare di cosa si tratta faccio un esempio con tre banche A, B, e C (ma che potrebbero essere molte di più, il funzionamento è identico).

Dopo una giornata di lavoro le tre banche avranno parecchie operazioni in uscita, corrispondenti alle spese dei loro clienti.

Ma quando qualcuno fa un pagamento bancario i soldi non svaniscono, vanno semplicemente a finire nel conto di colui che incassa; quindi le tre banche avranno altrettanti movimenti in entrata distribuiti nei modi più disparati.

Immaginiamo che la somma di tutte le uscite di A verso B sia 1200 e di 800 verso C.

Tutte le uscite di B verso C siano di 700 e verso A siano 900.

E La somma delle uscite di C sia di 1050 verso A e di 450 verso B.

Il gestore della camera di compensazione riassume i conti in questo modo

A: – 2000 (1200 a B + 800 a C) + 1950 (900 da B + 1050 da C) saldo -2000 + 1950 = -50

B: – 1600 (900 a A + 700 a C)   + 1650 (1200 da A + 450 da C) saldo -1600 + 1650 = +50

C: – 1500 (1050 a A + 450 a B) + 1500 (800 da A + 700 da B)   saldo -1500  + 1500 = 0

Quindi si fa dare 50 da A e li consegna a B (C è andato in pari) e con ciò tutte le transazioni interbancarie sono regolate.

Ma le uscite totali erano la somma di centinaia o forse di migliaia di operazioni, come è possibile che ciascuna vada al suo posto?

Prendiamo ad esempio il signor Tizio della banca A che deve ricevere un pagamento di 10 da Caio della banca C (che non ha effettuato nessun movimento in uscita, avendo saldo 0).

Una volta che esiste un documento che Caio ha pagato 10 e che Tizio li ha effettivamente ricevuti, cosa importa a Tizio se in realtà i suoi 10 provengono materialmente 3 da Pinco e 7 da Pallino (che dovevano pagare quelle somme verso altri conti iscritti alla camera di compensazione) entrambi della sua stessa banca A?

Quindi, una volta messi in regola il dare e l’avere all’esterno, ogni banca non fa che riordinare scritturalmente le cifre dei suoi conti correnti (cioè le cifre dei suoi debiti verso i clienti), senza spostare nemmeno un centesimo.

La camera di compensazione ha dunque minimizzato i movimenti reali di denaro (la banca A doveva pagare 2000, con un saldo di -300 verso B e +250 verso C, e alla fine della compensazione ha pagato solo 50).

A questo punto però A dovrà vendere dei titoli per 50 per saldare il disavanzo di giornata?

Ma certo che no e il motivo si chiama prestito interbancario.

Le banche conoscono il sistema e hanno la fiducia che mediamente gli spostamenti siano a somma zero (tanto entra, tanto esce) considerando gli altri casi come fluttuazioni locali.

Pertanto la banca A non dà 50 alla banca B, ma prende in prestito 50 da B con un tasso vicino a zero, per un giorno, contando di andare in pari il giorno seguente e così, anche tra banche, non si è spostato neppure un centesimo.

Il meccanismo risulta evidente se si immagina che esista una banca sola per tutti: in tal caso ogni pagamento sarebbe solo un aggiustamento di cifre nei rispettivi conti senza nessun movimento monetario.

Se per qualunque motivo una banca non ottiene il prestito dalla sua banca creditrice, allora ci pensa la Banca Centrale a fornire liquidità alla banca bisognosa, sempre per tassi che variano tra il poco-nulla e lo zero assoluto.

La banca 3) i prestiti.

Poniamo che vogliate comprare casa stipulando un mutuo: andate in banca, chiedete il prestito e, per prima cosa, la banca vi chiede una garanzia (tipicamente l’ipoteca sull’immobile).

Ma come, ho un lavoro sicuro, guadagno anche bene… come sono sospettose queste banche!

In realtà non si tratta di sospetti (la crisi dei mutui subprime ha mostrato che, se pensano di poter guadagnare, le banche prestano senza ritegno a cani e porci), ma di condizioni per erogare il mutuo.

Molte persone credono che, quando la banca deve erogare un prestito, il direttore o qualche funzionario aprano la cassaforte (come zio Paperone) guardino quanti soldi ci sono e poi, con un sospiro e alcuni sbaciucchiamenti agli amati dobloni, consegnino il malloppo all’avido richiedente.

Niente di tutto ciò, la Banca Centrale inglese, in un suo documento ufficiale del 2014, afferma con grande enfasi alcune verità sulla creazione del denaro e sul funzionamento delle banche che confutano molte delle credenze errate, legate a modelli obsoleti anche se tutt’oggi presenti nei manuali di economia.

In particolare proclama che: I prestiti creano i depositi, a differenza di quanto normalmente si suppone, cioè che i depositi “abilitino” i prestiti.

In un primo momento può essere difficile capire che “i prestiti creino i depositi”: se non ci sono soldi da prestare (e quindi un deposito preesistente) che cosa si presta?

Ma facendo un passo alla volta si comprenderà il meccanismo.

Torniamo alla richiesta di mutuo: cosa fa la banca una volta ottenuta l’ipoteca?

Scrive sul conto corrente del mutuatario la cifra che gli presta!

Ma noi sappiamo che il conto corrente non contiene denaro, bensì contiene solo le cifre che quantificano il debito della banca verso il correntista.

Solo che si tratta di debiti spendibili.

Cosicché abbiamo un deposito che prima era vuoto o quasi vuoto e poi, dopo il prestito, si è riempito.

Nessun deposito è stato svuotato di alcuna somma per effettuare il prestito.

Banalmente la banca ha mantenuto il suo equilibrio di bilancio sommando l’ipoteca ai suoi attivi e il prestito in conto corrente ai suoi passivi: saldo zero.

ATTIVI PASSIVI
Ipoteca del signor Rossi = 100 Prestito al signor Rossi = 100

Abbiamo già detto che dal punto di vista formale e legale le cifre dei depositi a vista non sono denaro, ma, poiché vengono usate come tale, si può dire che è come se la banca creasse il denaro che presta.

E quando il signor Rossi rimborsa il prestito la banca sottrae dal suo conto corrente la quota pattuita, ovvero, dal punto di vista della banca elimina un passivo; parimenti quando l’ipoteca viene estinta la banca distrugge un attivo (il differenziale dovuto agli interessi resta come attivo della banca).

Quindi in modo perfettamente simmetrico alla creazione dei “soldi” del mutuo, col rimborso dei prestiti, è come se la banca distruggesse il denaro che ha creato.

Per questa ragione Irving Fisher (sempre nel “Chicago Plan”) afferma quanto segue:

Attualmente il grosso della moneta della nostra nazione è alla mercé di un cartello di 15.000 banche. Queste equivalgono a 15.000 zecche private che ogni giorno, in maniera indipendente, creano e distruggono il denaro della nazione, mentre il governo sembra impotente di fronte a questa usurpazione di una sua prerogativa.

Nel secolo scorso si diceva che un banchiere è “un uomo che gestisce il vostro denaro prestandolo ai suoi amici”.

Ma questo concetto è decisamente errato.

Meglio l’Enciclopedia Britannica che afferma: la banca lucra interessi sul denaro che crea dal nulla.

Tuttavia abbiamo visto che la banca non crea formalmente denaro, ma agisce “come se” lo creasse.

Dunque la descrizione più precisa dell’attività bancaria è la seguente: la banca presta debiti.

Ed esattamente, la banca si indebita col cittadino, gli presta i debiti che ha verso di lui, e poi se li fa ripagare con gli interessi.

La banca 4) gli investimenti.

In questo paragrafo si esamina la funzione macroeconomica e sociale della banca.

Il fatto che la banca investa o metta a disposizione capitali per l’investimento, significa descrivere il suo ruolo strategico all’interno del funzionamento generale dell’economia.

E considerando la capacità quasi illimitata di investimento di cui dispongono le banche (i prestiti sopra descritti) questo ruolo dovrebbe risultare essenziale e benefico.

Dovrebbe…

Il primo dato di cui tenere conto è che solo il 10% degli impieghi bancari vanno all’economia reale, dunque il restante 90% dove va?

Principalmente in scommesse, in cui la parte del leone la fanno i cosiddetti derivati, che puntano la posta sulle fluttuazioni dei cambi valutari, degli indici di borsa, delle materie prime, che scommettono sul rimborso dei crediti (che il più delle volte non si posseggono) o il fallimento dei debitori e su ogni altro evento finanziario che la fantasia (psicotica) può suggerire, come le scommesse sull’esito di altre scommesse.

Un gioco d’azzardo particolarmente ghiotto per gli scommettitori, dato che per la maggior parte di questi contratti è sufficiente la copertura del 5% della posta (cosa che in un onesto casinò non sarebbe mai accettata).

In particolare i CDS sono derivati che assicurano un credito e possono essere stipulati da chi non ne è beneficiario, come se io facessi un’assicurazione sull’auto del signor Rossi e quando l’auto del signor Rossi ha un’incidente io intasco il rimborso (poi magari di notte, mi dedico a sabotare lo sterzo e i freni di quell’auto).

Quindi il lettore può immaginare quanto siano salutari per l’economia i derivati di copertura dei fallimenti (altrui)!

Ma il mercato azionario, pur essendo meno dannoso, non è meno inutile: di sicuro comprando e rivendendo 1000 volte le azioni delle aziende non le si finanziano, dato che il finanziamento è avvenuto una sola volta per tutte, all’atto del collocamento.

L’unica cosa che cambia per le S.p.A. è la proprietà, e cambia così: il dipendente di una società per azioni prende lo stipendio e lo presta alla banca depositandolo sul conto corrente; la banca prende i soldi depositati sul suo conto corrente, acquista la sua azienda e diventa il suo padrone.

Infine, per aumentare la redditività della sua azienda, la banca gli fa abbassare lo stipendio o magari lo licenzia.

E le piccole medie aziende che non sono società per azioni?

Provate a immaginare quale sarà il comportamento di un banca se una di queste aziende entrasse in concorrenza con una S.p.A. controllata dall’istituto di credito: facile profezia è ipotizzare una disparità di trattamento.

All’azienda in suo possesso la banca offrirà credito abbondante e a buon mercato, all’azienda indipendente il credito verrà negato o proposto a condizioni svantaggiose.

Esiste poi un’ingente fetta dell’attività bancaria dirottata dai bilanci ufficiali (già lo sono i derivati, che normalmente non sono contabilizzati a bilancio, salvo inserirli come copertura quando le cose si mettono male), che finisce in un circuito detto “sistema bancario ombra”.

Questo sistema fagocita almeno un terzo dei capitali mondiali, attirando i clienti con la promessa di facili guadagni a capitale assicurato, cosa che sembra vera finché la tendenza generale è al rialzo ma può rivelarsi drammaticamente falsa in caso di crisi, come è accaduto nel 2008.

Le operazioni non contabilizzate sono ovviamente anche l’anticamera per l’elusione fiscale, a cui le grosse banche cooperano attivamente.

Il trasferimento di fondi nei paradisi fiscali immobilizza circa un ottavo dei capitali mondiali (studio del 2012 di James Henry, ex capo economista della McKinsey) per tenerli “al sicuro” lontani da tasse e turbolenze di mercato: chiamiamo anche questi 21.000 miliardi di dollari “investimento”?

La banca, infine, deve anche detenere una buona quantità di titoli a basso rischio (per via della ponderazione nel calcolo del patrimonio di vigilanza) e questi sono in gran parte titoli di Stato.

I soldi che lo Stato prende in cambio dei buoni che emette, vengono spesi tutti in stipendi e opere pubbliche, si può dire quindi al 100% nell’economia reale.

Ecco quindi che il tanto vituperato debito pubblico resta il principale finanziatore dell’economia reale, a scorno delle favolette agiografiche della banca che presta il capitale all’imprenditore, il quale crea una nuova azienda che dà lavoro e fa crescere il PIL. Un evento ormai raro e che non si verifica se l’aspirante imprenditore non può dimostrare una piena copertura del prestito, ovvero, in pratica, di non averne bisogno.

E infine una semplice riflessione di natura generale dimostra la contradditorietà della funzione sociale della banca: questa ha come scopo il profitto privato (degli azionisti), mentre l’investimento strategico dovrebbe avere come scopo il benessere generale.

È evidente che i due fini divergono.

Ci si chieda se sia più conveniente per il tornaconto privato finanziare un casinò o un ospedale, uno stadio di calcio o un asilo nido, e quali di queste opere siano più utili per il benessere dei cittadini? Domande retoriche.

Ma la realtà ci ha mostrato anche un altro aspetto, che rappresenta la morale di tutta l’attività di investimento della banca: quando gli azzardi bancari hanno cattivo esito paga il cittadino.

L’assicurazione sui depositi è garantita dallo Stato, le banche “troppo grosse per fallire” hanno ricevuto salvataggi dalla collettività, i rischi sistemici sono stati scongiurati a spese dei contribuenti.

In una sola frase, il criterio che regola l’investimento bancario è quello di privatizzare i profitti e socializzare le perdite.

Il fondo di investimento.

In un certo senso la banca, da sola, basterebbe a spiegare con quale mezzo l’oligarchia capitalistica accumula quell’enorme potenza di cui parla Pio XI.

Tuttavia esiste un secondo strumento operativo che concorre allo stesso scopo, ed è il fondo di investimento.

Questo consiste principalmente in un aggregato patrimoniale indiviso di grandi dimensioni (insomma un mucchio di soldi come quello di zio Paperone) a gestione unica.

I clienti diventano partecipanti del fondo mettendo i soldi e quindi diventando co-proprietari di una piccola frazione del mucchio di soldi investiti con le sue alterne fortune.

Se, quando rivendono la loro quota, il valore del fondo è aumentato, guadagneranno, se è diminuito, perderanno.

L’idea di base è la stessa per cui se chiedete lo sconto su un caffè il barista vi guarda male e vi addita la porta, ma se chiedete lo sconto per 50.000 caffè in un anno, il proprietario del locale vi stende il tappeto rosso.

Inoltre non solo i piccoli risparmiatori unendosi acquisiscono potere contrattuale, ma vengono esonerati dal problema della gestione, che richiede competenze burocratiche e finanziarie che normalmente non hanno.

E a loro vantaggio torna la diversificazione degli investimenti (che ne diminuisce il rischio) e una minor incidenza dei costi di transazione.

Di primo acchito il fondo di investimento può sembrare il contraltare della banca: azionariato diffuso, soldi veri, democrazia finanziaria…

Ma come ogni medaglia vi è il retro, che nel caso del fondo di investimento cambia profondamente il significato di questo istituto.

La prima cosa da dire è che il cliente paga delle spese a fondo perduto: che siano sotto forma di commissioni di ingresso, di uscita o di gestione, lui pagherà sia che le cose vadano bene sia che vadano male,

La seconda, e molto più importante cosa, è che il partecipante del fondo non ha nessuna voce in capitolo sulla gestione del risparmio e sugli effetti che produce nell’economia.

La gestione è in capo al fondo (che sovente la subappalta a degli specialisti, generando così altri costi) i cui gestori decidono tutto.

Se il fondo acquista delle aziende, il partecipante non potrà mai esprimere il suo parere sull’amministrazione delle stesse, perché le uniche due azioni che può compiere sono acquistare o rivendere quote del fondo, senza sindacare su come il fondo opera.

Naturalmente, un agglomerato patrimoniale composto dalla somma apportata da migliaia e migliaia di risparmiatori, o direttamente o tramite l’investimento bancario dei loro depositi, costituisce una specie di pescecane capace di divorare qualunque soggetto nel mare del mercato.

Per questa ragione è disciplinato da normative anti monopolistiche, per cui gli è vietato possedere completamente delle aziende.

Ma esistono le eccezioni: i fondi di investimento alternativi possono farlo, purché, appunto, siano alternativi.

E cosa occorre a un fondo per essere alternativo?

Dichiararlo nella ragione sociale, cioè alla sigla F.I. aggiungere la “a” di F.I.A.

E per scrivere una “a” puntata occorre aver frequentato per qualche tempo la prima elementare, comprenderà dunque il lettore quale criterio selettivo e severo venga adoperato per consentire le deroghe alle norme del mercato!

La terza cosa da dire è che le grandi banche d’affari giocano un ruolo importante e non neutrale nei confronti dei fondi di investimento.

Esse infatti svolgono diverse operazioni essenziali al funzionamento del fondo: sono le subdepositarie di un gran numero di titoli (abilitate legalmente a detenerli, mentre il fondo non può) fungono da intermediatori sulla vendita di titoli, soprattutto esteri (su cui lucrano altre commissioni che paga il cliente) e infine rappresentano le controparti del 80% dei contratti derivati, in pratica il “banco” del casinò finanziario.

In virtù di questo ruolo ricevono molteplici deleghe, tra cui quella strategica di votare nei consigli di amministrazione delle aziende partecipate o possedute dal fondo (tipicamente nelle aziende nazionali vota il gestore del fondo, in quelle internazionali il delegato della banca d’affari).

E votare nel CdA di un’azienda S.p.A. significa determinare il piano industriale e le finalità di mercato di tale azienda.

Col passare del tempo si è verificato sempre più spesso un intreccio tra i grandi fondi e le grandi banche per cui i fondi acquistano pacchetti azionari delle banche e le banche detengono quote di fondi.

In tali condizioni non si capisce più bene se sia il fondo a possedere la banca o la banca a possedere il fondo, ma dato che molte delle persone fisiche che esercitano il controllo in qualità di grandi azionisti sono le stesse, si può legittimamente parlare di “entità finanziaria”.

Il fondo, in questo agglomerato, funge da strumento di compravendita meno soggetto a norme e restrizioni, mentre la banca è avvantaggiata nella raccolta del capitale e nella produzione di liquidità.

Come ciliegina sulla torta bisogna citare le agenzie di rating, cioè quelle società incaricate di emettere giudizi sull’affidabilità dei titoli di debiti e relativi emittenti e che vedono tra i loro proprietari banchieri e gestori di fondi, in palese conflitto di interessi.

Per capire che non sono accuse infondate, basta ricordare che il giorno prima che la Lehman  Brothers fallisse, queste agenzie classificavano alcune delle sue obbligazioni come AAA: il massimo della sicurezza!

Tali agenzie vanno a perfezionare, quasi fossero un dipartimento di “marketing”, gli strumenti in dotazione al leviatano finanziario che accumula l’enorme potenza, denunciata nella Quadragesimo Anno.

Ecco perché Pio XI ha ragione.

Se torniamo all’affermazione iniziale del punto 105 della Quadragesimo Anno che recita: non vi è solo concentrazione della ricchezza, ma l’accumularsi altresì di una potenza enorme, di una dispotica padronanza dell’economia in mano di pochi, a questo punto siamo in grado di capirla.

La banca e il fondo di investimento non operano coi soldi propri, ma con quelli che la clientela ha prestato loro (o ancora più direttamente con lo pseudo-denaro che i regolamenti permettono loro di utilizzare); tuttavia sono questi enti ad avere il monopolio delle grandi transazioni monetarie.

E il processo si è aggravato drammaticamente nell’ultimo decennio di guerra al contante: infatti per i cittadini non poter usare le banconote significa dover usare i conti correnti, e questo implica la costrizione a prestare i propri soldi alla banca (lo abbiamo visto sopra).

Quindi sono proprio gli istituti finanziari, che pur disponendo di un capitale proprio assolutamente modesto e persino trascurabile (quindi neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale), tenendo in pugno il danaro, la fanno da padroni; onde sono in qualche modo i distributori del sangue stesso, di cui vive l’organismo economico.

E il potere ricattatorio del denaro è realmente enorme: la semplice scarsità di circolante produce fallimenti di aziende, disoccupazione, stagnazione economica, crisi.

Poiché la prosperità economica si basa sulla divisione del lavoro, questa risulta inutile senza un fitto e regolare interscambio di mercato, che presuppone una disponibilità di abbondante liquidità: il “sangue di cui vive l’organismo economico”.

Naturalmente chi gestisce il denaro “facendola da padrone” ha una cura speciale per i propri interessi, che prosperano banalmente grazie a una vera e propria rendita di posizione.

Infatti gli investimenti, fatti coi soldi dei clienti, producono proprietà della banca o del fondo e non dei clienti; o quanto meno producono proprietà controllate dalla banca e dal fondo al cui riguardo il cliente è trattato come un mero spettatore, manipolabile a piacere.

Ciò che resta da dimostrare è che questa potenza dispotica sia in mano di pochi.

Apparentemente le banche sono molto numerose e così pure i fondi di investimento; la prima impressione è che proprietari e dirigenti siano migliaia, anzi, decine di migliaia.

Ma a far chiarezza sulla situazione è giunto uno studio del 2007 prodotto dal Politecnico di Zurigo.

Mi scuso con il lettore se sono costretto a citare ripetutamente in numerosi articoli questo documento, consultabile liberamente in rete col titolo di The Network of Global Corporate Control.

Nelle conclusioni tale studio afferma che esiste una super entità di 147 aziende, quasi tutte di natura finanziaria, che controlla le 40.060 multinazionali più influenti del mondo, possedendo direttamente il 40% dell’economia mondiale.

In base a questa scoperta si comprende facilmente che poche migliaia di persone decidono le sorti dei cosiddetti mercati (che i più si immaginano aperti a miriadi di influenze).

Tuttavia lo studio si arresta all’individuazione di questi 147 soggetti, senza più indagare se siano tutti indipendenti o se alcuni di questi ne controllino altri.

Dato che tra essi vi sono sia banche sia fondi di investimento che acquistano banche, si intuisce facilmente che la rete proprietaria sia ben più ristretta (alcuni casi sono già ben noti) rispetto al numero dichiarato nell’articolo (nell’Appendix S1 a pag. 17 si riportano i primi 50 soggetti).

Pertanto i decisori dei mercati non si contano in decine di migliaia o in migliaia, ma più verosimilmente in centinaia o anche in decine.

Per fare un numero a caso, ma assolutamente plausibile, che fornisca l’idea di quanti siano quei pochi nelle cui mani si accentra un potere dispotico, diciamo che sono 300.

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