La festa di Cristo Re (del Card. Schuster)

Testo raccolto da Giuliano Zoroddu

Domenica antecedente alla solennità di tutti i Santi.
LA FESTA DEL REGNO MESSIANICO DEL SIGNOR NOSTRO GESÙ CRISTO

Il messianismo è essenzialmente un regno universale e glorioso, che viene inaugurato dal Cristo per la gloria di Dio e la salvezza del mondo. Su questo punto non v’è oscurità nelle sante Scritture, le quali mentre si mostrano pure tanto sobrie quando descrivono il carattere particolare del «Servo di Jahvè percosso per le iniquità nostre», sono invece prolisse nel narrarci le glorie dell’impero di Colui la cui fronte recingono mille diademi, e che sullo stesso lembo dell’ammanto reale reca scritta la sua dignità: Rex regum et Dominus dominantium.
Il santo Sacrifizio e l’Ufficio divino sono il tributo solenne, quotidiano che la Chiesa rende a Cristo in qualità di Pontefice e di Re. Le stesse feste liturgiche dell’Epifania, della Pasqua, dell’Ascensione, hanno per oggetto la venerazione dei misteri in cui più particolarmente Cristo si presenta a noi sotto forma di Re.
Nell’Epifania, egli in qualità di monarca si fa ricercare dai Magi sin dal più remoto Oriente, e riceve le primizie dell’adorazione delle potenze dell’orbe. Nella Pasqua, egli curva sotto i suoi piedi tutti gli imperi a lui avversi: curvat imperia, ed inaugura il regno Messianico trionfando della morte e del demonio. È appunto in qualità di Re e di supremo arbitro delle sorti del mondo, che Cristo, senza tener conto d’alcuna autorità statale, invia i suoi Apostoli a predicare ovunque liberamente l’Evangelium Regni, per tutto l’orbe. Data est mihi omnis potestas in caelo et in terra. Ite ergo; docete omnes gentes, baptizantes eos.
Nell’Ascensione infine, egli si asside definitivamente sul trono della divinità alla destra del Padre, ed il suo regno, come canta il Simbolo di Fede: cuius regni non erit finis.
Non ostante però tante e si solenni affermazioni della regia potestà di Cristo contenute nelle sante Scritture e nella divina Liturgia, pure da oltre un secolo e mezzo mena strage nel mondo civile un’esiziale eresia, che da alcuni venne detta liberalismo, da altri laicismo. Quest’errore è multiforme, ma tutto in sostanza si riduce a negare la supremazia di Dio e della Chiesa sulla società civile e sugli stati, i quali ufficialmente si proclamano indipendenti da qualsiasi altra superiore autorità; – libera Chiesa in libero stato – quando pure non giungano a quella frenesia di statolatria, che rivendica allo stato le prerogative divine, cui, come una volta all’idolo Moloch, vuolsi oggi sacrificato ogni altro diritto, cosi individuale, che familiare. – Lo stato è la suprema espressione dell’assoluto.
Come nel passato parecchie feste liturgiche hanno avuto origine dall’esplosione della fede della Chiesa per ribattere alcuni particolari errori allora massimamente in voga, cosi anche adesso la Sede Apostolica non ha ritenuto di poter popolarizzare più efficacemente la condanna del laicismo, che istituendo una solenne festa del regno Messianico di Cristo, quasi protesta, ammenda onorevole e riparazione, contro le usurpazioni della statolatria che ha riunito in vasta congiura: reges terrae et principes … in unum, adversus Dominum et adversus Christum eius.
Dai liturgisti si proponevano da principio varie date: la domenica fra l’ottava dell’Epifania, l’Ascensione, l’ottava del Sacro Cuore di Gesù; ma parve miglior consiglio di non fondere questa festa con alcun’altra preesistente, per darle invece un carattere affatto particolare, con una sede speciale nel Messale. Finalmente, fu assegnata alla nuova solennità la domenica che precede la festa di tutti i Santi, per metterla in relazione cosi coll’Uficio del primo di di novembre, che col concetto stesso che informa quella celebrità collettiva di tutti i Santi, nella quale noi veneriamo la Gerusalemme celeste e l’inclita corte del Re della gloria. È ben giusto che la liturgia, quasi al termine del suo ciclo delle domeniche dopo Pentecoste, il quale appunto esprime le fatiche e le lotte della vita del tempo, prima di volgere lo sguardo in giro pei vari cori che adornano la «ecclesia primitivorum» e la città del cielo, tributi la propria adorazione a Colui ch’è il fino e la causa di tanta gloria, ed al quale i Santi tutti offrono la loro corona intonando il giulivo Alleluia.
Ecco il profondo motivo pel quale nell’Ufficio stesso di tutti i Santi, il primo responsorio del mattutino descrive il trono dell’Onnipotente, il cui strascico della veste ricopre, in segno di santificazione, il sacro tempio. Vidi Dominum sedentem super solium excelsum et elevatum … et ea quae sub ipso erant replebant templum.

L’introito deriva le sua antifona dal Cantico Apocalittico che Giovanni udì cantare dai Santi in Cielo: «All’Agnello che si è lasciato immolare, sia onore, gloria ed impero per tutti i secoli. Tutti esaltino la sua divinità e potenza». – L’esaltazione di Gesù Cristo, al dire di san Paolo, è in ragione della sua umiliazione per compiere l’ubbidienza del Divin Padre. Perciò anche Giovanni, prima di discorrere della gloria dell’Agnello, ricorda subito la sua santa Passione e dice che è stato immolato ed ucciso.
Segue il primo verso del salmo 71, che è spiccatamente messianico.
«0 Signore, dà al Re il tuo potere giudiziario, e conferisci al figlio del Re l’amministrazione della tua giustizia».
Ecco l’ufficio messianico conferito a Gesù nel tempo. Egli, siccome splendore della sostanza del Padre, governerà la Casa di David, sintanto che non avrà debellato i nemici e restituito in pace il regno di Dio. Vinti allora la morte e il demonio, la missione temporale del Cristo sarà terminata, ed egli, quale glorioso trionfatore, consegnerà al Padre lo scettro e la corona, quale trofeo della sua vittoria.
Preghiera.- «0 Signore, tu che volesti restaurare ogni cosa nella persona del tuo diletto Figliuolo, stabilendolo re universale del creato; deh! fa si che tutti i popoli, smarrita a cagione del peccato la pristina unità di famiglia, la ritrovino nell’unico e dolce regno inaugurato da Cristo per mezzo della Chiesa».
La colletta è ispirata a san Paolo, e perciò è veramente profonda.
L’unità della famiglia umana, anzi della creazione, è stata violata dal peccato, il quale è una forza disgregante. Iddio però ha voluto restaurare quest’unità primitiva, e l’ha fatto in grazia di Gesù Cristo, che egli ha stabilito centro e fine stesso della creazione, nuovo Adamo, dal quale tutte le genti possano derivare vita, unità e grazia.
La prima lezione deriva dall’Epistola ai Colossesi (i, 12-20), là dove san Paolo descrive il primato di Cristo sopra tutto il creato, il quale ritrova in lui la sua ragione di essere. Questo primato di Gesù si fonda sull’unione ipostatica della sua natura umana colla natura divina nell’unica persona del Verbo, ma è universale ed abbraccia, non pure gli uomini, ma anche gli Angeli, i quali da lui e per lui derivano la grazia e la gloria. Tale primato riguarda poi in particolar modo la Chiesa, sulla quale Cristo ha quell’efficace dominio di salute, quale nel composto umano esercita il capo sulle rimanenti membra del corpo.
Il responsorio graduale deriva dal Salmo 71, e descrive la vastità e la gloria del regno di Cristo. «Egli dominerà da un mare all’altro, dal Mediterraneo al mare Indiano, e dal fiume Eufrate sino agli ultimi confini della terra. E gli faranno adorazione tutti i re dell’orbe; tutti i popoli gli saranno soggetti».
Questa profezia consegue successivamente il suo compimento, man mano cioè che la Chiesa dilata le sue pacifiche conquiste tra le nazioni idolatre, ed il vangelo del Regno verrà predicato, giusta la promessa del Salvatore, in tutto quanto l’orbe. Nei secoli della storia della Chiesa, questo regno di Cristo è bensì perfetto ed assoluto in diritto, ma di fatto, è tuttavia contrastato ed in formazione. Esso però allora sarà pieno, definitivo e glorioso, dopo che vinta la morte nel giudizio finale, Gesù avrà esercitata solennemente sui rei la sua potestà giudiziaria, inaugurando invece per i giusti la vita immortale della beata resurrezione.
Il verso alleluiatico deriva da Daniele, (VII, 14) quando il Veggente descrive i vari regni che distinguono in altrettanti periodi la storia dell’umanità. «Il potere del Cristo sarà un potere eterno che non passerà mai, ed il suo regno non potrà essere mai più distrutto».
Si può di già osservare il parziale compimento di questo vaticinio, paragonando la storia quasi due volte millenaria della Chiesa, con tutti gli altri imperi e dinastie che passano, come le foglie che spuntano in primavera e cadono in autunno.
Nel doppio canto che segue l’Epistola, si è voluto far rilevare la triplice universalità del regno di Cristo. Dapprima quella locale: a mari usque ad mare, che abbraccia cioè tutto l’orbe. Quindi l’universalità dei sudditi: omnes reges … omnes gentes, comprendendo tutti quanti gli uomini, siano essi recinti di regio diadema, ovvero poveri parias giacenti nella polvere. Quindi finalmente, l’universalità di tempo: potestas aeterna … non auferetur, un potere cioè che non verrà mai meno.
La lezione del santo Vangelo deriva da san Giovanni (XVIII, 33-37), là dove Cristo innanzi al preside Pilato fa le sue solenni dichiarazioni circa la natura e l’origine del regno suo. Questo non deriva già i suoi diritti da questo mondo : «regnum meum non est hinc», ma comprende però anche questo mondo. Gesù non viene già a spodestare i sovrani della terra, ed a contrastare loro i territori su cui esercitano il dominio. Egli viene invece a dare all’umana società l’ultimo e più perfetto ordinamento, dettando nel Vangelo le norme supreme del vero e del retto che debbono dirigere e governanti e sudditi nell’esercizio dei loro mutui doveri. Dio è il fine soprannaturale dell’uomo. Ora, è preciso compito della società civile e di chi la presiede, di collaborare colla Chiesa e di prestarle aiuto, nel campo, s’intende, proprio dell’autorità civile, perché la Chiesa stessa possa con più facilità e sicurezza compiere la sua divina missione di illuminare, santificare e governare le anime, stabilendo in esse il regno di Cristo.
Quest’alta potestà della Chiesa Cattolica e del Romano Pontefice sugli stati e sui loro monarchi, faceva parte, nel medio evo, del diritto internazionale dei popoli cristiani; cosi che più volte si videro i Papi deporre dal trono dei re immeritevoli di tale ufficio, e prosciogliere anche i sudditi dal giuramento di fedeltà già loro prestato.
L’antifona per l’offerta delle oblate, è tratta dal salmo secondo.
Gesù Cristo innanzi ai re ed ai popoli che tumultuano contro il suo disegno d’inaugurare il regno messianico per la salvezza del mondo, esibisce le sue credenziali, l’atto cioè solenne d’investitura che gli ha dato il Padre. In esso è detto: «Tu mi domanda, ed io ti darò in retaggio i popoli, ed in possesso, le regioni più lontane».
Preghiera sulle oliate.– «Ti offriamo, o Signore, l’Ostia che riconcilia con te l’umana famiglia, supplicandoti a far sì che Colui che adesso è vittima del nostro Sacrificio, egli, Gesù Cristo, nostro Signore, largisca a tutte le nazioni la grazia dell’unità e della pace».
Il prefazio è proprio e ricorda la ricchezza e lo slancio lirico delle antiche prefazioni. «Vere dignum … Qui Unigenitum Filium tuum Dominum nostrum Iesum Christum, sacerdotem aeternum et universorum regem, oleo exsultationis unxisti; ut seipsum in ara Crucis, hostiam immaculatam et pacificam offerens, redemptionis humanae sacramenta perageret; ut suis subiectis imperio omnibus creaturis, aeternum et universale regnum immensae tuae traderet maiestati; regnum veritatis et vitae; regnum sanctitatis et gratiae; regnum iustitiae, amoris et pacis. Et ideo…» [1].
Il concetto di Cristo Pontefice e Re, che riconquista e riconsegna al Divin Padre il regno della creazione che aveva da lui apostatato col peccato, affinché Dio sia in eterno tutto in tutti, è tolto da san Paolo. Il redattore ha tuttavia il merito d’aver dato alla sua bella composizione liturgica quel carattere lirico di vero cantico trionfale di ringraziamento, che costituiva già la caratteristica del primitivo hymnus eucaristico, come appunto chiamavasi la nostra anafora di consacrazione.
L’antifona per la Comunione già prelude all’effetto finale del Sacrificio Eucaristico, che termina colla divina benedizione. Gesù nella santa Comunione si asside come su di un trono nell’anima fedele, e la riempie di se stesso; egli che è il Benedetto delle genti, colui nel quale, giusta la promessa di Dio ad Abramo, tutti i popoli saranno benedetti (Salm. 28). «Il Signore s’assiderà qual sovrano sul trono eterno: egli darà al suo popolo una benedizione di pace».
Dopo la Comunione.- «Ora che abbiamo partecipato al cibo che nutre la vita immortale, ti preghiamo, o Signore, che quanti ci gloriamo qui in terra di militare sotto il regio vessillo del Cristo, possiamo giungere altresì ad essere con lui partecipi in cielo della gloria del suo regno».
Il vessillo regio di Gesù Cristo è la Croce: Dicite in nationihus: regnavit a ligno Deus; perché il regno di Cristo è ubbidienza, umiltà e sacrificio.


(Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster OSB, Liber Sacrementorum. Note liturgiche e storiche sul Messale Romano. Vol. IX. I Santi nel Mistero della Redenzione (Le Feste dei Santi dalia Dedicazione di san Michele all’Avvento), Torino-Roma, 1932, pp. 65-70)


[1] È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Che il tuo Figlio unigenito, Gesù Cristo nostro Signore, hai consacrato con l’olio dell’esultanza: Sacerdote eterno e Re dell’universo: affinché, offrendosi egli stesso sull’altare della croce, vittima immacolata e pacifica, compisse il mistero dell’umana redenzione; e, assoggettate al suo dominio tutte le creature, consegnasse all’immensa tua Maestà un Regno eterno e universale, regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine

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