Finalmente è uscito il documento finale del Sinodo per l’Amazzonia. Legittimamente potremmo chiederci se esso sia stato sottoposto ai responsi degli sciamani e delle divinità indigene, ma non sappiamo se in quella “tradizione religiosa ancestrale” ci sia un sistema oracolare o simili, quindi andiamo subito al sodo, alle richieste più alte formulate dai Padri Sinodali e che ora passano all’analisi di papa Bergoglio.

I “ministeri” per le donne, l’ordinazione sacerdotale di diaconi permanenti, il rito amazzonico.

Anzitutto ” il rinnovamento del Concilio Vaticano II situa i laici nel seno del popolo di Dio [sic!], nella Chiesa tutta ministeriale, che ha nel sacramento del battesimo la base dell’identità e della missione di ogni cristiano” (n. 93). Qui non si parte dalla distinzione della Chiesa in discente e docente, dove il ruolo preminente è proprio della sacra gerarchia. No! Il popolo di Dio, nella componente laica, deve essere valorizzato … magari laicizzando la gerarchia. Tutto molto spirituale e protestantico (non a caso si raccomanda, con citazione di Ratzinger, l’ecumenismo concreto)
Ed infatti: “È urgente per la Chiesa amazzonica promuovere e conferire ministeri a uomini e donne in modo eguale. Il tessuto della chiesa locale, anche in Amazzonia, è garantito dalle piccole comunità ecclesiali missionarie che coltivano la fede, ascoltano la Parola e celebrano insieme vicino alla vita della gente. È la Chiesa degli uomini e delle donne battezzati che dobbiamo consolidare promuovendo la ministerialità e, soprattutto, la consapevolezza della dignità battesimale” (n. 95).
E ancora: “Inoltre, il Vescovo possa confidare, per un determinato periodo di tempo, in assenza di sacerdoti nelle comunità, l’esercizio della pastorale della stessa a una persona non investita del carattere sacerdotale, che è membro della comunità. Il personalismo deve essere evitato e quindi sarà una carica a rotazione. Il Vescovo può costituire questo ministero in rappresentanza della comunità cristiana con un mandato ufficiale attraverso un atto rituale in modo che la persona responsabile della comunità sia riconosciuta anche a livello civile e locale. Il sacerdote rimane sempre, con il potere e la facoltà del parroco, a capo della comunità”.

Laici, laici …. il Cardinale Ottaviani intervenendo in Concilio sempre in riferimento a situazioni di necessità, di scarsezza di preti etc. aveva proposto di dotare alcuni uomini degli ordini minori che non avrebbero richiesto la castità e avrebbero garantito che a capo della comunità vi fosse comunque un chierico.
Ma “san” Paolo VI gli ordini minori li ha aboliti ed ha istituito i ministeri (laici) facendo si che oggi la proposta dell’ultimo Segretario del Sant’Offizio risulti irrealizzabile e portando anche ad altre conseguenze che vedremo.

Laici abbiamo detto. Laici ma anche laiche.

“La Chiesa in Amazzonia vuole “espandere gli spazi per una presenza femminile più incisiva nella Chiesa” (EG 103). “Non riduciamo l’impegno delle donne nella Chiesa, ma promuoviamo la loro partecipazione attiva alla comunità ecclesiale. Se la Chiesa perde le donne nella sua dimensione totale e reale, la Chiesa è esposta alla sterilità” (Papa Francesco, Incontro con l’episcopato brasiliano, Rio de Janeiro, 27 luglio 2013). Il Magistero della Chiesa dal Concilio Vaticano II ha messo in luce il posto di primo piano che le donne occupano al suo interno: “È giunto il momento, è giunto il momento che la vocazione della donna si adempia pienamente, il tempo in cui la donna acquisisce nel mondo un’influenza, un peso, un potere mai raggiunto finora. Ecco perché, in questo momento in cui l’umanità conosce una mutazione così profonda, le donne piene dello spirito del Vangelo possono aiutare così tanto che l’umanità non declina” (Paolo VI, 1965; AAS 58, 1966, 13-14). La saggezza dei popoli ancestrali afferma che la Madre Terra ha un volto femminile. Nel mondo indigeno e occidentale, la donna è quella che lavora in molteplici sfaccettature, nell’istruzione dei bambini, nella trasmissione della fede e del Vangelo, sono una testimonianza e una presenza responsabile nella promozione umana, quindi si richiede che si senta la voce delle donne, che siano consultate e partecipino al processo decisionale e, quindi, possano contribuire con la loro sensibilità alla sinodalità ecclesiale. Valorizziamo “il ruolo delle donne, riconoscendo il loro ruolo fondamentale nella formazione e continuità delle culture, nella spiritualità, nelle comunità e nelle famiglie. È necessario che assuma più fortemente la loro leadership all’interno della Chiesa e che la riconosca e la promuova rafforzando la sua partecipazione ai consigli pastorali delle parrocchie e delle diocesi ed anche a posti di governo. Davanti alla realtà che soffrono le donne vittime della violenza fisica, morale e religiosa, incluso il femminicidio, la Chiesa si posiziona in difesa dei loro diritti e li riconosce come protagoniste e guardiane della creazione e della “casa comune”. Riconosciamo la ministerialità che Gesù ha riservato alle donne. È necessario promuovere la formazione delle donne negli studi di teologia biblica, teologia sistematica, diritto canonico, valorizzando la loro presenza nelle organizzazioni e nella leadership all’interno e all’esterno dell’ambiente ecclesiale. Vogliamo rafforzare i legami familiari, in particolare con le donne migranti. Assicuriamo il loro posto negli spazi di leadership e formazione. Vi chiediamo di rivedere il Motu Proprio di San Pablo VI, Ministria Quaedam, in modo che anche le donne adeguatamente addestrate e preparate possano ricevere i ministeri del Lettorato e dell’Accolito, tra gli altri da sviluppare. Nei nuovi contesti di evangelizzazione e pastorale in Amazzonia, dove La maggior parte delle comunità cattoliche è guidata da donne, chiediamo che il ministero istituito della “donna capo della comunità” e lo si riconosca, al servizio delle mutevoli esigenze dell’evangelizzazione e dell’attenzione alle comunità. Nelle molteplici consultazioni effettuate nello spazio amazzonico, il ruolo fondamentale delle religiose e dei laici nella Chiesa dell’Amazzonia e nelle sue comunità è stato riconosciuto e sottolineato, dati i molteplici servizi che forniscono. In un numero elevato di queste consultazioni, è stato richiesto il diaconato permanente per le donne. Per questo motivo il tema era anche molto presente nel Sinodo. Già nel 2016, Papa Francesco aveva creato una “Commissione di studio sul diaconato delle donne” che, come Commissione, aveva raggiunto un parziale risultato su come era la realtà del diaconato femminile nei primi secoli della Chiesa e dei suoi implicazioni oggi. Pertanto, vorremmo condividere le nostre esperienze e riflessioni con la Commissione e attendiamo i tuoi risultati” (nn. 99-103).

A parte tutta la patina clerico-femminista su qui transeamus, notiamo come laicizzazione degli ex ordini minori li abbia totalmente ed evidentemente distaccati dalla sfera clericale e sacerdotale e che quindi ora – in realtà simili richieste furono formulate da interi episcopato già nel primissimo post-concilio, come abbiamo visto nel caso del Concilio Olandese (vedi qui) – è del tutto consono allo sviluppo dell’eresia modernista che le esigenze clerico-femministe ed amazzoniche richiedano il superamento della norma che poi va anche a toccare la proibizione dogmatica che si ammettano all’ordine sacro donne. Poiché l’ordinazione di donne, cosa presente in tantissime sette protestanti o “comunità ecclesiali” come direbbe la Dominus Iesus, è la meta cui i progressisti tendono.
Sul ruolo della donna nella vita della Chiesa e soprattutto nella gerarchia rimandiamo alle chiare parole che lo Spirito Santo fece scrivere a San Paolo.

Per quanto riguarda i viri probati, il documento parte dal diaconato permanente, accogliendo i suggerimenti del Cardinale Schönborn (vedi qui) che rendono il tutto apparentemente meno rivoluzionario.
Notiamo solamente come l’istituzione del diaconato permanente operato dal Vaticano II, ossia la introduzione di una categoria stabile di persone costituite in sacris nella compagine della Chiesa Latina e non soggette alla legge del celibato – i diaconi permanenti in maggioranza sono sposati – fu giustamente bollata da Padri Conciliari come Ruffini, Bacci, Ottavini ed altri dell’ala “romana” l’inizio della distruzione dello stato celibatario.
Infatti il Documento finale dice:
“Apprezziamo il celibato come un dono di Dio (Sacerdotalis Caelibatus, 1) nella misura in cui questo dono consente al discepolo missionario, ordinato al presbiterato, di dedicarsi pienamente al servizio del Santo Popolo di Dio. Stimola la carità pastorale e preghiamo che ci siano molte vocazioni che vivono il sacerdozio celibe. Sappiamo che questa disciplina “non è richiesta dalla natura stessa del sacerdozio … sebbene abbia molte ragioni per praticarla” (Presyterorum Ordinis, 16). Nella sua enciclica sul celibato sacerdotale, San Paolo VI sostenne questa legge e presentò motivazioni teologiche, spirituali e pastorali che la sostengono. Nel 1992, l’esortazione post-sinodale di San Giovanni Paolo II sulla formazione sacerdotale ha confermato questa tradizione nella Chiesa latina (PDV 29). Considerando che la legittima diversità non danneggia la comunione e l’unità della Chiesa, ma piuttosto la manifesta e la serve (LG 13; OE 6) che testimonia la pluralità di riti e discipline esistenti, proponiamo di stabilire criteri e disposizioni da parte di l’autorità competente, secondo Lumen Gentium 26, di ordinare sacerdoti a uomini adatti e riconosciuti della comunità, che abbiano un proficuo diaconato permanente e ricevano una formazione adeguata per il presbiterato, potendo avere una famiglia legalmente costituita e stabile da sostenere la vita della comunità cristiana attraverso la predicazione della Parola e la celebrazione dei Sacramenti nelle aree più remote della regione amazzonica” (n. 111).

Curioso infine che a 50 anni dall’instaurazione del Novus Ordo Missae di Paolo VI, per alcuni “forma ordinaria del rito romano”, per noi “un impressionante allontanamento dalla teologia cattolica della Santa Messa, quale fu formulata nella Sessione XXII del Concilio Tridentino” (Breve esame critico del NOM) i Padri Sinodali richiedano la codificazione di riti indigeni.
Anche qui il riferimento è il Vaticano II, al pluralismo liturgico e sopratutto ai bisogni delle persone. Come Paolo VI porta avanti la riforma liturgica perchè il “il divo latino”, secondo lui, teneva lontano dalla Chiesa e dalla messa “”, i Padri del Sinodo Amazzonico richiedono la istituzione di una nuova liturgia che risponda “alal richiesta delle comunità amazzoniche di adattare la liturgia, valorizzando la cosmo-visione, le tradizioni, i simboli e i riti indigeni che includono dimensioni trascendenti, comunitarie ed ecologiche”
Chi riconosce la liturgia nuova non crediamo avrà problemi a digerire piano piano anche un’eventuale rito amazzonico …

Insomma i Padri richiedono una generale riforma della Chiesa nella gerarchia (il potere interessa anche agli eco-marxisti) e nel culto che la renda dal volto amazzonico, indigena, migrante, femminile (come la Madre Terra), diaconale, ministra, contadina, inculturata, sinodale e chi più ne ha più ne metta … un qualcosa che non rimanda né assolutamente è quella Chiesa con cinque aggettivi – Una, Santa, Cattolica, Apostolica e Romana – che Gesù Cristo fondò per la distruzione dell’idolatria e della cultura o pretesa tale che ne deriva e per la edificazione del suo regno a gloria sua e a salvezza delle anime.

Ulteriori commenti al documento e alla sua applicazione saranno dati in seguito.


Le citazioni del documento sono state tradotte dalla redazione basandosi sul testo in spagnolo (vedi qui).