Con questo articolo Giorgio Enrico Cavallo continua la sua collaborazione, episodica ma non per questo meno gradita, a Radio Spada. Giornalista pubblicista e brillante storico cattolico piemontese, rappresenta degnamente la giovane generazione di ricercatori e militanti cattolici formatisi in questi anni cui Radio Spada augura proficui e coraggiosi studi. (Piergiorgio Seveso – Presidente SQE di Radio Spada)

di Giorgio Enrico Cavallo

Scontro di civiltà. Samuel Phillips Huntington titolò così il suo saggio più celebre, nel quale sostiene che la principale fonte di conflitti, dopo la Guerra Fredda, sarà sulla base delle differenze culturali e religiose esistenti nel mondo. Al di là della portata storica di questa affermazione, nel mondo occidentale è possibile estendere tale ragionamento alla differenza culturale e religiosa che separa la civiltà cristiana dalla in-civiltà contemporanea. Si tratta di due mondi antitetici, divisi da una frattura che, nel corso di trecento anni almeno, è diventata un abisso. Un baratro senza fondo. Della prima, gloriosa civiltà che forgiò l’Europa, abbiamo ancora testimonianze in ogni dove, ma non sappiamo cosa farcene. Siamo diventati peggio dei barbari alla caduta dell’impero romano: almeno, quelli volevano integrarsi con la civiltà classica, da essi ambita perché ritenuta loro superiore. Noi occidentali del Duemila, invece, rigettiamo la civiltà cristiana che ci ha generati. La consideriamo generalmente primitiva e superstiziosa; lieti di essere barbari con l’i-phone in mano, non sappiamo cosa farcene dei monumenti che ci hanno lasciato le generazioni che hanno forgiato il nostro continente. Tanto più, non sappiamo cosa farcene delle chiese. In primis, a non sapere cosa fare delle chiese è la stessa Chiesa cattolica, che ha nel tempo abbandonato i luoghi di culto antichi, ricchi di storia, arte e di un profondo senso estetico che avvicina a Dio, per sprofondare i fedeli nella grigia tristezza delle chiese in cemento, annegate tra i palazzoni delle periferie. Il risultato è stato duplice: molte chiese antiche sono state sconsacrate e chiuse (alcune di esse sono state adattate ai tempi che corrono. Sono diventate musei, biblioteche, bar, ristoranti, palestre… ), mentre i fedeli sono oggi costretti a pregare in edifici privi di alcun senso estetico, più simili (questi sì!) a palestre o parcheggi multipiano. Per eterogenesi dei fini, una Chiesa che tutto è diventata, fuorché cattolica, ha reso evidente la sua apostasia erigendo chiese che tutto sono, fuorché chiese cattoliche. Si disse che i cubi di cemento armato atterrati nelle periferie servivano per dotare i nuovi quartieri di edifici di culto. Sarà, ma quale motivo c’era di omologare le chiese alla bruttezza estetica delle periferie?

La depressione estetica della Chiesa fu cattolica è andata, nel mentre, di pari passo alla depressione culturale della cosiddetta arte contemporanea. Arte che, non essendo in grado di trasmettere bellezza, si accanisce contro ciò che bello lo è davvero. È davvero uno scontro di civiltà: nel corso degli anni abbiamo assistito ad umilianti allestimenti di sedicenti artisti collocati nei luoghi simbolo delle città; in quelle piazze e (ahinoi) anche in quelle chiese che furono il centro della vita pubblica e spirituale della civiltà che ci ha preceduti. Piazze e chiese che dovrebbero essere tutelate quali preziose testimonianze di una civiltà perduta. Un po’ come si fa con le piramidi egizie o con l’acropoli di Atene. Abbiamo più rispetto per i monumenti delle civiltà pagane che non per i simboli della nostra civiltà cristiana. Anzi, con la saccenteria di chi si crede superiore, abbiamo decretato che i vecchi monumenti vadano “valorizzati”. Termine, quest’ultimo, proprio del truffatore, che imbambola il pubblico con parole decontestualizzate o prive di senso. Di grazia, come si può pretendere di “valorizzare” una chiesa antica aggiungendo al suo interno ciarpame che nulla c’entra con la chiesa in questione? Non si può. E allora emerge il vero motivo di questo accanimento verso l’arte cristiana: è volontà di oscurare, di coprire, di sostituire alla precedente estetica che valorizzava Dio una nuova estetica che divinizza l’uomo. Non è novità di questi giorni: è dall’Illuminismo in poi che si assiste ad un progresso di questo tipo. Però, all’epoca di Voltaire e ancora sostanzialmente fino all’altroieri, la società era ancora prevalentemente cristiana ed aveva quel sano rispetto del divino che le impediva di collocare nelle chiese oscenità spacciate per arte. Oggi, non ci facciamo più caso: anzi, sembra normale che nel corso di mostre e rassegne culturali le chiese diventino palcoscenici dell’assurdo carrozzone artistico contemporaneo. Rimosse le panche e gli inginocchiatoi, tanto nelle chiese sconsacrate quanto in quelle consacrate si possono trovare enigmatici simulacri di sculture, oggetti che nulla trasmettono all’animo perché nulla hanno da dire. Sono il caos, espressione perfetta di una società nella quale tutto è messo in discussione.

Lo scontro in atto, lo sappiamo, non è soltanto sul piano estetico ma essenzialmente è una battaglia che si combatte su tutti i fronti, con il preciso scopo di cancellare il cristianesimo (ed il cristianesimo cattolico in primis) dalla faccia della Terra. Illuministi, massoni, carbonari, comunisti, socialisti, globalisti e via dicendo sono tutti parte dell’esercito che ogni giorno combatte questa battaglia di valore escatologico contro la Chiesa. Non prevarranno, la Rivoluzione non prevarrà. Nel mentre, coloro i quali militano nell’altro esercito devono essere pronti a tutto e devono comprendere come una parte importante della battaglia contro Cristo sia combattuta oggi anche sul piano estetico.