Una spiegazione finanziaria della Quadragesimo anno – seconda parte

di Andrea Cavalleri

Vorrei ora esporre i due punti successivi a quelli analizzati nella prima parte.

Eccone il testo.

107. Una tale concentrazione di forze e di potere, che è quasi la nota specifica della economia contemporanea, è il frutto naturale di quella sfrenata libertà di concorrenza che lascia sopravvivere solo i più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza.

108. A sua volta poi la concentrazione stessa di ricchezze e di potenza genera tre specie di lotta per il predominio: dapprima si combatte per la prevalenza economica; di poi si contrasta accanitamente per il predominio sul potere politico, per valersi delle sue forze e della sua influenza nelle competizioni economiche; infine si lotta tra gli stessi Stati, o perché le nazioni adoperano le loro forze e la potenza politica a promuovere i vantaggi economici dei propri cittadini, o perché applicano il potere e le forze economiche a troncare le questioni politiche sorte fra le nazioni.

Leggendo questi due paragrafi si capisce perché ho variato l’aggettivo nel titolo rispetto alla prima parte: la spiegazione da “finanziaria” è diventata “economica”.

Non si tratta dei meccanismi di produzione e accumulazione del denaro, ma dei fondamenti della convivenza economica e la loro impostazione strategica, ciò che viene denominato comunemente “economia politica”.

E qui, al punto 107, troviamo una grossa sorpresa.

Condanna senza appello del liberismo.

Uno degli assiomi della dottrina economica liberista, già esposto da Adam Smith agli albori di questa teoria, è che l’azione economica senza vincoli, sospinta dall’avidità, produrrà risultati utili purché in presenza di concorrenza (e l’assioma non specifica a chi siano utili tali esiti, lasciando intendere che lo siano per tutti).

Invece il Papa sostiene che la smodata concentrazione di forza e di potere denunciata nei punti 105 e 106 non sia un’eccezione o una distorsione, ma proprio il prodotto naturale della concorrenza.

Il concetto è abbastanza semplice: un regime di concorrenza significa che ci saranno vincitori e perdenti; i perdenti escono dal mercato e i vincenti restano, ma ingaggiando una nuova competizione tra loro; alla fine, come se si trattasse di un torneo a eliminazione diretta, resterà un vincitore definitivo che sarà monopolista.

Su questo punto Pio XI concorda niente di meno che con Karl Marx, che proclamava il paradosso di un unico padrone di tutto, come esito finale di un regime di concorrenza senza vincoli.

Cito di proposito questa concordanza, per colpire l’inconsistenza logica che regge uno degli argomenti più usati a favore del liberismo: cioè che poiché il liberismo si è opposto al marxismo e siccome il marxismo è radicalmente sbagliato, allora il liberismo va bene.

Invece il fatto che due errori si oppongano l’uno all’altro non ne trasforma uno in verità.

E il fatto che una cosa giusta sia stata proclamata da un pessimo filosofo, scadente economista e orribile persona come Marx, non la fa diventare sbagliata.

In merito esiste un brillante pensiero di sant’Agostino a proposito degli eretici che aiuta a smascherare il sofisma: In molte cose concordano con me, in alcune poche no; ma per quelle poche cose in cui non convengono con me, a nulla giovano loro le molte in cui convengono con me [S. Augustinus, In Psal. LIV, n. 19] .

Se dunque in molte cose sant’Agostino concorda con gli eretici, non deve stupire che in una sola cosa Pio XI concordi con Marx.

E, dal punto di vista morale, una guerra “tutti contro tutti” di hobbesiana memoria, anche se limitata agli affari, non è un valido presupposto per perseguire la virtù, ma, a causa dell’istinto di sopravvivenza, un’occasione prossima dell’ingiustizia.

Dice infatti il Papa che coloro che vincono la competizione (guerra) economica sonoi più forti, cioè, spesso i più violenti nella lotta e i meno curanti della coscienza.

Alla radice delle grandi fortune stanno sovente inganni, malaffare e fatti di sangue e questa circostanza deve far riflettere sulle tendenze morali ispirate dal libero mercato: quando si tratta di arricchire si ricorre ad ogni mezzo, poi per conservare la proprietà (in qualunque modo acquisite) si invoca la legalità.

Un’esperienza comune che conferma queste tendenze è il comportamento della mafia, che prima si occupa di accumulare soldi con i traffici illeciti e poi si preoccupa di “ripulirli” attraverso investimenti legali.

O anche, più banalmente, la quantità di sforzi ed attività profusi da molteplici attori economici per conseguire l’elusione fiscale, cioè la pratica formalmente corretta ma sostanzialmente iniqua che consente di sottrarsi alla contribuzione fiscale dovuta, facendo gravare sugli altri cittadini un onere maggiore per sostenere le spese dello Stato; anche questa è una forma di “concorrenza”.

Ma del resto è la stessa teoria economica che conferma il problema: secondo gli architetti e sostenitori del libero mercato, in questo regime vige un trade off (proporzionalità inversa) tra equità ed efficienza, cioè tanto più è efficiente il mercato, tanto meno è equo: ex ore tuo te judico!

Significato economico della concorrenza.

Volendo descrivere il funzionamento positivo della concorrenza risulta il seguente scenario.

I produttori dovranno ingegnarsi a fabbricare le loro merci nel modo più veloce, efficiente e privo di sprechi, altrimenti dovranno vendere a prezzi più alti dei concorrenti, rischiando di non vendere affatto.

La concorrenza dunque è un fattore che obbliga i produttori a migliorarsi.

Poiché i produttori fabbricano un’unica merce e comprano tutte le altre (o in qualità di aziende o in qualità di privati cittadini) il risultato della concorrenza è quello che tutti i produttori (intendendo con questo termine, indifferentemente, imprenditori o lavoratori dei settori produttivi) vendono e acquistano merci al prezzo più basso possibile e prodotte nel modo più efficiente.

Se ci limitiamo alle relazioni tra produttori questo non fa molta differenza: se, ad esempio, un allevatore doveva vendere 20 mucche per comprare un’automobile, dopo che l’efficienza produttiva ingenerata dalla concorrenza ha causato un dimezzamento di tutti i prezzi, dovrà vendere comunque 20 mucche per acquistare la stessa automobile, esattamente come prima.

Cosa invece cambia?

Il primo dato, interno al mondo della produzione, è che l’accresciuta efficienza diminuisce il numero totale degli addetti.

Questo fatto, in epoche in cui la povertà dei mezzi tecnologici costringeva la maggioranza della popolazione a produrre per sopravvivere, ebbe sicuramente un impatto positivo.

Al giorno d’oggi la situazione si è rovesciata, dato che il potenziamento della tecnologia rende possibile produrre tutto ciò che serve, e anche di più, impiegando una minoranza della popolazione.

Cosa farà dunque la maggioranza della gente liberata dagli obblighi produttivi?

Questo enorme potenziale umano è stato indirizzato a magnifici servizi alla persona, con cure favolose e ambienti da sogno per malati e anziani?

Produce strutture accoglienti e lungimiranti per i bambini e una perfetta educazione della gioventù?

Si vedono schiere di scienziati impegnati nella ricerca per risolvere i grandi problemi dell’umanità?

Fioriscono l’arte e la cultura con la proliferazione di scuole e accademie?

Onestamente direi che non si veda nulla di tutto questo.

Ora proviamo a considerare l’effetto della concorrenza sui settori non produttivi.

Le attività la cui remunerazione non è legata ai settori produttivi, al contrario di questi, traggono un enorme beneficio dalla concorrenza (altrui), poiché data una certa entrata monetaria, se il costo delle merci dimezza, il potere d’acquisto di quell’entrata valutaria raddoppia.

E sono evidentemente due i settori che più si avvantaggiano della riduzione dei prezzi: quello finanziario e quello burocratico.

Poiché la finanza produce e presta il denaro, avendo un ritorno sempre in moneta, è chiaro che più i prezzi sono bassi e più la sua merce vale.

E infatti tutte le grida, gli allarmi e i predicozzi contro l’inflazione provengono da quella parte, che esprime il punto di vista dei redditieri, coloro che guadagnano a fronte di un dolce far nulla.

E dato che l’inflazione esercita realmente una funzione di repressione finanziaria, ecco che viene (ingiustamente e ridicolmente) demonizzata.

La casta burocratica invece vive una vita propria, garantendo il proprio sostentamento con le tasse, pertanto non avrebbe un bisogno specifico di tenere bassi i prezzi.

Tuttavia, visto che al suo vertice sta un organismo elettivo come quello politico, si è realizzata una fusione simbiotica tra la classe che ha bisogno di fondi per la campagna elettorale e di spazio nei media, con coloro che possono fornire entrambe le cose, cioè i gruppi finanziari, che non solo producono e gestiscono il denaro, ma posseggono la grande maggioranza dei giornali e delle TV.

I politici ricevono questi supporti e in cambio foraggiano l’entità finanziaria tramite gli interessi sul debito pubblico, discutibile metodo di approvvigionamento del denaro da parte dello Stato, a volte alimentato da vere e proprie truffe ai contribuenti, come quella italiana delle aste marginali.

Il risultato italiano dell’ultimo triennio (2017-2019) vede una spesa per interessi che oscilla tra il 15,5% e il 16% del totale delle entrate tributarie.

Negli altri paesi europei il costo del debito pubblico è più basso, ma in presenza di un debito privato più alto e un lucro totale per interessi circa pari a favore dell’entità finanziaria.

E’ proprio il monopolio miope e avido dell’entità finanziaria (banche + fondi) sugli investimenti che produce la situazione paradossale che oggi osserviamo: la pretesa di esasperata produttività che grava sui sempre meno numerosi addetti alla produzione e la contestuale imposizione di quote sempre più alte di disoccupazione  forzata.

Disoccupazione che da una parte è funzionale al contenimento degli stipendi e dall’altra è il risultato logico di un mondo di bassi salari, in cui la maggioranza della popolazione non può permettersi nessuno dei servizi che i disoccupati potrebbero offrire.

Se dunque si lesina sui servizi alla persona, se la ricerca stenta, se le strutture educative sono fatiscenti se gli intellettuali che non trovano una collocazione come adulatori del potere fanno la fame, se insomma non abbiamo “la città dei sogni” (come la chiama Keynes in una pagina famosa), lo dobbiamo a questa unione incestuosa tra politica e alta finanza, in cui i politici fanno i camerieri dei banchieri (come disse Ezra Pound).

E purtroppo tale sodalizio ha la facoltà legale (i politici) e la forza contrattuale ricattatoria (i banchieri) per imporre le regole del gioco truccato che li vede sempre vincenti.

C’est l’argent qui fait la guerre.

Contestualmente assistiamo al più colossale spreco di potenziale umano che mai si sia visto nella storia.

Non solo nelle economie liberiste si continuano a produrre tassi crescenti di disoccupazione, ma molte delle menti più brillanti vengono impiegate in operazioni inutili e stupidissime come l’analisi dei rischi (finanziari) la matematica finanziaria e l’analisi e progettazione di “prodotti” finanziari, operazioni nei cui riguardi qualunque crupier di Las Vegas potrebbe dire la sua.

Ma almeno la concorrenza funzionerà anche nel mondo finanziario riducendo i suoi costi?

Non va proprio così, perché chi presta soldi non è obbligato a farlo e senza lucro non lo fa.

Oltretutto le grandi multinazionali lavorano come “cartello” cioè utilizzano accordi sotto banco per uniformare sostanzialmente le tariffe.

Del resto ci fu un Rockefeller che definì la concorrenza “un’eresia”.

Un’eresia per loro, ricchi e potenti, ma un obbligo per gli altri, tanto più stringente quanto più sono poveri.

Lotta per il predominio.

Il Papa parla di tre specie di lotta: una interna al mondo economico, ove diversi attori vogliono prevalere.

Una seconda in cui i potentati economici contendono il primato al potere politico.

Una terza che si realizza quando gli affaristi hanno preso il controllo della politica o si sono fusi con essa e usano lo Stato come strumento di espansione per i loro affari, oppure lo strozzinaggio internazionale come metodo per sottomettere politicamente altri Stati.

Queste tre specie di contese, che sono esposte come se avvenissero in momenti successivi, in realtà coesistono e vedono gli attori impegnati in una o un’altra fase a seconda della loro dimensione e potenza, che tanto maggiori sono, tanto più li abilita a giocare sui tavoli più grossi.

Il primo genere di contesa, strettamente economica, è la concorrenza, che, salvo il caso di piccole imprese padronali, è sempre protesa verso il monopolio.

Le grandi aziende tendono a crescere espandersi, guadagnare quote di mercato: tutti sinonimi di aspirare al monopolio, che è la situazione in cui l’azienda cessa le preoccupazioni e gli azionisti possono arricchirsi con pochi freni.

Va sottolineato comunque che esiste anche un ordine di prevalenza intermerceologico e che al primo posto sta la finanza.

Come ho ricordato nel precedente primo articolo, le 40.000 società multinazionali più influenti del mondo sono tutte di proprietà di un conglomerato di 147 “aziende” che trattano soldi: banche, fondi, assicurazioni.

La lotta per prevalere a livello economico ha dunque una sua categoria di vincitori.

Ma della concorrenza, che genera problemi sociali, avvantaggia i più violenti e meno curanti della coscienza e tende ad auto annullarsi, ho scritto sopra.

Pertanto adesso dedicherò una breve panoramica per illustrare i due livelli successivi della lotta: la guerra del settore economico-finanziario per egemonizzare lo Stato e quella a livello internazionale.

Statisti o affaristi, chi comanda?

Il primo quesito a cui rispondere è perché esista tale lotta.

L’atteggiamento del politico onesto può essere uno solo: disciplinare l’economia orientandola verso il bene comune.

L’affarista invece desidera guadagnare il più possibile, nel modo più comodo e sicuro.

È evidente che il politico onesto imporrà dei limiti all’affarista, che gli risulteranno sgraditi.

Ma quando il successo negli affari abbia munito il ricco dei beni che può desiderare, ed anche di più, il passo successivo della sua ambizione sarà quello di imporre le proprie idee (magari anche per un sottile delirio di onnipotenza che accompagna la sua abitudine di essere servito e riverito).

Ecco un esempio esplicito tratto da “Le mie memorie” (2002) di David Rockefeller:

Io e la mia famiglia siamo accusati di volere sviluppare una struttura socio-economica e politica il cui fine è controllare il mondo.

Se questa è l’accusa, mi dichiaro reo confesso e ne vado orgoglioso.

Quindi i motivi della lotta dei plutocrati per fagocitare il potere politico sono due: il primo è di rimuovere gli eventuali ostacoli legali al loro sfrenato arricchimento, il secondo è quello di imporre la propria visione del mondo.

Il secondo punto da esaminare è in quale modo gli affaristi contrastino il potere statale.

Un metodo è quello di corrompere i politici affinché si mettano al loro servizio.

Un altro metodo è quello di controllare una merce strategica, facendola scarseggiare come arma di ricatto per tutta la società.

Questo secondo metodo si è rivelato vincente e conclusivo, da parte di coloro che controllano una merce strategica capace di condizionare tutte le altre, cioè il denaro.

Anche in questo caso si può citare il detto di uno dei protagonisti di questa opera di sopraffazione, che prova la chiara consapevolezza di ciò che stava facendo.

La frase è di Amschel Mayer Rothschild, il fondatore della più ricca e potente dinastia di banchieri della storia:

Permettetemi di emettere e controllare la moneta di una nazione e non mi importa chi fa le sue leggi.

Il senso della frase è che attraverso il controllo della moneta il banchiere ha la facoltà di decidere quali leggi troveranno applicazione pratica e quali no, restando un puro flatus vocis.

Basterà finanziare i progetti a lui graditi e sabotare gli altri.

In caso di governo a lui avverso, gli sarà poi facile innescare una bella crisi, in nome della quale tale governo sarà rimosso.

E in Italia abbiamo già sperimentato la caduta di governi a colpi di “spread” (levitazione degli interessi a carico dello Stato) evidente frutto di tali ciniche manipolazioni.

Due studiosi, Patrick S.J. Carmack e William T. Still, hanno recentemente scritto una breve rivisitazione della storia degli Stati Uniti d’America, leggendola attraverso le fasi di contrasto tra i politici e i banchieri, chiamati in questo saggio “cambiavalute”.

Essi mostrano come dal 1776 (anno dell’indipendenza) fino al 1913 (anno della capitolazione della politica) si svolse un’autentica guerra dei cambiavalute contro i legittimi rappresentanti del popolo, che costò la vita anche ad alcuni presidenti, assassinati a causa della loro resistenza contro un regime monetario controllato da pochi privati.

Il testo è liberamente consultabile in rete e risulta un lettura (o visione, se fruita in formato video) interessante ed istruttiva.

In questa panoramica della guerra dei cambiavalute, si sottolinea il ruolo decisivo della Banca Centrale, che è quella che stampa le banconote.

Essa alterna periodi di allargamento e restrizione del credito, causando così periodi di euforia economica seguiti da crisi.

Ed è nei periodi di crisi che i plutocrati possono comprare per pochi soldi i beni più appetibili della nazione.

Oggi le banconote non superano il 6% del circolante, mentre almeno il 90% è costituito dai depositi a vista delle banche commerciali, quindi si potrebbe pensare che la Banca Centrale sia diventata un attore non protagonista del sistema monetario.

In realtà la sua preminenza rimane, sia perché questo istituto esercita anche funzioni di vigilanza sul sistema bancario (assumendo dunque potere ed influenza su di esso), sia perché controlla i tassi di interesse, sia perché fornisce liquidità alle banche che ne hanno bisogno.

E i programmi di “quantitative easing” di questi ultimi anni hanno visto le banche centrali occidentali produrre migliaia di miliardi, usati per consolidare i patrimoni delle banche: o acquistando crediti deteriorati, o addirittura titoli fantasiosi (non poche banche hanno avuto denaro elettronico contante, in cambio di debiti contratti con se stesse!)

La resa dello Stato americano avvenne nel 1913, con l’istituzione della Federal Reserve, la Banca Centrale americana, posseduta da privati.

Privati che sono ovviamente altre banche, formalmente americane, ma, a livello di azionariato di controllo, anche straniere.

E il fatto che la Federal Reserve gestisca il dollaro, cioè la moneta di riferimenti per gli interscambi commerciali mondiali, ci introduce direttamente all’ultimo punto, quello della lotta per la prevalenza internazionale.

La lotta tra “Stati”.

Ricopio il testo di Pio XI riguardo a quest’ultima contesa:

infine si lotta tra gli stessi Stati, o perché le nazioni adoperano le loro forze e la potenza politica a promuovere i vantaggi economici dei propri cittadini, o perché applicano il potere e le forze economiche a troncare le questioni politiche sorte fra le nazioni.

Come scrivevo nel primo articolo, la Quadragesimo anno ha valenze sia attuali sia profetiche.

Se ho messo le virgolette sulla parola “Stati” è perché ormai da parecchi anni le conseguenze degli avvertimenti del Papa hanno abbondantemente superato la realtà che lui osservava.

Nel 1931, il soggetto politico più affermato nel mondo era lo Stato nazionale che, almeno in apparenza, viveva una propria vita sovrana.

Oggi, quanto meno nel mondo “democratico occidentale” che altri chiamano (a mio giudizio correttamente) “impero anglo-sionista”, è un complesso di comitati affaristici e tecnocratici a determinare le politiche che una volta erano di competenza dello Stato.

Poiché questa affermazione è molto impegnativa, occorre naturalmente documentarla bene.

Partendo dagli Stati Uniti bisogna rilevare che una associazione privata, il CFR (Council on Foreign

Relations) svolge un ruolo direttivo nell’orientamento della politica estera americana.

Tale gruppo fu fondato nel 1921, col sostegno decisivo dei Rockefeller, e, a riprova della sua importanza, si deve osservare che da allora tutti i presidenti americani provengono dalle sue fila, tranne due: Ronald Reagan e Donald Trump.

E questi due outsider non hanno avuto comunque vita facile: Reagan subì un attentato a due mesi dalla sua elezione (un colpo gli perforò il polmone e si arrestò a 2,5 cm dal cuore), mentre Trump è assediato da procedimenti legali basati quasi solo su voci infondate, ma indagate per anni e trattate dalla stampa come se fossero vere.

Per capire il livello di influenza che il CFR ha avuto e ha sulla politica statunitense basta guardare  ai momenti eccezionali della storia americana; e dato che sovrano è chi decide lo stato di eccezione (Carl Schmitt), significa che se quei momenti sono stati decisi dal CFR, tale associazione privata ha usurpato la sovranità del popolo americano, esercitandola a favore di una élite.

Il caso più clamoroso è quello dell’ingresso nella seconda guerra mondiale.

Grazie alla desecretazione degli archivi, resa possibile dal “Freedom of Information Act”, oggi conosciamo la verità su Pearl Harbour e la guerra al Giappone.

Il gruppo dirigenziale degli Stati Uniti fece elaborare un piano di provocazioni, chiamato piano Mc Collum dal nome del suo estensore, per costringere il Giappone a fare la prima mossa e ad apparire come aggressore.

Il presidente Roosevelt, che possedeva informazioni dettagliate su dove come e quando si sarebbe verificato l’attacco, le negò ai militari perché aveva bisogno di vittime per proclamare il casus belli.

Dalle lettere del presidente appare che questa decisione era solo l’acquiescente osservanza delle direttive del CFR.

A chi interessassero i dettagli storici, che comprendono il ritrovamento del documento originale del piano Mc Collum con impresse le impronte digitali di Roosevelt, le proteste degli ammiragli per essere tenuti all’oscuro delle informazioni d’intelligence e per essere stati costretti ad azioni provocatorie contro il Giappone, e il ruolo di “anima nera del presidente ricoperto da Henry Stymson (ex segretario di Stato, segretario alla guerra e membro fondatore del CFR!) può trovarli in libri quali “Il giorno dell’inganno” di Robert B. Stinnet,  “Pearl Harbor, The Story Of The Secret War” di George Morgenstern, o anche su un’ottima sintesi di Marco Pizzuti leggibile liberamente in rete.

In questa sede è invece pertinente sottolineare i motivi della decisione di entrare in guerra.

Nell’estate del 1940 il CFR intraprese una dettagliatissima analisi economico-finanziaria, dividendo il mondo in blocchi (le due Americhe, l’Europa continentale, un blocco orientale guidato dal Giappone).

Risultò che l’Europa continentale a guida tedesca sarebbe stata più autosufficiente che non le due Americhe insieme, e che anche l’espansione giapponese in Cina avrebbe potuto minacciare i piani del CFR.

Quindi non si trattava altro che di predisporre un piano di egemonia, guidato da un’élite che aveva strumentalizzato una nazione.

Questa versione è stata confermata da James Baker, già segretario di Stato e, inutile dirlo, membro del CFR, con le seguenti parole: Abbiamo fatto di Hitler un mostro, un demonio. […] Così siamo stati obbligati a recitare la nostra parte in questo scenario diabolico dopo la guerra.

In nessuno modo potevamo dire al nostro popolo che la guerra era solo una misura economica preventiva.

L’Europa invece sta seguendo un percorso differente, ma guidato da logiche molto affini.

Il continente uscì devastato dalla seconda guerra mondiale.

Per la ricostruzione ebbe un impatto determinante il “piano Marshall”, e a decidere dell’erogazione dei fondi fu designato un personaggio molto discreto di nome Jean Monnet.

Il suo pensiero riguardo all’Europa è che la suddivisione in nazioni non avrebbe mai garantito pace e sviluppo, pertanto auspicava un’unione concepita in questi termini:

L’unione (delle funzioni economiche) costringerebbe le nazioni a fondere le loro sovranità in quella di un unico Stato europeo.

Come emerge dal pensiero di Monnet, sono l’affarista e il banchiere a guidare il gioco, mentre il politico deve solo decidere come assecondarlo.

E la moderna UE si è mossa esattamente secondo le sue direttive, cioè la costituzione di un organismo centrale di natura economico-finanziaria, tecnocratico e non eletto, a cui subordinare le altre funzioni.

Questa gerarchia di rapporti non è una mia interpretazione, ma è scritta nero su bianco nel trattato di Maastricht, infatti nel Protocollo sullo statuto del SEBC e della BCE si parla della indipendenza di questi organismi.

E al CAPO III art 7 si afferma che nessuno (politici eletti o altri funzionari) può dare istruzioni, o cercare di influenzare o consigliare i membri del direttivo della Banca Centrale, mentre essi (vedi 

CAPOII art 4) possono farlo nei confronti di qualunque istituzione europea o nazionale.

Se dunque qualcuno può dare istruzioni e consigli a tutti gli altri e non è tenuto a recepirne nessuno, significa che quel qualcuno è sovrano e comanda tutti gli altri.

Infine esiste anche l’esposizione teorica del piano generale di subordinazione della politica alla finanza ed è dovuta al professor Carroll Quigley, professore di storia alla  Georgetown University (dove insegnava Brzezinski) che ha conosciuto alcuni autori di tale progetto e ha anche collaborato con loro.

Nel suo importante libro “Tragedy and Hopescrive così:

Oltre a questi obiettivi pragmatici, i poteri del capitalismo finanziario avevano un altro scopo più ampio, nientemeno che di creare un sistema mondiale di controllo finanziario, in mani private, capace di dominare il sistema politico di ciascun paese e l’economia del mondo nel suo insieme. Questo sistema doveva essere controllato in un modo feudale da parte delle banche centrali del mondo che agiscono di concerto, attraverso accordi segreti cui si arrivava durante frequenti incontri e conferenze private. L’apice del sistema sarebbe stata la Bank for International Settlements [BIS] di Basilea, in Svizzera, una banca privata di proprietà e sotto il controllo delle banche centrali mondiali, esse stesse corporazioni private. Ogni banca centrale cercava di dominare il proprio governo tramite la sua capacità di controllare i prestiti al Tesoro, di manipolare i tassi di cambio della valuta estera, di influire sul livello delle attività economiche nazionali e di fare pressioni sui politici compiacenti tramite successive ricompense economiche nel mondo degli affari.

Risulta dunque corretto il monito di PIO XI, che la lotta per il predominio, dapprima economico e poi predominio tout court, si estendeva e si sarebbe estesa sempre più a livello internazionale.

Tuttavia la lotta tra Stati per assicurare vantaggi economici dei propri cittadini, politica coloniale di un tempo che ha visto la sua ultima incarnazione nei regimi fascista e nazionalsocialista, è stata superata dalla lotta di comitati affaristici multinazionali per il predominio globale.

In questo tipo di lotta vige il più incurante disprezzo per i  vantaggi dei propri cittadini e conta solo l’estensione del potere della piovra finanziaria, controllata da pochi individui.

Gli Stati risultano essere (tranne alcune importanti eccezioni in controtendenza) solo uno strumento nelle mani dei finanzieri, e se pur è vero che applicano il potere e le forze economiche a troncare le questioni politiche sorte fra le nazioni, è altrettanto vero che le questioni politiche sono considerate un sottoprodotto degli affari.

I metodi della lotta internazionale.

Il già citato Amschel Mayer Rothschild, nel 1773 proclamò questa solenne frase (probabilmente a beneficio dell’educazione della sua prole):

La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma dirigendo Conferenze di Pace, in modo che nessuna delle parti in conflitto possa avere benefici. Le guerre devono essere dirette in modo tale che entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il nostro potere.

E tale programma fu applicato a puntino dai suoi figli, ad esempio finanziando entrambi gli schieramenti nelle guerre napoleoniche.

Nel caso gli Stati fossero poco propensi a guerreggiare tra loro, i Rotschild si impegnarono a creare guerre civili e rivoluzioni.

Non è un segreto che Amschel Mayer pagasse lo stipendio ai capi degli illuminati di Baviera, e quando Weisshaupt e soci faticassero a trovare una sede per le loro riunioni, ci pensava sua moglie Josephine a prestare casa sua come luogo di incontro.

E la massoneria degli illuminati fu la più potente forza promotrice della rivoluzione francese.

Per quanto riguarda la rivoluzione russa i Rotschild non comparvero in primo piano, ma i loro soci e fiduciari della Kuhn & Loeb diedero a Lenin il finanziamento decisivo per diventare leader delle forze sovversive e vincere la guerra civile.

E per non farsi mancare nulla, tramite i Warburg (altri soci e futuri parenti dei Rotschild, per via di numerosi matrimoni tra membri delle due famiglie), finanziarono anche l’ascesa al potere di Hitler.

Si potrebbe pensare che questi siano fatti di un secolo fa o poco meno, superati dall’avvento di una nuova civiltà democratica postbellica e postsovietica.

A smentire seccamente queste rosee speranze ci ha pensato John Perkins con il suo libro “Confessioni di un sicario dell’economia”, altra lettura altamente istruttiva e consigliabile, (fruibile liberamente in rete) che spiega quale fosse la professione da lui esercitata per un buon decennio.

Eccola descritta con le sue parole:

Il giorno che cominciai a lavorare con la mia tutor Claudine, nel 1971, lei mi informò: “Il mio compito è fare di te un sicario dell’economia”.

Il mio compito, diceva, era “incoraggiare i leader mondiali a divenire parte di una vasta rete che favorisce gli interessi commerciali degli Stati Uniti. Alla fine, questi leader restano intrappolati in una trama di debiti che ne garantisce la fedeltà”.

Persone come me guadagnano stipendi scandalosamente alti per fare il gioco del sistema.

Se perdiamo colpi, entra in azione una forma più maligna di sicario, lo sciacallo.

E se lo sciacallo fallisce, la palla passa all’esercito.

Ciò che scosse la coscienza di Perkins e lo indusse a voltare pagina fu la morte di due uomini che conobbe e di cui divenne quasi amico:

uomini che rispettavo e che consideravo come anime affini: Jaime Roldós, presidente dell’Ecuador, e Omar Torrijos, presidente di Panama.

Erano appena morti entrambi in terribili incidenti.

Le loro morti non furono accidentali.

Vennero assassinati perché si opponevano a quella congrega di signori delle multinazionali, dei governi e delle banche che si prefiggono l’impero globale.

Noi sicari dell’economia non eravamo riusciti a persuadere Roldós e Torrijos, perciò erano intervenuti sicari di un altro tipo, gli sciacalli della CIA che avevamo sempre alle spalle.

E un’ultima citazione, che riprende e integra le due precedenti, mostra la perfetta continuità tra il modus operandi del Rotschild 1773 e le moderne agenzie per la “promozione commerciale e lo sviluppo”:

i sicari dell’economia sono professionisti ben retribuiti che sottraggono migliaia di miliardi di dollari a diversi paesi in tutto il mondo.

Riversano il denaro della Banca Mondiale, dell’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e di altre organizzazioni “umanitarie” nelle casse di grandi multinazionali e nelle tasche di quel pugno di ricche famiglie che detengono il controllo delle risorse naturali del pianeta.

I loro metodi comprendono il falso in bilancio, elezioni truccate, tangenti, estorsioni, sesso e omicidio.

Il loro è un gioco vecchio quanto il potere, ma che in quest’epoca di globalizzazione ha assunto nuove e terrificanti dimensioni.

Lo so bene: io ero un sicario dell’economia.

Aggiungo una nota doverosa agli ultimi due paragrafi di questo articolo.

Poiché diverse informazioni che ho citato sono abitualmente taciute dalla storia e dalla cronaca ufficiali, è invalso l’uso di classificarle come “teorie della cospirazione”.

Va detto innanzitutto che il termine “teoria della cospirazione” fu studiato nel dipartimento di comunicazioni della CIA e utilizzato per screditare qualunque fonte scomoda che minasse l’efficacia del “soft power” americano.

Ma che una mole di frasi proclamate urbi et orbi dai protagonisti, pubblicate sui loro libri da editori tutt’altro che secondari, stampate sulle riviste di prestigiosi centri di studio o rinvenute su documenti ufficiali precedentemente secretati, possano chiamarsi una “teoria”, questa sì che è un’interpretazione capziosa e forzata.

E quanto alla chiarezza con cui molti di questi intenti sono stati dichiarati, rende imbarazzante anche il termine “cospirazione”, che si riferisce per definizione a progetti coperti da segreto e omertà.

In ogni caso, una mente lucida come quella di Papa Ratti aveva già denunciato l’essenza del disegno, le informazioni successive sono giunte solo a confermarlo e “colorarlo”.

FINE SECONDA PARTE

Link della prima parte: https://www.radiospada.org/2019/09/una-spiegazione-finanziaria-della-quadragesimo-anno-prima-parte/

Link della terza e ultima parte: https://www.radiospada.org/2019/10/una-spiegazione-finanziaria-della-quadragesimo-anno-terza-ed-ultima-parte/

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