a cura di Giuliano Zoroddu

Basilica di San Pietro, 30 ottobre 1962. X Congregazione Generale del Concilio Ecumenico Vaticano II. Il Cardinale Alfredo Ottaviani, l’anziano e quasi cieco Segretario della Suprema Sacra Congregazione del Sant’Offizio – praticamente l’ortodossia fatta persona – prende la parola, ma, parlando a braccio, eccede rispetto al tempo stabilito. Il Cardinale Alfrink di Utrecht, caporione dei progressisti e al cui discorso Ottaviani controbatteva, che nell’occasione fungeva anche da presidente dell’assemblea suona il campanello. L’oratore non se ne accorge e continua a parlare. Molto seccamente, senza alcun riguardo verso un vecchio quasi cieco, il Cardinale olandese fa spegnere il microfono fra l’umiliazione di Ottaviani e l’osceno “applauso” di molti Padri Conciliari.

Venerabili Padri,
Nell’articolo 37 di questo capitolo [si discuteva lo schema sulla liturgia] si legge “L’Ordo Missae nella sua disposizione generale come nelle singole parti è da riformare”. Che vogliono dire queste parole? Si vuol forse fare una qualche rivoluzione di tutta la Messa? Se l’Ordo Missae è da riformare nella sua disposizione generale come nelle sue singole parti, che cosa rimarrà? Che sono mai queste parole tanto ampie e tanto larghe da poter volentieri autorizzare una riforma? Mi sembra che si debbano del tutto espungere queste parole, o almeno chiarirle. L’Ordo Missae lo possediamo da molti secoli, la Messa è certamente il centro di tutto il culto liturgico; realtà santissima, ben conosciuta da tutti quei fedeli che ora, soprattutto grazie al lavoro della pastorale liturgica, ben conoscono le singole parti: c’è il pericolo che eccessivi cambiamenti provochino un certo stupore, se non scandalo. Si tratta di cosa santissima che non si può mutare a piacimento nelle singole generazioni; cosa santissima che va trattata santamente e con venerazione, difficile da toccare. Mi sovvengono ora in mente le parole rivolte da Dio a Mosè che si avvicinava al roveto ardente: “Sciogli i calzari dai tuoi piedi: terra santa è infatti il luogo in cui stai”. Dunque siamo cauti nel proporre riforme della Messa.
Nell’articolo 42 poi, si parla della comunione sotto le due specie. Mi meraviglia che questa proposta venga fatta dopo che nella commissione centrale, mi pare, se ben ricordo, fu rigettata quasi unanimemente. Mi meraviglio perché mentre sono omesse cose che furono proposte ed approvate ed approvate in commissione centrale, mentre, dico, sono omesse le proposte approvate, si insiste ora su una cosa che non ebbe il suffragio della medesima commissione centrale o della maggioranza. Per esempio era stato proposto dall’Eminentissimo Cardinal Decano Tisserant, con poche e lapidarie parole, “Sia riformato il Martirologio”, e tutti i Padri che erano presenti nella commissione centrale approvarono. Della cosa, sebbene approvata, non c’è traccia nella costituzione. Di un’altra, che non fu approvata dalla maggioranza, c’è la proposizione. Ma il prurito delle innovazioni preme – guardate, è un vero prurito delle innovazioni – il prurito delle innovazioni preme anche per cose che non solo non sono necessarie, ma nemmeno utili, anzi possono essere finanche dannose.
Non sono necessarie. L’argomento biblico ora addotto [a favore della comunione sotto le due specie, ndr] prova ad oltranza, e dunque, secondo il noto detto, non prova nulla. Se così fosse dovremmo sempre, ogni giorno, non solo celebrare la Messa sotto le due specie, ma anche dare la comunione ogni giorno ai fedeli sotto entrambe le specie. E, del resto, non si può negare che quando si somministra la Santissima Eucaristia ai fedeli, si somministra loro il Corpo e il Sangue. Accidentale è la modalità, quella è la sostanza..
Ma è pericoloso. Infatti nella stessa costituzione così proposta, all’articolo 42 ai dice “allontanato il pericolo della fede”. Come si può proporre una cosa con la clausola “allontanato il pericolo della fede”? E lo capisco: poiché conosciamo quali furono le difficoltà causate da Giovanni Huss e quali lutti causati alla Chiesa. Del resto, nella stessa questione della comunione sotto le due specie, è sotteso il pericolo di una falsa interpretazione, e vi sono anche, come già è stato proposto e non insisto, questioni pratiche, difficoltà pratiche che nella pastorale liturgica bisogna tenere d’occhio. Ossia non dobbiamo fare una dottrina liturgica che non si possa mettere in pratica, ce non possa essere messa in pratica.
Avevo proposto [nel testo scritto, ndr] qualcosa anche a riguardo dell’articolo 44 nel quale si tratta della lingua volgare nella Messa, ma lo ometto, obbediente alla raccomandazione fatta di non parlare più oltre dell’argomento.
Voglio solo dire una cosa. Molti hanno addotto l’autorità di Papa Pio XII che invero largo e liberale fu nell’ammettere adattamenti della liturgia in lingua volgare. Senz’altro. Ma costoro che hanno addotto l’autorità del Sommo Pontefice Pio XII non hanno ricordato, mi sembra che essi non lo ricordino, che il medesimo Sommo Pontefice nella sua allocuzione ai membri del Congresso Liturgico Internazionale di Assisi del 1956, disse: “La Chiesa ha dei gravi motivi per mantenere fermamente l’uso incondizionato – si notino le parole “fermamente” ed “incondizionato” – della lingua latina nella Messa celebrata secondo il rito latino”. Queste parole dobbiamo tenerle presenti davanti agli occhi, giacché l’autorità di un Pontefice non si deve addurre solo per le cose che favorisce, ma anche per quelle che non favorisce.
Infine la concelebrazione. Io capisco sia una certa forma esterna – non accusatemi se dicono anche teatrale – della celebrazione della messa, ma in essa vi è anche pericolo d’errore. L’errore che serpeggia è questo, che quasi nella Messa concelebrata si dia maggior gloria [a Dio, ndr] e si riceva maggiore efficacia che nella messa privata. Voi sapete come il Sommo Pontefice Pio XII, nell’Enciclica Mediator Dei, abbia riprovato la teoria di coloro che sminuiscono e sono contrari alla Messa celebrata in privato. Non vorrei che questi che sono contro la Messa privata vogliano in qualche modo estendere la concelebrazione contro l’uso della Messa privata. Per il resto, omettendo tutte le cose che ottimamente già sono state dette dagli Eminentissimi che mi hanno preceduto, omesse quelle, io dico che c’è anche questo pericolo: poiché nella costituzione proposta si dice che si possa omettere qualcosa, che si possa omettere qualche prece, non vorrei che si inferisse che si possano omettere dai concelebranti le parole della consacrazione, pronunziandole solo colui che presiede alla concelebrazione mentre gli altri stanno in silenzio. Questa teoria infatti già fu esaminata e fu rigettata dalla Santa Sede. Senz’altro vi sono coloro che hanno sostenuto che nella concelebrazione, solamente il presidente della concelebrazione possa dire le parole della consacrazione, mentre gli altri tacciono. Sono novità che portano con sé confusione anche dottrinale.
Alle ragioni addotte in precedenza ne aggiungo una: nelle Messe concelebrate i sacerdoti che convengono non celebrano la messa nelle parrocchie, negli oratori dove i fedeli aspettano al Messa. La Messa concelebrata priva i fedeli di molte Messe private.


AS I/2, pp. 18-20