Una spiegazione finanziaria della Quadragesimo Anno – terza ed ultima parte

di Andrea Cavalleri

Il paragrafo 109 riassume la sostanza dei precedenti quattro, traendo le conclusioni esposte sinteticamente nel titolo preposto, cioè “funeste conseguenze”.

Ecco il testo

d) funeste conseguenze

109. Ultime conseguenze dello spirito individualistico nella vita economica sono poi quelle che voi stessi, venerabili Fratelli e diletti Figli, vedete e deplorate; la libera concorrenza cioè si è da se stessa distrutta; alla libertà del mercato è sottentrata la egemonia economica; alla bramosia del lucro è seguita la sfrenata cupidigia del predominio; e tutta l’economia è così divenuta orribilmente dura, inesorabile, crudele. A ciò si aggiungono i danni gravissimi che sgorgano dalla deplorevole confusione delle ingerenze e servizi propri dell’autorità pubblica con quelli della economia stessa: quale, per citarne uno solo tra i più importanti, l’abbassarsi della dignità dello Stato, che si fa servo e docile strumento delle passioni e ambizione umane, mentre dovrebbe assidersi quale sovrano e arbitro delle cose, libero da ogni passione di partito e intento al solo bene comune e alla giustizia. Nell’ordine poi delle relazioni internazionali, da una stessa fonte sgorgò una doppia corrente: da una parte, il nazionalismo o anche l’imperialismo economico; dall’altra non meno funesto ed esecrabile, l’internazionalismo bancario o imperialismo internazionale del denaro, per cui la patria è dove si sta bene.

Come è logico che sia per un Papa, le “funeste conseguenze” non si riferiscono solamente agli esiti riguardanti il benessere materiale della situazione denunciata, ma attengono alla morale e alla teologia politica intese nella loro accezione plurale, cioè alla giustizia e al bene comune.

E a questo scopo, pio XI deve introdurre anche alcuni accenni alla dottrina dello Stato, passaggio necessario per collegare le indicazioni economiche ai valori più alti.

Questo paragrafo, a onta di quanto potrebbe sembrare a prima vista, è densissimo di idee e significati sintetizzati oltremodo, per cui il compito del mio commento sarà quello di evidenziarli, spiegandone alcuni per esteso e rimandando, ove posso, alla trattazione svolta nelle prime due parti.

La prima radice dei mali.

Il Papa non esita a indicare lo spirito individualistico nella vita economica come causa di molteplici degenerazioni.

Come ho già sottolineato nella seconda parte, questa è una condanna esplicita del liberismo.

Innanzitutto dichiara falso il principio che la libera azione egoistica risulti economicamente utile se vincolata dalla concorrenza.

In secondo luogo ribadisce il concetto che la concorrenza tende sempre ad autodistruggersi, producendo il monopolio (la libera concorrenza cioè si è da se stessa distrutta).

Un’altra conseguenza, che già emergeva implicitamente anche nei paragrafi precedenti, è la condanna del capitalismo.

Bisogna chiarire accuratamente questo punto perché il termine è talmente abusato che, senza una spiegazione, la confusione del lettore è un esito inevitabile.

Nessuno ha mai negato l’importanza di poter concentrare le forze per ottenere risultati importanti.

In economia questa concentrazione viene chiamata “capitale”, che risulta un fattore utile per lo sviluppo e il benessere.

Se osserviamo come maturano fisicamente lo sviluppo e il benessere, concludiamo che gli agenti determinanti sono tre: il lavoro, l’organizzazione e la scienza.

E questo, in termini reali e materiali, è inoppugnabile.

E se proprio si dovesse assegnare una priorità fra questi tre fattori, questa andrebbe alla scienza, in quanto risulta elemento moltiplicatore degli altri due.

Ma se osserviamo come vengono remunerate queste prestazioni, troviamo un’immensa sproporzione rispetto ai meriti, a favore dell’elemento organizzativo.

E in particolare di un sottoinsieme dell’elemento organizzativo, che è quello del concorso delle proprietà alla formazione del capitale.

Infatti la concentrazione di forze, detta capitale, viene abitualmente realizzata attraverso l’impiego di una consistente massa di denaro.

Ora il denaro è uno strumento di scambio (che serve a sostenere la divisione del lavoro) concepito come titolo di proprietà in bianco.

Ovvero il denaro è un ente di fattispecie giuridica che permette di intestare a sé la proprietà di un qualunque tipo di merce allorquando viene speso.

Una massa di denaro, cioè un capitale finanziario, è dunque un mucchio di certificati di proprietà virtuale.

Il cattivo uso di questa massa di denaro, detto capitalismo, è macchiato dalle seguenti pecche.

1) L’illusione sulla sua origine.

Il capitale fisico è evidentemente un prodotto sociale, frutto del lavoro di uno stuolo di persone, e proveniente anche dalle generazioni passate.

Il fatto che qualcuno possa vantarlo come “suo” è chiaramente un fraintendimento, in quanto ciò che viene prestato non è un capitale fisico ma virtuale, atto ad acquistare merci che magari non sono ancora state prodotte.

2) La mortificazione dei meriti.

Il capitalismo tende a sottrarre la proprietà intellettuale all’inventore e a defraudare il salario all’operaio (che secondo David Ricardo doveva ricevere il “minimo di sussistenza” e nulla più), mentre cerca di remunerare al massimo il fornitore del capitale.

Ora i fornitori di capitale per una certa opera (li chiamo così perché non bisogna dimenticare che, come ha correttamente affermato Pio XI al paragrafo 105 sono  sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale) fisicamente non danno nulla, né in termini di lavoro per quell’opera, né in termini di tecnologia, né in termini di progetto o altro che attenga materialmente all’opera.

Il loro apporto deve essere quindi considerato di natura organizzativa poiché il capitale finanziario (cioè virtuale) stabilisce solo le condizioni di fiducia che permettono ai realizzatori dell’opera di collaborare tra essi ed essi con il resto della società.

Non dico che questo aspetto organizzativo sia trascurabile o non debba ricevere una giusta ricompensa, ma non può essere razionalmente considerato il fattore critico, né essere remunerato più di tutti gli altri, come accade abitualmente.

3) -e il più importante- Un freno alla creazione della ricchezza (reale)!

Il capitalista impiega il capitale monetario solo se potrà aumentarlo.

Ma se si concepisce correttamente il denaro quale “unità di misura della proprietà” o “titolo di proprietà in bianco” significa che la concentrazione di forze (detta capitale) atta a realizzare una certa opera (che aumenterebbe la ricchezza totale) si attuerà solo se alcuni individui responsabili della parte “organizzativa” vedranno accrescere significativamente il loro potere d’acquisto, o, in altri termini, accresceranno la percentuale delle loro proprietà sul monte-ricchezza totale.

Questa condizione vincolante, che è una perfetta traduzione pratica dello spirito individualistico nella vita economica,tanto per cominciare è altamente irrazionale perché fraintende la finalità dell’opera in quanto non la riferisce alla sua essenza (es. costruisco la casa per abitare) ma solo a un suo attributo secondario che è la proprietà (costruisco la casa per guadagnare, cioè accrescere le mie proprietà).

In secondo luogo è miope, perché facendo prevalere il criterio di proprietà individuale su quello del benessere collettivo si cade facilmente in autolesionismo (es. una percentuale più piccola di una ricchezza totale più grande può essere maggiore dell’inverso, o ancora, la stessa proprietà individuale come una casa, cambia di valore se inserita in un contesto migliore, ad esempio se attorniata da catapecchie o da case altrettanto belle: la vita umana NON è individuale, ma si svolge nella relazione!)

In terzo luogo è socialmente dannosa, perché in mancanza di cospicui vantaggi per un ristretto numero di “organizzatori”, vieta di fatto la possibilità di realizzare opere che sarebbero fattibili, data la presenza di tutti gli elementi necessari, quali forza lavoro, tecnologia, materie prime etc, costringendo alla disoccupazione forzata una quota della popolazione.

La pretesa che il capitalismo abbia consentito storicamente importanti realizzazioni è falsa e va rovesciata come segue: il capitalismo “non ha impedito” alcune importanti realizzazioni, come invece ha fatto con molte altre.

Per illustrare quest’ultimo concetto, che ho appena spiegato in dettaglio, ricopio qui una brillante citazione di Keynes:

Invece di usare le loro moltiplicate riserve materiali e tecniche per costruire la città delle meraviglie, gli uomini dell’ottocento costruirono dei sobborghi di catapecchie; ed erano d’opinione che fosse giusto ed opportuno di costruire delle catapecchie perché le catapecchie, alla prova dell’iniziativa privata, “rendevano”, mentre la città delle meraviglie, pensavano, sarebbe stata una folle stravaganza che, per esprimerci nell’idioma imbecille della moda finanziaria, avrebbe “ipotecato il futuro”, sebbene non si riesca a vedere, a meno che non si abbia la mente obnubilata da false analogie tratte da una inapplicabile contabilità, come la costruzione oggi di opere grandiose e magnifiche possa impoverire il futuro.

Tornando a esprimersi in termini di teologia cristiana, è contraddittorio approvare un sistema economico in cui i decisori strategici dell’impiego delle risorse siano un ristretto gruppo di individui guidati dall’avidità individuale e poi pretendere che, per chissà quale miracolo, “l’economia” (astratto) e “la finanza” (astratto) siano indirizzate al bene comune; soprattutto quando del concetto di bene comune, nella teoria del suddetto sistema economico, non esiste traccia.

Terza conseguenza della radice guasta è l’illusoria libertà del mercato.

L’egemonia economica crea una situazione non di libero mercato, ma piuttosto di mercato tiranno.

Infatti la libertà che la maggior parte della gente sperimenta è la libertà che le pecore hanno di farsi mangiare dai lupi.

Quarta conseguenza, ampiamente illustrata nella seconda parte, è il passaggio dalla  bramosia del lucro alla sfrenata cupidigia del predominio: la possibilità di accumulare ricchezza senza freni degenera quasi inevitabilmente nella volontà di imporre la propria visione del mondo.

La potenza conferita dalla ricchezza viene quindi usata come strumento per condizionare indebitamente le scelte politiche.

La seconda radice dei mali.

Pio XI non ha dubbi a indicarla nella confusione delle ingerenze e servizi propri dell’autorità pubblica con quelli della economia stessa.

È interessante che si possa dare una doppia lettura speculare di questa affermazione: da una parte la si può intendere come la denuncia di uno Stato onnipervasivo che mortifica brutalmente l’iniziativa privata, dall’altro quella di un complesso economico finanziario che soggioga lo Stato riducendolo a un proprio strumento.

Nel 1931, anno di pubblicazione dell’enciclica, era ovvio leggere questa frase nel primo significato, dato che nell’URSS bolscevico imperversava la strage dei kulaki.

E per capire quanto lo Stato debordasse da una giusta e realistica attività di regolazione economica  basta considerare che un contadino, proprietario del suo piccolo terreno, che magari coltivava da solo, che possedesse due cavalli e/o tre o quattro vacche e una macchina agricola di poco superiore a un aratro, veniva considerato un borghese e nemico del popolo!

Ma il Papa non si fece stordire dall’emozione del terribile esempio a lui contemporaneo e condannò anche l’eccesso opposto, cosa che comprova il valore profetico del documento.

Infatti al giorno d’oggi quella che osserviamo è soprattutto l’altra degenerazione, quella di una élite di plutocrati che detta legge ai politici, giustificata indebitamente da pseudo economisti che rivendicano l’assoluta indipendenza dallo Stato in nome delle peculiari leggi dell’economia e della finanza (come se i casinò rivendicassero l’autonomia dalla regolazione statale in nome delle peculiari leggi del poker e della roulette).

Il livello del problema è stato esemplificato con la citazione dalle memorie di David Rockefeller nel secondo articolo.

Nel denunciare la confusione tra pubblico e privato, Pio XI implicitamente afferma che deve esistere una sfera privata, ed è buona cosa, ma deve esistere anche una sfera pubblica ed è cosa altrettanto buona (o anche migliore, dato che il bene comune è considerato superiore al bene individuale, secondo san Tommaso d’Aquino).

Esistono poi delle realtà che sono di pertinenza esclusiva della sfera pubblica.

Basti pensare ai poteri dello Stato: legislativo/esecutivo, giudiziario, militare e monetario.

Mentre per ciò che attiene alle leggi appare evidente (fino a ora, domani non so!) che un privato non possa legiferare a titolo personale e magari a suo vantaggio, né che possa ergersi a giudice a sua discrezione, né che l’esercito di una Nazione possa agire alla dipendenza di privati prendendo ordini da essi, nei confronti della moneta si sono attuati i peggiori soprusi con la massima disinvoltura.

Poiché questi paragrafi della Quadragesimo anno parlano soprattutto di economia e finanza, il tema della moneta è di estrema pertinenza al commento, sopratutto in considerazione del fatto (esposto nel secondo articolo) che proprio il controllo della moneta è stato lo strumento principale di esproprio delle prerogative dello Stato da parte di una oligarchia privata.

E il culmine di questi soprusi è stato il progetto di un sistema di banche centrali private, per istituire un controllo neofeudale della popolazione, così come lo ha denunciato il professor Carroll Quigley nel brano citato nella seconda parte di questo saggio.

La scusa con cui viene giustificata questa privatizzazione di una funzione dello Stato è la “separazione dei poteri”, concetto che proviene da “Lo spirito delle leggi” del Montesquieu.

Premesso che il libro del Montesquieu fu messo all’indice tre anni dopo la sua pubblicazione e dunque non rappresenta di certo un esempio di pensiero cristiano, la scusa è in ogni caso insostenibile per tre motivi.

1) L’idea non funziona e l’Italia è un ottimo esempio di come non funzioni.

Abbiamo sperimentato da molto tempo che i governi legiferano a colpi di decreti, mentre l’approvazione di una legge secondo l’iter parlamentare è diventata una rarità.

In Europa la separazione tra il legislativo e l’esecutivo è ancor meno applicata, al punto che il Parlamento Europeo non può nemmeno proporre leggi, prerogativa detenuta dal solo esecutivo, che è la Commissione Europea.

Anche la “separazione” della Magistratura ha prodotto una classe di giudici che interpreta la legge fino al punto da stravolgerla e ricrearla di fatto, travalicando ampiamente i suoi limiti.

2) Separazione dei poteri non significa privatizzazione degli stessi, ma solo che saranno esercitati da persone diverse, sempre alle dipendenze e al servizio dello Stato.

3) Esiste una differenza radicale fra i poteri legislativo/giudiziario e quelli militare/monetario.

I primi sono poteri predicatori, cioè indicano in teoria cosa si debba fare, i secondi sono poteri applicativi, cioè fanno.

Se chi opera concretamente è separato e non sottomesso a chi indica, di fatto sottrae il potere a chi predica e lo esercita in proprio.

Si tratta come minimo di una forma di anarchia, ma in realtà se si pensa come si chiama la situazione in cui l’esercito si ribella ai poteri parlamentari e giudiziari esercitandoli in proprio, cioè “golpe”, si coglie come , in perfetta analogia, la privatizzazione degli enti che emettono e regolano la moneta debba essere chiamata “golpe monetario”.

Del resto persino nel Vangelo Gesù approva il denaro di Stato, emesso cioè dal legittimo potere politico, come testimoniava la moneta recante l’effigie di Cesare e non di qualche banchiere o pubblicano.

(Per chi avesse dei dubbi sulla situazione odierna è sufficiente che guardi cosa c’è scritto sulle banconote dell’euro e se compare qualche riferimento allo Stato).

La visione economica dominante dei nostri giorni, essenzialmente liberista, tende a svalutare lo Stato esaltando la funzione del privato.

Talvolta questa visione è corroborata da una malintesa interpretazione del principio di sussidiarietà (influenzata dalla memoria storica del leviatano statale comunista) secondo cui l’eccesso di Stato nella società va combattuto lottando contro lo Stato e non correggendo e migliorando lo Stato.

Il guaio è che oggi esistono aziende multinazionali dal fatturato superiore al PIL della maggior parte dei singoli Stati esistenti. Dinnanzi al loro potere lo Stato si presenta quale corpo intermedio e, spesso, l’unico in grado di difendere il cittadino che, in qualità di singolo, sarebbe inerme di fronte a questi colossi.

Il risultato di questa strisciante lotta contro lo Stato è stata l’infiltrazione di interessi privati nelle istituzioni pubbliche e la sottomissione dei politici ai magnati della finanza.

Le mostruosità generate da questa commistione trovano una perfetta rappresentazione negli Stati Uniti dove centri di potere misto (ma al servizio di privati) quali il CFR e il “complesso militare-industriale” arrivano a decidere di fare le guerre perché sono utili agli affari (vedi seconda parte del saggio).

E proprio questi soggetti misti sono i protagonisti del primo male denunciato da Pio XI nelle relazioni internazionali, cioè il nazionalismo o anche l’imperialismo economico.

Quindi oggi non assistiamo più a un nazionalismo in senso stretto, ma ne osserviamo il modus operandi nelle forme neocoloniali e neoimperialistiche molto ben descritte da John Perkins.

Stati in via di sviluppo indotti a sprofondare nel debito da sicari dell’economia, sciacalli che eliminano politici scomodi e sobillano rivoluzioni e infine il ricorso al buon vecchio intervento militare quando tutto ciò che precede non basta.

E questo per assicurare vantaggi non a una nazione, ma a quel pugno di ricche famiglie che detengono il controllo delle risorse naturali del pianeta (cit. Perkins).

Il secondo male nelle relazioni internazionali è l’internazionalismo bancario o imperialismo internazionale del denaro.

Cosa si intende per internazionalismo bancario? È un concetto molto simile a quello del neocolonialismo finanziario, per cui un cartello di banche dominanti agisce non in funzione di uno sviluppo territoriale (quindi a matrice nazionale o statale) ma si muove sui mercati internazionali  alla ricerca di un lucro parassitario (detto anche speculativo) per i suoi azionisti di riferimento.

Per capire quanto siano andate avanti le cose in questo campo bisogna considerare che il più importante centro della finanza mondiale detiene il privilegio di extraterritorialità.

La City di Londra, infatti, non dipende né dal comune, né dallo Stato, ma è un’enclave indipendente dotata di un suo sindaco, un suo organo consiliare, suoi magistrati e forze dell’ordine.

Il regime vigente in questo mini-Stato di un miglio quadrato è quello di una democrazia plutocratica così concepita: il voto è riservato ai residenti, siano essi persone fisiche, o giuridiche (società) con un valore di voto che aumenta in base al numero di dipendenti (quindi proporzionale al fatturato).

Tra le società primeggiano le banche, che sono oltre 500, di cui la metà straniere.

La prima preoccupazione dei legislatori della City è quella di ridurre le tasse a percentuali simboliche, e infatti hanno reso il loro staterello il più importante paradiso fiscale globale, di cui le Cayman, Jersey, le Bermuda, Singapore e Hong Kong sembrano essere solo filiali.

Se la totale autonomia della City è almeno formalmente giustificata da due articoli della Magna Charta, riagganciandosi così a una pur obsoleta tradizione giuridica, diversa è la situazione della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea, che vanta l’extraterritorialità per il solo perimetro del proprio terreno.

Situazione decisamente strana, considerando la consolidata tradizione democratica della Confederazione elvetica, ma che garantisce l’insindacabilità degli atti di questo istituto, che non può essere oggetto delle attenzioni né di magistrati né di polizia e che mantiene la segretezza del proprio operato all’ombra del proprio servizio di sicurezza.

La questione è doppiamente grave alla luce della rivelazione del professor Carrol Quigley, secondo cui è proprio la B.I.S. il centro direttivo della nuova dominazione mondiale, su base finanziaria, plutocratica e neofeudale.

L’assoluta indipendenza da un territorio, e quindi dai relativi cittadini concreti, sancisce il principio di irresponsabilità dei grandi operatori finanziari; e questa irresponsabilità dimostra che il lucro è trattato come un fine ultimo, perché in caso contrario tali operatori sarebbero sottomessi agli stessi vincoli di tutti gli altri cittadini.

È male che la plutocrazia apatride detti legge col ricatto ai politici, secondo le proprie convenienze o addirittura in base alle proprie utopie (ad esempio il governo mondiale, al cui riguardo James Warburg sbraitò al senato americano: Avremo un governo mondiale, che vi piaccia o no. La sola questione che si pone è di sapere se questo governo mondiale sarà stabilito col consenso o con la forza).

È male che i paesi del terzo mondo siano saccheggiati da politiche neocoloniali a base finanziaria, e che le popolazioni povere stentino a comprare il cibo, rincarato a causa della speculazione sulle materie prime.

Ma la degenerazione peggiore è quella di annullare il principio secondo cui tutti gli uomini sono uguali davanti alla legge, per sostituirlo col nuovo principio secondo cui tutti gli uomini sono uguali davanti al denaro.

Pio XI patriota e sovranista.

Il Papa condanna lo Stato, che si fa servo e docile strumento delle passioni e ambizione umane, mentre dovrebbe assidersi quale sovrano e arbitro delle cose,…intento al solo bene comune e alla giustizia.

Per la nostra sensibilità odierna in questa frase spicca il termine “sovrano” riferito allo Stato.

Eppure è doveroso chiedersi chi potrebbe essere arbitro delle questioni private e ricercare giustizia e bene comune se non un istituto super partes, di diritto pubblico quale è appunto lo Stato?

E come potrebbe lo Stato, senza sovranità, essere arbitro imparziale e ricercare il bene comune?

Perché se uno Stato viene privato della sovranità significa solo due cose: o che esiste una condizione di anarchia o che la sovranità è passata in altre mani.

Stendendo un velo pietoso sull’anarchia, ci si deve quindi chiedere in quali mani passi la sovranità:

se ad un altro Stato, il primo non è più Stato ma colonia; se a privati si tratta di mostruosità giuridica, dato che la legge prevede il reato di interesse privato in atto pubblico per molto meno che l’usurpazione delle prerogative decisionali di una nazione.

Non esiste dubbio che al giorno d’oggi, di fronte a cessioni di sovranità nelle mani di organismi irresponsabili, opachi, non eletti da nessuno e al servizio delle lobby (è un sintetico ritratto della UE) Pio XI unirebbe le sue proteste al fronte sovranista e anzi ne sarebbe riconosciuto come leader.

Secondo il Papa altra “funesta conseguenza” è l’imperialismo internazionale del denaro, per cui la patria è dove si sta bene.

E in questa frase vorrei evidenziare la condanna del relativismo storico-geografico: la patria non è “dove si sta bene” ma è un dato oggettivo, composto dal luogo e dall’ambiente umano in cui si è nati.

La tradizione del 1800 aveva consegnato a Pio XI il motto di san Giovanni Bosco, (che lui stesso aveva canonizzato) buoni cristiani e onesti cittadini.

Inoltre la visione della storia del Vicario di Cristo non poteva essere centrata sul “caso”, ma doveva avere una radice provvidenziale, per cui si nasce in un certo luogo, da certi genitori e in un certo contesto, per buoni motivi che Dio ben conosce.

E poi c’è il quarto comandamento, fulcro della solidarietà intergenerazionale, che è il legame primigenio tramite cui si costituisce un popolo.

Etimologicamente la patria significa proprio “la terra dei padri” quella dove si è accolti ricevendo le prime cure e dove si è chiamati ad accogliere e prestare cure a propria volta; patria quindi non identificata come luogo in cui si ha diritto di star bene, ma prima di tutto come luogo in cui si ha il dovere dell’aiuto reciproco e di mettere l’impegno per far star bene sé e gli altri.

Se pensiamo all’attacco distruttivo che la figura paterna ha subito negli ultimi decenni, notiamo che l’odio e il disprezzo che hanno colpito il singolare di “padre”, hanno egualmente coinvolto il plurale

di “patria”.

Con la sua difesa della patria oggettiva (come oggettivamente si nasce da certi genitori) Pio XI ricopre anche il ruolo di katéchon, contro l’autodeterminazione soggettiva prometeica che tanto imperversa ai nostri giorni, e che, oltre alla famiglia e al padre, ha portato persone contagiate dalla follia a negare persino il proprio dato biologico sessuale.

Per l’ennesima volta emerge il valore profetico della Quadragesimo Anno.

Prima parte: https://www.radiospada.org/2019/09/una-spiegazione-finanziaria-della-quadragesimo-anno-prima-parte/

Seconda parte: https://www.radiospada.org/2019/10/una-spiegazione-finanziaria-della-quadragesimo-anno-seconda-parte/

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