[MATTIA SPAGGIARI] I Masnadieri di Schiller (seconda parte)

Nota di Radio Spada: tra i nostri scrittori abbiamo certamente degli specialisti. Se Massimo Micaletti è attento studioso delle questioni bioetiche, se Pietro Ferrari è fine politologo e polemista economico, se Giuliano Zoroddu è un “sacro scrittore” molto erudito, se Alessandro Luciani è un apologeta a tutto campo, se Luca Fumagalli spazia tra letteratura anglosassone antica e moderna e le arti visive, se Simone Gambini è stato un inesausto cultore delle sub culture pop contemporanee, Mattia Spaggiari ha aperto per Radio Spada gli confinati campi della letteratura tedesca. Anche qui troviamo spunti interessanti per la battaglia culturale e religiosa cattolica integrale che conduce il nostro blog. Questo lungo articolo viene pubblicato in tre puntate il 4 ottobre, il 5 ottobre e l’ultima, domenica 6 ottobre 2019, Solennità esterna della Madonna del Rosario. Pur continuando a seguire le polemiche quotidiane di gazzettieri ed ecclesiologi, Radio Spada continua con voi lettori questo dialogo fruttoso e vivificante. Buona lettura! (Piergiorgio Seveso – Presidente SQE di Radio Spada)

Pubblicato nella festa di San Placido, abate e martire

Non più serene trascorsero le lunghe ore di quegli anni nel paterno castello. Francesco non s’era fatto alcuno scrupolo a vessare tiranneggiare e affamare più che poteva i suoi sudditi, né aveva deposte le sue mire su Amalia, sola gemebonda creatura nell’orgia di feste e gozzoviglie che sollazzava l’avita corte. Ma, richiesta in moglie, costei l’aveva nuovamente rifiutato con sommo spregio; e neppur di fronte alla minaccia di costringerla colla forza alle nozze aveva tremato, né di fronte al tentativo di violenza aveva temuto di brandire contro il nuovo spietato Conte la sua stessa spada; e anzi, di fronte all’ulteriore prospettiva della monacazione forzata, ella, lungi dal temerla, l’aveva invece invocata come sola speranza di fronte a tanti mali.

Un chiostro, egli disse? Mercè di così caro pensiero. L’amore senza speranza ha trovato finalmente un asilo. La Croce del Redentore è il suo vero rifugio.      

Ma una speranza inattesa squarciò d’improvviso la determinazione della fiera Amalia. Persino nella coscienza del più spietato assassino alberga sempre il rimorso; soltanto che esso viene abitualmente tenuto celato alla vista del reo medesimo e d’altrui nella soffitta del suo cuore; epperò, di quando in quando, questo fugace fanciullo che suole additare con innocente candore gli efferati delitti del suo carceriere discende di lassù, e dal bujo viene a scorrazzare alla luce dei corridoî; quando il suo crudele tutore se n’accorge, si danno a lui due possibilità: egli può con implacabile ira ricacciarlo nel suo oscuro tabernacolo; o può invece commuoversi, piegar le ginocchia, abbracciarlo e in un fiotto di buone lagrime riaccoglierlo con sé. Esattamente questo è ciò che accadde nel cuore d’Arminio quando, supplicando Amalia di perdonarlo, le svelò, senza parlar più oltre, che Carlo viveva, ed anche suo padre!

Tale è la condizione degli animi nel momento in cui lo spodestato erede giunge sotto falso sembiante alle porte del castello, mandando avanti Kosinsky ad annunziarlo come Conte von Brand. Il cuore gli raggia di gioja contemplando finalmente la sua terra e la nobile dimora ove nacque, e l’animo eccitato riconsidera uno dopo l’altro i fatti i sentimenti i disegni i sogni della sua fanciullezza e si dispera rammentando la loro fragorosa caduta.

E dunque? a quale intento sei qui venuto? Per sentir ciò che prova il prigioniero quando lo strepito delle sue catene lo ruba ad un sogno di libertà?… No, no! ch’io torni alla mia miseria…Il prigioniero aveva dimenticata la luce; ma il sogno della libertà gli sorrise alla mente come il lampo nelle tenebre, il quale, sparendo, le fa più buje di prima. – Addio, valli de’ padri miei! Voi mi vedeste un tempo fanciullo, e quel fanciullo era felice… ora vedete in me l’uomo, ma quest’uomo è disperato! (si volge rapidamente in atto d’andarsene, poi d’improvviso si ferma, e guarda con dolore il castello) E non vederla, non darle nemmeno uno sguardo! ora che una sola muraglia mi divide da lei?… No! io debbo vederla… io debbo vederla… dovesse costarmi la vita! (ritorna) Padre! padre! il tuo figliuolo s’accosta… Lasciatemi o tetri fantasmi fumanti di sangue! e voi sguardi terribili e convulsi per la morte vicina! lasciatemi per quest’ora soltanto… Amalia! Padre! il vostro Carlo s’appressa! (corre verso il castello) Tormentatemi o spettri al venir dell’aurora; non mi lasciate al cader della notte: sbigottitemi in sogno con orribili apparizioni, ma non vogliate attossicarmi questa sola dolcezza!

Benignamente accolto dalla savia Amalia (che non osa mettere uno straniero a parte delle sue più riposte ed incerte speranze), Carlo apprende così la novella della morte del padre; e prega pertanto la giovane di mostrargli il ritratto di colui che – egli, Conte von Brand, sodale di lunga data del vecchio Massimiliano – non vedeva da diciott’anni. Ma nella quadreria, riconosciuto il volto dell’“amico”, egli domanda chi siano quei due giovani effigiati vicino a lui. Quello a sinistra è il nuovo Feudatario. Ma il ritratto di destra? E Amalia scappa via in lagrime. Carlo ottiene così la certezza del perpetuo amor di lei, salvo poi essere indotto egli stesso alla fuga dallo sguardo di rimprovero che Massimiliano sembra rivolgergli dalla tela. Rimorso d’omicida!

Frattanto Francesco s’aggira pensoso per le sale del castello. Egli non si fida del nuovo arrivato e teme che complotti qualcosa contro di lui. È forse un caso che a tavola egli abbia bevuto dal bicchiere di lei quel vino nel quale eran cadute due lagrime di quei begli occhi affranti? Ecco svelato il mistero! Giunto in quadreria, egli finalmente riconosce nel ritratto del fratello le stesse sembianze di Brand.

E sol per questo avrò io perduto il sonno di tante notti? abbattuto montagne, appianato voragini? mi sarò fatto ribelle ad ogni istinto d’umanità perchè poi mi avviluppi un miserabile vagabondo negl’intrighi dello stesso mio laberinto! – Flemma, flemma, Francesco!… Segui pur la tua strada! Tu sei tanto ingolfato nelle tristizie, e la riva n’è tanto discosta che sarebbe demenza la tua se ti cadesse in mente di retrocedere. Non pensare al ritorno. La Grazia divina si farebbe mendica, e l’infinita Misericordia voterebbe il suo tesoro se volesse pagare tutti i tuoi debiti. Dunque? seguita coraggioso la strada tua.

Chiama così Daniele, settuagenario servitore della famiglia, ed appurata la sua estraneità al sospettato complotto, gli ordina, in virtù della cieca obbedienza che gli deve, d’uccidere l’ospite. Daniele sa bene che se facesse ciò che Francesco gli impone non sarebbe davvero innocente – ingannevole illecebra del tiranno che tenta il suo prono stuolo di idolatri – come la scure tra le mani del boja, ma alla fine, vinta la coscienza cristiana dall’angoscia dell’inedia mortale minacciatagli dal Conte, decide di assentire alla sua furibonda volontà. Soddisfatto, Francesco cerca d’uccidere ogni remora e di respingere dall’animo suo ogni tentazione di bene colla rigida spietata ragione.

La lode e il biasimo del mondo variano secondo il pensare di ciascheduno, ma ben pazzo è colui che pensa contro il proprio interesse. A mio padre (il quale ha forse ingollato un fiasco più del consueto) viene il ticchio di… ed eccomi coniato; e da vero fu questa l’ultima cosa, alla quale il mio buon padre ha pensato quando si è messo a quella erculea fatica. A me pure viene ora il ticchio di… ed ecco un uomo disfatto; ed in quest’opera l’intendimento e la previsione sono maggiori di quelli che non furono nel concepirla. La nascita d’un uomo non dipende spessissimo o dal calore d’un giorno di luglio, o dalla vista attraente d’un letto bene sprimacciato, o dalla positura supina che prende dormendo qualche venere cuciniera, o finalmente dal solo spegnersi dei doppieri? Or bene, se questa nascita non è altro che l’effetto d’un istinto bestiale, d’un caso, chi vorrà persuadersi che lo struggerla sia cosa che importi? Maledetta la pecoraggine delle nostre nutrici e guardiane, le quali ci guastano l’immaginazione con fiabe terribili, e stampano nella molle cera del nostro cervello fantasmi spaventosi di giudizj e di castighi, tanto che brividi involontarj, angosce di morte snervano le nostre membra, c’impediscono le migliori e le più coraggiose risoluzioni, ed impacciano la svegliata nostra ragione nelle pastoje d’una nebulosa superstizione. – Assassinio! Non vagola intorno a questa parola un inferno di demonj? – Ma poniamo che la natura si fosse dimenticata di produrre un uomo di più; che l’ombilico del bimbo non fosse stato allacciato, che lo sposo, nel giorno delle sue nozze….. e tutta la fantasmagoria sarà d’un tratto sfumata. – «Fu qualche cosa, ora non è più nulla». Ma questo motto non è simile all’altro: «Fu nulla ed ora è nulla»? Perchè dunque gittar tempo e fiato per un nulla? L’uomo nasce dal brago, s’avvoltola alcun tempo nel brago, torna a fermentare nel brago, sin che s’attacca alle scarpe del proprio nipote e le inzacchera. Ecco la chiusa della canzone, il circolo fangoso dell’umano destino! Buon viaggio dunque, messer fratello! Il moralista epatico, podagroso, pungolato dalla coscienza smacchj pure dal bordello le male femmine già vecchie e frollate, o torturi al letto di morte qualche barbogio usurajo… Da me non avrà certo così facile udienza.

Invero calunniata e malconcia esce la ragione dai discorsi di chi l’idolatra volgendola ad un fine altro dal proprio. Ma vi è altresì chi ne fa uso migliore: il vecchio Daniele, nonostante la dura battaglia che si ritrova a combattere entro di sé, si rammenta d’alcune strane parole che l’ira ha fatte uscire dalla bocca del Conte. L’assalto della coscienza rende folle la crudeltà, che dal suo torrione lancia segnali di fumo comprensibili prima dai nemici che dai rinforzi. È chiaro, lo straniero è Carlo! E allora, con irrefrenabile certezza, Daniele corre a lui, chiede di baciargli la mano e lo riconosce come suo padrone. Il fedele servitore ha finalmente trovata la tanto sperata pace con cui lieto potrà scendere nella tomba. Perché obbedire omai allo spietato comando di Francesco, ora che la speranza è rifiorita? Ma dalle labbra dell’affettuoso domestico escono anche fatali parole. Scuopronsi torbidi orizzonti agli occhi di Carlo, che d’improvviso s’accorge che tutte le sue sventure furono degne figlie dell’inganno del fratello. Tutta la verità gli appare finalmente davanti: le lettere contraffatte, la simulata durezza di cuore del padre, la falsa notizia della sua morte, il penoso assedio della fedeltà d’Amalia, quotidianamente attaccata dagli allettamenti del perfido fratello, e ora il fratricidio! Questo è troppo! È d’uopo partire. Ma prima un ultimo saluto all’amata: ella s’è ritirata nel giardino, turbata dall’amore – innocente tentazione – che sente nascer nel suo cuore per l’ospite straniero, cui tenace resiste opponendovi… l’eterna consacrazione al suo Carlo! Il quale, sempre celando la sua identità, le s’avvicina proprio mentre ella sta raffermando l’agognata fortezza colla contemplazione del ritratto dell’amato che sempre porta al collo; proprio sull’ignoto (o tale almeno nella dissimulazione) oggetto dei suoi sospiri, sul suo perduto amore egli allora l’interroga. Ed essi piangono insieme le sventure dell’uno e dell’altra.

Amalia – Non v’ha dunque un mondo migliore, ove i mesti si allegrano? dove gli amanti si abbracciano ancora? Carlo – Sì certo; un mondo ove cadono le nostre bende, ove l’amore si mostra in un terribile aspetto! e questo mondo chiamasi eternità.

Ma Amalia crede che Carlo sia ancor puro ed innocente, e così, inebriata dai placidi gaudî del ricordo, imbraccia il suo liuto ed incomincia a cantar la canzone che ella coll’amato soleano cantare insieme. «Vorrai dunque per sempre, Ettore caro, / Dividerti da me?…» Ma terminata la prima strofa, come incapace di proseguire, poggia lo strumento. La prudenza di Carlo cede a tanta nostalgia e dalla gola serrata si scioglie inatteso un canto, troppo a lungo rimastovi incatenato: «Lasciami, amata donna, e qui mi reca / L’asta agli Achei fatal. / Ilio spera in me solo…» e, posato il liuto, scappa nella foresta.

Nel folto di essa attendono il suo ritorno i masnadieri, ma non tutti colla medesima apprensione. Il ritardo del capitano preoccupa infatti l’affezionato Schweizer, ma offre anche il destro alle trame di Spiegelberg, che chiama a sé Razmann proponendogli d’uccidere Carlo a tradimento per usurparne la carica e non dover più sostenere alcuna limitazione alla loro “libertà”. I suoi piani, pur meditati a lungo, non hanno però seguito: Schweizer origlia i loro bisbigli e, tratto il coltello, uccide il traditore, peritandosi poi d’espeller dalla banda il possibile complice. Al suo ritorno Carlo accoglie come opera provvidenziale il gesto di Schweizer riconoscendo finalmente che fallace ed immotivata fu la strada indicatagli da Spiegelberg il giorno in cui aveva radunata per la prima volta la sua masnada. Poi, nella quiete della notte, mentre gli altri dormono, egli solo si siede ad intonar sul liuto la canzone di Bruto morente di fronte all’ombra di Cesare suo padre. E quando al canto subentra la riflessione, vedendosi omai perduto e senza speranza di fronte alle proprie colpe, alla miserevole condizione della sua casa, all’impossibilità di ritornare sui suoi passi, lo scoramento è tale da fargli meditare il suicidio.

E se coll’ultimo fiato finisce ogni cosa?… come una farsa di mattaccini?… ma perchè dunque questa ingorda fame di felicità, questo tipo fantastico d’una eccellenza che non si può conseguire, questa foga di proponimenti, ai quali non può darsi effetto, quando una lieve pressione su questo misero ordigno (si mette una pistola alla testa) può rendere uguale il savio allo stolto, il prode al codardo, l’onesto al ribaldo? Perchè tanta discordia nella natura razionale, quando sussiste una divina armonia nella natura inanimata? No, no! vuol esserci qualche cosa di più, giacchè fin ora non sono stato felice. – Anime di coloro che uccisi, sperate vedermi tremare? No! non tremerò! (è preso da forte tremito) Il gemito affannoso della vostra agonia, le vostre faccie allividite pel sangue diffuso, quelle piaghe aggrumate ed aperte non son altro che anelli della catena infrangibile del destino, i quali s’attaccano alle mie sere festive, ai capricci della mia nutrice o del mio pedagogo, all’indole di mio padre, al sangue della madre mia! (raccapricciando) Perchè piacque al mio Perillus di farmi un cotal bue nelle cui viscere brucia un alto amore per l’uomo? (depone la pistola) Tempo ed eternità! legati insieme da un solo momento!… chiave terribile che mi serri da tergo la prigione della vita e m’apri di fronte il soggiorno delle tenebre eterne, oh, dimmi, dimmi! dove, in qual luogo pensi tu ravviarmi? Per una terra tuttavia sconosciuta? per mari non ancor veleggiati? Vedi! l’umanità soccombe percossa da questo pensiero; la forza mortale si spezza, e la fantasia, scimia impudente dei sensi, si beffa della nostra credulità con bizzarre chimere. No, no! l’uomo non deve inciampare. O Poi misterioso e senza nome, sii pur qual tu voglia, basta che l’Io resti fedele, e di là mi accompagni. – Le cose esteriori fanno la vernice dell’uomo. Io sono il mio Cielo e il mio Inferno. Se tu mi lasciassi vagabondo e solitario in un mondo incenerito, dal quale gli occhi tuoi si fossero ritirati, e dove io non avessi altra vista che quella d’una notte deserta e di un’eterna solitudine, vorrei ripopolare la desolazione coi fantasmi della mia mente; e l’eternità mi darebbe gli ozj per risolvere il difficil problema della miseria universale. O vuoi piuttosto, per un continuo rinascere, per un transito continuo di sempre nuove infelicità, menarmi di grado in grado… al mio nulla? Non potrò rompere i fili che m’annoderanno a quell’incognita vita colla stessa agevolezza che spezzò i legami di questa? Tu puoi disfarmi, ma non togliermi questo libero arbitrio. (monta la pistola, poi si ferma) E morrò per paura d’un vivere tormentoso? Concederò alla sventura questo trionfo sopra il mio spirito?… No! voglio tollerare. (getta la pistola) L’orgoglio dee vincerla sul dolore. La mia sorte si compia.

Una voce che si lieva tra l’ululato dei gufi, interrompe i ferali pensieri dell’infelice: è Arminio, che nel cuor della notte si dirige verso le rovine d’un antico castello con pane ed acqua, unico pasto del lacero prigioniero che quelle insospettate mura rinchiudono. Carlo s’accosta con passo furtivo: chi sarà quel tapino che riesce a trovare in tanta miseria il coraggio di ringraziare il Signore per un misero pane? Sbucando improvviso tra le frasche, si risolve, la spada sguainata, ad interrogar su questo mistero Arminio stesso, il quale, non distinguendo nelle tenebre il volto del suo assalitore, immagina subito, ingannato anch’egli dal timore (ma dal timore uguale e contrario di quello che assale Francesco: svelare il bene compiuto ad un signore malvagio) che si tratti di colui che più teme; e credendo di trovarsi di fronte al Conte, svela a suo fratello il significato di quel misericordioso gesto: «Lassù v’è un Dio, e laggiù vostro padre»! Carlo allora spezza la serratura del cancello che rinserra il genitore e lo invita ad uscire al lume della luna.

Anima del vecchio Moor! che cosa ha mai turbata la pace del tuo sepolcro! Ti sei tirata dietro qualche gran colpa, la quale t’impedisca l’ingresso del Paradiso? Farò celebrar tante Messe quante bastino a ricondur nella sua patria il vagabondo tuo spirito. Hai seppellito l’oro delle vedove e degli orfanelli che vieni così cacciato di mezzanotte? Io strapperò agli artigli del drago infernale quei tesori sepolti, ancor che mi soffiasse nel viso mille vampe sanguigne, e figgesse nella mia spada le acute sue zanne. O vieni da me chiamato per sciogliermi l’enigma dell’eternità! Ah, parla, parla! Io non son uomo da lasciarmi impallidir dai terrori.

Non si tratta di fantasma, ma di uomo in carne ed ossa! Qualche ora dopo essere svenuto alla notizia della morte del figlio, Massimiliano rinvenne quand’era già nella bara, involto nel suo sudario; graffiando il coperchio ancora soltanto appoggiato fu udito dal figlio, che lo sollevò, ma esterrefatto e amareggiato subito lo richiuse. Egli non ebbe il cuore di seppellirlo vivo e allora insieme ad Arminio ancor travestito, lo trasportò sur un carro nella foresta, fino al castello diroccato, infestato secondo la leggenda dagli spiriti degli avi dei Moor, nelle cui segrete lo gettò, al freddo e tra le strida dei rapaci, chiudendovelo dentro a morir di fame. Ma Arminio, all’insaputa del nuovo Conte, non ebbe sufficiente ardire nemmeno per questo crimine e, di nascosto, ogni notte per tre mesi, aveva portato quel misero pasto al venerabile vecchio, serbando acceso quel flebile lume con cui la Giustizia divina ancor lo teneva in vita o per accrescere la sua punizione o per una qualche imponderabile consolazione. La disperazione di Carlo è vinta omai dall’ira e sparando un colpo in aria chiama a sé i suoi masnadieri. Massimiliano, svenuto allo sparo, non può capire di trovarsi di fronte al capo d’una banda di furfanti, né udire il terribile comando che l’ancor ignoto Carlo affida a Schweizer: portargli vivo il fratello per poterlo uccidere colle sue mani e così provvidenzialmente vendicare le sofferenze del padre.

Nessuno ha sognato fin qui che voi, masnadieri, sareste ministri della Suprema Maestà di Dio. L’intricata matassa del vostro destino oggi si districa; oggidì una Mano invisibile nobilita l’opera vostra. Adorate in ginocchio Colui che v’ha serbati a questo gran ministero, e v’ha qui condotti, ed eletti ad angeli esecutori del Suo tenebroso Giudizio. Scopritevi la fronte, cadete nella polvere, e rialzatevi santificati!

Non solo per Carlo la notte scorre inquieta. Mentre il fedele Daniele pur di non rispettare il tremendo ordine impartitogli cerca di fuggir di nascosto dal castello, colui che di quell’ordine fu latore gli viene precipitosamente incontro in veste da camera. Egli, sconvolto, sente voci di fantasmi che gli gridano: «Assassino!»; e scheletri che gli s’avvinghiano alle vesti e una torma di cavalieri assediare il castello. S’è appena ridestato da un incubo: sdrajatosi a mezzodì sur un prato durante una delle sue feste, un tuono improvviso fu il segno al quale monti e valli cominciarono a squagliarsi ed un turbine a spazzare le terre e gli abissi restituendone le ossa igojate nella lunga marcia dei secoli; ed egli si ritrovò alle pendici del Sinai, in mezzo ad una moltitudine di genti tremanti; venne una luce, simile a un astro con un sigillo di ferro, una seconda con uno specchio cristallino nel quale ciascuno poteva vedersi nel proprio riflesso di serpente o leopardo, ed una terza con una bilancia di bronzo; d’un tratto il monte mugghiò il nome di Francesco ed il piatto delle colpe veniva gravato ogn’ora di più d’innumerabili pesi; ma a compensar tanta gravezza era sufficiente nell’altra bilancia il Sangue di Cristo; sennonché, ad un tratto comparve un vecchio magro ed iracondo, dalle braccia smozzicate dai suoi stessi denti, che, spiccatasi una canuta ciocca dai capelli, la gettò sul piatto delle colpe: e questa rovinò a terra, projettando verso il cielo l’altro piatto ricolmo di Sangue. Per tutti i peccatori fu proclamato l’editto di Grazia, ma per Francesco solo non ci poté esser perdono. E ora di tutto ciò si sforza di ridere, ma tormentato dall’angoscia del sogno e dalla persecuzione della caccia infernale, decide alfine di far chiamare a sé il Pastore, Moser, per sfidarlo a dimostrare che non è vero che Dio non esiste.

Francesco – So bene che i malcapitati su questa terra sperano nella eternità; ma so altresì che li aspetta un terribile disinganno. Ho sempre letto che la nostra esistenza è un moto circolare del sangue, e coll’ultima goccia di questo se ne vanno e spirito ed intelletto. Or bene, se l’anima è soggetta a tutte le debolezze del corpo, al cessar del corpo non dovrà cessare ancor essa e imputridire con lui. […] Moser– Filosofia della disperazione! Ma il vostro cuore, il quale vi urta angoscioso ai pareti del petto mentre argomentate in tal modo; il cor vostro castiga la vostra menzogna. Un detto solo sparpaglia la ragna di questi sofismi: «Tu devi morire!». Non chieggo da voi che una prova; se rimanete così fermo anche al punto, se questa logica non vi abbandona anche allora, la vittoria è vostra; ma quando in quel momento sentiste anche un brivido solo… guai a voi! vi sareste ingannato! Francesco – (turbato) Se in quel momento sentissi un sol brivido? Moser – Non pochi sciagurati ho visto sprezzar fino a quell’ora la verità coll’arroganza di un gigante; ma quando si avvicina la morte l’illusione svanisce. Vorrei esservi d’accosto quando morrete… vorrei pur vedere come passi un tiranno… fissarvi gli occhi negli occhi quando il medico, palpando la vostra mano bagnata d’un freddo sudore, colga a fatica il battito fuggitivo del vostro polso, e con una stretta di spalle così vi dica: «Gli umani soccorsi più non giovano!» Guardatevi allora, guardatevi allora dal non finir come un Riccardo, o come un Nerone! Francesco – No! no! Moser – Questo no potrebbe anche mutarsi in un sì disperato. Il tribunale della coscienza, incorruttibile ai sofismi dello scetticismo, si desterà nell’animo vostro e terrà giudizio di voi. Ma quello sarà il destarsi d’un vivo inchiodato nella sua bara; sarà l’angoscia che prova il suicida, il quale si pente dopo aver vibrato il colpo mortale: sarà uno sguardo, un lampo, insomma che rompa d’improvviso la densa oscurità della vostra vita; e se voi rimarrete ancor fermo, il trionfo sarà vostro. Francesco – (passeggia inquieto per la stanza) Ciancie fratesche! ciancie fratesche! Moser – Allora per la prima volta, ma troppo tardi! sentirete passarvi per l’anima la spada dell’eternità. Al pensiero di ‘Dio’ suol rampollare un pensiero vicino, un tremendo pensiero, e questo si chiama ‘Giudice’. Badate, o Moor! Voi siete l’arbitro d’un migliajo di vite, e di queste ne avete fatte infelici novecento novantanove. […] Stimate voi che novecento novantanove creature non vivano che per morire e per essere un giuoco de’ vostri capricci infernali? Uscite, uscite d’errore! L’Eterno vi chiederà stretto conto d’ogni minuto che loro avrete rubato, d’ogni innocente diletto che loro avrete attossicato, d’ogni miglioramento che loro avrete impedito; e se potrete risponderGli, o Moor, la vincita sarà vostra. Francesco – Non più, non aggiungere una parola! Vuoi farmi bere per comandamenti i negri umori della tua bile? Moser – Osservate! un bello e spaventoso equilibrio sta nel destino dell’uomo. Se la bilancia trabocca in questa vita salirà nell’altra; se in questa, al contrario, sale nell’altra vita traboccherà. Tutti i temporanei patimenti della terra si fanno nel Cielo eterni trionfi; e i passeggeri trionfi di questo mondo diventano nell’altro disperazione che non ha termine.

Ma Francesco non vuole, anzi teme l’eternità! Come rifiutarla? Come convertire la pena infernale in annientamento? Forse servirà un qualche inimmaginabile delitto… ma i più gravi li ha già commessi: essi sono parricidio e fratricidio, gli tuona il Pastore. Cacciato via Moser, al Conte viene comunicato che una schiera di cavalieri sta seminando il terrore nel villaggio e dando alle fiamme il castello. Francesco per tutta risposta ordina che vadano subito tutti in chiesa a pregare per la sua anima, egli che aveva sempre sdegnato e deriso ogni forma di devozione! Promette di dare a tutti coloro che ha vessati il doppio, il triplo, il quadruplo del maltolto… ma omai è troppo tardi: i masnadieri stanno facendo irruzione nel castello. Egli stesso tenta allora d’inginocchiarsi e di pregare Dio per la prima e l’ultima volta; ma non ci riesce, il suo cuore è arido, dalla sua bocca non sanno uscire che bestemmie. Rifiuta dunque anche quell’estrema speranza: non sia mai che il Paradiso lo vinca o che l’Inferno rida della sua debolezza! Resta solo un’ultima soddisfazione, non consegnarsi ai suoi nemici: e prega allora Daniele di trafiggerlo colla sua stessa spada; ma il domestico rifiuta. Egli non ha il coraggio di pugnalarsi, ma alla fine, dopo aver implorato un’ultima volta la Misericordia divina, si strangola col cordone del suo cappello. Schweizer, fatta irruzione nella stanza e constatata la morte del Conte, non potendo per la prima volta mantener la parola data al suo capitano, si punta la pistola alla tempia e fa fuoco.

L’incendio del castello arde di spettrali faville l’oscurità della notte. Nel bosco circostante Carlo, là rimasto col padre, attende il ritorno dei suoi uomini. Massimiliano, ancora ignaro dell’identità del suo salvatore, ne implora la pietà per il colpevole Francesco: «Il perdono sia la sua pena; la mia vendetta un amor raddoppiato». Dopotutto i suoi patimenti sono opera della Giustizia divina: un figlio egli afflisse, dall’altro egli è afflitto. E in quella tenebra egli domanda da lunge il perdono di quel suo figlio che crede assente, lontano, innocente, e rimpiange di non poterlo avere a vegliar sul suo letto di morte. Quel figlio è per sempre perduto, gli risponde Carlo.

Carlo – (si mette ai suoi piedi) Io ruppi i cancelli della tua rocca… Benedicimi! Massimiliano – (con dolore) E tu, redentore del padre, vorresti uccidergli il figlio?… Pensa che Dio non si stanca dell’essere clemente, ma noi, miserabili insetti, ci corichiamo la sera col rancore nell’anima. (pone la mano sul capo del masnadiero) Sii felice come sei misericordioso! Carlo – (sorgendo intenerito) Oh, dove sei, mia fortezza virile? Le mie fibre si fiaccano, il mio pugnale mi cade di mano. Massimiliano – La concordia, che unisce i fratelli sotto un tetto medesimo, è preziosa come la rugiada che corre dall’Erimone sui colli di Gerosolima… Impara, o giovine, a meritarla questa dolcezza, e gli angeli del Paradiso s’abbelliranno della tua gloria. La tua sapienza sia quella dei capi canuti, ma il tuo cuore… oh, il tuo cuore sia quello d’un fanciullo innocente! Carlo – Oh, lasciami delibarla questa dolcezza! Un tuo bacio, o divino vegliardo! Massimiliano – (lo bacia) Abbilo per un bacio di tuo padre, come io lo avrò per un bacio del figlio mio… Tu sai piangere?

Proprio in quel momento giunge la schiera mandata in missione, mesta e a capo chino per la morte di Schweizer. Grande è però il sollievo di Carlo nel sapere che Francesco è già morto e che non gli toccherà macchiarsi di sangue fraterno. La Giustizia divina ha fatto il suo corso, d’ora innanzi il motto della masnada sarà la clemenza. Ma tra le spoglie del sacco tremendo ecco giungere una gemma inattesa: la dolce Amalia, che subito si getta giojosa tra le braccia di Massimiliano e di Carlo, i due uomini da lei più amati, che solo una fioca timida speranza poteva ancor confessar vivi al suo cuore. Ma la letizia viene subito spezzata dal rimorso del masnadiere, che non può che respingere l’abbraccio dell’amata, maledicendo il momento in cui decise di tornare a casa. Omai deve confessarlo: egli, Carlo, è il capo della banda, di quella stessa consorteria di criminali che ha appena distrutto il castello dei padri e saccheggiati i villici; quella felicità dolorosamente intravveduta non è né potrà mai più esser la sua, rejetto tra i rejetti. Perché tremare davanti ad una donna? Sangue ci vuole, altro sangue… ed ogni esitazione ne verrà troncata. L’esausto padre non regge a tanto dolore ed esala nuovamente – e stavolta in eterno – il suo spirito doloroso; ma l’infinito amore d’Amalia non si lascia piegare da rispetti umani.

Amalia – (si getta nelle sue braccia) Assassino, demonio, angelo, non posso lasciarti! Carlo – (respingendola) Via da me, perfidissima serpe! Tu vuoi beffarti d’un forsennato, ma io sfido la tirannia della sorte… Come? tu piangi? Pianeti malefici! Costei fa le viste di piangere, come se un’anima potesse lagrimare per me. (l’Amalia si avviticchia al collo di Carlo) Ah! che cosa è questa? non mi ributta? non mi scaccia da sè?… L’hai tu scordato, Amalia? Amalia, sai tu chi stringi fra le tue braccia? Amalia – Unico, indivisibile! Carlo – (in eccesso di gaudio) Ella perdona! ella mi ama!… Io sono purificato come l’aria del cielo!… Ella mi ama! Queste lagrime ti ringrazino, o Dio di misericordia! (cade in ginocchio e piange dirottamente) Ho riacquistata la pace del mio cuore, la mia pena è cessata e l’Inferno s’è chiuso… Oh non vedete come i figli della Luce piangono abbracciati coi figli dei demonj? (sorge: ai masnadieri) Sorgete voi pure! piangete, piangete o creature felici!…Amalia!…Amalia! (si stringono insieme, e restano per qualche spazio uniti insieme senza far motto)

Lagrime divine, non umane, sono quelle che prime dopo tanto vagare rigano finalmente le rosse guance del masnadiere. Ma il mondo esige presto il suo scotto: Carlo ha giurato fedeltà fino alla morte ai suoi uomini, non può più lasciare la strada del crimine; il frate glien’aveva offerta la possibilità nella Selva Boema, ma egli non aveva voluto; ora che egli lo vorrebbe, più non lo può. E Amalia non può soffrire di perdere un’altra volta dopo averlo ritrovato quel solo essere a cui era consacrata tutta la sua esistenza mortale: e gli chiede allora di darle la morte. Carlo dapprincipio rifiuta, ma quando ella, minacciando d’emular Didone, si vede sbarrato il passo da un masnadiere, per paura che altri l’uccida, egli, l’amato stesso, le conficca il pugnale nel cuore e seguita a fissare il suo volto rasserenato fino a che ogni spirito di vita non se ne sia dipartito. Pagato cogli interessi è il debito di fedeltà che Carlo doveva a quei criminali. Ora che è stato perdonato da Amalia e purificato da sante lagrime non può ripiombar nell’aberrazione, e sceglie allora, estinto ogni legame che ancor gli rendeva cara la vita, di vuotar fino alla feccia il calice della Giustizia e di consegnarsi volontariamente, fra lo scherno dei suoi, alle autorità e al patibolo, facendo guadagnare i mille luigi d’oro della sua taglia ad un poveretto con undici figli.

O pazzo, pazzo che ho sognato di sbruttare il mondo colle scelleratezze! di raffermare le leggi colla licenza! e questo delirio chiamai vendetta e giustizia?… Osai presumere, o Provvidenza, di affilare il taglio della tua spada e di uguagliare le tue disuguaglianze?… Ma… vanità da fanciullo… eccomi ai termini d’una vita spaventosa, e tardi confesso, con gemiti e stridor di denti, che due uomini pari a me potrebbero sovvertire l’intiero edificio morale. Grazia, Grazia al fanciullo che ardì prevenirti nel tuo Giudizio! la vendetta non appartiene che a Te. Tu non hai bisogno della mano degli uomini. Richiamare il passato m’è cosa impossibile. Ciò che fu guasto non si racconcia, nè si riedifica ciò che le mie mani hanno atterrato. Nondimanco mi resta ancora una via per ammansar la Legge oltraggiata e ricomporre di nuovo l’ordine da me sconvolto. Quest’ordine chiede una vittima, la quale mostri a tutta l’umana progenie l’inviolabile maestà sua… e questa vittima espiatrice son io. Io debbo morire per esso.

Commento

Un assiduo ed entusiasta lettore di Schiller, il diabolicamente acuto Giuseppe Mazzini, definì il drammaturgo svevo – e almeno qui non errò – «il poeta della Provvidenza e della Speranza». Trattasi di due concetti assai familiari a qualsivoglia lettore di Manzoni, così come di tutti i poeti e scrittori del Romanticismo italiano, fatta ovviamente la significativa eccezione di Leopardi; e sicuramente colui che più di tutti contribuì a risvegliare nelle loro coscienze queste due celestiali ninfe fu proprio lo Schiller. Entusiasta cantore della libertà della coscienza e dei popoli, egli tradisce qui uno dei suoi maggiori limiti ideologici: il liberalismo. Nonostante fosse stato insignito della cittadinanza onoraria francese da Danton insieme ad altri membri dell’Assemblea nazionale, egli non fu certo un sostenitore della Rivoluzione francese, come emerge chiaramente dalla lettura dell’opera che qui commentiamo: la libertà che egli rivendica è quella interiore della retta coscienza che senza costrizioni esterne s’indirizza verso il bene e di conseguenza dei popoli che, ciascuno colle proprie leggi e col proprio spirito particolare, devono inserirsi armoniosamente nell’universo delle nazioni tendendo senza ingerenze straniere alla Giustizia assoluta, identica per tutti. Non s’insisterà mai abbastanza sulla vera ragione della lotta armata di Guglielmo Tell nell’omonimo dramma del 1804: egli è l’eroe del popolo che si ribella contro il tiranno straniero che tradisce e deride i costumi e le tradizioni delle nazioni soggiogate; Guglielmo è l’emblema della reazione popolare antinapoleonica, non certo del regicidio, che Schiller ha sempre aspramente condannato. Stesso discorso si potrebbe fare per la Pulzella d’Orléans,del 1801, ove la reazione del popolo oppresso viene affidata addirittura all’anelito religioso, come effettivamente assai spesso avveniva in quegli anni tra i Vandeani, i Sanfedisti, le varie forme di resistenza contro l’idra rivoluzionaria. Sicuramente già in Schiller possiamo vedere i germi di quell’amor di patria che tanto infiammerà i cuori del secolo venturo, ma tale patriottismo non riesce ancora a svincolarsi dalle branche dell’universalismo illuminista: il più eloquente esempio è l’Inno alla Germania, divenuto poi Inno alla libertà ed infine Inno alla gioja. Se è chiaro che un sano patriottismo fondato sulle radici culturali e religiose dei popoli, laddove non si traduca in Rivoluzione – come invece avvenne col nostro Risorgimento e dopotutto anche coll’unificazione tedesca e come certo non poteva essere auspicato dalle miti intenzioni di Schiller – è ottima cosa, ed anzi un sano antidoto contro il meticciato globale che oggi ci viene proposto, diverso è il discorso sulla libertà di coscienza, che è poi ciò che porta Schiller a disprezzare, come abbiamo visto, la Santa Inquisizione (ma tutto ciò è ancor più lampante nel Don Carlo, del 1787) ed in generale a non avere un’alta opinione del Clero, vittima in questo anche di una nutrita ed ottusa congerie di pregiudizî illuministi. È vero, sì, che l’adesione alla verità deve essere libera, senza forzature esterne, ma è anche vero che qualsiasi istituzione precipita nello sfacelo laddove tutto vi sia permesso e la peste dell’errore e del vizio non vi sia estirpata: una cosa è che fare il bene e credere il vero non possa essere imposto a tavolino dall’alto, ben altra cosa è non vietare il male, specie quello più potenzialmente corrosivo per la società e per le anime. Non s’accorge evidentemente lo Schiller che il liberalismo è un cane che morde se stesso: la libertà assoluta di pensiero nega la possibilità di pensare che la libertà di pensiero in generale sia di per se stessa perversa; e poi impedisce di concepire certe idee giudicate potenzialmente nocive per la libertà di pensiero; ed alla fine diventa crepuscolare tirannia del pensiero unico (della devianza unica!), esattamente ciò che stiamo vivendo oggi, giacché è impossibile per una società, anche per la più malata d’individualismo, sopravvivere senza una serie di coordinate ideologiche fondamentali, le quali sono essenzialmente quelle religiose. Ed il discorso religioso è d’altronde fondamentale per Schiller: egli trova nel divino quel fondamento imprescindibile del mondo che veniva invece scandalosamente conculcato dalla tanto odiata scienza moderna, cui egli, come in misura maggiore il suo sodale Goethe, contrappone una scienza non disumana, quella incentrata sulla ricerca qualitativa e non quantitativa. Meritevolissima reazione, non c’è che dire; ma se la generazione successiva a quella dei “Classicisti di Weimar”, vale a dire la prima generazione romantica di Schlegel, di Novalis, di Wackenroder, volgerà questo slancio spirituale in marcata simpatia per il Cattolicesimo, laddove non proprio in conversione, colla conseguente rivalutazione del Medioevo (e in questa sede faccio notare che se non ci fosse stato Novalis a magnificare per primo la “barbara” Età di mezzo, difficilmente avremmo avuto la riscoperta del canto gregoriano, la Neoscolastica, etc.), gli uomini del tempo di Goethe e Schiller erano ancora intrisi, se non proprio di panteismo, almanco di massonico indifferentismo. Schiller infatti, che insiste sempre, a differenza di Goethe, sull’importanza della religione positiva, che egli contrappone agli dei o esseri supremi meramente filosofici, è tra coloro che ritengono tutte le religioni a loro modo vere e praticabili dal rispettivo popolo; salvo però fare dei distinguo sui contenuti, giacché non tutte le idee religiose sono buone, ma solo quelle in cui traspaja il fondamento della verità, la radice da cui è germogliato tutto il mondo, che per Schiller è l’amore. È significativo notare come egli sia stato tra i padri ispiratori dello sciagurato “dogma” contemporaneo secondo cui tutte le religioni parlerebbero d’amore, il che è quanto mai assurdo; solo quelle di Cristo sono parole d’amore, e per quanto si frughi tra le pieghe della storia non si potrà ritrovare nulla di neanche lontanamente somigliante alla Sua Parola, nulla di autenticamente divino! D’altronde Schiller stesso riconosce, a differenza dei nostri più stolti dirimpettai, che non tutto è oro quel che luccica e anche in ambito religioso, come in quello filosofico, si deve sempre vagliare il grano dalla pula. La sua idea fondamentale è quella d’un dio personale e provvidente, che è amore e che crea il mondo per amore edificandolo sui pilastri dell’amore. Egli lo dice chiaramente: il poeta sfrutta di volta in volta le idee religiose che gli tornano più utili, prendendole da questa o da quella tradizione, per parlare della verità universale; ma poi di fatto, essendo egli nato in una famiglia rigidamente luterana e dovendo rivolgersi ad un pubblico cristiano, il linguaggio in cui quasi sempre si esprime è quello cristiano. Poche convinzioni sono più stupide di quella che ci porta a rimpiattar la nostra Fede, la Verità rivelata, sotto l’ombra d’un’ipotetica verità esoterica più alta, che poi in realtà non è altro che una deformazione eretica di quella Rivelazione stessa, informe aborto del nostro ingegno pungolato dai raffi di Satana. E così ci ritroviamo a spacciar per coordinate universalissime e valide sempre e dovunque concetti che invece non sono altro che riduzione immiserita della nostra Fede, l’unica vera, che ci picchiamo d’attribuire anche altrui, sedicente frutto della miracolosa intuizione o dell’onnivoro bisogno di non so qual genio umano. Di fatto tutta la produzione di Schiller è marcatamente di cultura cristiana, e di fatto le sue idee, che se non si leggessero certe sue dichiarazioni verrebbero certo scambiate per le idee d’un cristiano, sono idee cristiane sotto mentite spoglie, e come tali noi abbiamo il diritto e soprattutto il dovere d’interpretarle. Si deve anche dire che in Schiller il dubbio sull’immortalità dell’anima e sul Giudizio divino è un nodo che s’intrica dietro ogni pagina, anche se in quest’opera egli si schiera apertamente a favore; in seguito, nella lirica filosofica Resa, del 1786, egli propenderà per negarli, pur lasciando sempre aperta la porta della speranza. Quello che veramente gli interessa è la scelta di vita sulla terra, e per lui la beatitudine è essenzialmente conformarsi al disegno provvidenziale di Dio durante la vita terrena, il che è sempre possibile grazie al libero arbitrio umano, che ci porta a relativizzare ogni evento esteriore al cospetto del codice morale che la nostra coscienza attinge da Dio – e che in definitiva è poi la Legge dell’amore –, cui noi siamo chiamati a conformarci; tutto il resto ci verrà dato – noi a differenza di lui ne siamo certi – in aggiunta. La libertà interiore dei figli di Dio è dopotutto l’idea, radicalmente cristiana e molto più cattolica che protestante, più potente che Schiller mette in campo, l’idea centrale di tutta la propria opera: dopotutto «ogni uomo nasce libero ed è libero; foss’anche nato in catene». Molto s’è discusso sull’affiliazione di Schiller alla Massoneria: premesso che all’epoca, pur rimanendo sempre e comunque deprecabile ed ingiustificabile, l’affiliazione ad una qualche loggia – delle più varie tendenze peraltro, dalle rivoluzionarie alle conservatrici – era fenomeno diffusissimo non solo tra giacobini e patriottardi, ma anche nelle élites cattoliche, finanche legittimiste, e che dunque l’appartenenza alla Massoneria allora molto più che oggi non significava affatto di per se stessa una scelta di campo politica, filosofica o religiosa, è quantomeno improbabile che Schiller fosse un libero muratore, se non altro perché in una sua lettera del 1787 afferma di non esser né illuminato né massone e perché la sua novella Il visionario, del 1789 vuole essere un avvertimento contro i pericoli dell’esoterismo per l’educazione dei giovani, una sorta di Wilhelm Meister al contrario. Detto ciò, sicuramente fondamentale per il drammaturgo svevo fu l’incontro con Jakob Friedrich von Abel, che ebbe come insegnante di Filosofia e Psicologia durante gli studi medici all’Università di Stoccarda; egli fu colui che gli fece leggere Shakespeare, egli colui che per primo gli mostrò la possibilità di conjugare scienza e poesia; ma era anche un illuminato. E così Goethe, Herder e tanti altri personaggi di primo piano della cultura dell’epoca con cui non poteva non essere in contatto. Si rammenti che l’Inno alla gioja stesso fu composto nel 1785 per una loggia di Dresda su richiesta del suo amico Christian Gottfried Körner che ne era affiliato. Rimane indiscussa la pregnanza filosofica della poesia di Schiller, che è invero tra i primi a riuscire a fondere in una sintesi compiutamente poetica quelle due componenti che egli stesso definì ingenua e sentimentale. Ragione e sentimento non possono andar disgiunte l’una dall’altra, così nella vita come nell’arte; molti avevano provato a calibrar sintesi più o meno perfette, ma solo con Schiller (ancor più che con Goethe stesso) divien possibile pensare poeticamente, secondo le leggi sentimentali del nostro cuore e non quelle ingenue della ragione. Dante stesso aveva tentato quello che fino ad allora fu il più alto esperimento di poesia intellettuale, il Paradiso, fallendo però miseramente: la sua non era che filosofia trasposta metricamente, inghirlandata d’inutili preziosismi e leziosità latineggianti, la quale, sia pur con qualche squarcio sublime, rasentava l’illeggibilità. E questo perché tutto sommato il coefficiente d’ingenuità dell’Alighieri era ancor troppo elevato, era ancor dessa a tiranneggiar la poesia. Solo col Classicismo di Weimar, e poi a maggior ragione coi Romantici, l’ingenuo venne vagheggiato dal sentimentale ed in esso mirabilmente risolto.

Prima parte: https://www.radiospada.org/2019/10/mattia-spaggiari-i-masnadieri-di-schiller/

5 Commenti a "[MATTIA SPAGGIARI] I Masnadieri di Schiller (seconda parte)"

  1. #andrea carancini   6 Ottobre 2019 at 6:31 pm

    peccato quella chiusa sul (presunto) “fallimento” poetico della terza cantica dantesca: o sono io che ho letto male (ma non mi sembra proprio) o qui spaggiari ha preso un granchio colossale. il paradiso dantesco è il più grande monumento poetico di tutti i tempi!

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  2. #Mattia Spaggiari   6 Ottobre 2019 at 9:10 pm

    Gentile Signor Carancini,
    sapevo che questa mia critica nei confronti di Dante non sarebbe passata inosservata; e m’attendevo altresì la risposta indignata di qualche caloroso sostenitore dell’Alighieri. Sono consapevole della soggettività di questa mia opinione – ma quale tentativo di critica letteraria può prescinderne? – tuttavia ritengo evidente che la “poesia intellettuale” della terza Cantica dantesca sia nella stragrande maggioranza dei casi lontanissima dal sublime che vorrebbe raggiungere, proprio perché debordante di ήθος e quantomai avida di πάθος, che secondo lo pseudo-Longino del sublime è l’ingrediente principale e che Schiller nella sua ardente poesia, anche filosofica, riesce a mantenere costantemente ad alti livelli; in Italia invece il primo a far trionfare il πάθος e a raggiungere il vero sublime – che poi è la stessa tipologia di sublime che aveva trovato Virgilio e che consiste nel fare sprigionare ad una lingua dai toni mezzani, senza volere strafare, la sua intrinseca celata meraviglia – fu Francesco Petrarca, fondatore di tutta la letteratura europea moderna, e a mio avviso della Modernità stessa. Tornando a Dante, sono consapevole di sostenere l’esatto contrario della tesi di Auerbach, ma su questo punto mi trovo maggiormente d’accordo con l’analisi di Croce, pur arrivando ad un giudizio decisamente meno lusinghiero: non che la base teorica crociana sia estranea all’Auerbach, ma mi pare di poter dire che nella disamina di tale problema il Croce sia più lucido. E al di là dell’esposizione tanto farraginosa da uccidere la tensione, si consideri poi anche la lingua che con i suoi crudi latinismi scolastici, laddove non proprio inserzioni latine, è quanto di più lontano dal sublime vi possa essere: sulla lingua di Dante, a mio avviso, valgono sempre le giuste riserve del Cardinal Bembo. Non fraintendetemi: io ho una profonda stima di Dante e ritengo Inferno e Purgatorio riuscitissimi, ma devo constatare che il Paradiso, al di là di diversi brani d’innegabile bellezza (uno su tutti, Paradiso XXVII), rimane ben al di sotto delle aspettative. Detto ciò, a mio modesto avviso il culmine della letteratura mondiale – e non ne ho mai fatto mistero – è il Romanticismo, mentre la più monumentale opera della nostra letteratura è la Gerusalemme Liberata. E peraltro Tasso è anche decisamente più ortodosso di Dante.
    Vi ringrazio per la cortese critica e spero d’essere riuscito, se non a convincerVi, quantomeno a motivare la mia posizione.

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  3. #Mattia Spaggiari   6 Ottobre 2019 at 9:48 pm

    Approfitto dell’occasione per chiedere perdono ai lettori di RS d’una diversa illeggibilità: quella delle citazioni qui riportate! Io avevo scritte le didascalie in blu, ma purtroppo nel cambio di formattazione la differenza di colore è andata perduta. Chiederei al redattore della pagina di porre cortesemente rimedio.

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  4. #andrea carancini   7 Ottobre 2019 at 9:39 am

    caro mattia spaggiari,
    la ringrazio della gentile replica ma non mi ha convinto affatto; mi limito a ricordare su dante (e sull’incomparabile terza cantica) il parere di thomas s. eliot, che mi sembra un tantinello più autorevole del croce (il quale croce tanti danni ha fatto anche come critico letterario): http://www.treccani.it/enciclopedia/thomas-stearns-eliot_(Enciclopedia-Dantesca)/
    solo, non vorrei fare qui il “defensor dantis”, anche perchè dante si difende benissimo da solo (basta leggerlo). quanto al romanticismo come culmine della poesia mondiale, senza negare il livello dei poeti che ha espresso, ritengo che padre bresciani ne rimarrebbe semplicemente inorridito! vedo che lo spirito della modernità continua a fare danni persino su questa pagina, purtroppo.

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  5. #Mattia Spaggiari   7 Ottobre 2019 at 12:37 pm

    Gentile Signor Carancini,
    Vi posso assicurare che esiste anche un Romanticismo buono ed una Modernità buona, se non altro quella uscita in versione riveduta e corretta dal Concilio di Trento; e poi, a dire il vero, io mi rifaccio più che altro in ambito artistico alla corrente Purista (specie nella declinazione che gli dà il Puoti) e politicamente agli ideali della Restaurazione, non certamente al Romanticismo rivoluzionario massonico liberale, ecc. Ma d’altronde lo sappiamo, Romanticismo è tutto e il contrario di tutto. Quindi, come potete vedere, le mie posizioni non sono affatto distanti da quelle del Padre Bresciani (che dell’Abate Cesari, fondatore del Purismo italiano, era amico e per certi versi “allievo”), per cui ho una profonda ammirazione; anche perché dopotutto rientra anch’egli, nel senso lato in cui io ho utilizzato e sempre utilizzo questo termine, nella categoria di “Romanticismo”. Mi spiace d’aver dato luogo a frantendimenti. La sciatteria della mera lingua d’uso contemporanea sbandierata da tanti romantici dell’altra sponda è, credetemi, quanto più ferocemente detesti: e anche per questo la Commedia non mi fa impazzire.
    E, detto per inciso, io non sono un crociano né perché mi ritrovi d’accordo con lui su un punto è mia intenzione difendere tutto il suo pensiero, ma non mi pare che il pur interessantissimo Eliot sia questo gran campione dell’ortodossia.

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