Il monsignore e il poeta: Ronald Knox e la conversione di Siegfried Sassoon

di Luca Fumagalli

Nell’era della bomba atomica furono in molti della “vecchia guardia” culturale inglese, come mons. Ronald Knox e Siegfried Sassoon, a sperimentare uno strano senso d’esilio, la drammatica sensazione di vivere in un mondo ormai alieno. Dopo l’olocausto di Hiroshima e Nagasaki Sassoon espresse in versi il proprio disagio: Litany of the Lost testimonia l’approssimarsi di un’apocalisse terribile, mai così drammaticamente concreta. Anche Knox scrisse sul tema un libro, God and the Atom.

Nel 1955, dopo uno dei loro primi incontri, il celeberrimo “war poet” disse a un amico: «Adoro Ronnie, ma in qualche modo mi sembra che per me sia come dietro il vetro di una finestra. Non oserei parlare con lui di religione». Nell’aprile del 1960 Sassoon dovette confessare che «ero io, in verità, a essere dietro il vetro di una finestra».

Al netto dei primi approcci non proprio promettenti, a partire dall’estate del 1956 tra il poeta e il monsignore iniziò a maturare poco alla volta una sincera amicizia. Nel luglio di quell’anno, infatti, Knox scrisse a Sassoon per chiedere a quest’ultimo alcuni suggerimenti a proposito di una nuova opera apologetica a cui stava lavorando. Era bloccato: non sapeva se preferire un approccio diretto nei confronti del lettore o se invece optare per un testo più allusivo, magari in forma di dialogo. Sassoon, conformemente alla sua indole, gli consigliò un piglio franco e schietto.

Knox fu determinante per sciogliere gli ultimi dubbi spirituali di Sassoon, da tempo in cammino, più o meno consapevolmente, verso la Chiesa di Roma. Con il senno di poi, il poeta non mancò di ammettere un forte debito nei confronti dei libri del monsignore: «Mi piacciono le conferenze di Ronald alle studentesse tanto quanto mi piacciono i suoi testi più profondi. Ovviamente è anche divertente “ascoltarlo” in tutto quello che scrive». Il 17 febbraio 1962 sempre Sassoon scrisse a un amico: «Sono arrivato all’ultimo capitolo di Let Dons Delight, letto per la quinta volta dal 1938. […] La cosa divertente è che mi piaceva anche prima del 1957, quando mi interessavano poco le discussioni riguardo la religione».

Quel saggio apologetico che Knox stava scrivendo e per il quale aveva chiesto un parere a Sassoon non fu mai completato: impegnato a tradurre dal francese un testo su Santa Teresa di Lisieux, il monsignore fu costretto a mettere da parte quelle carte che la successiva malattia gli impedì di riprendere nuovamente in mano. Un’invocazione, in origine pensata come prefazione al testo, venne inviata a Sassoon, il quale, trovandola «meravigliosamente bella», la copiò all’istante: «Fu l’inizio dell’immenso insegnamento che ho ricevuto dalle sue opere religiose». Altrove rimarcò: «[Knox] ha parlato con me con una voce viva, attraverso i suoi scritti, come nessun altro ha mai fatto».

L’ultima volta che il monsignore e il poeta si incontrarono fu il 5 luglio del 1957; quel giorno parlarono ininterrottamente per tre ore e mezza. Knox, già gravemente debilitato, morì qualche settimana dopo, il 24 agosto, a una manciata di giorni dall’ingresso ufficiale dell’amico nella Chiesa cattolica.    

Due anni più tardi, la pubblicazione della biografia ufficiale di Knox, scritta da Evelyn Waugh, offrì l’occasione a Sassoon – che, in realtà, nutriva più di una riserva sul libro – di dire una parola finale sul suo legame con il grande monsignore: «È stato vicino a me ogni giorno, […] un quasi-santo e un propagatore incomparabile della religione viva. […] Ha dato con entrambe le mani aiuto spirituale, educazione e divertimento».

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