La conversione di Edith Sitwell: avanguardia e tradizione di una poetessa “papista”

di Luca Fumagalli

Nella letteratura cattolica britannica del Novecento si assiste a uno strano fenomeno, assolutamente peculiare, quello cioè di autori d’avanguardia, incorreggibili iconoclasti, capaci tuttavia di rivelare con eccezionale vigore la forza della tradizione, vergando pagine pregne di sensazioni contrastanti che si risolvono in un affascinante quanto insolito “dinamismo della Verità” (la definizione è dello studioso Jospeh Pearce). Eccellente esempio di tale tendenza, oltre a Evelyn Waugh, l’insuperato autore di Ritorno a Brideshead, è la sua amica Edith Sitwell (1887-1964), una figura chiave per comprendere l’evoluzione della poesia inglese – religiosa e non – nel corso del XX secolo.

Nata in una famiglia della upper class protestante, con tanto di maestosa tenuta nel Derbyshire, i panni meno adatti alla Sitwell parevano essere proprio quelli della rivoluzionaria. In realtà, sin dall’esordio poetico, avvenuto nel 1913, la giovane inglese manifestò chiaramente il suo intento di mettere a soqquadro il mondo delle convenzioni letterarie. Tra il 1916 e il 1921, con la direzione di Wheels, un’antologia stampata a cadenza annuale, la Sitwell si spinse ancora più in là, offrendo al vasto pubblico dei lettori versi stilisticamente modernissimi che non avevano timore di sfidare a viso aperto il quietismo flaccido e idilliaco dei cosiddetti poeti georgiani.

Nel 1922 pubblicò la raccolta Façade che, letta in pubblico a Londra con l’accompagnamento musicale di William Walton, scatenò polemiche a non finire: fu solo un primo assaggio di quella diatriba tra “antichi” e “moderni” che venne definitivamente aperta, nello stesso anno, con l’uscita nelle librerie della Terra desolata di T. S. Eliot.  

Per quanto “mostri sacri” come G. K. Chesterton e C. S. Lewis si scagliarono a più riprese contro le moderne tendenze della poesia inglese, il più grande rivale della Sitwell fu senza ombra di dubbio Alfred Noyes, un rispettato poeta della vecchia guardia (che, tra l’altro, nel giro di qualche anno si sarebbe convertito al cattolicesimo). Caduto in disgrazia con l’avanzare delle nuove tendenze poetiche, Noyes aveva il dente particolarmente avvelenato con la Sitwell che, poco elegantemente, aveva osato definire i suoi lavori «linoleum economico».

Ne scaturì un pubblico dibattito alla London School of Economics, moderato dal poeta e critico Edmund Gosse. Noyes si presentò con vestiti sobri e con gli immancabili occhiali, mentre la Sitwell, sempre piuttosto eccentrica in fatto d’abbigliamento, sfoggiò per l’occasione una tunica viola e una corona d’alloro dorata: gli abiti, almeno quella sera, fecero il monaco, nel senso che identificavano, già allo sguardo, a quali estremi culturali opposti appartenessero i due scrittori.

Durante il dibattito – cosa piuttosto curiosa – la Sitwell si ritrovò a difendere le proprie convinzioni adottando una prospettiva schiettamente tradizionale: «Siamo sempre chiamati folli. Se lo siamo, possiamo almeno dirci in compagnia di nostri grandi predecessori quali Coleridge e Wordsworth, anch’essi considerati matti». Noyes, altrettanto paradossalmente, difese la tradizione sostenendo come essa fosse sempre di moda: «La vera poesia è contemporanea in ogni età». Non mancarono altre arguzie e giudizi folgoranti da parte di Noyes ma, al netto di tutto, il confronto si concluse a favore di quei “moderni” di cui la Sitwell, accanto a re Eliot, nel frattempo era diventata la regina indiscussa.

Nel 1929 venne pubblicato Gold Coast Customs, un poema in cui la Sitwell dipingeva l’insostenibile leggerezza della vita contemporanea, vuota e priva di senso. Eco dei temi già cari a Eliot, il componimento mostrava inoltre un certo anelito religioso, lo stesso che riapparve in Still Falls the Rain, la descrizione del bombardamento di Londra durante il Blitz del 1940: nella lirica la crocifissione di Cristo è un’amara immagine della colpevolezza dell’umanità, «cieca come i millenovecentoquaranta chiodi/sulla croce».

Sulla via della conversione, oltre all’ammirazione per l’opera di Roy Campbell, poeta cattolico di origini sudafricane, significative furono anche «le tre poesie dell’Età atomica» che traevano ispirazione dalla terribile descrizione, offerta da alcuni testimoni oculari, della devastazione prodotta dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima. The Shadow of Cain, la prima lirica, secondo la stessa autrice «riguarda la graduale migrazione dell’umanità, dopo la seconda caduta dell’uomo […] nel deserto del freddo, verso il disastro finale, il cui primo simbolo è caduto su Hiroshima».

Edith Sitwell venne finalmente accolta nella Chiesa di Roma nell’agosto del 1955, un anno dopo essere stata insignita dalla regina del titolo di Dama di Commenda dell’Ordine dell’Impero Britannico. Suo padrino fu Evelyn Waugh – che la descrisse, quel giorno, «fasciata di nero come un’infanta del XVI secolo» – mentre tra gli invitati spiccava l’attore Alec Guinness, destinato anch’egli, solo qualche mese dopo, a farsi “papista” (come i cattolici venivano spregiativamente chiamati dagli anglicani).

Com’era naturale aspettarsi in un paese protestante, la conversione della Sitwell suscitò molto entusiasmo ma anche e soprattutto critiche. Non solo i giornali si accanirono su di lei senza troppi complimenti, ma pure parenti, amici e perfetti sconosciuti non persero occasione per manifestarle il loro dissenso. Una volta, ad esempio, le fu recapitato un biglietto, scritto da un venditore di New York, in cui veniva accusata di essere in combutta con quella Chiesa che aveva le mani ancora sporche del sangue versato durante la notte di San Bartolomeo; oppure, in un’altra occasione, ricevette una lettera anonima piena di offese.

La Sitwell sopportò le ingiurie con grande pazienza, consapevole che quella che Belloc aveva chiamato “la via di Roma” era una strada tutt’altro che facile e che percorrerla le sarebbe costato caro. Ma ne valeva comunque la pena, perché era certa che alla fine del viaggio, ad attenderla, ci sarebbe stata una meta di felicità eterna. Come scrisse in una lettera a padre Philip Caraman, sua guida spirituale durante la preparazione al battesimo, «quando penso a Dio, non mi sento lontana…».

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