[MATTIA SPAGGIARI] I Masnadieri di Schiller (prima parte)

Nota di Radio Spada: tra i nostri scrittori abbiamo certamente degli specialisti. Se Massimo Micaletti è attento studioso delle questioni bioetiche, se Pietro Ferrari è fine politologo e polemista economico, se Giuliano Zoroddu è un “sacro scrittore” molto erudito, se Alessandro Luciani è un apologeta a tutto campo, se Luca Fumagalli spazia tra letteratura anglosassone antica e moderna e le arti visive, se Simone Gambini è stato un inesausto cultore delle sub culture pop contemporanee, Mattia Spaggiari ha aperto per Radio Spada gli confinati campi della letteratura tedesca. Anche qui troviamo spunti interessanti per la battaglia culturale e religiosa cattolica integrale che conduce il nostro blog. Questo lungo articolo viene pubblicato in tre puntate il 4 ottobre, il 5 ottobre e l’ultima, domenica 6 ottobre 2019, Solennità esterna della Madonna del Rosario. Pur continuando a seguire le polemiche quotidiane di gazzettieri ed ecclesiologi, Radio Spada continua con voi lettori questo dialogo fruttoso e vivificante. Buona lettura! (Piergiorgio Seveso)

Postato nella festa di San Francesco d’Assisi

N.B. Le citazioni dalla tragedia sono fornite nella versione italiana storicamente più fortunata, quella del 1846 di Andrea Maffei, autore altresì del libretto dell’omonimo melodramma di Giuseppe Verdi. Se noi ancor oggi usiamo questo titolo, tutto sommato desueto, senza sostituirlo con un vocabolo corrente (come per esempio “I briganti”, titolo d’un melodramma di Jacopo Crescini tratto dalla stessa tragedia e messo in musica da Saverio Mercadante prima della più fortunata trasposizione verdiana) è proprio per via del notevolissimo successo dei due suddetti lavori del Maffei. Gli unici adattamenti operati su questo testo sono stati l’aggiunta d’alcune majuscole reverenziali (frutto della sola discrezione del traduttore, giacché, com’è noto, in tedesco tutti i sostantivi si scrivono coll’iniziale majuscola) laddove strettamente necessario e la correzione dei palesi – seppur rarissimi – errori ortografici dell’edizione a stampa in mio possesso. Le grafie omai cadute in disuso sono state invece mantenute.

I masnadieri

Non sono al postutto molte le opere dell’ingegno umano di cui si possa affermar con certezza l’imprescindibilità storica e tali da plasmare il pensiero, nonché la vita, d’intere generazioni; e quando quest’opere cadano nell’oblio, o quantomeno vengano degradate a lepida acciaccatura a null’altro atta che ad ornare i negletti libri di testo di svogliati studenti, il cordoglio nell’animo di chi, dopo decenni, laddove non secoli, di colpevole reclusione nello spietato forziere della cultura libresca, riesca a riesumarne l’inebriante profumo giunge invero a pareggiar quasi l’ineffabile gioja di quell’agnizione. E pertanto non temo di sfidare qualunque uomo il cui cuore non sia ancora stato offerto in orrido pasto sacrificale ai crudeli idoli del pensiero corrente o impietrito dagli insani rigori dell’ideologicamente – e banalmente – corretto a leggere un qualsiasi testo dello svevo Eschilo senza, alla chiusura del libro, sentire ogni propria fibra vitale intonare, attorta in celesti palpiti, un inno di trionfale, sovrannaturale speranza. E se a noi, avvezzi omai ai più ottundenti effetti speciali e al vacuo fracasso di tante pellicole e, come se non bastasse, bersagliati dai venefici dardi di ottusi registi teatrali, assai difficilmente è concesso di sperimentar tali sublimi ardori nella forma, quella scenica, per cui erano stati dal loro stesso fabbro forgiati, è uopo credere che ai nostri padri siano state largite – financo tra i palchi – ben più abbondanti grazie. Se quelle trame, quei concetti, quelle parole riescono ancora a scavar sì profonda breccia entro l’animo nostro, quale dovrà essere stata l’incontenibile potenza che i primi spettatori vi poterono riconoscere! Le dame svenire, i signori piangere dirottamente ed abbracciarsi come fratelli: a tutto ciò si poté assistere quel 13 gennajo 1782 al teatro di Mannheim durante la prima concitata rappresentazione de I masnadieri di Johann Christoph Friedrich von Schiller (1759-1805).

Davvero sulle scene d’Europa non s’era mai veduto nulla di simile: non più mitici furori temperati da una patina di nerofumo, ma il fragoroso cozzo del bene e del male in tutta la sua problematica dialettica; non più la garbata retorica di parole affabulatorie, ma la cruda e sconvolgente fierezza dell’autentico sentimento espressa in non meno crudo linguaggio; forse per la prima volta la vita stessa avea salite le scale del proscenio. Nessuna maraviglia dunque se un coro pressoché unanime salutò questo clamoroso successo come l’inizio d’un nuovo teatro e se intere generazioni, di qualsivoglia colore politico, ideologico, religioso, rivoluzionarî come reazionarî, videro in Schiller un nume tutelare, un genio ispiratore della propria stessa coscienza di artisti, ma prima ancora di uomini; salvo poi, passato il crinale del secolo xix – sic transit gloria mundi –, lasciare ai loro figli il triste ed iniquo compito di rinnegarlo colla taccia di sciapo moralista e di farlo lentamente scivolare, se non nell’oblio, almanco nell’inattualità. E da codesto sonno, nonostante la felice eccezione di Thomas Mann e l’immancabile “riscoperta” da parte dell’onnivora ed alessandrineggiante bulimia filologica postmoderna, si può ben dire che l’indomito spirito del poeta di Marbach non sia ancora stato ridestato, se non altro perché, sia pur novellamente e copiosamente studiato analizzato notomizzato, quasi nessuna coscienza rattizza omai la propria fiaccola colla sua.

Mi piace pensare che nell’universo letterario di noi cattolici Schiller possa svolgere la stessa funzione che nel Purgatorio dantesco è assegnata al veglio Catone: di cultura luterana, certo, con risapute frequentazioni massoniche – anche se verosimilmente non egli stesso massone – e di idee in buona sostanza, sia pur non beceramente, liberali, ma anche e soprattutto vindice dell’autentica e sola libertà umana, quella della retta coscienza e del retto amore. E se avremo il senno di leggere i suoi scritti in chiave cristiana – operazione che non siamo certo noi i primi a tentare e che verrebbe, credo, approvata da Schiller stesso – ci accorgeremo agevolmente che pochi altri autori sono riusciti ad esaltare oltre i cieli con parole più commosse la liberazione dell’uomo dagli angusti vincoli della storia, matrigna mai ebbra di sangue e di misfatti, mercé la sublime, abbacinante potenza della Croce e la Divina Giustizia che in quella Croce il nostro libero arbitrio può stringere in fatale amoroso amplesso. E proprio questo è il superno nettare che possiamo con piena soddisfazione delibare sin dalla sua prima opera teatrale.

L’azione de I masnadieri ha luogo nella Germania dei tempi di Schiller. Il buon vecchio Conte Massimiliano von Moor, feudatario francone, ha due figli, Carlo e Francesco: il maggiore, Carlo, idealista ed insofferente alle regole, durante gli anni di studio a Lipsia inanella la sua gioventù di colpi di testa, mentre il cinico Francesco, rimasto tra le mura paterne, non risparmia nessuna malizia pur di spodestarlo e di strappargli il potere e l’amore. Già, perché ad attender trepidante il ritorno di Carlo non v’è soltanto il saggio genitore, ma anche, viepiù agognata, la splendida Amalia von Edelreich, amabile fanciulla ella pure aristocratica, ma orfana e priva d’ogni mezzo di sostentamento, benignamente accolta nel proprio castello dal vecchio Conte. Tutti l’amano, Carlo solo ella ama, riverendone filialmente il generoso nobile padre. Ma osa davvero fregiarsi del sacro nome d’amore quella feroce brama di possesso che solitaria alberga nel cuor di Francesco? Il suo è il dramma della cupida invidia che volge il suo sordo rancore in dispietata famelica jattanza.

Ho forti ragioni per querelarmi della natura, e, sul mio onore! voglio giovarmene. Perchè non farmi sbucciare il primo dall’utero di mia madre? perchè non l’unico? perchè coprirmi di tanta laidezza? e me, giusto me piuttosto che un altro? Non pare che la natura m’abbia racconciato di soli miserabili frusti? Perché darmi questo naso da lappone, questa bocca da moro, questi occhi da ottentotto? Credo fermamente che per cucirmi insieme raccozzasse costei quanto v’è di più sconcio nelle varie razze dell’uomo…Morte e dannazione! Chi le ha dato l’arbitrio di profondere coll’uno, e di far l’avara coll’altro? E’ forse fattibile di guadagnare i suoi favori o di farle oltraggio prima di nascere? Perché dunque tanta parzialità nelle sue creazioni? Ma no! le faccio torto. La ci diede l’intelligenza, e nudi, meschini ci collocò sulle rive del grande oceano del mondo. Nuoti chi sa nuotare, ed affoghi chi non s’ajuta. Nulla io m’ebbi dalla natura, e ciò che intendo di farmi è sola opera mia. Ciascuno ha diritto d’aspirare così alle grandi come alle piccole cose. Pretensioni distrutte da pretensioni, tentativi da tentativi, potenze da potenze. La ragione sta nel più forte, e le nostre leggi altro non sono che i limiti della forza nostra. Ben è vero che vi sono certi patti civili, i quali vennero fatti per dar movimento alla macchina del mondo. Parole bellissime! Da vero una buona moneta, la quale, posta in mano di colui che sa spenderla, vale per buoni baratti. La coscienza!…sì certo un prelibato spauracchio a sgominare le passere dal ciliegio; una cedola scritta assai bene, della quale potrebbe servirsi al bisogno anche un fallito. – Queste infatti son lodevoli instituzioni; tengono i pazzi in rispetto e il popolo sotto gli zoccoli, affinchè poi gli avveduti vengano per questo verso e con più comodo al fatto loro. Fuor d’ogni dubbio instituzioni che hanno forte del buffone, e somigliano a’ rovi, de’ quali i miei villani assiepano i campi, perché non vi si ficchi il leprotto; sì, per mia fede, il leprotto! Ma il nobile padrone sprona il suo morello e galoppa traverso alla messi. Povera lepre! gli è pure una triste parte nella commedia della vita quel far da lepre! Ma il nobile barone ha gran mestieri di lei. Dunque avanti! Colui che non teme di nulla non è meno potente di colui che da tutti è temuto.

Falsificando così una lettera del corrispondente del Conte a Lipsia, Francesco fa credere al padre che Carlo si sia macchiato di misfatti ben più gravi di quelle giovanili improntitudini effettivamente commesse, e l’induce così, presentandola come misura rieducativa, a procrastinargli il supplicato perdono; salvo poi eludere, nella lettera al fratello che egli stesso compone, la raccomandazione di Massimiliano di non disperare suo figlio, facendogli credere che il padre non fosse disposto a riaccoglierlo a casa se non come prigioniero a vita nei sotterranei della torre, miseramente nutrito a pane e acqua. Il demonio è molto sagace nell’ingannare i mortali, e per ciascuno sceglie lacci diversi: per l’uno la fallace fiducia di poter peccare impunemente, per l’altro la disperazione, vuoi della salvezza eterna, vuoi della Provvidenza divina in terra. E così l’amara disillusione per il perdono negato viene volta nell’animo del giovane Carlo in prometeico ardore di ribellione; e su consiglio d’un perfido sodale, il giudeo Spiegelberg, egli si mette a capo d’una masnada d’amici dedita a procacciar gloria a sé col crimine e al mondo giustizia colla rapina e l’assassinio: machiavellica tentazione per un nobile animo.

Quando leggo nel mio Plutarco le vite degli uomini grandi mi viene a schifo questo secolo parolajo. La vivifica scintilla di Prometeo è già spenta, usano in cambio razzi e fuochi da teatro, non buoni ad accendere pur una pipa. Gli uomini presenti non fanno altro che inerpicarsi come topi sulla clava d’Ercole. Un abatino francese ne ammaestra che Alessandro era uno spavaldo e niente di più. Un professore che patisce di vertigini annasa ad ogni parola un’ampollina di sale ammoniaco, e dà lezioni sulla fortezza. Omiciattoli che cascano rifiniti dopo aver impastato un aborto cianciano sulla tattica di Annibale…Bocche balbuzienti sputano sentenze sulla battaglia di Canne, e squittiscono sulle vittorie di Scipione, perchè devono dichiarirle. Bella mercede dei vostri bellicosi sudori: vivere in un ginnasio, e sentirvi accalappiata l’immortalità tra le correggie che legano i libri scolastici! Prezioso guiderdone del sangue da voi versato servir di cappa al pan pepato d’un rivendugliolo di Norimberga…o, se la fortuna vi sorride, vedervi inchiodati sui trampani da qualche tragico francese, e messi in susta da fili come tanti fantocci. Ah! ah! ah! Vitupero, vitupero di questa sudicia età di eunuchi, disutile a tutto, fuorchè a raccozzare le imprese del tempo andato, a nauseare di commenti gli eroi dell’antichità, o, se volete, a scimmiottarli in tragedie. Il vigore de’ suoi lombi è sfumato, ed è la birra oggimai che l’ajuta a piantare la razza umana. E mentre imbrigliano la natura sana con putride convenzioni, non dà loro il cuore di vuotare una tazza di vino, perchè temono di far brindisi alla salute di qualcheduno. Si sberrettano al nettascarpe perchè gl’introduca all’eccellentissimo personaggio, e martellano il povero diavolo di cui non hanno paura. E’ si adorano l’un l’altro per un desinare, e si darebbero il tossico per uno straccio di cotone che in un incanto venisse aggiudicato piuttosto all’uno che all’altro. Bestemmiano il sadduceo perchè non usa troppo in chiesa, e contano poi sull’altare i guadagni delle loro usure. Cadono in ginocchio perché si noti la roba sdrucita, e tengono fissi gli occhi nel prete per ammirarne la ben ravviata parrucca. Il sangue di un’oca li fa cascare in sfinimento, poi battono palma a palma quando il loro vicino fa bancarotta: «Con tanto affetto strinsi loro le mani!…donatemi ancora un giorno!…». – Tutto indarno!… – «In prigione il furfante!». Preghiere, scongiuri, lagrime…Inferno e demonio! No, non vi posso pensare. Condannato a stringere in un farsetto il mio busto, e la mia volontà nelle leggi!…Esse non fecero altro che storpiare in passo di lumaca il volo dell’aquila, e non produssero finora un grand’uomo. I colossi, le cose straordinarie sono creazioni della sola libertà. – Ah, se lo spirito d’Arminio sfavillasse ancor nella cenere! Dammi un esercito di miei pari, e ti farò dell’Alemagna una repubblica tale che Roma e Sparta ti parranno due conventi di monachelle.

Una situazione quella deprecata da Carlo invero simile alla nostra, fatta salva l’ipocrisia, divenuta nella maggior parte dei casi sfacciataggine e licenza. E mentre il primogenito professa alla banda i suoi solenni voti di fedeltà insino alla morte, il fratello minore cerca coll’inganno di corteggiare Amalia: le fa credere d’aver riscattato da una meretrice l’anello che Carlo le aveva dato in pegno d’amore, che Carlo stesso l’abbia raccomandata a lui alla partenza presentendo di non tornar mai più… ma ella, sdegnata dall’insensibilità del vecchio Massimiliano e della falsità di suo figlio, non vi crede e respinge con indignazione l’odiato Francesco, rinnovando la sua eterna fedeltà al calunniato erede.

Egli un pezzente, hai tu detto? Il mondo si è dunque sconvolto; i monarchi son divenuti mendichi ed i mendichi monarchi. Tuttavia non vorrei permutare i suoi cenci con una porpora imperiale. Lo sguardo di quel mendico sarà grande ed augusto; uno sguardo che abbasserà l’altezza, il fasto, il trionfo dei potenti e dei ricchi!…E tu vanne in polvere, prezioso giojello! (si toglie il monile dal collo) Siate voi maledetti, o ricchi e potenti! che portate gemme, oro ed argento, che sedete a sontuosi banchetti, che vi sdrajate sui morbidi piumacci della voluttà. Carlo, Carlo! così son degna di te.

Ma, se implacabile è il dispetto in cui Amalia tiene Francesco, codesto fiero sdegno non può durare al cospetto del venerabile volto, omai cieco, del Conte. E così i due si ritrovano a piangere insieme la lontananza dell’amato Carlo.

Massimiliano – Oh, se quell’occhio dolcissimo, vivificante, splendesse al mio letto di morte, mi parrebbe rivivere, non potrei morire giammai! Amalia – Giammai! giammai! La morte vi sarebbe come il volo da un pensiero in un altro più bello. Quell’occhio vi daria luce fin nel sepolcro; fino alle stelle quell’occhio vi condurrebbe. Massimiliano – O dolore! oh sventura! Io muojo, e il mio Carlo è lontano da qui… Mi condurranno alla fossa, e il mio Carlo non piangerà sulla mia fossa! – Com’è soave addormentarsi nella tomba blandito dalle preghiere d’un figlio! Son esse la nenia che chiude gli occhi al fanciullo deposto nella sua cuna. Amalia (vaneggiando) – Soave, divino l’addormentarsi nella tomba al cantico dell’amante… Il sogno continua anche in essa… un lungo, interminabile sogno di Carlo, finché rimbombi la squilla della risurrezione! (rapita in entusiasmo) ed in eterno fra le sue braccia! (pausa; s’accosta al gravicembalo, e canta)

Willst dich, Hektor, ewig mir entreißen,
Wo des Äaciden mordend Eisen
Dem Patroklus schröcklich Opfer bringt?
Wer wird künftig deinen Kleinen lehren
Speere werfen und die Götter ehren,
Wenn hinunter dich der Xanthus schlingt?

– Teures Weib, geh, hol die Todeslanze,
Laß mich fort zum wilden Kriegestanze,
Meine Schultern tragen Ilium;
Über Astyanax unsre Götter!
Hektor fällt, ein Vaterlandserretter,
Und wir sehn uns wieder in Elysium.

Nimmer lausch ich deiner Waffen Schalle,
Einsam liegt dein Eisen in der Halle,
Priams großer Heldenstamm verdirbt!
Du wirst hingehn, wo kein Tag mehr scheinet,
Der Cocytus durch die Wüsten weinet,
Deine Liebe in dem Lethe stirbt.

-All mein Sehnen, all mein Denken
Soll der schwarze Lethefluß ertränken,
Aber meine Liebe nicht!
Horch! der Wilde rast schon an den Mauren –
Gürte mir das Schwert um, laß das Trauren,
Hektors Liebe stirbt im Lethe nicht!

-Vorrai dunque per sempre, Ettore caro,

Dividerti da me?

Calar dove d’Achille il crudo acciaro

Pago d’ostie all’amico ancor non è?

Da chi tuo figlio apprendere dovrebbe

La lancia a palleggiar?

A riverir gli dei, se te pur debbe

Rapir l’onda del Xanto ed affogar?

-Lasciami, amata donna, e qui mi reca

L’asta agli Achei fatal.

Ilio spera in me solo, e fra la greca

Oste un ballo m’attende esizial.

Poserà sul fanciul, se il padre è ucciso,

De’ nostri dei la man,

E noi ci rivedrem là nell’Eliso,

Chè per la patria non si cade invan.

-Non più di tue bell’armi il lampo, il suono

Batter faranmi il cor.

Qui vedrò la tua spada in abbandono,

E caduto di Priamo ogni splendor.

Tu n’andrai per deserti, ove infinito

Bujo t’avvolgerà,

Ove pigro, gemente erra Cocito,

Ed ove in Lete l’amor tuo morrà.

-Levar quell’obblioso arcano rio

Tutto dal cuor mi può,

Ogni dolce pensiero, ogni desio,

Non l’amore immortal che m’infiammò.

Senti?… Circa le mura infuria e scorre

L’eroe sterminator.

Cingemi il ferro, e cessa il duol!… d’Ettorre

No, cara, in Lete non morrà l’amor.

Passa il tempo e le brame di Francesco, sollecitate dal già mietuto successo, si fanno via più impetuose ed impazienti; sicché gli par sempre più insostenibile attender la morte di suo padre per ereditarne i beni ed il feudo. Scioglie dunque gli indugi, avvalendosi per attuar le sue trame dell’ajuto d’un cortigiano ospitato alla corte dei Moor, Arminio, figlio bastardo d’un gentiluomo, insoddisfatto dell’accoglienza fattagli dal Conte Massimiliano e perciò disposto ad obbedire untuosamente a Francesco pur di migliorare la propria condizione; ma soprattutto anch’egli innamorato d’Amalia e da lei respinto, e perciò traboccante d’odio nei confronti di Carlo. Ricevuta una borsa di denaro e (falsamente) promessegli ingenti ricchezze e la mano d’Amalia, egli accetta di riferire al Conte, opportunamente travestito, la morte in battaglia del figlio Carlo, arruolatosi nell’esercito per disperazione. Colle sue ultime parole il moribondo avrebbe rimproverato il vendicativo padre ed avrebbe affidato a Francesco la sua promessa sposa; e a questo avrebbe per giunta donato il suo ciondolo col ritratto dell’amata e a quello la spada, iscritta sulle due facce col suo stesso sangue: «Francesco! non abbandonare l’Amalia mia» e «Amalia! la morte, che tutto può, ti scioglie dal giuramento». E tale inganno sortisce immediatamente i suoi effetti: Massimiliano, dal fisico già debilitato da penosa malattia, non regge alla disperante notizia e al rimorso d’aver negato a Carlo il sospirato perdono, e per tanto, dopo essersi fatto leggere da Amalia la storia del Patriarca Giuseppe e del lamento del padre Giacobbe per la presunta morte del suo figlio prediletto, afferrato da incontenibile commozione, spira.

Massimiliano – E’ la morte… Un bujo mi cade… sugli occhi. Ti prego… chiama il pastore… che mi porti l’Eucaristia… Dov’è mio figlio Francesco? Amalia – E’ sparito!…  Signore! abbi misericordia di noi. Massimiliano – Sparito?… Sparito dal mio letto di morte?…E questo… questo solo… mi resta… di due figliuoli pieni di speranza?… Tu me li hai dati, Tu me li hai tolti… Il Tuo nome… sia…

Frattanto nella Selva Boema Carlo ed i suoi masnadieri sono omai riusciti a procacciarsi la desiderata fama con ogni sorta di malefatte. Se Spiegelberg si vanta d’aver fatto impiccare per puro diletto un medico innocente e d’aver fatta coi suoi una sortita notturna in un convento di suore, portandosene via un cospicuo bottino d’ori, gemme, stoffe preziose e fior virginali, se egli studia le tattiche più raffinate per accalappiar fra i viziosi della sua banda sempre nuovi giovinotti, di ben altro momento sono le pur sempre criminali imprese del capitano. Ma, ahiloro!, il crimine non sempre resta impunito, ed un masnadiere, il Roller, era testé stato arrestato ed omai prossimo all’esecuzione; Carlo era riuscito ad infiltrarsi, sotto i panni d’un cappuccino, nella segreta ov’era tenuto prigioniero, ma quegli aveva rifiutato di essere sostituito sul patibolo dal suo capitano; in compenso – così gli promise il Moor – sarebbe stato acceso per lui un cero funebre tale che mai fu visto da nessun Re della terra. Uno sparo! Grida! Canti di giubilo! È il capitano coi suoi uomini che, lordo di polvere e fango, porta con sé in salvo l’amico Roller. Ma quant’è caro il prezzo di quest’impresa! Nell’incendio che i masnadieri appiccarono alla città per sottrarre alla forca il loro compare confondendolo nel parapiglia erano morti ben ottantatré uomini ed erano state commesse crudeltà d’ogni genere. Una su tutte: Schufterle, per questo cacciato dalla masnada, sferrando un sadico calcio alla sua culla aveva gettato un neonato fra le fiamme. E tra il gaudio e le risa s’alza la voce dolente del capitano.

Non ascoltarli, o divino Vendicatore! – Che colpa n’ho io? Che colpa n’hai Tu se la peste, la carestia, le piene fanno un solo fascio de’ buoni e de’ malvagi? Chi può comandare alla fiamma che non s’appicchi alle biade e struggo soltanto i rovi e le felci? Guai all’uccisore dei fanciulli, delle femmine e degl’infermi! O come un tal misfatto mi atterra! esso avvelena la più bella delle opere mie! Io sono un bambino deriso e svergognato al cospetto del cielo! un bambino arrogante che presume trattar la folgore di Giove; e quando sogna d’abbatter Titani non abbatte che soli pigmei. Va! vattene! tu non sei l’uomo che possa impugnar la spada vendicatrice d’un tribunale supremo! Alla prima prova tu sei caduto.

Ma i festeggiamenti non possono durare a lungo. L’esercito austriaco ha circondato la banda: venti soldati per un brigante. Carlo sapeva d’essere stato seguito, ma volontariamente non aveva evitato lo scontro, per far combattere i suoi «come disperati». E mentre il fedelissimo Schweizer si mostra spavaldo e Spiegelberg trema dicendosi pentito di non esser rimasto a Gerusalemme, tra le fila dei masnadieri s’avanza un umile frate in veste di paciere. Egli, deplorando duramente i crimini del capitano, offre alla banda vantaggiose condizioni di resa.

Frate – Ascolta dunque quanto clemente e magnanima sia teco la giustizia, o scellerato! Se tu vuoi senza indugio prostrarti alla Croce ed implorar perdono, misericordia, il rigore (bada a quanto ti dico) si ammollirà, troverai nella giustizia una madre amorosa… chiuderà su gran parte dei tuoi delitti uno sguardo, e… vedi un poco! appena ti porrà alla ruota. Schweizer – Hai ben compreso, capitano! Lascia ch’io gli corra addosso, e stringa il collare a questo mastino fin che ne schizzi il succo da tutti i suoi pori. […] Carlo – Scostatevi da lui! Che nessuno gli torca un solo capello! (al frate sguainando la spada) Guardate, reverendo Padre! Qui stanno settantanove ai quali io comando, e nessuno di questi sa muoversi per cenni e per ordini, nè ballare alla musica del cannone. Sono invece là fuori millesettecento combattenti invecchiati sotto il peso dell’archibugio… pure udite come parla in Moor, il capitano degli incendiarj: No ‘l nego, ho trucidato il Margravio, incendiata e messa a ruba la chiesa di San Domenico, gettate le miccie sulla vostra chietina città, rovesciata la polveriera sui capi de’ buoni cristiani… Ma non è tutto. Ho fatto di più. (gli mostra la mano destra) Osservate questi quattro anelli preziosi che porto nelle dita, e narrate, tornando, a quel messere, che giudica della vita e della morte, cosa per cosa, tutto ciò che vedrete e udirete. – Questo rubino l’ho tratto dal dito ad un ministro che stesi morto a’ piedi del suo Principe mentre cacciavano insieme. Costui s’era strisciato dal pantano plebeo fino al grado di primo favorito. La caduta del suo prossimo servì di sgabello alla sua grandezza, e le lagrime degli orfani ve lo innalzarono. – Questo diamante l’ho tolto ad un ufficiale del fisco, il quale vendeva i posti e gli onori a coloro che più li pagavano, e respingeva dalla sua porta gli onesti e queruli cittadini – Quest’agata la porto in onore d’un prete della vostra stampa, il quale scannai di mia mano perchè rimpiangeva sul pulpito la caduta dell’Inquisizione. – Troppe più cose potrei raccontarvi delle mie gemme, se già non mi dolessi d’aver gettate con voi queste poche parole. Frate – O Faraone! Faraone! Carlo – L’udite voi? notate quel suo sospiro? Non si atteggia quest’uomo come volesse invocar la fiamma celeste sulla banda dei malandrini? E’ giudica con una stretta di spalle, condanna con un oimè cristiano. E l’uomo sarà così cieco? l’uomo che per cercare una macchia nel suo fratello aguzza cent’occhi d’Argo, sarà poi così cieco sui proprj difetti? Gridano dai loro seggi eminenti: mansuetudine! tolleranza! ed ardono intanto al Dio dell’amore sacrificj umani come a Molocco il demone dalle braccia infuocate. […] Si stillano il capo per indovinare come mai la natura potesse produrre un Giuda Iscariotte, e il migliore d’infra loro venderebbe la Trinità per dieci danari. Maledizione sopra di voi, Farisei, falsatori del vero, scimie della divinità. […] Un giorno, non v’ho dubbio, leggerò quanto io feci nel libro dove il Giudice divino registra i falli degli uomini… ma cogli abietti che usurpano il suo luogo in terra non voglio gettar più fiato. – Dirai loro soltanto ch’io soglio esercitar la pariglia, e che la vendetta è la mia professione (gli volge le spalle). Frate – Tu rinunzi dunque alla grazia? alla clemenza?… Affar finito con te. (si volge alla banda) Sentite ora voi ciò che per mia bocca vi fa sapere la giustizia, e state bene in orecchi. Consegnateci tosto prigioniero questo malfattore già condannato; state bene in orecchi, vi dico! e vi saranno rimessi tutti i maleficj; ne verrà cancellata fin la memoria; la santa Chiesa v’accoglierà con nuovo amore nel materno suo grembo, quai pecorelle smarrite ed a ciascuno di voi sarà schiuso il cammino a qualche posto onorevole. (con un sorriso di trionfo) Or bene, che pare di tutto questo a vostra maestà?… Su dunque! spicciatevi, legatelo e siete liberi. Carlo – Intendeste ciò che vi disse? Perchè dunque indugiate? perchè state perplessi? V’offrono la libertà quando già v’hanno prigioni. Vi donano la vita, e non è questa millanteria, giacchè voi siete proscritti. V’offrono impieghi onorevoli. E qual cosa v’aspetti (dato ancor che usciste di qui vincitori) voi lo sapete: vitupero, bestemmie, persecuzioni! V’annunziano il perdono del Cielo quando voi siete dannati. Non v’è peccato dell’anima vostra che non vi strascini all’Inferno… Ed ancor titubanti? […] Nessuna risposta? sperate forse d’aprirvi un’uscita per forza d’armi? Guardatevi, guardatevi d’attorno! Voi non potete sperarlo: sarebbe questa una fiducia da fanciulli. O vi sorride il pensiero di cadere quali eroi, perchè me vedete esultar nella battaglia?… Uscite d’inganno! Voi non siete il Moor; ma disperati assassini, stromenti abietti di un mio grande divisamento, come il laccio infame nelle mani del carnefice. I ladroni non cadono come gli eroi. La vita è il loro unico bene, e il poi non deve che spaventarli… Hanno diritto i ladroni di tremare in faccia alla morte!

E, ciò detto, legasi la destra ad un albero, ma i suoi, incitati dal suo discorso, rifiutano anch’essi la conciliante proposta del frate e, rinnovata la propria eterna fedeltà al loro capitano, si preparano alla battaglia. Carlo stesso, ritrovata nello sdegno per le parole del frate l’antica baldanza, si lancia nella mischia pronto a perdervi anche la vita. Ma altri sono i disegni della Provvidenza. La determinazione – e la spregiudicatezza – hanno la meglio sul numero e sulla disciplina, ed i masnadieri riescono a togliersi d’impaccio con una sola perdita: arguta invero quella sorte che decretò la morte di Roller come atto finale della disperata impresa della sua liberazione! Ed ecco che su Carlo, lacero lercio e rifinito come i suoi, ripiomba ancor più forte la nube della malinconia. Non l’allieta più il dolce spettacolo dell’ubertosa campagna al tramonto, ché il solo pensiero della morte regna sovrano nella sua mente, abbattendovi ogni gioja.

Fratello! ho visto gli uomini, i loro fatti da pecchia e i loro disegni da gigante… ne ho visto i proponimenti degni d’un nume e le imprese degne d’un topo; e quel correre a gara dietro alla felicità. L’uno s’affida al galoppo del suo ronzino, l’altro al criterio del suo ciuco, un terzo alle proprie gambe. Eccoti il vario lotto della vita, nel quale non pochi arrischiano l’innocenza ed anche il Paradiso per cogliere un numero. Ma dall’urna non escono che zeri; ed in fine nessuno guadagna. Una scena, fratello, che ti sforza alle lagrime quando appunto ti fa scoppiar dalle risa.

E gli torna alla mente la sua fanciullezza, quel tempo beato quando solea sognare di nascere e morire eroicamente come il sole, quando non riusciva a dormire senza aver recitata la preghiera della sera.

La mia innocenza, la mia perduta innocenza. – Mirate sbocciare, dilatarsi ogni cosa ai miti raggi della primavera! Ed io solo dovrò suggere l’Inferno dalla letizia del Paradiso? Tutto è beatitudine. Lo spirito della pace propaga una concordia fraterna. L’universo è una sola famiglia! e là sopra il Padre di tutti! ma non di me! Io solo rejetto! io solo cancellato dal registro de’ puri… privo del dolce nome di figlio… Mai più lo sguardo d’una cara donna si fisserà languidamente nel mio! mai più! mai più le braccia d’un amico amoroso… (volgendosi sdegnoso) circondato da masnadieri, intronato dal sibilo di serpenti, avvinto al delitto con catene di ferro… sull’orlo vertiginoso del precipizio, senza sostegno alcuno che la sola fragile canna dell’errore… Tra i fiori della creazione felice un gemebondo Abbadon! Oh potessi rientrare nell’utero di mia madre e rinascere un mendicante! e’ sarebbe la somma d’ogni mio desiderio!… Potessi trasmutarmi in uno di quei coloni! vorrei faticare finchè le mie tempie sudassero sangue… guadagnarmi la voluttà d’un sonno meridiano, la beatitudine d’una lagrima sola!… Una volta mi scorrevano pur facilmente le lagrime!… O giorni di pace! Castello del padre mio! verdi fantastiche valli! eliso della mia fanciullezza, non potrò più rivedervi? rinfrescarmi al vostro soffio beato? ammorzar questa fiamma che mi brucia le viscere?… Piangi meco, o natura! Quei giorni non torneranno mai più! mai più non potrò temperare a quelle aure consolatrici l’incendio che mi avvampa nel petto! Tutto è dunque perduto? eternamente perduto?

Questa nostalgia d’innocenza si stempera e confonde però col nuovo entusiasmo nella missione della banda dettatogli anzitutto dallo zelo con cui Schweizer tollera di buon grado ampie ferite e addirittura rischia la vita pur di portargli un po’ d’acqua fresca nel suo cappello e successivamente dalla notizia delle proporzioni del successo appena mietuto: trecento caduti dell’esercito avversario a fronte della morte del solo Roller! Quand’ecco che, fra l’entusiasmo generale, si fa largo un giovane, un altro disperato che, sordo a tutti i tentativi di dissuasione del capitano stesso, vuole unirsi alla banda. Tale gentiluomo boemo, Kosinsky, è stato protagonista d’una sventurata vicenda assai simile a quella di Carlo: feudatario succeduto al padre in giovane età, promesso sposo d’una fanciulla tedesca di nascita plebea, Amalia anch’ella, la serenità della sua vita fu spezzata da un complotto degno d’un don Rodrigo. Il Principe signore di quelle terre volle la bella Amalia come sua amante e così fece arrestare con una falsa accusa il suo promesso, chiedendo a lei di scegliere tra il suo onore e la vita dell’amato. Non prima d’un mese di reclusione Kosinsky fu libero e solo allora scoprì a chi doveva la vita. Fuor di sé dall’ira, egli tentò d’uccidere il ministro, mezzano infernale di cotanto inganno: vano fu il tentativo, spietata la sentenza. Esiliato e privato dei suoi beni, assegnati dal tribunale alla colpevole vittima del suo furore, s’arruolò nell’esercito, ma ogni tentativo di ricostruir qualcosa sulle macerie della sua vita si risolse in nulla. E alla fine decise d’accodare il suo nome alle litanie d’imprecazioni dei tanti miserabili offesi dalla tremenda vendetta di Carlo. Il quale, balenatogli per la prima volta il nome dell’amata dopo ben due anni in cui esso sopito era giaciuto nel suo cuore, soffocato da ogni sorta di crimini, si ritrova improvvisamente sciolto da ogni laccio che lo trattiene lontano da casa; e fa volgere i suoi fidi masnadieri alla volta della Franconia.

Fine prima parte

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