Il percorso sinodale verso una chiesa nazionale tedesca (1)

Articolo apparso su fsspx.news l’8 ottobre u.s. . Traduzione dal francese a cura della Redazione di Radio Spada.

Se per diversi mesi gli occhi si sono rivolti al sinodo sull’Amazzonia iniziato il 6 ottobre, è perché l’Instrumentum laboris, il documento di lavoro preparatorio, ha scosso il mondo cattolico in un modo insolito. Ma può darsi che l’Amazzonia sia in qualche modo l’albero che nasconde la foresta, poiché il “percorso sinodale” che si sta preparando in Germania è motivo di preoccupazione.
Per comprendere appieno le sfide del Sinodo tedesco che si aprirà il 1° dicembre, è necessario elaborare un quadro generale. Questo è ciò che ha fatto il cardinale Walter Brandmüller in un articolo su Kath.net. Servirà da cornice per questo primo articolo.

Una vecchia tentazione

La crisi protestante
All’indomani delle guerre napoleoniche e mentre il Congresso di Vienna era in pieno svolgimento, l’idea di formare una chiesa nazionale tedesca nacque all’interno del cattolicesimo germanico. I piani di Ignaz Heinrich von Wessenberg (1774-1860), tuttavia, rimasero senza futuro. Se viene dimostrata l’influenza del razionalismo illuminista e del giuseppinismo – che vuole subordinare la Chiesa allo Stato – è certo che gli spiriti furono inizialmente contrassegnati dalla Riforma protestante.
Lutero era stato in grado di fare affidamento sui principi tedeschi per combattere contro la Chiesa Romana. Ciò aveva creato una relazione speciale con il potere statale, sancito dal principio che anima la pace di Augusta (1555): “cujus regio, eius religio” – quale il principe, tale la religione; in altre parole, il sovrano politico oramai determina la religione di un territorio e dei suoi abitanti. Questo principio sarà fermamente condannato da Papa Urbano VIII, dal momento che asservisce il potere spirituale al temporale, la religione allo stato.

La chiesa dei cattolici tedeschi o germano-cattolica
Nel diciannovesimo secolo, un gruppo scismatico fu fondato nel 1844 da un ex sacerdote scomunicato, Johannes Ronge (1813-1887). Riscontrando grande successo, creò la setta dei Nuovi Cattolici che prese il nome di cattolici tedeschi. In meno di un anno la setta contava 8000 membri. I gruppi si formano a Lipsia, Dresda, Berlino, ecc. Johann Ronge ricevette il sostegno di Johannes Czerski, un altro sacerdote scomunicato che aveva fallito sia nel celibato che nel sacerdozio. Tra loro formarono una chiesa cattolica tedesca indipendente dall’autorità del papa.
Non durò a lungo e nel 1860 la maggior parte dei protagonisti si unì al protestantesimo. Ma manifestava la formazione di un sentimento nazionale che voleva il ristabilimento di una nazione tedesca, così come una chiesa nazionale tedesca.

L’intermezzo del Kulturkampf
Otto von Bismarck avrebbe suscitato un nuovo stato d’animo perseguitando la Chiesa in nome del Kulturkampf: sacerdoti e persino vescovi furono incarcerati, il clero fu esiliato, i fedeli dovettero pagare multe mentre giornali e le organizzazioni cattoliche erano vietate.
Di fronte a questa aggressione e questa minaccia, i cattolici tedeschi si radunarono attorno a Roma e al papa. Il lavoro degli ultramontani portò frutto: un rinnovamento della pietà popolare, una nuova fedeltà alla fede, ai vescovi e a Pio IX, che sedeva allora sul trono di Pietro. L’idea di una chiesa nazionale venne meno a favore dell’appartenenza alla Chiesa universale alla quale ogni cattolico rimane unito.

La crisi modernista
Nella seconda metà del diciannovesimo secolo e all’inizio del ventesimo secolo, la teologia in Germania avrebbe subito un’evoluzione fatale sotto la pressione dell’idealismo tedesco. Questa filosofia soggettivista ed evoluzionista portò alla concezione della religione come produzione della coscienza. Suscettibile d’evoluzione, minacciava il deposito della fede che contiene la rivelazione soprannaturale, fissa e immutabile.
Questa svolta intellettuale fu fortemente combattuta e condannata da Papa San Pio X, in particolare coll’enciclica Pascendi e col motu proprio Sacrorum Antistitum, che prescriveva il giuramento antimodernista. Ogni sacerdote doveva pronunciarlo prima di farsi carico, specialmente nei seminari. Il cardinale Brandmüller insiste su un punto poco noto: molti professori di teologia tedeschi si rifiutarono di obbedire al papa e non prestarono giuramento. Hanno invocato – già allora! – piena libertà di insegnamento e di ricerca, la rinunzia alle quali li avrebbe esposti al disprezzo del mondo accademico.
Questa crisi irrisolta, che stette in sonno a motivo delle due guerre mondiali, riapparve in una forma nuova nell’immediato dopoguerra. Le mentalità erano pronte per una rivoluzione. Già sotto Pio XII, la resistenza all’insegnamento pontificio era all’ordine del giorno tra teologi e professori di seminario. Il giovane Josef Ratzinger testimoniò della gelida accoglienza ricevuta nel seminario di Frisinga dell’enciclica Humani generis sulle false opinioni che minacciano di rovinare le basi della dottrina cattolica, nonché l’annuncio del dogma dell’Assunta nel 1950.

Il Concilio e il post-concilio

Come dice il titolo del libro di padre Ralph Wiltgen – “Il Reno si getta nel Tevere” – il Concilio Vaticano II è stato profondamente influenzato dai teologi modernisti tedeschi – senza dimenticare o esonerare i francesi, i belgi o gli olandesi.

Il rifiuto dell’Enciclica Humanae Vitae
Dopo il Concilio, la perversione della teologia morale si intensificò rapidamente al punto che l’enciclica Humanae vitae di Papa Paolo VI sul matrimonio e il controllo delle nascite provocò veementi proteste al Katholikentag, il congresso cattolico tenutosi nel settembre 1968. dove si presentava lo ZdK, il Comitato centrale dei cattolici tedeschi, che raggruppa laici militanti in numerose associazioni.
La gerarchia, che non era favorevole al enciclica, si accontentò di relativizzare le parole di Papa Paolo VI, il quale aveva respinto la contraccezione artificiale. Il cardinale Julius Döpfner aggiunse la slealtà alle dimissioni morali. In effetti, tenne per sé le lettere del cardinale Alfred Bengsch, arcivescovo di Berlino, che parlava a nome dei vescovi della RDT [la Germania Est, ndr] e chiedeva che l’enciclica romana fosse approvata e difesa.
Invece, i Vescovi di RFT [la Germania Ovest, ndr] elaborarono la Dichiarazione di Königstein, che demandò alla coppia il prendere una decisione informata sull’uso dei contraccettivi. Nessun papa è riuscito a piegare l’episcopato tedesco che si era affrancato dall’obbedienza dovuta al supremo magistero.

Il sinodo di Würzburg
Il Concilio Vaticano II e il Papa Paolo VI sulla sua scia, incoraggiarono un “aggiornamento” generale della Chiesa, vale a dire un aggiornamento, un adattamento alla modernità. Ciò è stato fatto in occasione della riforma dei sinodi nelle diocesi; ce ne sono stati non meno di mille dal Concilio!
L’istituzione dei sinodi diocesani non è certamente nuova. Essa ha reso notevoli servizi alla Chiesa. Ma i sinodi postconciliari hanno avuto la particolarità di far partecipare i laici ai dibattiti e persino di dare loro il diritto di voto.
Il sinodo di Würzburg fu un “sinodo congiunto delle diocesi della Germania”. Convocato nel 1969, si tenne in otto sessioni tra il 1971 e il 1975, in un clima di rottura con la tradizione sinodale della Chiesa. Fu un’assemblea nazionale e non diocesana, un po ‘come un consiglio nazionale, ma a cui i laici erano invitati, in numero uguale agli attuali vescovi e sacerdoti. I suoi statuti furono approvati dalla Santa Sede … sebbene si fosse svolto in un’atmosfera apertamente anti-romana. Le tensioni e le difficoltà si moltiplicarono, tanto che il teologo Joseph Ratzinger e mons. Karl Forster, segretario della Conferenza Episcopale Tedesca, lasciarono il Sinodo per protesta.

La dichiarazione di Colonia
Un altro momento saliente che riflette la permanenza della tentazione di indipendenza nazionale della Chiesa di Germania è stata la reazione innescata dalla nomina all’Arcivescovado di Colonia del cardinale Joachim Meisner, uno dei membri più conservatori dell’episcopato tedesco.
Il 6 gennaio 1989, 163 teologi di lingua tedesca provenienti da Germania, Austria, Svizzera e Paesi Bassi richiesero un dibattito nella Chiesa sulle nomine episcopali, sulla missione canonica dell’insegnamento e sulla competenza magistrale del papa. C’erano molti teologi di spicco: Edward Schillebeeckx, Johann Baptist Metz, Hans Küng e Bernard Häring. A loro si unirono 130 teologi francesi, 23 spagnoli, 63 italiani e 52 belgi.
I firmatari temevano che Giovanni Paolo II potesse nominare vescovi senza rispettare i suggerimenti delle chiese locali; deploravano ancora il rifiuto di Roma di consentire l’insegnamento ai teologi con i quali c’era un disaccordo; infine trovavano inammissibile il modo in cui il papa “estende e rafforza” la sua personale competenza dottrinale. In particolare veniva presa di mira la condanna della contraccezione artificiale.

I movimenti degeneri laici
In concomitanza con questa deliquescenza disciplinare e dottrinale, la maggior parte delle organizzazioni cattoliche deviarono e si riversarono in tutti i tipi di cause cattive, come la Federazione Giovanile Cattolica Tedesca che era stata infiltrata dal marxismo, ma questo fenomeno non riguarda solo la Germania. Da parte sua, il Comitato centrale dei cattolici tedeschi ha continuato a prendere chiaramente posizioni sempre meno cattoliche.
Tra le iniziative dei laici c’è la “Chiamata al popolo di Dio”, lanciata in Austria nel 1995 e poi passata in Germania. Questa chiamata chiedeva l’uguaglianza tra clero e laici, la partecipazione dei fedeli alla nomina dei vescovi, l’apertura del diaconato e del sacerdozio alle donne, l’abolizione del celibato sacerdotale, l’allentamento della disciplina in tutte le questioni morali, in particolare sulla contraccezione e l’omosessualità. Queste richieste si sono federate su scala mondiale nel movimento “We are the Church” che persegue le stesse affermazioni in quindici paesi, specialmente in Europa ma anche in Brasile e negli Stati Uniti.

Il cammino sinodale

Questa visione d’insieme è necessaria per comprendere la decisione dell’episcopato tedesco di lanciare un percorso sinodale che inizierà la prima domenica di Avvento 2019. Lo spirito che lo anima è ereditato da una forte tendenza che, aumentata di dieci volte dalla rivoluzione conciliare, guida la Chiesa in Germania verso un particolarismo nazionale che distrugge l’unità cattolica.

Un commento a "Il percorso sinodale verso una chiesa nazionale tedesca (1)"

  1. #angela   19 Ottobre 2019 at 9:31 am

    Se ci fosse stato il coraggio di tagliare “sia per te come pubblicano e pagano”, anatemizzare formalmente (di fatto lo sono) a questo non si sarebbe giunti. Questi sono i frutti del dialogo coi nemici.

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