Il percorso sinodale verso una chiesa nazionale tedesca (2)

Articolo apparso su fsspx.news il 17 u.s. . Traduzione dal francese a cura della Redazione di Radio Spada.

Il Cardinale Alfrink, Primate d’Olanda, al centro.
da fsspx.news

Il primo articolo (vedi qui) ha fornito una panoramica storica della Chiesa in Germania e, in seguito al Concilio Vaticano II, al Congresso di Würzburg, dal 1971 al 1975, del “Sinodo congiunto delle diocesi di Germania”. Tuttavia, questo sinodo è stato ispirato da un modello: il “concilio” organizzato nei Paesi Bassi tra il 1966 e il 1970. È necessario studiare le lezioni per comprendere il percorso sinodale che i vescovi tedeschi hanno deciso di lanciare il 1 ° Dicembre 2019.

Un “concilio” in Olanda

Ancor prima della fine del Concilio Vaticano II, sotto la guida del cardinale Alfrink, uno dei principali attori della maggioranza progressista e Arcivescovo di Utrecht, i vescovi olandesi lanciarono un’ampia consultazione di tutti i cattolici nel paese. Diedero a questa iniziativa il nome di “Concilio pastorale della provincia ecclesiastica olandese”.

Un nome ben scelto
Uno degli organizzatori di questo evento, il francescano Walter Goddijn, che si voleva la punta di diamante dell’aggiornamento conciliare nei Paesi Bassi, raccontò come l’uso della parola “Concilio” non fosse un caso: “Le autorità romane erano in qualche modo preoccupate che stessimo usando la parola “concilio”. Gli esperti di diritto canonico ci hanno contestato la possibilità di parlare di concilio “provinciale”, che ha un senso canonico. Quindi volevamo mantenere la parola concilio, definendolo pastorale”.

Vaticano II a livello locale
Due giorni dopo la sua apertura, il cardinale Alfrink spiegò di cosa si trattasse: “Il Concilio pastorale della Provincia ecclesiastica olandese, iniziato il 27 novembre 1966, è, in effetti, qualcosa di nuovo. Per analogia con il Concilio Vaticano II, vuole essere meno giuridico che pastorale. I vescovi hanno fatto appello a tutta la comunità ecclesiale per una deliberazione collettiva su ciò di cui la Chiesa di oggi ha bisogno nella situazione olandese”.
Lo scopo è per i vescovi di “fornire preziose informazioni sulla vita dei fedeli, al fine di adattare meglio l’esercizio della loro cura pastorale”. E, per i fedeli, “rendere l’intera comunità e ogni credente personalmente consapevole della propria responsabilità cristiana per il bene della Chiesa nel mondo di oggi”.

La struttura “conciliare”
Questo Concilio Pastorale era guidato da un Comitato Centrale composto inizialmente da undici membri (due vescovi, un sacerdote, una suora, quattro laici, una donna e tre religiosi) che furono poi ridotti a sei (il Cardinale Alfrink, tre sacerdoti e tre laici). Gli era associato un Consiglio di sette membri (tre sacerdoti e quattro laici,due uomini e due donne). Questi organi prevedevano l’organizzazione e la preparazione delle sessioni “conciliari”.

Il più alto organo del Concilio
L’organo supremo era l’Assemblea Plenaria, la cui composizione, dopo vari tentativi ed errori, contava gli otto vescovi d’Olanda che formavano la presidenza, cinque membri del Comitato centrale che formavano il bureau del Concilio e tre sacerdoti per diocesi eletti dal clero, sette laici per diocesi eletti dai consigli pastorali, dieci religiosi e religiose scelti tra i vari ordini o congregazioni, per non parlare dei rappresentanti delle altre confessioni religiose (con voto consultivo ma non deliberativo) e quindici membri che potevano essere nominati di volta in volta dall’episcopato su presentazione del Comitato centrale.
Il numero totale dei partecipanti ammessi a votare era di 109, tutti allo stesso livello: vescovo, sacerdote, religioso, laici tutti uguali.

L’autorità diluita
In una tale assemblea in cui il numero è legge, la questione dell’autorità fu la prima ad essere trattata. Venne spiegato in un rapporto inviato dal Cardinale Alfrink a Papa Paolo VI: “Come era giusto, il Concilio Pastorale ha dedicato la sua prima Assemblea Plenaria alla questione dell’autorità. Questo incontro ha enfatizzato il desiderio di un’autorità che sappia dialogare e realizzare una riflessione comune – che non si basa tanto sul predominio della funzione quanto sulle qualità personali -, che fa appello alla corresponsabilità e alla libertà di ognuno e di tutti, stimolandoli, facendo appello agli impegni personali invece di soffocarli con formalismi clericali”. Questo il metodo, molto democratico, che verrà seguito.

Valore delle deliberazioni conciliari
In Olanda, così come a Roma, emerse la questione del valore da attribuire ai documenti adottati dall’Assemblea plenaria. Lo spiegò il cardinale Alfrink durante il discorso di apertura della terza sessione. A coloro che gli obiettano “che non si tratta di decidere insieme”, egli risponde: “Non oso dire che questa affermazione testimonia un’idea esatta delle cose. Al contrario, non è forse nostra intenzione riunirci, riflettere e parlare insieme, conclusioni, decisioni? In tali circostanze, il modo concreto in cui una decisione alla fine assumerà la sua forma strettamente giuridica è, a mio avviso, secondario”. Oggi il cardinale Marx non dice nulla di diverso.

Lo svolgimento del Concilio pastorale
Prima di ogni sessione, le commissioni di esperti create ad hoc presentavano relazioni contenenti raccomandazioni pratiche. I vescovi autorizzavano la pubblicazione, il che non implicava che ne sottoscrivessero il loro contenuto. Le proposte venivano quindi discusse liberamente in diverse commissioni. Il risultato veniva sintetizzato in una relazione generale, che veniva presentata al voto dei partecipanti alle assemblee plenarie.
Dopo due anni di preparazione, il Concilio pastorale olandese si tenne al ritmo di due sessioni all’anno tra il 1968 e il 1970. Le prime quattro si tenevano alla presenza del nunzio, Monsignor [Angelo, ndr] Felici, che non si presentò alla quinta sessione (4-7 Gennaio 1970).

I risultati di dibattiti e “decisioni” conciliari

Due risultati sono degni di nota perché non sono estranei al pontificato di Francesco, al sinodo per l’Amazzonia e al percorso sinodale tedesco.

Le raccomandazioni del Consiglio Pastorale sull’Humanae Vitae
L’insegnamento di Papa Paolo VI sul matrimonio e il controllo delle nascite è stato variamente accolto e, nella pratica, svuotato del suo significato e della sua forza. L’11 giugno 1969, il cardinale Alfrink spiegò come fu aggirato: “Nella stampa mondiale, a volte è stato sottolineato che il nostro Concilio ha respinto il documento pontificio. La realtà è molto diversa. In Olanda, come altrove nella Chiesa, ci sono quelli che accettano l’enciclica senza riserve e quelli che hanno qualche difficoltà ad accettare tutte le parti del documento senza riserve. Il Concilio ha quindi chiesto di proseguire il dialogo, sia tra i cattolici olandesi, sia tra la nostra comunità e altre parti della Chiesa e il Papa su vari aspetti dell’enciclica. In questo contesto, il Concilio ha affermato che le ragioni invocate nell’enciclica non sono convincenti per portare ad una condanna generale e assoluta dei mezzi artificiali di controllo delle nascite (…) Il Concilio ha chiesto che fosse riconosciuto il valore della coscienza personale sincera”.
Pertanto, un “concilio” composto principalmente da laici giudica che il magistero possa essere tenuto in scacco perché avanzerebbe argomenti non “convincenti”. L’autorità si applica solo se i soggetti sono disposti a obbedire, l’autorità pontificia non fa eccezione. La coscienza individuale ha la precedenza su qualsiasi altra autorità, il che equivale a minare una delle basi naturali della vita nella società. È l’errore del Sillon, condannato nel 1910 da San Pio X [cfr. Notre Charge Apostolique].
A discolpa del Concilio pastorale olandese, dobbiamo riconoscere che seguiva solo l’esempio dato dagli episcopati, specialmente – in ordine cronologico – quelli di Belgio, Germania, Olanda, Inghilterra, dall’Austria, dal Canada e dalla Francia, che avevano aperto la strada.

La preoccupazione di Paolo VI
Più grave per la sua ampiezza e per le reazioni provocate, lla messa in discussione del celibato sacerdotale fu uno dei temi principali del Concilio pastorale. La relazione che doveva servire da base per le discussioni attaccava la tradizione e la costituzione divina della Chiesa. Quando ne venne a conoscenza, Paolo VI inviò ai vescovi dei Paesi Bassi una lettera autografa il 24 dicembre 1969. Il professor Romano Amerio commenta: «Vediamo in questa lettera la peculiare natura di questo pontificato: l’occhio vede il danno e gli errori, ma la mano non porta al male né medicina, né cauterio né bisturi per combatterlo e curarlo. Paolo VI “non [può] nascondere che le relazioni su alcuni progetti ammessi dall’episcopato come base per la discussione e alcune affermazioni dottrinali che appaiono in esso, [lo] lasciano perplesso e [gli] sembrano meritare serie riserve”».
Il papa si interroga sulla rappresentatività dei cattolici olandesi presenti in questa assemblea. È anche «profondamente colpito dal fatto che il Vaticano II sia “citato molto raramente” e che i pensieri e i piani dell’assemblea olandese “non sembrano armonizzarsi con gli atti conciliari e pontifici. In particolare, la missione della Chiesa è rappresentata come puramente terrena, il ministero sacerdotale come un ufficio conferito dalla comunità, il sacerdozio dissociato dal celibato e attribuito alle donne, e il Papa è menzionato solo per minimizzare la sua carica e i suoi poteri conferitigli da Cristo». (Romano Amerio, Iota Unum, NEL, 1987, pagg. 125-126).
Il Concilio Vaticano II è già sopraffatto dalle forze che ha liberato e incoraggiato. Interdetto, Paolo VI non ha altra alternativa che esortare i vescovi a rafforzare la loro autorità al fine di superare le difficoltà. Ma i vescovi si erano spogliati di questa autorità. Ed in realtà, attraverso l’autorità dei vescovi, che fu messa da parte e svuotata di ogni sostanza, fu la sua, quella del Papa, ad essere attaccata.

Celibato sacerdotale e ministeri femminili
Tra le proposte presentate nella relazione generale, due raccomandazioni erano particolarmente audaci.
Sotto il titolo “Nuove forme di ministero. Persone nuove impegnate nel ministero”, la quarta proposta avviava la discussione quindi un voto sulla donna e sul ministero. Citazione: “È importante continuare il più presto possibile l’integrazione delle donne in tutti i compiti ecclesiali in cui la loro nomina non causa problemi o solo pochi problemi. L’evoluzione futura deve essere guidata da questa norma secondo cui le donne possono esercitare tutte le funzioni ecclesiali, compresa la presidenza dell’Eucaristia. (…) Bisogna fare un’indagine per scoprire se la comunità ammette la donna come ministro sacerdotale e per essere più precisi sulle ragioni di una certa resistenza a questa evoluzione”. I risultati della votazione parlano da soli: 72 voti a favore (di cui un vescovo), 8 voti contrari (di cui 4 vescovi) 24 astensioni (di cui 3 vescovi).
L’altra proposta particolarmente audace proveniva dalla quinta raccomandazione “Problemi relativi allo stato di vita del ministro”. Dopo aver ricordato il valore del celibato, la separazione tra ministero e celibato è stata proposta come segue:
– “Per i futuri sacerdoti, il celibato non sarà più posto come condizione per l’esercizio del ministero”. 90 voti a favore, 6 contrari, 2 schede bianche e 8 astensioni (gli otto vescovi);
– “Ai sacerdoti che hanno intenzione di sposarsi o che sono già sposati, è offerta la possibilità di continuare l’esercizio del loro ministero o di reintegrarli”. 86 per, 3 contro, 8 schede bianche , l’episcopato si astenne;
– “Alle persone sposate viene offerta la possibilità di essere ammesse all’esercizio del ministero”. 94 a favore, 1 contro, 2 schede bianche, astensione dei vescovi.
– “L’obbligo del celibato come condizione per l’esercizio del ministero deve essere rimosso”. 93 per, 2 contro, 3 schede bianche , i vescovi si astengono.
L’ultima votazione richiedeva ai vescovi di attuare tutti questi punti entro un termine ragionevole: 79 a favore, 6 contro, 4 schede bianche, l’episcopato si astenne.
Dopo questo deplorevole spettacolo in cui i successori degli apostoli avevano brillato con la loro astensione e la loro incapacità di difendere la santità del sacerdozio, i vescovi olandesi emisero un comunicato il 21 gennaio 1970. In primo luogo dichiararono: “I vescovi hanno la responsabilità della porzione di Chiesa loro affidata, ma allo stesso tempo hanno la responsabilità della Chiesa universale. Questo è il vero contenuto della collegialità così come è stato messo in luce dal Concilio Vaticano II.
Proseguivano: “I vescovi credono che, per la loro comunità, sarebbe bene che accanto ai sacerdoti che vivono il celibato liberamente scelto, si possano ammettere nella Chiesa Latina sacerdoti sposati, nel senso che uomini sposati potrebbero essere ordinati sacerdoti e che in casi particolari, i sacerdoti che si sono sposati possano essere reintegrati nel ministero, a determinate condizioni”. Pertanto, i vescovi non solo avevano trasmesso l’informazione a Roma, ma l’avevano ripresa a loro volta.
Paolo VI accusò il colpo. Il 1 ° febbraio, pronunziò in Piazza San Pietro un discorso in cui rendeva un vibrante tributo al “sacro celibato del sacerdote”, “legge capitale della nostra Chiesa latina”. Il giorno successivo, in una lettera al cardinale Villot, tornò su questo argomento essenziale ai suoi occhi. Sulla sua scia, in vari paesi si udirono felici reazioni episcopali in difesa del celibato sacerdotale. Prova che, quando i vescovi sono disposti ad assumersi le responsabilità del loro ufficio e ad esercitare la loro autorità apostolica, tutto è possibile.

Le conseguenze del Concilio Pastorale

Durante la Quinta Sessione del 1970, l’Assemblea Plenaria votò all’unanimità per la creazione di un gruppo di lavoro pastorale per continuare i lavori del Concilio Pastorale. Questa è stata l’origine della creazione di un Consiglio Pastorale Nazionale.
L’esistenza di questo “concilio permanente” sollevò le obiezioni di Roma, cosicché la Conferenza Episcopale dei Paesi Bassi alla fine soppresse questo Consiglio il 13 agosto 1972. Tuttavia, fu sostituito da una “concertazione nazionale” di 81 membri. Composta da 8 rappresentanti per diocesi e 25 personalità nominate dai vescovi, questa organizzazione si riunì tre volte. Scomparse dopo il sinodo dei vescovi olandesi tenutosi a Roma nel 1980.
La storia di questo primo “concilio nazionale” che ha avuto luogo immediatamente dopo il Concilio Vaticano II è ricca di lezioni. Gli “errori strategici” commessi dai vescovi olandesi sono stati compresi dai vescovi tedeschi che hanno evitato di ripeterli. Otterrebbero meno risultati, ma più duraturi.

Un commento a "Il percorso sinodale verso una chiesa nazionale tedesca (2)"

  1. Pingback: SINODO DELL’AMAZZONIA: E’ USCITO IL DOCUMENTO FINALE | Mirabilissimo100's Weblog

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.