di Massimo Micaletti

Se qualcuno crede ancora che l’opposizione all’eutanasia e al suicidio assistito, suo fratellaccio di questi tempi sempre più presentabile, sia questione solo per cattolici, ebbene, dovrebbe dare un’occhiata al rapporto recentemente pubblicato dallo statunitense National Council for Disabilities, ente governativo che si occupa dell’inclusione delle persone diversamente abili, ma anche di indagare sulla loro condizione e sull’assistenza che ricevono.

Il titolo del documento è eloquente: The Danger of Assisted Sucide Laws[1]. Nelle settanta pagine che costituiscono il rapporto, il NCD esordisce ribadendo la più ferma opposizione ad ogni legge che autorizzi eutanasia e suicidio assistito e ne ricorda le ragioni mediche, giuridiche, etiche e i dati fattuali che portano a ritenere tali atti normativi estremamente pericolosi.

I dati raccolti nell’indagine hanno portato all’emersione di diversi aspetti, tutti molto preoccupanti:

a) Gli assicuratori hanno negato un trattamento medico costoso e duraturo, ma si sono offerti di sovvenzionare farmaci letali, portando potenzialmente i pazienti ad accelerare i propri decessi.

b) Le diagnosi errate della malattia terminale possono indurre i pazienti spaventati ad accelerare la loro morte.

c) Le persone con disabilità di depressione sono soggette a danni quando il suicidio assistito è legale. La demoralizzazione nelle persone con disabilità si basa spesso sull’oppressione interiorizzata, come essere condizionati a considerare l’aiuto come poco dignitoso e gravoso, o a considerare la disabilità come un impedimento intrinseco al pericolo del suicidio assistito.

d) La demoralizzazione può anche derivare dalla mancanza di opzioni per queste persone. Questi problemi possono portare i pazienti ad accelerare la loro morte e i medici che confondono la disabilità con malattie terminali o la scarsa qualità della vita sono pronti ad aiutarli a morire. Inoltre, la maggior parte degli operatori sanitari manca di formazione ed esperienza nel lavoro con persone con disabilità, quindi non sanno riconoscere e gestire questo tipo di sconforto.

e) Le pressioni finanziarie ed emotive possono distorcere la scelta del paziente.

f) Le leggi sui suicidi assistiti applicano lo standard di colpevolezza più basso possibile ai medici, al personale medico e a tutte le altre parti coinvolte, ossia la presunzione di buona fede che la legge venga rispettata, il che crea il rischio di abuso.

I ricercatori hanno anche denunciato una grave difficoltà nel raccogliere dati in quanto la dimensione di privatezza che le leggi creano attorno a questi fenomeni rende difficile far emergere come si svolgano le cose realmente. Osservano inoltre che la comunicazione di un già ridotto ammontare di dati, prevista nelle più risalenti leggi in materia, viene ulteriormente ridotta se non addirittura annullata nelle legislazioni più recenti. E’ notevole, in ordine a questo ultimo profilo rilevato dal rapporto NCD, il paragone che si può fare sulle ultime leggi in materia di aborto, che divengono sempre più permissive fino a sconfinare nell’aborto a semplice richiesta senza nessun accertamento di tipo medico che non sia teso alla soppressione del concepito: le leggi contro al vita rivelano appieno il loro volto e il loro vero fine, riducendo i profili di salute e di consenso al trattamento sanitario a meri adempimenti formali, talvolta neppure necessari.

I rischi di abuso sono significativi in base alle leggi assistite sul suicidio e le salvaguardie non sono efficaci. L’allentamento delle norme sta aumentando in vari aspetti delle leggi sui suicidi assistiti, nella possibilità di accedervi, in chi può prescrivere farmaci letali, nel fatto che i periodi di attesa siano obbligatori e nel modo in cui vengono trattate le persone affette da depressione, e a sua volta, ciascuno di questi profili aumenta il rischio di pericolo”, proseguono i ricercatori.

Il NCD individua una serie di aree di intervento che non si limitano alla raccomandazione chiara ed incisiva che nessuno Stato dovrebbe legalizzare eutanasia o suicidio assistito (“States should not legalize any form of assisted suicide or active euthanasia”)[2] ma, tra l’altro, segnalano come sia i medici che i paramedici dovrebbero essere formati per gestire gli aspetti psicologici e socio-relazionali della disabilità, e auspicano che le cure palliative, sempre più sofisticate ed efficaci, vengano orientate anche ai bisogni specifici delle persone con disabilità. Proprio quest’ultimo profilo viene posto in rilievo in una speciale sezione del documento: i medici che hanno una più approfondita formazione in materia di terapia del dolore sono quelli che ricevono il minor numero di richieste di suicidio, sovente nessuna.

Un altro aspetto dei numerosi e molto interessanti presi in considerazione dal NCD è la presunzione di buona fede, ossia la presunzione che nessuno degli attori che hanno portato alla soppressione del malato ne volesse la morte per crudeltà o interesse. Non solo: tale presunzione opera nel senso che spetta a chi voglia eventualmente contestare l’operato dei medici dar prova di un loro errore o, peggio, del dolo loro o di chi ha chiesto la soppressione del disabile in sua vece. Se si considera che sovente il medico che somministra l’iniezione letale è lo stesso che indica il paziente come “terminale[3], allora è evidente che “i sanitari hanno un potere sproporzionato”.

Ci sarebbe ancora moltissimo da scrivere perché il report illumina uno scenario tremendo, pur se ampiamente prevedibile sia nella sua condizione che nelle sue future evoluzioni: qualunque persona dotata di un minimo di retta ragione è in grado di comprendere che eutanasia e suicidio assistito creano un piano inclinato che porta il rischio per la vita dei più deboli a crescere enormemente e, per contro, le tutele a diminuire.

Un ultimo punto però merita di essere approfondito già in questa sede, ed è la carenza di dati e soprattutto della possibilità di intervenire. Il NCD pone l’accento, infatti, sulla estrema riservatezza che contorna queste pratiche ma anche su un ulteriore profilo, ancor più inquietante, ossia la impossibilità materiale e giuridica per le autorità di investigare le procedure di eutanasia e suicidio assistito. Le autorità dell’Oregon, primo Stato USA ad ammettere la soppressione del malato, ammettono di non avere le risorse per indagare sui casi di suicidio assistito e comunque di non avere neppure la potestà per farlo, poiché la legge, basandosi sulla presunzione di buona fede, glielo nega a meno che un soggetto interessato non sollevi un caso. In altri termini, devono limitarsi a prendere atto che un disabile o un malato hanno chiesto il suicidio assistito, ma non possono accertare se la soppressione sia avvenuta, per così dire, “a norma”.

Anche qui in Italia si parla da tempo di suicidio assistito poiché la già pericolosissima e letale legge 219/2019 sulle d.a.t. non è bastata. L’allucinante ordinanza della Corte Costituzionale del settembre 2019 e la ancor più allucinante sentenza del 2019 si fondano entrambe sull’assunto, del tutto sghembo sul piano giuridico, che la Costituzione debba essere interpretata alla luce di una legge ordinaria – appunto, la legge sulle d.a.t. – e non l’inverso, come ogni persona che abbia una minima infarinatura di Diritto sa che dovrebbe essere. Si fondano, soprattutto, sul piano inclinato che è tale non tanto e non solo sul piano giuridico quanto piuttosto su quello antropologico: chi soffre vale di meno, chi soffre può essere ucciso e ce lo chiede lui o che lo chiede chi gli vuol bene ma non sopporta di vederlo soffrire, ebbene, è la stessa cosa. L’importante è che muoia.

Il report del NCD è l’ennesima dimostrazione che questa logica disumana porta a una realtà disumana, alla soppressione impunita di persone incapaci o depresse e che esistono gravissime evidenze a conferma della pericolosità delle leggi eutanasiche. Ma se non avete tempo di leggere le settanta pagine dello studio del NCD, c’è un modo più semplice per rendersene conto. Prendete in mano il testo dell’ordinanza della Corte Costituzionale del 2018 o, è più breve, il testo della sentenza del settembre 2019; ora immaginate di leggere quelle parole e metterle in pratica in un reparto di psichiatria, o di ematologia pediatrica, o di oncologia, o di geriatria. Pensate a quanti letti si svuoterebbero, quante lenzuola pulite, quante luci spente, quanto silenzio in più: tutti morti. Vi sentireste sollevati?


[1] https://ncd.gov/sites/default/files/NCD_Assisted_Suicide_Report_508.pdf

[2] Il suicidio assistito è attualmente legale in Oregon (1994), Washington (2008), Vermont (2013), California (2015), Colorado (2016), District of Columbia (2016), Hawaii (2018), New Jersey (2019), Maine (2019), Montana (2019, per via giudiziaria).

[3] Definizione che, secondo lo studio del NCD, sempre più sanitari indicano nel paziente che abbia al massimo sei mesi di vita nelle condizioni in cui si trova, ossia senza tener conto né di eventuali ritrovati scientifici né di terapie del dolore.