[INNANZI AL PATIBOLO – Cronache dal braccio della morte] Gary Gilmore

«Con il peccato l’uomo si allontana dall’ordine prescritto dalla ragione; è per questo che egli decade dalla dignità umana che consiste nel nascere libero e nell’esistere per sé; in questo modo egli cade nella servitù che è quella delle bestie, così che si può disporre di lui secondo quanto è utile agli altri» scrisse San Tommaso d’Aquino.

Di Attilio Sodi Russotto

Si dice che l’amore fra i genitori sia alla base della futura crescita sana dei figli, ma a Gary Gilmore ed i suoi fratelli (fra cui il futuro affermato critico musicale Mikal Gilmore) fu riservato un clima ben diverso nelle numerose case in cui si trovarono a vivere durante la loro infanzia.

Il padre, Frank Gilmore sr., formalmente di religione Cattolica ma ben lontano da ogni vera pratica religiosa, era un alcolizzato ed un piccolo truffatore, con numerose amanti e figli sparsi qua e là; la madre Bessie, invece, era una casalinga depressa cacciata dalla propria famiglia di fede Mormona a causa della sua unione con Frank. In questo idilliaco clima, le liti furibonde fra i due coniugi erano all’ordine del giorno, ed uno dei principali motivi di astio ricadeva proprio nelle differenti origini religiose, con, il padre che, come raccontato dallo stesso Gary, non perdeva occasione per deridere Brigham Young, presidente della Chiesa di Gesù Cristo e dei Santi degli Ultimi Giorni, mentre la donna contraccambiava definendo dinanzi ai figli il marito “Cathlicker”, gioco di parole fra “Cattolico” e “lecchino”.

Nemmeno sul nome da dare al figlio i due coniugi riuscirono ad accordarsi, tanto che, alla nascita, il padre lo fece registrare come Frank Harry jr., mentre la madre, anni dopo, fece produrre un distinto certificato di nascita con il nome di Gary; Gilmore mantenne questo secondo nome, ma, credendo di essere un figlio illegittimo, iniziò a provare un forte astio verso la figura materna.

Intorno alla metà degli anni ’50, ancora minorenne e giovanissimo, Gary iniziò a darsi a piccoli furtarelli, per poi passare a reati più gravi, iniziando ad entrare ed uscire prima dal riformatorio, poi dalla prigione statale. In questi suoi anni tormentati il padre Frank morì di cancro ai polmoni, al quale Gary era attaccatissimo, nonostante lo picchiasse ripetutamente durante i suoi eccessi alcolici, ed alla notizia della scomparsa del quale tentò il suicidio tagliandosi le vene dei polsi.

La morte del padre rappresentò verosimilmente l’evento che fece sprofondare Gary nella furia omicida. Uscito di prigione nel 1976 sulla parola, per breve tempo Gilmore tentò una vita normale, fidanzandosi con una ragazza dello Utah e lavorando per breve tempo in una carrozzeria, ma presto piombò nuovamente in uno stile di vita violento e sregolato, fra risse ed ubriachezze moleste.

Anche se Gilmore confessò di aver commesso in totale 9 omicidi, venne processato solo per gli omicidi di Max Jensen, un benzinaio di Orem, in Utah, e Bennie Bushnell, un albergatore di Provo, sempre in Utah. Il modus operandi dei due omicidi era identico: entrambe le vittime erano state attaccate a scopo di rapina, fatte inginocchiare, ed uccise con un solo colpo di una pistola calibro 22 alla testa. Successivamente Gilmore verrà scagionato dalle accuse relative all’omicidio Jensen, omicidio che pure lui stesso aveva confessato.

Durante il processo per omicidio, la vita di Gilmore cambiò radicalmente. Iniziò a praticare assiduamente la religione Cattolica ed i Sacramenti, e, mentre la procura distrettuale meditava di farlo assolvere per vizio mentale (il suo avvocato difensore aveva proposto una richiesta di infermità mentale per disturbo antisociale della personalità), Gilmore, che in un primo momento aveva assecondato l’opinione del proprio avvocato, successivamente volle chiedere per sé stesso la pena capitale, affermando di essere assolutamente sano di mente durante e dopo gli omicidi. La giuria dovette credergli, perché il 7 ottobre 1976 Gary Gilmore fu condannato a morte per l’assassinio di Bennie Bushnell. Posto dinanzi alla possibilità di scegliere il metodo di esecuzione, chiese di essere giustiziato tramite fucilazione.

Nel tempo che gli rimase da vivere nel braccio della morte, Gary Gilmore continuò a praticare intensamente la fede Cattolica, attribuendo in una delle sue ultime interviste la sua conversione all’intercessione del defunto padre. Rinunciò ad ogni appello alla sua condanna, e si mostrò a più riprese molto irritato dai tentativi della madre Bessie e di altre associazioni di fermare la sua esecuzione. In particolare, scrisse in una lettera, relativamente alla sezione dell’American Civil Liberties Union (ACLU) di Salt Lake City, che con impegno si stava prodigando a tale scopo, tali aspre parole: “Vogliono sempre mettersi in mezzo. Questa è gente che non ha mai concluso niente di buono nella vita. Vorrei che tutti loro, in particolare quel gruppo di rabbini e reverendi di Salt Lake City, si facessero gli affari propri. Questa è la mia vita e la mia morte. E’ stato decretato da un tribunale che io debba morire, ed io lo accetto”.

Il 17 gennaio, dopo aver ricevuto tutti i Sacramenti Cattolici, Gary Gilmore si avviò al patibolo, accompagnato dal cappellano dello Utah State Prison, sito a Draper, don Thomas Meersman. Di umore tranquillo, Gilmore disse semplicemente “Let’s do it!” (Facciamolo!), prima di avviarsi presso il muro davanti al quale sarebbe morto di lì a poco. Pochi istanti prima di morire, con il velo nero che già gli copriva il volto, Gilmore si rivolse al plotone d’esecuzione con le parole latine “Dominus vobiscum”, alle quali don Thomas replicò prontamente “Et cum spiritu tuo”. Queste furono le ultime parole di Gary Gilmore.

La rievocazione dell’esecuzione di Gary Gilmore